parole e corpi

fiancheggiano il mare le parole
la natura tutta; animali, monti, frutta.
come i corpi non sono comiche,
son diatoniche. vilipesi i sensi
con mani e piedi, cromatismi forti;
che gli occhi non serbano rancore
ad un un qualsiasi amore.
fetente malattia del credente.

esecuzione

il più d’altri
è meno tuo
oppur nulla
se preferisci
il vuoto fisico
ad una pianta
minuta o ad un fungo
microscopico.
il più degli altri
deride come un treno
ottimistico di sola andata.
devi perderne ancora
di capelli, per entrare
in nuove stanze arcane
mistero di spaventosa
concretezza.

la verità

in realtà la verità
anche assumendo
un ispettore privato
anche facendo
un’approfondita analisi
atomica -carbonio 14-
in realtà la verità
è un’ infinita
fila di formiche
nere rosse a pois
sotto impermeabili
suole, l’eroica simulazione
dello scaltro illusionista-
le carte sono
ciò che sono
-ma come?

arrovellato a lato

di me condoglianze
non vivo, mento, non vivo
a stento rammendo
me ne pento assai vivendo.
lasciarmi sotto il lampione
cercando padrone
con le parole rotte
maneggio un non patto, inutile
svantaggioso, al limite
dell’indecoroso, risibile
mobilio in stile
chiudo gli scuri di casa
mi chiamo diverso
neanche rottamarmi
con un verso
non mi renderebbe
così schiavo dei vagiti
e strozzati mugolii
di una natura di comando.
contratto perso
progetto divelto.
m’accechi, mi sfianchi
forza della natura!

lunga esposizione

la luce notturna
della luna
dribla
terra e cuore
come l’allunaggio del ’69
il monolito di a. c. clarke;
certo non spero
in qualche tardivo
riconoscimento;
nessun segno.
fredda gelata distratta
scopro un tetto
lontano da lei.
proteggo
la mia vacillante
presenza
da -pur improbabili-
scottature
premeditate.

posizione acquisita

ecco nuovamente un alito famigliare
subito s’infittisce nell’orgia di ricordi affittati
così straluno e sparso m’abito di pensieri
di cosa egli fosse, cosa m’avesse insegnato
tra pochi movimenti, più dolci attese,
anche se ora non vedo bello, brutto
diritto e storto, anelito e grido;
è che mi chiamo fuori, sono una nuova via
nuovo girone, nuova misura di commisurata
ed esperienza altra. a me pare. dovere
per non allontanarmene emigrando troppo
di cuore mio al di là di nuovi amori.

poco più di un haiku serale

gioia mutua erge tra i corpi
fermi, mi taccio di sfortuna:
ho tra le mani sole e luna
tra le gote sazio e sapido
davvero; poche lire cadauna.

a pessoa

sei quello che scegli
prima, durante, dopo.
anche ciò che è fantasia
d’utero materno:
carne, pensiero, vita
e morte che esige.

barcamenarsi

le continue speranze
soffocano la luce
del presente
(naturalmente
se essa esiste).
vivere senza fermate
è dissoluzione.
nemmeno il carpe diem
è regola irrefutabile.
tutto sta
nell’amalgama
di passioni e sconforti.
e soprattutto
quest’ultimi
si spacceranno
per fantasmi
-creditori
affamati.

…senza titolo…

sono vetro frangibile
e ferro dolce
scandaglio il fondale
come un dinosauro affamato.
no, no!
sono preda che stride.
brancolando.
avrei preferito
una miniatura
fredda preziosa
al posto
del mio nome
affamato
di provvidenza.

speculare

nella sera
niente balera
il buio soltanto
mi fa vivo e vegeto
parziale di cuore affranto
esserne solamente l’idea
inversa, il moto a luogo
a ritroso, speculare
d’una qualsiasi
tristezza, malinconia
finita di gioia, un’ intera
esistenza circoscritta in stanza.

armonie

arrivarci in piedi
in fondo
da solo
senza un volo
con un epitaffio
buono, al sodo.