orso

non chiosa la vita
dopo il lutto
ricama nuova,
riceve esclama
a sussurri di grida
incede reclama.
in barca me ne vò
sul rivo dolce-
acqua salmastra
che il silenzio mi chiama,
m’adorna di spazi
ricamando
assenza di suono,
un orso – beato sono.
più facile
pareva all’andata
senza la deriva stretta
ma ora ho una calma strana,
scendo nella profondità lieve
metto la palandrana.

amarezza

già la seconda
che scambio per calore
gioia e comprensione
già la seconda
che pare e non è,
completamente atterrito
sono atterrato senza emergenza
nelle chiacchiere spente
indecorose piantagioni
di puttanate che cantano il commiato
del guerriero neofita,
che cantano stonate
armonie cacofoniche casuali
senza se ma forse però…
mi scendono lacrime
per due
anche se l’altro da me
non piange ed il senso cade
ma sghignazza
e mai, mai tornare indietro!
mi disse seria
con la coda finta dell’occhio
già posato su di un nuovo inguine
ingenuo e più ingenuo
inconsapevole sacrificio.
Avrei più chance
non nato. e rido,
rido di gusto perchè
il sacrificio è oltre me
e la mia vanità.

luccicanza da balera

allora, s’è fatta ora
di mandar tutto in malora?
avevo i sentori, come dei sudori,
come cane il tartufo subodora
mi scopro solo a misurar la prole
e un futuro. sino in fondo
non ho compreso se capita
che bisogna tener duro
o di duro il solo cuore averlo
come di mattoni un muro.

cordoni e burroni

m’abbraccia, non mi lascia
ed io invece vorrei un’ascia.
di cordoni ombelicali
ne feci meno
nel giorno dei natali
ch’avevo freddo e laido
piangevo. così mi tocca
fare il figlio di buona donna
non è cruccio stavolta:
è la mania di una libertà
sempiterna, sogno
da caserma.

guardati le spalle

indietro guardai
come eterno seguito
inseguito braccato.
vennero a galla la sera
i fiumi caldi dei sogni
tra risa di forti e puri.
che poi non furono
o a loro volta
vennero scontati
cancellandosi
tra una virata
una svolta
un ammanco.

specchio, specchio delle mie brame

abiuro questo tempo immondo
che mi prende mi lascia
mi brandisce come un’ascia
m’offende, mi penetra, mi ferisce
mi scaccia come una lurida bagascia
mi istiga a bische di gioia.
io non sono cera, né creta leggera
non sono mito, carne, pesce
né buono né cattivo
né eletto né infetto
mi chiamo perché mi hanno:
vivo già vissuto.
fortunoso driblare
mi piaci, mi sferzi, mi garbi.
paio più vecchio, più noioso
stamattina senza taglio di barba
e sono. specchio, pace fatta:
smetto il concetto
mi butto a letto.

roulette russa

tra il mento sferico
e l’ugola bagnata
un taglio di barba
con baldanza esagerata:
sangue in gocce
sui peli invadenti
sì, mi convinco
oltre gli inaspettati incidenti:
l’aldilà attrae
dallo specchio che ritrae.

chirurgia plastica della mente

pieni zeppi d’ornamenti
le menti, i corpi tuttavia
non mentono:
son puri, non abiuri:
rughe, sfasci, prolassi…
estetica del disfarsi.
non c’è da riconoscersi più
dietro guardarsi
feretro a pochi passi.

piccole fratture

mani in mano
tuo è un incedere lento
senz’accento.
permane il fermo
non l’avanzamento.
capitò
anche a me
l’ostruzionismo
mal celato
del non calcolato:
estromesso tacito
per non cascare subito.

vivente bucolico

nei campi balle, vigne
serie militari, gracidii
quiete mura. spine
ed urticanti verdi scompigli.
pesche appese come ordigni
pere e mele pazienti
al lavoro, scrigni.
come il contadino
scavo profondamente
ma negli effetti
non sono poi così tanto
vivo. divido e divido:
arrivo a quell’uno
che ammiro?

senza coscienza

lontani cento mille
un milione di chilometri
amici, conoscenti
non provo nulla,
lontane assenze
prevaricate da rette parallele
che non si incontrano all’infinito.
come un vetro
anti sfondamento
tra me, me
e altro ed ancora
me
mastico la gomma
della mia indifferenza
spoglia
come una puttana.

Evanescenze

Piccoli uccellini
dal cuore, chè
ne dica l’occhio
e l’orecchio
non c’è parola
colore.

Nobilissima
visione l’amore
dentro scatole
aperte chiuse
di tempo, pensiero
un bagliore.

Canicola notturna

La cicala si scambia
col giorno, canta
scomparendo
con quel taglio
di luna, chiede
identità nuova
sghemba. Cicalio trema
tratti militari
accelera, decelera
sfratta il silenzio,
diventando fondo
scoppietta,
trama di loquacità
minimale, scrocchia.
Notte come giorno
per la cicala
che non crepa,
strepita decrepita,
scroscia.
Notte come giorno
per l’uomo che umido
s’affanna
perché nella notte
infernale
non può più sognare.

Mediamente

Affonda l’onere
non più onore
del muso duro
svena, accampa.
Nelle direzioni
date al vitale,
dalla scuola
all’occupazione,
c’è il grigiore grave
dell’asfissia greve
c’è il medio
che non fa media-
del pollo già morto
decotto, smorto
fa costretta illusione,
sicumera. E allora?
Allora piangi, disperati
batti i pugni, sfuria,
sbuffa, schiuma
eppoi lesto torna
a far maglia
della catena.

Dimenticando

Si chiama già il mattino
la sera, per refrigerio.
Con le cicale si fa caciara
per dimenticarsi.
Mio sudore, un lago
sulla tesa pelle
come un tamburo:
danza della pioggia
per sopravvivere ancora.