non serve alla causa

non serve il pop

meglio l’origami

introverso al

bicchier d’acqua

che mezzo pieno

o vuoto, comunque

non è mai abbastanza.

vita, morte, miracoli

duramente credo

armo mani

disarmo inerme,

gioco, insegno

ingaggio, fraseggio

per mercanzia

di cuori e

ragionamento rapido

logica che bene o male

ci rende carni pensanti

armati dementi

disarmati credenti

e

nel buio spalmato nel tempo

che pare in anni inultimato beato

accecante vampa-

taluni brevi lampi

come rinascita

esaltazione, furtivi ingaggi

del bello:

nella tempesta

carburante unico

per la nave.

 

pulsione nere

la pulsione non è ragione
ed io ho torto quando t’invoco:
è una carie questa libertà
verrà debellata a colpi di trapano
ed immatura conflittualità.

immorali

immortale ti credi-

hai le mani di pasta frolla

le perdite di un adolescente

lo sghiribizzo barocco.

chi ti adora

non fa i conti col limite

con le bollette

l’ansia da prestazione.

se mi prendi per mano

dove mi porti?

non ne ho altri d’appunti

perché ti sono amico

gli amici si sa

sono parziali,

faziosi ed immorali.

anarchia

annotando morte tutti i santi giorni
ogni ora secondo ed il potere di un dio
al massacro ogni minuto, nel mezzo
renditi conto della sospensione nel vuoto.

paese di santi, poeti, navigatori

vieni a prendermi (pensò)

son qua, vieni a prendermi (urlò)

folgorami con una memorabile

saetta! inutile ribadire

che nessuno venne.

nemmeno oggi – soprattutto,

che ne ho piene le palle

di santi, poeti e navigatori.

silenzi

quando hai lasciato la tua voce sulla lavatrice stamattina

ti sei accorta che io ero lì

con una rete d’appetiti andati a male e non domande nell’aria fredda

che non ci sono passeri e merli

(è novembre, anche se mite e leggiadro, folle come una libellula drogata)

che la pace non è sempre una cosa migliore

che il tempo si ferma – a volte – per liberarci

quando hai lasciato la tua voce

ero lì

pronto ad ascoltare come un novellino, un bimbo stremato, offeso

non posso conservarla nel frigo come una pesca

non c’è più

della tua voce

mi sono accorto che è rimasto solo il suono

ed è

ricominciato il silen

zio.

i rebus non mi piacciono

non mi piacciono i rebus

nemmeno i ribes. è che sono

troppo terreno per questo mondo

di rossetti e lustrini:

un bel camino in campagna, galline, mucche

qualche oca… ecco mi vedo a capo

di un progetto di rinascita-

a lunghissimo termine, certo.

giorno di notte

col vaso d’eco il fiore secca

voci scompaiono nuovamente

come stanotte nebbia

si chiama dormiveglia

col sudore, rughe, a terra

bianchi capelli.

e viene cielo,

che non solo agli occhi miei

basta.

skyline e deindustrializzazione

la banalità delle maggior parte delle morti

è così lampante e la castrata motivazione

a concedere alla morte una durevole

linea d’azzurro cielo,

la notte scorsa ho sognato di vivere

tutta questa felicità m’ha sconvolto

ho ritratto lo sguardo verso il muro imbiancato

4 anni fa, a rullo. meglio, nell’illusione.

numeri come gioielli

i numeri non salgono in alto per vederci
di più e meglio di ciò che saremmo
i numeri sparigliano, concludono
sono memoria di un passato futuro
che non ci ritrova, senza memoria.

tre

l’aforisma trattiene lacrime
più del viso capace
di sorridere senza darlo a vedere.

lavoro

s’è pensato per decenni

di liberarsi dal lavoro

con le bandiere i comizi i pezzi grossi di partito.

ora dell’uomo

s’è liberato il lavoro.

come lo eri prima del denaro

uomo torni povero

soltanto ora non sai più che significa

amare senza un tornaconto.