tecnico

sono un tipo schietto

mi piace togliere, togliere e togliere

ho capacità di sintesi

intanto

il tempo mi scorre tra le dita

mi piacciono le parole

poche, significanti e dure

intanto

il tempo mi scorre tra le dita

taciturno, schivo

la folla non mi piace

intanto

il tempo mi scorre tra le dita

disumano quanto basta

per essere umano

pensieroso

quanto basta

per essere sapiens

intanto

il tempo mi scorre tra le dita

e non so essere

che questo.

ed il tempo è finito.

angolazioni differenti

a ben vedere

la lumaca ha le ali

e la gazza è goffa

pesante e stolta

i sassi che ho tenuto nelle tasche

zavorra di una coabitazione

sfoltita e sfiatata

non amo,

ho cantato e cantato

per gli dei

ma gli stolti

m’hanno castrato

così che non potessi più,

appena sveglio

mi ricorderò

di quelli

e degli altri

di coloro che non ci sono più

del male subito ed asciugato

mi ricorderò della lumaca

che canta un’aria d’handel

sorseggiando

una vita

differente.

l’ombra e la strada

ho incontrato ancora la mia ombra a mezzodì

camminando con calma e sangue freddo

come al solito, senza pensiero d’altro

giù per la stradina che porta solo a casa

forse alla gentilezza, alla bontà d’animo

e a qualcos’altro che potrebbe…

ho cotto quattro patate sole col sale

il gatto miagolava sotto, a lato,  cercando padrone,

l’amplificatore a valvole autocostruito bofonchiava

chiaramente per portarmi su un altro pianeta,

ma sono sempre io lo sconosciuto

che si scandaglia in altri quattro versi

ed alcuni sospiri, che se ne sta tutto il giorno a casa

senza un pensiero o troppi per metterli sulla bianca pagina:

non c’è nessuna differenza sostanziale tra l’essere qui seduto e tranquillo

ed esserlo là fuori con gli occhiali da sole, la fierezza del confronto, l’approccio

disincantato e diretto, allontanato da pensionati sdentatai ed incattiviti o indifferenti

attendono la svolta sulla panchina vicino al laghetto stipato di carpe abnormi,

senza un nome come non ce l’ho qui nella musica, tra i libri, il mirtillo e le more

nella creanza lucida dell’abitudine… il gatto miagola ancora a lato,

io non calo più dalla stradina, non sono più idea

sono già dietro la porta come un testimone di una religione qualunque

faccio l’occhiolino, immagino… non decido,

non mi conoscete veramente e perciò non mi avrete.

mai.

mezzi sogni di una notte invernale

la notte non ha lo squallore

del visibile e neanche il frastuono

invivibile. le immagini sono bianco e nero

le note romantiche ballate, eppure

l’oscurità è teatro del male.  ci penso

ed ogni volta m’affretto nel tutt’uno

della abat-jour. un clic basta.

andarsene tra mura medievali

tra mura medievali andarsene stasera

non conoscersi, ma simili ridere

comunque. la mania del sociale

e tra chi è e chi era

senza opinioni, senza sesso-

anomalia è far finta, non il fatto.

assolo di me stesso.

teneramente illuso glissa

onor del vero rimbalzando

tra finto e leggero

schivo come un masso

ora, minuto, contratto vitale

distratto, dogma, miraggio

schiacciante convenzione

regola didattica

ogni sofferenza monastica.

nell’attesa il miracolo spappola

svapora, s’intenerisce

della preda, me banale

illuso, colluso. così

che è naturale finale riflusso

il senz’uso.

preventivo di gioia

ci toccammo quel giorno

era un bel giorno caldo estivo

come tanti pomeriggi

era un bel gioco

al riparo d’occhi indiscreti

sotto una collinetta verde, fiorita

in un parco condominiale

lei sfacciata, affamata di scoperta

io un po’ ingenuo ma non troppo

io la preda perfetta: lei conduceva, io attendevo

ogni singolo movimento

fremente

e mi lasciavo andare

ai nuovi ammalianti profumi carnosi

io vittima sacrificale, ah!

l’indomani ero pieno di sensi di colpa

credevo ad una fustigazione veloce contro il peccato

l’espiazione m’avrebbe colto d’un momento all’altro

rimuginavo e rimuginavo la mia colpa:

se i miei genitori avessero saputo?

cosa avrebbero pensato di me, della mia educazione esemplare?

ed il prete quante ave maria e pater

m’avrebbe costretto a recitare?

quell’uomo invisibile lassù

che tutto vede e controlla

m’avrebbe tirato per i piedi la notte?

ma qual’era poi quella colpa che m’incendiava il cuore?

non ci crederà nessuno

ma alla fine non è successo proprio nulla.

la religione degli altri m’aveva sopraffatto,

mi chiedeva d’essere

altro da me

eppure ero un bimbo intelligente sveglio.

evidentemente non basta.

ripenso con tenerezza a quella bimba virtuosa

alla nostra appetitosa curiosità istintiva e medito

su un’errata colonizzazione culturale deformante

che allontana i corpi caldi, sudati

li rattrappisce in limitate meschine menti claustrofobiche

capaci di morte.

a mio padre

padre mio

contrafforte

della morte

(tutta nostra

speranza,

egoismo

ad oltranza)

.

la carne

putrefà

lasciando

odore d’anima

buona nella casa

di timbri novelli

.

(tirami se vuoi

i piedi

nella notte

lunga, cupa

e lorda)

.

padre sei contrafforte

dei miei neuroni

(esalta

la mia neutra

solitaria vitalità)

.

diluiti nel cocktail

originale e perpetuo

del gioco ricopiato

ed ingenuo

.

T’amo

tanto

quanto

sono

di te.

.

.

.

.

giassai

giassai della penosa nudità

delle carni, dell’incolore

mutismo dell’intelletto

cospetto del non detto

farò al fine interrotto.

si giunge sino al letto

dopo lunga, indaffarata

diatriba a scherma

lì ci si ferma, immobili.

apologia d’amore

padre ogni tanto ti penso

scende una lacrima, non sempre

asciutto sortilegio.

rammento quando ce ne stavamo in laboratorio

per ore e ore segando e saldando

io a volte m’arrabbiavo

perché mi volevi insegnare

anche quello che già stavo scoprendo da solo

oppure ci stringevamo la mano

quando un apparecchio funzionava

una festa dai tratti dimessi, ma intensissimi.

non eri tanto generoso dei tuoi sentimenti

col contagocce centellinavi umanità

nelle piccole azioni

ma sei stato grande

grande grande.

 

 

annullando il passato

abbandonata mollica di pane

come pietruzze Pollicino

a resistenti bave di passato

vorrei rinunciare,

condanno retrovie

d’un animo buono

lanciato al nuovo,

all’improvvisata reazione

di mani inesperte,

alla costruzione di sé

nel contesto che mi circonda

e m’anima come foresta fa

per preda e predatore.

avvertenza

e tu, mano agli affetti

conoscerai spasmodici effetti

come ago di bussola

sbalzato dalla tempesta magnetica

o quiete superfici d’olio,

correggerai mira

e convenzionali pianificazioni da cortile

svendendo carne ed ossa

cervello poco alla volta

con ritrovato fulgore come ala

varcante ignota porta,

con improvvisa emorragia di ricordi

interrarsi ed evaporare.

beffa

eppure non abbiamo tanto tempo

perciò rimango sveglio la notte,

mattina poi, che guarda lontano.

ma è soltanto, nuovamente,

giorno nuovo, sghignazzante.

ah, dove il tempo finisce

lì lì saggezza, immortalità

si cela; perciò io inconcluso

non concludo, rido:

al fin della festa

ciò che mi resta.

…senza titolo…

risplende di mano in pugno

accenno di versi

sui muri sale

umidità mattiniera

s’inerpica nella valle quieta

della calma domestica

infittisce di mistero

verso la sera tiepida

che accenna già

sorriso di commiato

scarpe legarsi.

storicizzare

impronte lasciate sulla sabbia

rimescolano i sensi in un’avventura tiepida

generano radici che vogliono sapersi

lontane dalla cognizione.

la memoria è propaganda

plastilina per masturbazioni:

il potere conosce questa retorica

la follia sta ancora sostenerlo

nella prevaricazione.

un tipo ben intemperante

della musica di bach

potrei farne un tempio

senza preti o simili

pastrani, muffe e.

come rothko chapel

in fibonacci.

non religione

spiritualità sana,

progresso.

violenza

ho chiuso gli scuri della finestra, fuori è buio
il freddo è pungente, il merlo cinguetta ferocemente
il gatto gli fa la posta. mi chiudo dentro
fuori c’è la guerra, lo so:
un uomo deve sopraffarne un altro
la carne si piega e si spezza
la carne lacera, macellata
continuo il braccio di ferro, bordello.
nella nebbia densa ho pensieri di luce
ma l’ombra è l’angolo cieco, dietro.

confessione acidula

parliamo di dio
ma non lo siamo
parliamo di serpenti, mele, costole,
ma siamo primati
divinizzanti il sole.
quanta ipocrisia
nell’esser nati
per farne cultura.

evidenze digitali

tutti singoli

laptop tra le mani

abbiamo creato una rete di solitudini

obbligatorie: tra quattro pareti

niente sindacati

niente lavoro

niente gruppo

niente cortei

niente piazza

niente umanità

niente perdono

niente peccato

niente politica

niente comunità

niente di niente

ognuno solo sul cuor della terra

senza la minima forza,

tutti come nessuno.

resta la bellezza

a tratti, non limpida

ma bisogna spingersi fuori

tra i fulmini, le maree, i terremoti.

nella laguna

niente vorrei che finisse.

e il male? il male a mare

nel fondale, io a remare

direzione? tutte, nessuna

basta non annegare!