"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: aprile, 2015

vestiario cifrato

ho sempre avuto l’armadio pieno d’abiti

inusati: s’aguzza il senso d’un controllo

conservando. ma su cosa poi, questo o quello

ai posteri lo lascio, che mi rimproverino

di ricordi solamente un accumulo e poi

di propositi buoni.

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sì, starò alla larga

la tua neutralità m’incanta:

tutto sai, ma sei come infante

peso nessun, questa è arte:

da centro mettersi da parte.

fiume

libertà d’esserlo
o di non, libertà
di credere o no
libertà di consumare
libertà di lavorare
o di ciondolare
libertà libertà libertà
per, di, libertà
usarla talmente tante volte
per non sentirne più effetti, diritti,
doveri. libertà dal nazifascismo
libertà di crepare
libertà dai padroni
naturalmente prima dovremmo liberarci
da noi stessi,
una volta fatto tutto questo
sarai liberissimo
sarai come tutti
sarai questo impossibile fiume di carne
che cerca risposte. e se le cerca

non sa.

l’amore è servito

i piatti si lavano in due

dici,

io però ho lavorato fino alle diciotto

svogliato, estenuato, debilitato

però ho anche cucinato

perché mi piace cucinare

sorseggiando un buon vinello

sotto una sinfonia di Weinberg ed i merli

(la rumba non mi mette di buon umore solo perché indiavolata

e ad alto volume)

merli che han fatto il nido nell’abete in giardino

ad un passo dal gatto affamato e giocherellone e rossastro.

questa storia che bisogna condividere tutto

finisce in una faccia scura, una smorfia, un malanno:

l’amore è fatto di piccole cose

pure di stoviglie in frantumi.

femminismo

mi cambi la vita ed esattamente non so cosa

ogni giorno che pretendi d’esser mia.

certo non m’appartieni come privata proprietà

appartamento, auto, spazzolino. ma vorresti ed è malsano.

posso colonizzarti i sogni, colorarti di sgargianti i pensieri

ma la carne è altra ed il sangue pompa in un’unica

direzione, consolati con questo: la vita tua basta

poi c’e’ amore e quant’altro.

volo della falena

niente cena stasera, ognuno fa per sé

oggi ho esagerato quindi al massimo

un bicchier di latte e tre biscotti.

tu te ne vai in camera, due televisioni

due persone. io sto in salotto col pc

un film intelligente in tv, il rumore

della pioggia sui velux. ti ricordi

quando mi chiamavi amore ed io

ero il centro del tuo mondo?

ricordi le chiavi nella toppa

e subito dopo il sorriso?

tutte e due lavoravamo

tu pure sabato e domenica

eppure c’era tutto il tempo

per non sentirsi appesi ad un filo.

il momento esatto in cui tutto va a puttane

non viene per restare e non si sa più

quando è accaduto, non importa

il ricordo viene meno.

passettini

in te credo, perché libero.
libero dai pensieri altrui
pieno e fiero dei miei.
m’alzo col furore in poppa
autonomo, virgulto, morente perché vivo
e poco vegeto che la bassa marea
non durerà per molto.
questo desiderio
domani lo sconto, lunga la lista, lungo il percorso.

promesse e promesse e promesse…

la giornata in fondo è stata buona con me

mentre raccoglievo quei pezzi che solitamente si lasciano sotto al tappeto

sono sempre lo stesso pare, anche se un amico mio direbbe

che persino l’asse terrestre è costretto a dei cambiamenti a volte.

la giornata è stata così buona con me

che non ho pensato al dolore

soltanto ad un’indefinibile media di stati

un anonimato candido e caldo, come il tepore primaverile

o la mia mano d’inverno sul termosifone tiepido.

pensando a tutto fuorché al male

sono lievitato come il pane all’olio

ho cantato l’incantevole come i passeri sull’abete

ho riscaldato il divano di misticismi

poi ho tossito, l’incanto s’è spezzato:

ho ricominciato a mordermi le pellicine delle dita

grattarmi nervosamente la nuca, inumidirmi le labbra

e tutto ciò che si fa solitamente quando si vive al cento per cento

anche mediocremente, dentro una banale ovvietà

ma davvero al cento per cento, vele spiegate.

temporaneità

la notte cedo l’anima

al tempo. scorre così col silenzio

dello scassinatore,

scatti d’umanità

rubati, l’infinito

ritornare.

uomini veri

mi piace come gli uomini rudi

baciano le loro donne

col sudore e l’equo amore:

q.b. il cuoco direbbe

per lei appena sufficiente

oltre ogni limite dell’agibile

dell’inimmaginabile per lui.

ora tutto in forno, cuocerà

con l’esatta progressione

della ricetta vitale.

singolar tenzone

al ritmo dispari
c’è sfida impari:
ingaggiar tenzone
col nemico d’invenzione.
cala la scure
madido di sudore
scherza la morte
con sua stessa sorte.

mortali

grande vuoto

la morte

cercar l’uscita

senza sorte.

anello al naso

a naso

m’hai preso per mano.

ma io tonto

l’ho preso per affronto.

novità

è questa mia presunzione:

sapere sapere

ma non godere.

deplorevole ingegno

marea di fuochi

sfuocati, miopia

sorda: ti tengo

nel palmo

senza danno,

ti controllo

sino al midollo,

mi scrollo

satollo

m’ammollo.

l’ingegno

è fiducia, rima-

ognuna, ogni luna.

e come

prima, è. sempre.

soddisfazione

direi quasi
azzardando, lo so
che ho raggiunto un equilibrio dolce
una certa dose di felicità netta e fresca
ho quasi timore a dirlo
lo urlerei al cielo
zitto dovrei starmene
discretamente, discretamente.

quando si raggiunge anche faticosamente
quel qualcosa, come minimo si vorrebbe che non ci fosse mai
strappato di dosso, l’abbiamo desiderato, ci è dovuto.

è sangue nostro, carne viva, sudore, eiaculazione.

ma l’azzurro del cielo ci è dovuto, il canto degli uccelli

il profumo dei fiori, la terribilità del temporale?
pensando a come sono andate le cose
al trend, come direbbero oggi
bé, posso affermare contro ogni ragionevole dubbio
che quello è positivo, quel qualcosa
lo tengo stretto come fosse una seconda pelle, mi odora
tuttavia sono consapevole dell’improvvisazione
del malcelato gusto sadomasochistico

non sono soltanto consumatore
resto sull’attenti, un albero con radici forti
perché non c’è cosa più orribile
del latte versato distrattamente

dell’aver senza saper che farsene.

un arco di distratta benevolenza

divarico me ogni dì
senz’ali volo più che in cielo
di traverso sospendo
ed attendo bene bene
quel non m’appartiene.
niente o poco più del poco.

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