"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: maggio, 2016

sfrenato romanticismo

con le parole non sono bravo
con azioni, non regali
è riscatto mio. con la cena pronta
una massaggio ai piedi, altro
per discrezione non dico e non cito.
son ciò che sono per rimando
e riposto: sono stato, sono e quell’altro
ma non meno o sottrazione, diverso
per cultura e contesto.
son questo: ciò non spiega
ciò che non sprechi, non comprendi.
perché natura è sempre altra
per definizione, nomea, secca virata.

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un attimo d’impotenza

apparentemente niente è ciò che sembra
neppure l’amore grande.
nell’isola non porterei più carne
ma sospiri, attimi, declivi, furtivi.
incantevole serenità.
restino le mareggiate, natura tutta.

la poesia cresce come il mare

la poesia non serve a nulla
come l’architettura del Borromini
le teste del Medardo,
la pittura nera di Goya.
il poeta è superfluo
inconcludente, imparziale, neutrale
abbellisce il giardino
come i nani, ed il giardino è già bello. il poeta
è una dieta.
il poeta crede in sé
il lettore nel reddito
nel calcio
nell’alcool.
il poeta è asincrono
sincopato
deteinato decaffeinato.
qual’è quella bellezza
che dovrebbe salvarci?
la bellezza del suono della parola?
il timbro? il segreto?
quale significato recondito?

sinfonia numero quindici di D. D. Shostakovich

la quindicesima di shosta
resta un potente enigma
dal suono unico, particolare.
rossini, wagner fanno capolino
il grottesco ed il funereo
s’abbracciano nell’incanto della variazione
del finale, le percussioni rimescolano ancora
e ancora il misterioso affare.
shosta vecchio e malato
ci osserva e si osserva ancora
ride e si dispera
nell’ultima sinfonia.
ascolta shosta
ha quel ghigno sulla faccia
le mani ossute intrecciate
quei fondi di bottiglia sul naso
tu capisci cosa prova veramente?

scientificità

la commistione degli sguardi
genera un’edera che ammanta
l’invisibile. il visibile è noto per definizione
l’invisibile invece non lo noto:
se sei un buon cristiano
t’aiuterà l’angelus
ogni domenica di riposo.
se sei scienziato
t’aiuterà il microscopio
l’intuizione aliena
lo scintilla del dopo.
evidentemente il creato
un ventaglio d’opzioni elargisce
ad insoddisfatti guardoni.

processo alle intenzioni

processarli per genocidio
certo
per discriminazione
dalle leggi democratiche
qualunque cosa sia la democrazia
certo
processarli per indifferenza
per appropriazione indebita
per gola, certo, certo.
il processo sarebbe in piazza

vicino a tutti gli occhi indiscreti

il processo è cosa nostra

il processo è la democrazia al lavoro

è una via di uscita dalla mediocrità.

 

ragione

ha la pancia piena il poeta
il letterato, il bon vivant
che pontifica e critica.
per le ore liete e profonde
c’è sempre una buona idea
inapplicabile da immortalare.
i becchini lo sanno che si finisce
non proprio come si è cominciato
con lenta scarnificazione e sdegno e noia.
la noia del tempo che non passa mai
la noia della penombra e dell’immoralità.
no, non sono intransigente né idealista
nemmeno cattivo, velenoso.
la società evidentemente
ingrassa i tipi svegli.

impiantologia democratica

tutto dorme, langue
non sento odore di rivolta.
piuttosto rivoltella
nei vicoli, nelle periferie bulimiche.

non si figura il maltolto

figurarsi il ladro.
un ostacolo al buongoverno
ogni idea differente, idiosincrasia.

il governo sostituito

da una lunga attesa.

la facciamo o no

`sta democrazia?
siamo talmente bastonati

senza bava nemmeno

l`accortezza d`essere vitali
coerenti, negli affari nostri.

le leggi del creato

la dinamica ordina
muoviti
qualunque sia
il momento, in ogni contesto
anche nel movimento
ci sarà un principio.
tuttavia
è la statica
che svela, anela:
nel fermo
c’è il pensiero
ed il costrutto
che si costruisce.
io ho sempre amato
la statica
perché i corpi
per lungo tempo
ho preferito nell’equilibrio
amarli e idolatrarli, ma non servirli.
e sono stato costretto
al movimento
anche quando volevo
starmene fermo:
non per pensare
per sentirmi vivo.

materiale

subito subito si vede
che hai perduto. è la ruota
che gira e rigira: mai si ferma
dove vuoi, dove non ci sono
i tuoi sforzi, le tue lacrime e i tuoi traguardi.
dove c’è il torto e l’aborto.
o dove non c’è il sole e la clorofilla.
sfida continua ed infruttuosa
o stupefacente e gloriosa.
sfida che è l’anima della vita
il nocciuolo dell’esistere che duole.

intransigente

l’altra faccia dell’universo
è il viso corrusco e cesellato
dell’intransigente: l’estremo eremo
del corpo che si fa incontro
carne viva, con i martellanti sonori. i tuoi giorni
e i miei si incantano frettolosi.
i tuoi giorni sì, sono fantasiosi.
perché la tua coerenza
è solare, accecante.
amarti con gusto
e tua approvazione
sarà la prova, per noi.
ed il tuo bacio
capitale.

dividendi occorrenti

qualsiasi sguardo avrai
da ora a stasera
non cambierà nulla
(a parte la pressione a livello del mare
percezione dei colori
sentimenti più o meno
arredati, scomposte analogie).
nemmeno il pranzo ha circumnavigato
l’ego tronfio d’entrambi
scoperti gli altarini:
ogni guerra ha la sua nemesi
ed io m’accorgo ora
che il conflitto nostro
non ha una parte
sbagliata.
allora
non è guerra
non è conflitto
non è caso di proseguire.

recitar cantando

apprendo sol ora

le leggi universali

del potere gli strali

che son spesso casuali

sempre causali:

l’intelligenza latita

nel mondo civile

se c’è è merce

per bocche ingorde,

come i pozzi

d’oro nero

affari loschi.

la stupidità recita

il mondo conosciuto

ne dipinge il recitato

non voluto, il preformato

imposto dai format

e dai diktat: stonato

recitar cantando.

 

accorate tenebre

sapere quanto costa
ai tre quarti del mondo
la nostra panza piena:
il lordume dell’obesità
scatena i più viscidi eritemi
e immobili sguardi
di mosche svolazzanti:
mai confrontato
con la morte altrui?
il vizio della forma?
l’inferno macilento
appare come salvazione.
ma nulla è più remoto
dalla grazia e dalla salvezza.

vola il pensiero

si scava negli specchi
con malcelata umanità
per ritrovarsi pietra poi
non carne. quando si spezza
qualcosa i frammenti
colgono il segno
e segnano per sempre
con tagli superficiali
come sfregi sul viso bello.
il malcelato allora
è realtà affascinante e curva
come uno strumento
plasmato a nostra immagine
affilato e dolce.
non ci si commuove
mai abbastanza.

mondi distanti

trattori morti ai bordi
dei campi smossi
vigne intrecciate a corvi
frinisce una sinfonia d’insetti
sorti, finiscono aliti distratti
corti e torti. aneliti ritrattati e sfatti
del viziato cittadino
che pare senza un grammo
di decenza nel taschino.
il buon cittadino
che s`alza al mattino
convinto d`essere il padrone
di se stesso
e del proprio destino
seccamente virando
meglio s`inquadra
lo sbaglio, inciampando nell`abbaglio.
ritornare al traguardo
non senza travaglio.

inno

la grazia delle parola
trattiene a terra
fa volare, anche quando
saltano come grilli
impazziti i suoni
e le monotonie
incantano, delirano
e non ci inducono in tentazione
ma liberano
dalla solitudine: vecchie
meretrici solari
cantate e cantate
liberate le carne
dalla radice.

pomeriggio senza metà

afferro la carrozzina
la riempio
investo la mia felicità
in un sano tortuoso
lungo tragitto nel verde cittadino.
e il mio bimbo
gode e poi si addormenta sereno.
a volte la terra mi manca sotto ai piedi.
cammino senza la meta
che tutti vogliono.
non rispetto il tempo
che pochi comprano-
l’immersione è nella luce potente
primaverile: la luce
tutto monda
l’indicibile anche,
l’irragionevole.

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