ricchezza celere

destrezza nella media
ebbrezza nei fine settimana
stazza sì, non ci piove
100 chili e oltre
per 1 e 90, piedi grandi
cosce tornite, sì.
detto così suona
come vanesio epitaffio
invece ancora
la morte mi fa un baffo.
e se fosse farneticazione
o gioiosa evasione?
piuttosto
questione dolosa:
esser viventi
per far gli altri ricchi
noi di desideri e astrazioni
distrazioni e ammonizioni,
loro d’immobili e inazioni
yacth e azioni.

il mo(n)do là fuori è terribile

desiderare l’indesiderabile
morti e sepolti ci rende.
il premio pospone, l’idea gioia
è la macelleria del desiderio
che ci vorrebbe vivi ed invece ci snatura
preclude ed allude.
è così dal prima al dopo
non ci rendiamo più conto:
tutta pubblicità
servizietti per ricche corporation
morti che camminano, giganti nani.
questo il mondo che vogliamo?
ce lo teniamo bello stretto
sino all’orizzonte ampio
del senzatetto.
è qui la festa?
no no, neppure nell’alto dei cieli.

pensare e ritenere giusto

e i condizionatori tremano
le sirene latrano, gli aerei alle venti
rombano e si ripete.
abbraccia l’azione umana
tutto quel che alla natura compete
riguarda il cuore e mente
il passionale, l`indifferente.
scalzo vago nella canicola
bistecca sulla graticola:
allora andrò a ripescarmi
rinfrescando in giardino
piante boccheggianti.
più a nulla credo, ma godo.

sopra e sotto

sole abbacinante
ad altre cose. un’idea
convivente con tante
azioni diverse. questioni irrisolte
ed il male: quel silenzio profondo
che permane nel mondo:
è descrivere muto il mare.

normalità esemplare

il quartiere è cambiato

il quartiere operaio:

l’edicola è scolorita

il pioppo s’è fatto imponente

e pare neve furente

la sua voglia d’esserci

ed appartenerci ancora

e distrattamente

più auto parcheggiate

le grandi pozze quando piove

erbacce lungo i marciapiedi

più rumore non umano

più condizionatori e sirene

meno negozi

più serrande chiuse

più sconosciuti alla porta e al telefono

più scritte sui muri

meno facce conosciute

tante facce sconosciute

i visi son cambiati

nelle rughe, negli sguardi

guardano a terra

in cerca,

son cambiati i lampioni e le case

i bidoni della spazzatura

molte buche

molte discese per

molte rotonde

più silenzio la domenica alle 11

su e giù

giù e su

tutto cambia

ma tutto resta identico

alla prima sensazione

di vuoto calmo.

armarsi di pazienza

ed ascoltare.

c’è tutta la magia

nello sguardo.

tutto l’usuale

nelle mani.

figliolo

non basta mai
nella stanza vederlo gattonare
sfregando piccoli piedini
fasciati di calzini
non basta mai vederlo zompettare
maldestramente tra mobilio
senza periglio. ogni
pochi centimetri un rumore, un lamento
un urletto, un gorgoglio: mascalzoncello
occhi vispi
tenero come solo una volta
si può, rugiada.
e ancora non proprio intelligente
per non cancellare
il gesto eterno, nel maturo ripetitivo.

leggi e poi copia

ricordarsi d’aver vissuto
anche per gli altri.
nel dormiveglia celebrando
un desiderio per davvero.
dimenticarsi d’esistere, per se stessi.
elaborare il lutto
per non tremare come sassi.

perfettibili

pasticci e risvolti gioiosi
come i dada tetetebu dada del figlio
a tavola con la glossa. teorema è vivere
postille le azioni lineari o non.
fantasia al potere torna, ti prego.
non c’è vergogna nel ritorno, a volte.

volente o nolente

azzardarsi a non resistere e ottenere.
si campa talmente poco ed è tutta corsa
abbaglio. la prevenzione sarebbe obbligatoria
ma è evanescente. il trauma un’opzione aleatoria
invece costante. accidenti a te vita, che devo viverti!

pleniluni

in carni le carcerazioni
più o meno lievi
come starnuti, colpi di tosse
le marce strambe
dinoccolati sperperi
d’energie e sognanti fulmini.
le carte buone
che vengono soccorritori
come san bernardi in colori.
naturalmente tutto sognato, manipolato
digerito, consumato.
per sempre. per sempre.

immunodeficienza

ho preteso l’imprendibile
ed atteso l’indifendibile
ho creato ed urlato
ma la goccia non è caduta
il vaso colmo non s’è rovesciato:
quando chiedo mi domandano
quando rispondono non mi interrogano
è quest’amore per il non detto,
impenetrabili labbra sottili
come certe nubi nel terso cielo,
che tallona il furore traboccante
nell’esserci sulla terra mobile ed immobile
e allora che sia festa ancora una volta
che lo sia per non creare imbarazzo, l’anima voli
perché ad ogni costo si vuole esser immuni ai dolori.

ninna nanna

il bimbo che vuol dormire
è prolasso di sentimenti buoni:
s’arrotola, si srotola, ciuccia il ciuccio
lo perde, ride e piange
ritrova il ciuccio, gioisce, inveisce con facce di Bacon.
piccoli occhi chiusi d’ingegno perfetto.

doloranti saltimbanchi

se ne va impettito indispettito
il tempo spento
come al contrario
un avvento lento
degenere non genere:
venuti ci si chiede
per cosa? dove, perché?
eppur si muove!
e quando, assai duole
come un rosario sotto le suole
questo torrente di carne
fatto per disfarne.

religioso a singhiozzo

se questo dio ha parola
lassù uomo barbuto
su nuvole di panna
e sterco. se io
ho parola
in questo fango doloso
e guerrafondaio, senza salvezza.
se tu mi sopportassi
quale io sia
quale saró,
lontano
da ogni bene
da ogni male, io. son qui.

frangibili fraintendimenti

mancano i tempi finiti
a questa stagione ancora invernale

forse autunnale nei modi negli aneliti.
come l’uomo muovesse i primi passi
non da conquistatore, da studioso

dei suoni di volatili e cultore delle nubi
che disegnano e pregano sempre più forte.
l’uomo s’è così smarrito.