rammenti?

la parvenza
d’un essenza
nella scienza
con tutta coscienza:
religioni, culti bisunti
credenze immobili
tendenzialmente
fanno l’uomo incontinente
di fascinosa stupita
stupidità.

terrore

la mano uccide ancora
col molle codazzo
dei media rumorosi
claque di potentati incivili
i fucili sbranano
i coltelli scannano
le bombe bruciano
e sbrindellano.
quando si chiama
uomo non si basta:
pretende lo stesso
per tutto e tutti,
s’accanisce nell’uniforme
nell’ortodossia
nella legge d’un divino.
quante pecorelle
smarrite non pretendono
d’esserlo e quante perdute
occasioni
spengono il buono
che si crede.

liberi pensieri in libero status

il fracasso brusco del concerto
non c’è più da qualche minuto, pare un lustro.
il cielo atono, gli occhi funzionano
ugualmente e passano da un oggetto all’altro
senza finalità, nello spazio
nuotano, a sazietà. ho giurato,
ho giurato che più c′avrei pensato
ma le paure alla lunga
disinnescano propositi buoni
collidono, spargono spore.
come funghi che sotto gli alberi grandi
attendono muti, immoti. astuti.

così poco

quanto tempo
c’è tempo
chi ha tempo
non aspetti tempo
tempo al tempo
tempus fugit
tempo è denaro
il tempo scopre ogni cosa
tutto questo tempo
tra mani e sogni
cosa rimane
se non postille, note
appunti d’un animo quieto ed in.
cascata di tempo
misura che non esiste
illusione di un sistema
manovrato.
il tempo doma ogni cosa
buon tempo e mal tempo
non dura tutto il tempo
lunghe file di gente che attende
cosa e perché.
tempo al tempo
tu stai sull’attenti
lui mena terribili fendenti
ritrovarsi tutto sommato felice
tra innumerevoli
perdenti.

umanità insana e prodigiosa

prodigiosa vita e crescita:
rarità che ci solleva
all’oltre molecolare qualità
che ci completa
noi marchingegni inesatti
precisi quanto arrendevoli
perspicaci quanto arroganti.
e solari, come quelli splendidi
di Van Gogh
colorati gorgheggi di Prampolini
dioscuri come Casella, Rota
Castelnuovo-Tedesco, Palladio
Borromini, Wright
mortali e malsani
come dittatori, monarchi
vari balordi.
inventori e malati
ceffi brutti
creativi,
di carne e pensiero
sviluppi ed inviluppi.

vanitas vanitatum

nel chiuso del buio
hai imparato il silenzio
e delle cose l’anima pura.
ma pure lo sterile accumulo
l’illusione dell’ozio
come appartenenza alla mattanza.
nel rumore rammenti la produzione
l’odio dell’uomo sull’uomo
di tutti i poteri l’arroganza
e la caducità dell’ottenuto.
e che non esiste buio così buio
nemmeno arrendevole splendida
eterna luce. vanità, sì.

la mela

il mio mestiere è riparare cose
allora oggi è una giornata come tante
si tratta di usare le mani
col minore dispendio di energie
lo sa bene il mio cervello
e la mia fronte.
il segreto sarà forse
fare meno fatica
possibile
perché il tempo passa
e le soddisfazioni
non restano
oppure sono frutti appena caduti
dall’albero:
il contadino passa
vorrebbe raccoglierli
si guarda attorno
lui sa
lui comprende
ma il mercato ha le sue regole
ferree
ed insensate
così il frutto resta lì
a decomporsi.
ma il mercato è una roba
umana o meglio inumana
mentre la mela
non è come noi
alieni
fa parte del tutto
e nel tutto ritorna
e vince. e noi perdiamo.

ritardo

cresco in te continuamente
piano come sberleffo
di fresca luce riflesso
che non acceca ma disseta.
lentamente frange e tange
la distesa umorale, come sabbia.
scalzarti allora
sarà pena e tradimento
oppure menti ancora
come banale trattamento.

mistero

il mistero è nella cicala
nella sua corsa al massacro
nella muta fantastica
ch’abbandona lieve passato
sul tronco, stupefatta vita.
l’andante di Ludovico Van Beethoven
e ancora la notte insonne
ed il punto: di passaggio
come stelle.

nobiltà

nobiltà, lealtà, fiducia
che belle le parole
quando restano suono
senza ingombro, la sonorità
laica e dell’esperienza
l’imbrunire.
a bocca asciutta
con le mani intrecciate
ed il sapere che la corda
non è infinita.

rima rimedio

pantomima della rima
ti sono vicino e mimo:
con le mani occhi
piedi persino ti stimo
e schivo arrivo. accadesse
per caso questo estremo:
raddrizzerebbe anche il nuvolo cielo.

il mormorio dell`assenza

non a favore ma contro
contro offesa ed il solo istinto
e la fottuta megalomania
che l’ultimo dimentica.
ah, cuore e memoria
che ama l’uomo:
così ideologia cuoce
e idea assente
il mormorio resta.

dionisiaco

accondiscendente con la gente
ma anche fervente
ammiratore delle cose
che non si dicono
ma si compongono
si scrivono
s’alludono.
un tempo che fu
intransigente
faceva deflagrare gli spazi vuoti
spettacolarizzava gli accenti
demoliva gli accenni.
che il tempo passi così
per inerzia ma anche per violenza
è una regola non scritta
ma che sopravvive
alle generazioni
perdute
nel tempo.

boccioli e radici

la fioritura è un’idea
e un tratto, d’un tratto
un’apoteosi magica
e gloriosa, come sposa.
ma tace l’altare
come saltare e non venire
ma dirimere, irretire. è notte
gioiosa dei ricordi.

piccola mia

desiderio
panacea di tutti mali
ingorgo di tanti strali
desiderio ossequioso
demone misterioso
senz’indirizzo né nome.
scontroso delizioso onere
del’eroe astratto onore
e carne di parte,
non desiderare
che il proprio desiderio:
ecco il male
ed ecco il bene.

noia noiosa

un portento andare lento
idiosincrasie stizzite
col basso mento, come l’incudine
in questa putredine di consuetudine.
tra gusci d’umanità gioisci.
ammazzati di lavoro e gioisci
testa bassa, muori e gioisci.
gioisci.
gioisci.

tumulti estivi

non è un bel giorno
per mormorare e sottendere
è buon giorno
per inveire e rammentare
o viceversa o di traversa
come la mano birichina
nell’area avversa:
per amor proprio
per la famiglia
per il figlio di pochi mesi
che urla e piscia e conquista.
e per le idee sagge
le amorevoli attenzioni:
al sotteso ribaltone
ad ogni bella visione-
tuttavia sempre vigile
attenzione.