poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: agosto, 2016

*

tentenni e non rendi.
l’arroganza nell’immediato
paga ed assai. come il lucro
nel dopo non sarai presente.

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andare, camminare, lavorare e che sia poesia!

Pietro non ha il lavoro
è anni che è in cerca
in Italia tutti cantano in coro
quando hai cinquant’anni
nessuno più ti darà lavoro
che ce l’ha se lo tiene stretto stretto
anche con la lingua.
chi non l’ha, bè…
só cazzi suoi, è uno scansafatiche, un cerca rogne
è fuori dal ciclo produttivo, non serve più
così Pietro passa le sue giornate
tra casa e pub
ed un amico senza una gamba
perduta in un violento ed incredibile incidente
di periferia a motore.
il tempo s’è fermato per Pietro
che non guarda indietro, mai
ma davanti non vede
perché se non sei consumatore
cosa sei?
fascista non potrà essere
perché non è politicamente corretto
nemmeno comunista
che non gli piacciono i bambini
non è di centro
perché non sa da chi essere equidistante
è forse attendista, opportunista?
tutti siamo attendisti,
è colui che è in attesa, non sceglie un fronte perché è il fronte.
cosa attende?
quella svolta epocale
di cui parlano i libri
sottovoce alcuni liberi pensatori
di cui alcuni personaggi con le mani callose e sporche
in via di estinzione
dipingono certi strambi sogni
visioni d’uomini evoluti
fantasie che demoralizzano
anche il più tosto piccolo bastardo dei sognatori incalliti.
l’uomo è purtroppo un immondezzaio sciocco
che trascina nel baratro
pure la sua ombra di paradiso.
e se le idee anche son buone
sta pur certo l’umanità
viene a mancare.

sperequazione

la felicità un caso
effetto della noia
dell’incorporeo, del carnale
esitante non noto.
quando un entusiasmo
s’inerpica e striscia eccitato.
quando un’onda calda
destino ammaestra
e cresce come vela maestra.
come edera. come strofa e santità.
e non perdona
sonnolenza
usuale, non detto
che s’ingorda
e mastica e sputa ed impartisce
ed inonda la semplicità
di ricrescita eccitata, franca.
un caso la felicità.

patapammm!!!

ed il grillo
prende il posto del frinire
e per non finire
s’accende la notte
di tutto il sentire
che le orecchie concentrano
ma dissolvono anche.
un volto, una carezza novella
sembrano sempre
lo stesso, quella
dell’altro, meno se stessa.

*

  (a A.)

sei così impaziente
la mitezza non ti si addice
e scopri presto la consunzione
perché il continuo paragone
rende infelice possessore.

diabaram (da “Padre e figlio”*)

notte nel rumore sordo lontano
ombroso del concerto pop o rock o nulla di niente,
cielo stellato caldo sopra
dentro nessuna morale
la televisione accesa
ma il cervello spento,
è imbarazzante. Diabaram
di Sakamoto e N’Dour
cesella l’indicibile
e s’illumina il buio
non di luce di lampione led
-nuovi, appena installati
dai politici
illuminati-
ma di terrena sacralità
atea, operaia. quanto cuore immane
nelle frasi più piccine:
l’insignificante
farà vivere ancora
e di più dirò:
ci farà
sopravvivere
un minuto ancora
sol ciò che serve, appunto.
.
.
.
.
*regia di Pasquale Pozzessere

cambiamento eccitante

canta il grillo
la cicala s’è fatta da parte
cala la frescura
l’aria già pura.
canto lieve
delicato, soave
senza l’aspro
delle zampe, odorato adorante.
l’inversione è eccitante
come un desiderio lievitante
come un pane naturale
farina, acqua
passioni tante
come il natante
nel latte del lattante.
scorcio d’autunno
ombra, delizia di penombra
come cambia la vita
da un momento all’altro
si riscrive tutto
come guardare attraverso
la lente, osservare l’occidente
pieno zeppo d’accidente d’oriente.
con la mente ora
che non mente
già s’approfitta
dell’umido mite
l’estate precipita
s’inviluppa nella vite
sguazza lieto il corpo mio
come se fosse dio.

*

t’ho annotata
t’ho trascritta
maledetta…
come forma ultima
incetta di sostanza
idea
sogno
lampo
contrassegno.
tra le tante scelte
sei stata
quel non so che
tra le non poche noie
miracolo sfuggente
riaffiorata
anfora
anticata
mai delicata.
avanzando
molto più
di tutte quelle
sporche
promesse
promesse mai mantenute
che io poi
non avrei potuto.

…senza titolo…

canicola insistente
a scacciarti dai pensieri tento
ma non dai miei vestiti pare
spugne di umori, di sali sapori.
innocente e diffidente felino
mi squadra come architetto
colla sua nuova creatura di strada
non c’è miagolio, zampata accennata
l’energia è assieme alla mia:
se ne va dalla terra col sole potente
violenta dimostrazione.

temerarietà

battaglia nell’aria
nel tentativo di sonno
del bambino
nel fuoco dei muri
ancor vivo.
e la mutevole accoglienza
dei corpi, quelli accettati
quelli sconosciuti, quelli belli
quelli abbruttiti.
come punteggiatura
in sincope: errore e accento
pulsione ed accenno.

depensamento

non ho mai capito
abbastanza:
e le sfumature, i riflessi
le statistiche, le casistiche.
e c’è il caso
e la paura:
tutto concorre all’oscurità
ma c’è l’adeguato pensiero
la scelta, in agguato al boato, in librato.
tutti gli aspetti
fanno una realtà sola.

immuni

l’incorporeo esitare
dell’atto sfrondato
dal caso e dal fato
che fato non sussiste
tutto è cerebrale ed affetto
tutto causa ed effetto
confezione d’un bel confetto
che pure assomiglia
ad alcun concetto:
magico sfatare
dei luoghi comuni
di cui vorremmo
esser immuni.

involuti delatori

a singhiozzo il paradosso

ci salta addosso: vivi, vitali

ma inani, piccini come nani

nei social così immani!

ruggendo semina terrore

ma è soltanto privo di comunione

povero pagliaccio nell’impaccio!

di lemmi stropiccio involuto impiccio

grande rumore di conigli senza cuore.

la memoria dell`insetto

come si spiega
la parabola strana
della cicala?
canterina
rumorosa
sin dalla prima
mattina
se ne è stata
sotto la terra
per anni
senza danni
come a dormire.
eppoi brillante
in superficie
a frinire
come andrà poi
a finire?
l’epilogo della storia
è già della vita memoria
ed ahimé annoia:
la solita storia.

ansietà

canta la cicala
l’aereo ci passa sopra
le altezze siderali
non ci si addicono
mai, nemmeno
nella letteratura.
il rasoterra è meglio
ci calza a pennello
come una rasatura
cementizia
un seme nel cotone
confetto di un effetto
che si potrà vedere più
in là. sedurre
e non esserne
all’altezza
vera certezza.

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