poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: maggio, 2017

bambini al parco

spensierati giocano i bambini
al parco. nessuno di loro sa
della poesia, del lavoro, delle donne, della vecchiaia.
non sanno ma tutto nel loro palmo sta
come la lunga nota, vibrante dello strumento:
la gioventù possiede questo bordone
luminoso, come lieta festa.
e nemmeno il temporale scalfisce il fuoco
d’un geyser sorto appena.

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sterile calcolo

con un gioco di luci
termina questo verso
corolla di luminoso
celeste, prepotente un’azione
è già stinta, ma
non come quello:
resta parola, nel tempo
maestro, nell’immemore
quando, nel non si sa
dove, in un perché
basito e quesito: l’alunno scala
tenta, progetta e fallisce.
ogni giorno è una altare
al compimeno, che esce?
esce la promessa
la gioia della festa
la felicità concessa.
tocca poi alla sponda
fare meglio al rimbalzo
dello sterile calcolo.

polvere alla polvere

tornerai polvere, ma non sarà
comoda parabola: ti negheranno
di cassarti tenteranno, ti scherniranno.
la facilità dei libri, delle teorie
remote saranno, fantasiose
come alcuni risvegli nel sonno
pur senza dormire profondo. nell’affitto
nel lavoro, nella concessione del tempo
sarà un vorticoso momento,
un avanzare di scatti, una sincope
singulto. e anche l’accecante freddezza
del sole agostano, quel silenzio d’interni
nelle strade accecate
che di rumorosi balbettano assenti.
non ti farai tante domande
tirerai diritto a tutta forza
con la tua portentosa cazzatura lesta
meraviglioso mare, vigoroso in tempesta.

la scala solare

ama la semplicità
fatti elementare
come poesia, cheta acqua.
trabocco molecolare
stanza monolocale.
open space di gioioso
solare. fatti semplice
e naturale (quanto può
l’uomo che lavora, famiglia
crea e tempo celere cancella).

non mi credo capace

non mi credo capace
e alla luna non sospiro.
figlio del tempo mio
sotto tono e sotto vuoto
come l’esalazione
gassosa nello stomaco lesionato.
non mi credo neppure
non mi specchio e spero:
spero nella luce migliore
in un angolo che non sia superfluo
illuso. incapace e freddo
come titanio
a far la storia, scriverla.

la forza

quando ti guardo giovane fanciulla
scopro la forza dei tuoi vent’anni
e non posso che invidiare. temo
che miei doppi (paion tripli)
sian già affaticati e schivi.
come doppio aver vissuto
d’un riassunto l’impressione.
scorger maree e poi forti ritirate
come l’elastico, annullandosi
non per vizio, non per gioco, non per scopo
per giocoforza della biologia in loco.

vola alto

naturalezza del vento di marzo
nel volo bizzarro del pettirosso
schivo e lesto. le mie casette di legno
legate al ramo ripudia ancora
non mi crede di cuore:
alto alto vola sul mio desiderio.

idee

come caramelle vecchie
nel cassetto s’abbandonano
non quagliano le idee.
altre volte già son
pratica ed avvenimento
nemmeno traspirano
dal modulato fiato.
fraintenderle
nella routine, nella noia
nel viso deformato
dell’ubriaco pagliaccio
non mi conosco abbastanza
senza buone idee: non so
da dove vengono, dove vanno.
se le idee non respirano
non hanno direzione, macerano:
in un cristallino senza profondità opacizzano.

il potere logora

impauriti i colleghi guardinghi
sfiorano le pareti della fabbrica, silenti.
passa il capo con jeans, camicia
e i scarp del tennis. un capo illuminato
che la voce non l’alza mai. eppure
son tutti timorati, come nel religioso silenzio
spiani, sussurrano, implorano. non preoccupatevi:
l’universale giudizio
vi preserverà
certamente
dallo scuoio
dalla presa
per i testicoli
e dalle fiamme eterne.
chi perde il lavoro poi
se può mangiare un rosso fiore, un’idea,
nel tempo protratta
tenderà alla felicità maggiore.

cancro

gli ultimi anni ogni santa mattina
mio padre cucinava uova al tegamino
colazione proteica
che il suo stomaco sfatto
poi non assimilava, ma tant’è.
l’odore dell’olio
dell’albume appena bruciacchiato
che s’arricciava in un ricamo barocco
d’una tenda salottiera
poi c’erano i rumori
della padella, i piatti e le posate.
era la guerra momento dopo momento
contro il cancro:
poche armi convenzionali
molto coraggio
contro tutto l’umano e l’inesplicabile
e su tutto la spietata statistica.

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