"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: settembre, 2017

poesia popolare

per forza banale
la poesia popolare
non so come
scherzarne nella bagarre
dell’istante, non so
se conviene esser
crudele: della semplicità
non se ne fa una fiera
perchè il timido e schivo
vuol apparire ciò
che non è: colto e loquace
anche quando tace.
il verso è così sbagliato
un senso unico arretrato
come un risultato
che non s’è bastato.
è la meraviglia straripante
dell’arte: acculturati
senza i dati. abbeverati
senza liquidi. pìngui
senza lipìdi.

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dopo la morte

quando morirai
avrai fatto tutto
quel che c’era già di fatto
ma non te ne sarai subito
accorto perchè l’impegno
è sforzo, è manualità
ed il saper fare non è mai pagato
adeguatamente.
ci sono i padroni anche
sulle stelle.

utopistico manieristico

naturalmente l’uomo
possiede tutti gli strumenti
scientifici per andare
baldanzoso contro natura
la sua paura di preda vincere
e non morirne: il sismografo
l’anemometro, il martello
non solo quello: l’incudine
il cacciavite, ma sempre
quell’improvviso tremendo
dolore d’appendicite
per ricordargli puntuale
che il sogno da solo non basta
bisogna stringer i pugni
lottando imprecando masticando
ululando: la tecnica crea l’utopia nuova
già goffa e zoppa ideologia
ma il dubbio non risolve.

sangue del tuo sangue

ideata e concepita la creaturina
nell’attimo pianificato
d’una luce infinita
fil di fresco anela
sul pavimento sciogliendosi di pezza
con orso, osserva imbambolata
la tivi, nulla sente
una cera che non sa niente
non vuole. la studio
discreto con amore, son padre
la sua furia devo controllare
nei suoi occhietti m’incanto
vispi, attoniti e profondi
come la vita tutta
e qualcosa di più, inspiegabile:
quanta potenza in un seguito
di carne assorbente viva palpitante
quanta poesia non di parole.

malcacati

passa tanto tempo
nel tormento:
tormento dei piccoli
bollette e lavoro
tormento dei grandi
confini guerre danari.
il tempo è nave
con scafo violento
come rompighiaccio
abbandona il viaggiatore
all’addiaccio, se ne compiace
con la trascuratezza dell’irrilevanza.

arredatore d’interni

d’amore si muore
come se mancasse
quel bacio, lì in fondo
ad arredare e solo ci fosse
un enorme disimpegno.
l’architetto manca spesso
d’arredamento.

dalla finestra

qui sto con la finestra
spalancata, caldo infernale
gli occhi fissi a puntare.
attendo il ritorno tuo
che poi oggi non è la prima
volta che i ruoli
scambiamo:
gira che ti rigira
trotta e riversa
aumentando e dimunuendo
si torna al punto
che di nuovo é partenza.
sfacciata nostra
assente presenza.

ti vorrei

tutto per me ti vorrei
da qui ai Pirenei
ma non sopporto la domenica
la voce tua, modalità, toni:
riassunto di coabitazione
costrizione ed abusi
di sentimento
ti desidero
come idea
si brama e nell’ideale
tingere pennello dell’astratto
comunione di mondi creando.
non facile
sentirsi vicini
se si è in fondo
estranei, convessi due;
e manco a dirlo
riflessi pure. genuflessi.

la rima

pierluigi dice
che la rima mi piace
ed io la uso certo e assai
perchè celere
mi faccio capire
senza troppo dire:
intendo che alla lettura
il mento va su e giù
come il pensiero in altura.
par così della vita
non aver più quell’orrida
raggelante paura.

*

baro comunque destino
se c’è veramente cammino
e tutto strascico
anticamera, preludio
del dietro le quinte: avanti
avanti dicono  mestieranti
politici preti,
vip ideologi meteorologi:
il sol dell’avvenire
è nelle vostre menti
un poco dormienti
(ultimi e primi giovani son sempre)
bugie, dietrologie
d’una società feroce, capitale
che fa male.

io sono cresciuto in periferia

io sono cresciuto in periferia
la periferia dei giardinetti spelacchiati e bruciati d’agosto
dei bar cinesi coi pachistani baffuti seduti a fumare
e le pantofole di pelle
che ricordano da dove sono venuti
e non hanno capito un cazzo del paese che li ospita
dei negozi cinesi tutto a un euro
dei massaggi lomantici e plostatici cinesi
delle troie nei condomini bene
delle trans che chiudono le tapparelle
e fanno finta d’essere donne intelligenti e premurose e comprensive
delle luci sfarfallanti al neon
degli odi latenti che esplodono la domenica con la partita di pallone
dei movimenti anarchici spuntati e di quelli proletari stanchi
del siamo tutti colletti bianchi a 600 euro al mese
però ci sono ampi margini di miglioramento
delle domeniche agostane tutte vuote e malinconiche ma c’è una crisi!
delle serate miti autunnali di barbabietola dolce
del natale con tutte le lucine colorate, i negozi sfavillanti e fuorvianti
i babbi che salgono dalla finestra come ladruncoli
delle befane e tanto carbone perchè siamo cattivi cattivi spietati inermi indifferenti
di quelli che non vedono non sentono non parlano
non capiscono non fanno non vogliono non votano
la periferia dei rombi lontani, del curry che si mischia col gas di scarico ed il bucato fresco
dei portici pisciati e scrostati
dei parcheggi strapieni
dei ricordi tra le vie invase dalle auto
dei vecchi che camminano soli col cane
dei vecchi che non si ricordano più la strada
per tornarsene a casa
dei bimbi buoni nei cortili degli asili
che ti vedono passare e ti mandano affanculo allegramente
la periferia delle luci neutre e fredde, dei progressisti che non hanno mai faticato
della street art, dei topi che scrutano l’uomo affamati
delle persone depresse col mutuo
che si gettano dalla finestra, del volontariato, del mutuo soccorso, del tollerabile
delle macchine dei carabinieri che si fanno un giro
da un bar all’altro, delle blatte saettanti che conquistano le cucine
dei marciapiedi sfatti con voragini e pericolanti
dei palazzoni tutti uguali, le cantine e sotterranei inesplorati
della gente che non saluta, del vicinato che origlia e spia e nega
che esce dal garage
ed un attimo dopo non sai più dove
è finita e la prossima volta sarà uguale o peggio o nulla
dei supermercati in ogni angolo
tutto in vendita tutto scontato
ma guai se c’e una libreria
dei centri sociali sempre in guerra sempre okkupati
dei capannoni sfitti e sgombri
dopo un ventennio di crisi senza sbocco
della festa di quelli che brandivano falce e martello
ed ora fanno i finocchi col culo degli altri
la periferia delle puttane colorate, sagge, salvatrici di matrimoni
dei marchettari del sesso svilito venduto battuto fantasmi del gigolò
dello ius soli eppoi chi minchia li mantiene
che noi c’abbiamo le pezze al culo
delle urla a mezzanotte e del vomito delle sbornie
dei papponi sulla jaguar
degli stupri, degli scippi
degli spacciatori che aspettano guardinghi nei bar
delle sirene stonate, dei musulmani barbuti che assomigliano tanto a quelli visti in tv
la periferia povera, multietnica razzista e non
dei cani bastardi che abbaiano inascoltati
la periferia dei rumeni che consegnano i pacchi
e fanno il barbecue la domenica, dei kebab, delle pizze egiziane
delle zigane che ti leggono la mano e ti rubano il portafogli
degli africani che ti chiedono un euro col cappello della Nike
e di quelli che vendono le borse alla moda vicino ai centri commerciali
del matto del quartiere che si è spiaccicato col motorino su una auto parcheggiata
la periferia aspra mendicata svenduta depredata sottovalutata
io vivo ancora qui
e non saprei dove altro andare
perchè sono ancora quel bambino coi sogni
in bicicletta energico pieno di cose buone libero
e le ginocchia sbucciate.

la fine è la fine

la chimica crea speranza
spergiurano i grandi santoni
della fattanza con camice bianco
ed aria da superbi creatori,
la dea è bendata
non ti ha mai trovata
così si muore nei corridoi
dell’ospedale o più fortunosamente
nella propria casa, polvere si diventa troppo presto
in un vaso discreto tra un dizionario
un orologio da taschino
un’idea di destino meschino.

deserta

deserta è la città, a tratti
il cuore mio. il silenzio
dei tigli, un tordo caduto
dal nido. già, come i tordi:
a terra, in attesa del salvatore.

*

quando in cielo non c’è, allora
il sole si carica d’emozione:
tornerà quel giorno, quel tepore.
nemmeno possono restare fredde
le ore: quanto luminosa
sulla terra la promessa radiosa
anche nell’inverno che viene.

rosso tramonto

presto vien la sera
gli operai ultimi rimasti
a casa ritornano
la casa che non è loro
forse un giorno lo sarà
la casa dei sogni
ma quali sogni?
al prezzo di mercato
i soldi son rimasti
miraggio dell’unica libertà
superstite. macerie
del proletario
macerie dell’intellettuale.

*

vidi mio padre seccarsi, ingiallire
immobile. altre cose non posso dire
se non che tutti, proprio tutti
dobbiamo soffrire, poi morire.

alba e tramonto

viene il tramonto
coi suoi silenzi
che in città non sono.
poi alba, che quei rumori
nel consumo addormenta.

le stagioni

irragionevole spiegare le stagioni
a chi non le ha. come un adagio
di Bach privi d’udito, fantasia.
il ciclico approssimarsi rincuora.

silenzio di settembre

sicuro di non essere
sicuro, ho il giusto viso
per smarrirmi nel tempo
e non rischiare d’incontrarti

marmorea sicurezza, dittatore
stanco, millesimato: ho il sudore
dei poveri sulla fronte, annuisco:
non per ignoranza, perché assecondo

vorrei sopravvivere e vincere
nell’allungo. sono solo e silenzioso:
bazzico la periferia sporca e brutta.
nessuno ama la bruttezza ed il cemento nudo

chi potrebbe? se non un operaio
o un barbone che non sanno
che c’è più in alto, oltre lo sguardo
del fruttivendolo indiano

oltre la malinconia, le ringhiere, i parcheggi
vuoti, i pasti furtivi dei gatti nei cortili.
quanta esistenza negli spazi immobili
tutta la quiete in un pomeriggio di settembre

tutta la mia atea attenzione nello squarcio di caldo cielo.

artigiana esistenza

essere operaio non voglio
il poeta voglio fare
andare in giro senza meta
come la stella cometa

spinta da regole oscure
da sintassi auree e pretendo
le mie, rallegrarmi, intristirmi
non a comando: per me voglio

tutta mia, della vita, la malattia.

ululato per amare

ora per farmi capire
che vicino mi vuole, ulula:
fa il piccolo lupo
che alla spicciolata il padre
vuol imitare: è il semplice
amare.

illusions

ad un certo punto
morirò
lasciando questa terra
per un nulla:
non c’è di peggio che sperare
che le cose sia migliori
non qui
mentre mangi, caghi
viaggi, scommetti, pisci
ridi, passi il filo interdentale.
prima di me e dopo
altri
come soldatini in una guerra
senza buoni e catttivi
senza capitano e generale
senza se senza ma.
si sarebbe potuto fare meglio
si o no
sarebbe stato meglio se:
le condizioni condizionano
traslano, si incollano
alle scarpe
come gomme da masticare
ed allora la camminata s`inceppa
i nodi vengono al pettine
il tempo non è mai
bastato
a nessuno
che sia rimasto vivo.

ammantati d’oscurità

l’odio, la rabbia si espandono
come elio, leggeri storpiano la voce
da grave ad acuto: l’angolo si restringe
così la gola, la bocca dello stomaco
i nervi captano, come corde di violino
stridono, suonano dissonanti, cromatici
deformi, nani cattivi. è dentro ad ognuno:
tutto viene fuori al momento opportuno
quando la mente è incapace e non calcola.
uomo delle caverne che non conosci pietà.

t’insegno un trucco

quando l’amore sviene
in circostanza ed abitudine
allora nasce la ruzzola
la ruggine s’inviluppa:
con la giusta tempistica
si mettono mattoni
anche dove ci sono burroni.
e via dicendo, si può
persino costruire
dopo anni di dire.

la sveglia

l’umanità del mattino
si mette lenta in moto
come un vecchio Landini
in un quadro di un macchiaiolo qualsiasi
le auto accese, i bambini giocattolo
adulti che se ne infischiano del rumore
dell’ora: urlano e premono l’acceleratore
sono inconsapevoli: non sanno
che più veloci vanno
più forte andranno a sbattere.
non rimane che uno schiamazzo
le malsane esalazioni
della combustione del motore
ed una stupida canzone pop alla radio.

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