"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: ottobre, 2017

le origini

irrompe
enorme
la voglia
d’orme,
orme di padri
che han perso
armi e bagagli.
la sera allora
declina al fatto
dopo il desiderio
si stende
in ricordi
e manufatti.
in sirene
e percorsi.
silenzi
assensi
di sensi.

Annunci

ironia anfibia

chiedo asilo
ad un cielo non mio
mandante di buono
nido.
la parte mai
dell’amante scomodo
segreto, secretato:
il meglio mio
è nella difficoltà
a vista,
eppoi se non vi fosse
la magagna
non riceverei
mai rose rosse-
senza le percosse.
lontano lontano
prendo questa velocità,
pesante plano
come un volano
semplice, alla mano.

la farsa

quasi un giorno
per un non ritorno
arrivando dai passi falsi
dove poi per gioco e religione
ripassi e ripassi
senza perchè, i come, i farsi-
tondo il giro
districarsi e ristrovarsi, disfarsi
l’avverarsi; protagonista sei
e sei sfondo.

naturalmente trascorso

naturalmente tutto il tempo
nelle dita trapassa, in mezzo
ai silenziosi uccelli autunnali
alle caverne infinite delle talpe
che dolci il paesaggio torniscono
domenicale quieto e schivo
con la leggerissima nebbiolina
che al mattino è stata glassa brina.

un momento per non scrivere

sempre voglia d’esporti
non avrai, stendere
panni sporchi, ossa
dei morti. di mostrare
debole lato, la gioia fessa.
non avrai sempre la tensione
nel filo, l’ispirazione giusta
l’equilibrio, l’incazzatura:
non è sempre tutto gioco
non è tutto documentabile
decifrabile ed armonico.
a volte vorrai, afferrando
le labbra, serrandole con forza
dittatoriale, il silenzio profondo
del tempo che fugge
testimoni non lascia, mai.
la timidezza recondita dominerai
solo con te stesso
come sei sempre stato
a dispetto di tutto, del letto
nei sogni migliori
nel lutto del padre
che prima di scomparire
t’ha fatto segno concreto: continua

su, ora continua tu, avanti.

pene penali

evasiva col tuo viso
abbastanza da sgusciare
e non tornare. invasiva
con le parole tue, accenti
impertinenti, foto d’annali.
scoscesa via
ch’assieme ci porta via
nell’abbraccio che come afflato
non lasco ma teso laccio
stretti stretti ci tiene
io e te, tu ed io
eccitati finché dura
braci vive ed accese
lontani quanto basta dalle pene
che rendono il godere così breve.

meccanicismi

molto cerchiamo
nella sottrazione continua
fra simili e vi puntiamo
qualità resistenti
alle pubbliche, quanto talune
ostili utilità.
nel manierismo acquisito
alla luce dei sensi tutti
operanti, confrontati e operati
nell’esser terzo
come battimento
di violino scordato,
che è stessa intelligenza
con due teste
che è stesso corpo
di fusione
sotto riflettori d’amore,
gemellaggio d’occasione
e derisione
o più semplicemente
amicizia o senso comune
d’esistenza. in fondo
comunque singolare.

mutua

lo sguardo traslato
scosse di lato
i capelli mossi
tu fissa
senza scopi
che non imbizzarrirmi
come cialtrone qualunque
nella stanza del bottone
quello della giacca marrone
appoggiata sul tuo stendipanni,
io e te stesi a far felicità o danni
per due, come differenti gemelli,
inquilini, fratelli
già da anni
amorevoli corpi
in equilibrio sugli stendini
stanno al sole
per scurirsi di comunione.

nuovo giorno a braccia conserte

il giorno è lungo come le sue 24 ore
il tempo non è più l’inganno della produzione
non ha il fiato corto della frenesia
della macchina, della meccanica
claustrofobica serialità dinamica. soffia il vento
settembrino e la serenità del primo
pomeriggio è un premio piccino come i brusii
dei vicini al sicuro, con l’assegno della pensione
puntuale, il dialetto pacato, il pranzo che si fredda, il cane
che importuna l’uscio legnoso della cucina. allora
l’uomo si fa alcune domande senza risposte
dialogando col frigorifero e le posate fredde
non stancandosi mai della leggera brezza e degli schiamazzi
dei bimbi, tutto il resto che conta ed è un pò di più
o un pò di meno. si basta. origlia, appoggiato al muro secco
concedetegli l’appartenenza ai mattoni ed all’intonaco
non è né stremato né affranto, ha solo
tutto questo tempo per sé
per il sole, il cielo, il vestito buono
la domenica di tutti i giorni. tutto il tempo
per non fare niente.

serate che indietreggiano

petrolio la sera
s’esce dalla fabbrica
con un pugno di mosche
l’amaro in bocca
si mangia qualcosa
carboidrati a iosa
tu te ne vai in palestra
io davanti alla finestra
tornerai in autobus
forse senza scuse
con delle accuse
stanca ed usurata al ritorno
incontrerai puttane nigeriane
sboccate urlanti arroganti
che divorano pizze sui sedili
marchiati d’olio, sugo di pomodoro
tunisini marocchini
pachistani cinesi
filippini bengalesi
rumeni albanesi
sentirai cose strane
ma avrai gli auricolari
siamo tutti uguali
al cospetto di dio
ma non so se a questo penserai
nella città come offesa
che più non t’appartiene.

riverberi proverbiali

rossa è la sera
bel tempo si spera
la luna è nel pozzo
il gatto nel sacco
non ci sono litiganti
si gode e basta
mi diverto assai
indietro non si torna
così m’han detto:
mai metter il cappello
sul letto.

ascensore ingannatore

s’inganna il tempo ingannatore
con la sferza, con l’onore.
un secondo, flash d’un momento
dentro il proprio tormento
d’intelligente animale
approssimativo, diseguale.
s’inganna col dolore e la passione
eppoi nell’ascensore: salendo
spesso discendendo, col tormento.
l’apprensione dell’avvenire migliore.

amati

gli operai escono dai capannoni bui
e vanno nei bar
dopo otto ore non c’è tempo
per la famiglia
gli occhi hanno orecchie
gli stomaci hanno il pelo
possono buttare giù tutto
non si accorgeranno dell’orologio
che ha perduto le lancette
le ore i minuti gli anni i secoli
c’abbiamo messo così tanto
per sentirci amati
e non ce ne siamo neppure accorti.

la notte più buia del nero petrolio

notte insonne
la luna alta testimone silente
luminosa ma fredda
notte col paraocchi
per non vedere il dolore
del mondo, una notte
più buia del buio nero
la notte quieta che amo
consolare con il vinile 33 giri
la musica di William Schuman
s’agita nella fuga sapiente
che compositore, perlopiù sconosciuto
può la bellezza rintuzzare
la brutalità e lo scempio?
certo che no
è una battaglia persa
perciò vale tutta la pena
nell’affrontarla
anche se da perdenti sciocchi
so d’essere uno dei tanti.

artevita

quanta luce resta occulta
quanto viceversa buio
dai nostri occhi emaniamo
dalle bocche fradicie di fiele
l’umanità non è arte e al contrario
i più marci e gretti compongono
sublimi sinfonie, creano angeliche
perorazioni, è luminosa bramata
redenzione, tuttavia nessuno si salva:
l’arte la puoi anche metter da parte, vita no
alla fine devi per forza farne farse.

principia l’estate

eruzione delle cicale
voglia d’andarsene
dell’avvertir la movida.
vengono lente lente
nuvole, nel bicchiere
si sciolgono, minuta serra
ferma, pensierosa:
tutto fuori si raccoglie
nel vento mai violento:
principia l’estate
senza sgomento
e senza argomento.

marmo

quel che marmo
ha del racconto
la carne é oltre:
vilipesa, consunta
secca, disidratata
rugosa e pelosa
carne che vivi
irrorata e sangue
che pompa:
nell’acquitrino
l’anima affonda
che il marmo infinito
eterna, bianco candore
che nulla sa del sudore.

la pendenza quell’accecante luce

lo so, vai cercando il mistero
l’aria esile delle altezze
quelle cime invitanti
ma invivibili. e tutti i segni
lasciati terminare come polvere
lungo il viaggio, non sono
che il corpo tuo, vanno rassegnate
addormentandosi un poco a riposare.
vai cercando tempeste
del sangue vivo partecipe, vitale
protagonista inguaribile
e su prati fioriti finestre
d’una serena visione inestinguibile:
vedi, questi sobbalzi
strapazzi d’estremi insanabili
sono la vita che s’impara loquace
ti scuote d’ammanchi, ti grava di pesi
ti monta di carichi e avvitanti
picchi svettanti. quell’innevate cime
da dove la gioia rischiara scivolando
non ti giudica, t’illumina, brilla vampa
e la pendenza quell’accecante luce.

*

spaventati a tentoni
uomini col lume
della ragione
di qua dal bancone.
di là chi c’è, chi serve?
chi c’ascolta, chi ci consola?
ci comprende o c’asseconda?
ancora non comprendo
il dilemma del mondo
nemmeno se sulla scrivania
ho il mappamondo.

macello

ti vedevo sul letto
emaciata, ai miei occhi
non credevo, quegli attimi
che paion schizzi d’un bozzetto
ma son eterni, fossi una sagoma di cartone
pensavo, appoggiata lì senza motivo
perchè ci mette alla prova il tempo come il vento
le foglie secche. ricordo le nodose nocche tue
con sgomento, violacee, vene in rilievo
come scarichi cavi elettrici filacciosi
sol disegnavano, senza irrorare, fioca luce.
per stanchezza il corpo si sfalda
inedia, pure incredibilmente
per inerzia rotolante, dei grandi romanzi
le parole si sgonfiano in racconti eppoi
singole frasi e finanche balbuzie, sgrammaticati,
cessione del quinto e oltre, della memoria
siam tutti così unanimemente sottostimati,
sul legno del macello frollati costati.

la sintesi spezza

accostato l’orecchio che hai sentito?
avvicinato l’occhio che hai visto?
tesa tutta una postura
come acciaio armonico
hai creduto di toccare
nemmeno hai sfiorato
illuso immoral mortale.

il tempo della gente

il tempo fetente non lascia niente
come smalto coprente
dimentica la gente: la brandisce,
la coccola, la vessa come nella tempesta
restano ossa ed iridi di pace e guerra
scolorite testimoni. stiamo sulle scale
tu a dar colore, densa rossa cera
dietro io con un libro in mano
guardando il tuo danzante deretano
parliamo del meno, parliamo del più
il tempo passa, non torna
a meno che tu non pretenda di più.
io non ho tutte le risposte
anche se sembra il contrario
col libro in mano. la verità
come sempre sta ad un palmo dal naso
sol che non ce ne accorgiamo.

amor gaudio

s’arrovella il fardello
l’amore è anche quello
please: nome e modello
uno qualunque rispondo
importante é il fenomeno
che torce le budella
ti mette le farfalle nello stomaco
ti rifà la casa, l’intonaco.
e tutti i sospiri del cor
avanzano pretese
della vita le magagne
magicamente verran
sospese, parzialmente arrese.

quando m’annoio

quando m’annoio
scrivo. spesso m’annoio,
buttate lì due tre cose
indifferente e testardo
insensibile alle mode
bastardo contrario.
a chi giova se non a me
e a qualche altro svergognato
che ha invertito
gli effetti con le cause
magari pure lui
s’annoia
rivendica quei quindici minuti di celebrità
invidia la spudoratezza
lo spirito naif
e altro
che per pudore non riporto.
ah, sono molto discreto
e schivo
scrivo di nulla
tutte le parole non servono
se non le apprezzate,
che lo sappiate.

trasloco artefatto

ciel sereno, lontana mitezza.
sbuffare, affannarsi, perdita reale
l’innocenza di frivoli pensieri
fanciulli. ahimè, il passo divien senile.

aforistico illuministico

dal buco ti scruto
son caduco
come il bruco
che poi sarà
fantasia al potere:
la farfalla volerà
con gran piacere.

come sta?

il paese non sta tanto bene
i giovani che studiano
se ne vanno, non tornano:
gustano la civiltà ed un buon
stipendio, cosa vogliono di più
se non su tutto quello:
farsi apprezzare, contare
l’indispensabile minimo
per non cadere nell’oblio
del tempo, che del talento
ne vede sino allo svenimento
ma anche dell’oblio lo svilimento
errando nel buio del non senso.

amore e critica

i poeti post-montaliani
sono poeti narratori
delle piccole cose
dell’intimo minuto
dello scrutare infecondo.
ma tante piccole cose
fanno grande la vita
e non ce lo devono dire
certi critici e amici dei critici
e parenti dei critici
perchè sia vero:
una piccola tavola
un pranzo piccolo
un fiorellino
un bacetto
una casina
una macchinetta
un grande amore.

stati uniti d’europa

l’europa si muove
prima sei democratico
poi sei dittatore
paladino dei diritti
poi manganellatore.
così il continente non va più bene
bisogna smembrarlo
per meglio incatenarlo
si bypassano i governi
si nutrono di mercato i servi
come si fa d’oca il patè.
gli stati nazionali
si vogliono balcanizzati
della storia espropriati.
siam cittadini
ben ammaestrati.

la dieta ferrea del poeta, ovvio

il poeta non è più tra noi
che grande poeta
passata a scrivere tutta una vita
vivendo nel sottobosco
nel silenzio degli addetti
dei concorsetti, nelle consorterie
degli amichetti, quanto puoi
esser vivo quando lo sei
con somma discrezione
ai lati delle nicchie
nella polvere delle soffitte
ma quando sei morto, già
sei il più straordinario animale:
sei sommo immortale.

la fortuna

ore in laboratorio
ce ne stavamo
un semplice, scarno
invisibile garage di periferia in realtà
ma l’impero dei sensi
l’acutizzarsi dell’intelligenza
e della manualità per noi due
di generazioni differenti
sangue dello stesso.
ore veloci
non parevano di 60 minuti
ma pochi atti svelti, decisi, pennellate
sguardi complici di comunione
costruivamo oggetti
per ascoltarci la musica
di Vivaldi Mozart Verdi Mahler in salotto
una scusa pure per stare assieme
come se sapessimo in anticipo
che di tempo per noi due
non ce ne sarebbe stato tanto ancora
come in altre famiglie
più fortunate.
ecco, la fortuna
è una di quelle cose
che proprio non riesco
a spiegarmi: come il vento
viene e va. quando va
sono cazzi amari.

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