le origini

irrompe
enorme
la voglia
d’orme,
orme di padri
che han perso
armi e bagagli.
la sera allora
declina al fatto
dopo il desiderio
si stende
in ricordi
e manufatti.
in sirene
e percorsi.
silenzi
assensi
di sensi.

ironia anfibia

chiedo asilo
ad un cielo non mio
mandante di buono
nido.
la parte mai
dell’amante scomodo
segreto, secretato:
il meglio mio
è nella difficoltà
a vista,
eppoi se non vi fosse
la magagna
non riceverei
mai rose rosse-
senza le percosse.
lontano lontano
prendo questa velocità,
pesante plano
come un volano
semplice, alla mano.

la farsa

quasi un giorno
per un non ritorno
arrivando dai passi falsi
dove poi per gioco e religione
ripassi e ripassi
senza perchè, i come, i farsi-
tondo il giro
districarsi e ristrovarsi, disfarsi
l’avverarsi; protagonista sei
e sei sfondo.

naturalmente trascorso

naturalmente tutto il tempo
nelle dita trapassa, in mezzo
ai silenziosi uccelli autunnali
alle caverne infinite delle talpe
che dolci il paesaggio torniscono
domenicale quieto e schivo
con la leggerissima nebbiolina
che al mattino è stata glassa brina.

un momento per non scrivere

sempre voglia d’esporti
non avrai, stendere
panni sporchi, ossa
dei morti. di mostrare
debole lato, la gioia fessa.
non avrai sempre la tensione
nel filo, l’ispirazione giusta
l’equilibrio, l’incazzatura:
non è sempre tutto gioco
non è tutto documentabile
decifrabile ed armonico.
a volte vorrai, afferrando
le labbra, serrandole con forza
dittatoriale, il silenzio profondo
del tempo che fugge
testimoni non lascia, mai.
la timidezza recondita dominerai
solo con te stesso
come sei sempre stato
a dispetto di tutto, del letto
nei sogni migliori
nel lutto del padre
che prima di scomparire
t’ha fatto segno concreto: continua

su, ora continua tu, avanti.

pene penali

evasiva col tuo viso
abbastanza da sgusciare
e non tornare. invasiva
con le parole tue, accenti
impertinenti, foto d’annali.
scoscesa via
ch’assieme ci porta via
nell’abbraccio che come afflato
non lasco ma teso laccio
stretti stretti ci tiene
io e te, tu ed io
eccitati finché dura
braci vive ed accese
lontani quanto basta dalle pene
che rendono il godere così breve.

meccanicismi

molto cerchiamo
nella sottrazione continua
fra simili e vi puntiamo
qualità resistenti
alle pubbliche, quanto talune
ostili utilità.
nel manierismo acquisito
alla luce dei sensi tutti
operanti, confrontati e operati
nell’esser terzo
come battimento
di violino scordato,
che è stessa intelligenza
con due teste
che è stesso corpo
di fusione
sotto riflettori d’amore,
gemellaggio d’occasione
e derisione
o più semplicemente
amicizia o senso comune
d’esistenza. in fondo
comunque singolare.

mutua

lo sguardo traslato
scosse di lato
i capelli mossi
tu fissa
senza scopi
che non imbizzarrirmi
come cialtrone qualunque
nella stanza del bottone
quello della giacca marrone
appoggiata sul tuo stendipanni,
io e te stesi a far felicità o danni
per due, come differenti gemelli,
inquilini, fratelli
già da anni
amorevoli corpi
in equilibrio sugli stendini
stanno al sole
per scurirsi di comunione.

nuovo giorno a braccia conserte

il giorno è lungo come le sue 24 ore
il tempo non è più l’inganno della produzione
non ha il fiato corto della frenesia
della macchina, della meccanica
claustrofobica serialità dinamica. soffia il vento
settembrino e la serenità del primo
pomeriggio è un premio piccino come i brusii
dei vicini al sicuro, con l’assegno della pensione
puntuale, il dialetto pacato, il pranzo che si fredda, il cane
che importuna l’uscio legnoso della cucina. allora
l’uomo si fa alcune domande senza risposte
dialogando col frigorifero e le posate fredde
non stancandosi mai della leggera brezza e degli schiamazzi
dei bimbi, tutto il resto che conta ed è un pò di più
o un pò di meno. si basta. origlia, appoggiato al muro secco
concedetegli l’appartenenza ai mattoni ed all’intonaco
non è né stremato né affranto, ha solo
tutto questo tempo per sé
per il sole, il cielo, il vestito buono
la domenica di tutti i giorni. tutto il tempo
per non fare niente.

serate che indietreggiano

petrolio la sera
s’esce dalla fabbrica
con un pugno di mosche
l’amaro in bocca
si mangia qualcosa
carboidrati a iosa
tu te ne vai in palestra
io davanti alla finestra
tornerai in autobus
forse senza scuse
con delle accuse
stanca ed usurata al ritorno
incontrerai puttane nigeriane
sboccate urlanti arroganti
che divorano pizze sui sedili
marchiati d’olio, sugo di pomodoro
tunisini marocchini
pachistani cinesi
filippini bengalesi
rumeni albanesi
sentirai cose strane
ma avrai gli auricolari
siamo tutti uguali
al cospetto di dio
ma non so se a questo penserai
nella città come offesa
che più non t’appartiene.

riverberi proverbiali

rossa è la sera
bel tempo si spera
la luna è nel pozzo
il gatto nel sacco
non ci sono litiganti
si gode e basta
mi diverto assai
indietro non si torna
così m’han detto:
mai metter il cappello
sul letto.

ascensore ingannatore

s’inganna il tempo ingannatore
con la sferza, con l’onore.
un secondo, flash d’un momento
dentro il proprio tormento
d’intelligente animale
approssimativo, diseguale.
s’inganna col dolore e la passione
eppoi nell’ascensore: salendo
spesso discendendo, col tormento.
l’apprensione dell’avvenire migliore.

amati

gli operai escono dai capannoni bui
e vanno nei bar
dopo otto ore non c’è tempo
per la famiglia
gli occhi hanno orecchie
gli stomaci hanno il pelo
possono buttare giù tutto
non si accorgeranno dell’orologio
che ha perduto le lancette
le ore i minuti gli anni i secoli
c’abbiamo messo così tanto
per sentirci amati
e non ce ne siamo neppure accorti.

la notte più buia del nero petrolio

notte insonne
la luna alta testimone silente
luminosa ma fredda
notte col paraocchi
per non vedere il dolore
del mondo, una notte
più buia del buio nero
la notte quieta che amo
consolare con il vinile 33 giri
la musica di William Schuman
s’agita nella fuga sapiente
che compositore, perlopiù sconosciuto
può la bellezza rintuzzare
la brutalità e lo scempio?
certo che no
è una battaglia persa
perciò vale tutta la pena
nell’affrontarla
anche se da perdenti sciocchi
so d’essere uno dei tanti.

artevita

quanta luce resta occulta
quanto viceversa buio
dai nostri occhi emaniamo
dalle bocche fradicie di fiele
l’umanità non è arte e al contrario
i più marci e gretti compongono
sublimi sinfonie, creano angeliche
perorazioni, è luminosa bramata
redenzione, tuttavia nessuno si salva:
l’arte la puoi anche metter da parte, vita no
alla fine devi per forza farne farse.

principia l’estate

eruzione delle cicale
voglia d’andarsene
dell’avvertir la movida.
vengono lente lente
nuvole, nel bicchiere
si sciolgono, minuta serra
ferma, pensierosa:
tutto fuori si raccoglie
nel vento mai violento:
principia l’estate
senza sgomento
e senza argomento.

marmo

quel che marmo
ha del racconto
la carne é oltre:
vilipesa, consunta
secca, disidratata
rugosa e pelosa
carne che vivi
irrorata e sangue
che pompa:
nell’acquitrino
l’anima affonda
che il marmo infinito
eterna, bianco candore
che nulla sa del sudore.

la pendenza quell’accecante luce

lo so, vai cercando il mistero
l’aria esile delle altezze
quelle cime invitanti
ma invivibili. e tutti i segni
lasciati terminare come polvere
lungo il viaggio, non sono
che il corpo tuo, vanno rassegnate
addormentandosi un poco a riposare.
vai cercando tempeste
del sangue vivo partecipe, vitale
protagonista inguaribile
e su prati fioriti finestre
d’una serena visione inestinguibile:
vedi, questi sobbalzi
strapazzi d’estremi insanabili
sono la vita che s’impara loquace
ti scuote d’ammanchi, ti grava di pesi
ti monta di carichi e avvitanti
picchi svettanti. quell’innevate cime
da dove la gioia rischiara scivolando
non ti giudica, t’illumina, brilla vampa
e la pendenza quell’accecante luce.

*

spaventati a tentoni
uomini col lume
della ragione
di qua dal bancone.
di là chi c’è, chi serve?
chi c’ascolta, chi ci consola?
ci comprende o c’asseconda?
ancora non comprendo
il dilemma del mondo
nemmeno se sulla scrivania
ho il mappamondo.

macello

ti vedevo sul letto
emaciata, ai miei occhi
non credevo, quegli attimi
che paion schizzi d’un bozzetto
ma son eterni, fossi una sagoma di cartone
pensavo, appoggiata lì senza motivo
perchè ci mette alla prova il tempo come il vento
le foglie secche. ricordo le nodose nocche tue
con sgomento, violacee, vene in rilievo
come scarichi cavi elettrici filacciosi
sol disegnavano, senza irrorare, fioca luce.
per stanchezza il corpo si sfalda
inedia, pure incredibilmente
per inerzia rotolante, dei grandi romanzi
le parole si sgonfiano in racconti eppoi
singole frasi e finanche balbuzie, sgrammaticati,
cessione del quinto e oltre, della memoria
siam tutti così unanimemente sottostimati,
sul legno del macello frollati costati.