"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: novembre, 2017

tra auto pensoso

tra auto pensoso
voci che non vibrano:
è scialba domenica
giorno che s’ama e s’odia
il tutto profondamente perché
quando si prova qualcosa
è meglio farlo sino allo stremo:
amor vitale
odio mortale
per questo la via
pare più accettabile
il dolore l’altra faccia
della sveglia ogni dì
del creato.

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cosa vuoi essere da grande

che cosa vuol essere questo corpo inerme
società, spirito, catrame o ossigeno?
amaramente la realtà aspra impertinente
ci fa gente come l’àura eppoi niente.

noblesse oblige

la disfatta delle periferie
il degrado strisciante
le pareti ammuffite
l’odore di piscio
(spariti i vespasiani
al posto d’essi
baraccotti elettronici colorati
che bippano insolenti con la moneta)
la crisi economica ha falciato
le illusioni col colpo netto
d’una falce senza scrupoli:
il capitale si vendica dei suoi servi
tagli ai nervi: non si sente più dolore
si scambia l’indifferenza col calore.

parlarti davvero senza parole

quando il ponte di carne turgido tra noi
è potente, poderoso trancio virile
pulsante come solare fusione nucleare
effusione sessuale, portatore uguale di spirito vitale
luce acqua vitamine proteine molecole varie
e le mani, le braccia, la pelle, gli occhi, le dita
fanno una lotta intrecciata di piacere
che è evasione dai turni giornalieri
scommessa contro la morte, passione, dedizione
evoluzione, quando le gambe s’arrotolano
nella danza carnale e le nostre maschere di baci
e saliva non scorgono santità, riva
ma compenetrazioni lubrificate, violente e dolci
frementi convulsioni, rovelli, sale, tracce di peli e mucose sudate
sculture eccitanti di liquidi e monumenti sacri dei corpi splendidi di grasso
smagliature, cellulite, quando la mia lingua affonda morbida negli umidi recessi
rotoli zuccherini di nervi e capillari, percuote, sugge, arrotola
quando tutto questo volge al termine come ogni avvicendamento
ed il tuo perfetto taglio roseo, cuore della vita del mondo
ossessione, malattia, esplode e si sconvolge in sussulti
tra le gambe tue aperte come ubriaco ed affamato ragno
come ritorsione rigenerativa al limite finito del banale universo cosmo
allora siam giunti a quell’unico, ideale corpo perfetto bicordo
che scolvolge in convulsioni la monotona disadorna disarmonia
di questo violento cacofonico mondo imperfetto.

scrivo

ascolto Keith e scrivo
Miles, Mitja, Giovanni Sebastiano
Ludovico Van, il Prete rosso, il Doge
e scrivo: m’accompagnano con stile
mi rendono sereno, felice forse.
perché di quale domani non so dire
come le cose andranno
se il buon senso e la pietas
saranno accolte, figlieranno.
è un aggiustaggio continuo
un ammaraggio di striscio
allungo, rispresa

consuetudine e sorpresa.

Nino Rota

i luminosi scherzosi
giochi di Rota
con una nota
solare impiego
tonale che ha fatto
orde di critici ideologi
parlar a sproposito, male:
si sa che la politica
deve restar fuori
dall’arte, nobile
quanto un goffo
soprammobile
ha compiuto
scelta ignobile
ha messo fuori legge
tradizione, consonanza
gioia, maestranza.
c’ha derubato
gusto ed orecchie
c’ha ottenebrato
di noia, urla, borbottii
scorregge d’impegnato
autore ideologizzato.

mille occhi

negli anfratti
della buia città
mille occhi ci sono
spuntano come fuochi fatui
pungono come api senza miele
negli anfratti sozzi
urinati, immerdati
ci sono coscienze pulite
cuori buoni
crocifissi dall’indifferente
derisione del mondo.
quando la notte
vi rimboccate i caldi
profumati piumoni
assaporate il silenzio
drammatico delle strade
congelate, la luce fioca
della vita che si spegne
esaurendosi timida
nei vicoli appassiti
intrisi di rabbia
e violenza.

giovanile arenile

da giovane
ampio il ventaglio
si crede al sogno
allo sbaraglio
nulla si direbbe
d’un conguaglio:
poi vengon tasse
debiti, incauti allunghi
dubbi, obblighi
subbugli, tafferugli:
la magia non è
andata via
è che s’è aggiunta
temibile la malinconia.

azzurro cielo attonito

il cielo attonito
lo sguardo ironico
i predatori son chiusi
negli uffici con cravatta e pc
eppure c’è il sole
più splendente
degli ultimi cent’anni
fuori prede, danni
ed al chiuso
generatori di malanni
nulla è mutato
in quest’ultimi anni:
tutto sfruttato
per il massimo risultato
diritto infartuato.

tu scrivi decisamente troppo

non sapere cosa scrivere
ci sono giorni così vuoti
ripetitivi e alieni
che non c’è nulla da annotare
da rendere memorabile
qualcuno muore
che mai hai conosciuto
qualcuno vive
nell’anonimato e dimenticato
come il latte versato
i rumori impercettibili
umidità poca nell’aria
qualcosa d’ironico
che fa capolino
ma si scioglie
senza suono.

la città al sabato

la città al sabato
si leva il suo grigiore
è un momento d’evasione:
i bambini che giocano
gli adolescenti che fremono
sudano amore ed ardore
i vecchi che abbandonano un attimo
le sedie dei padroni, notti di sballi
corse e perversioni. la vitalità
non l’argini, la pianta potata
più di prima attechirà
come l’uva i suoi acini.
si riprende gli spazi suoi
l’infinito dei nuovi generati.

a ripetizione

tirato a lucido
il giorno
che fa sfondo
al nostro mondo:
operai lavoratori
che corrono corrono
veloci verso il fondo
comune balordo
sotto al cielo terso
del mondo sognato diverso.
il giorno che affonda
nella baraonda
il giorno che tace
una giornata che fu brace
ed ora non compiace
nel nervoso appetito
della cena, destino infame
che non fu sogno
non desiderio
neppure un infatuato vero
è un avvenire tollerabile, semiserio.

sbagliato

anche oggi
il giorno è diventato
notte
e come ieri
l’oggi è trascorso
con minime differenze
nude come assenze
spoglie
come alcune voglie.
filosofeggiare
è una perdita di tempo
ed il tempo è contato
è quando se ne sarà andato
ti chiederai dove quando perché
cosa hai sbagliato.

giornata terminata

un’altra giornata
è terminata come è iniziata:
nebbia e lavoro
astensione e fissazione.
le cose a posto
non ci sanno stare
così hanno bisogno
degli uomini e delle donne
dei loro movimenti sgraziati
che li rendono regolamentati
e non finiti
come i nostri sospiri infiniti.
la giornata è terminata
senza soluzione
con l’interminabile
manutenzione.

palloncini colorati

viene per farci male la sera
quando gl’occhi non si chiudono
ed il viso si piega, allora le parole
sono fantascienza, palloncini colorati
che d’elio s’involano e la notte non avrà
il sapore raccontato dai giornali
nemmeno una lettera d’amore sul comò
la nebbia coprirà tutte le cose stupide
non censuriamo per favore le voci
andiamoci piano coll’arroganza
l’albeggiare sarà comunque
quieta muta eleganza.

perdurare alle stagioni

uccelli silenziosi
l’ottobre senza pioggia
i gialli, gli arancioni
appesi agli alberi
tutto secco
per un motivo
al di là delle cose pensate
ed amate, la sirena notturna
che fa paura
anche alla buona ventura
il chiasso delle moto
che non si spegne
se non nella parete:
rimangono gli echi
non danno pace.

della nebbia il peso

della nebbia il peso
una terra che non sta
sotto suole, malinconia
incontinente madido suolo:
va a dormire giorno
nell’ora solare
nell’acqua gocciolata
svien la memoria
per l’indomani rinvenire
eterno nella pioggia ricca
folle del dì produttivo
di quanti uomini eroici
a cui è concessa partecipazione
non felicità, incompiuta
perlopiù, rara merce:
non ne saremmo
all’altezza comunque
per quanto alti diversamente.

molestie al pensier civile

il sesso è lurido e sporco
lo è diventato tout court
i nuovi moralisti
voglion forse dirci
guarda un po’
che è pure scambio
transazione, rapporto
di forza, leva ancestrale
merce? maschi sozzoni
femmine disinteressate
sante quasi, succede
nelle società
evolute ed in quelle
feudali, persino
tra gli animali
e noi siam sempre
impelagati nel lavoro, nel privato
in rapporti consenzienti
sino a quando convenienti.
siam merce di prima qualità
nella filiera capitalistica
che ci schiaccia, ci pizzica
maschi e femmine
ai ferri corti
per cinque minuti
d’immortalità, da bravi
borghesi progressisti
qualcosa d’avvincente
si debbono inventare
per sembrar nobili
civili cittadini.

intestino poetico

i poeti son tutti di sinistra
e sono un pochetto sinistrati:
hanno capelli incolti, strani copricapi
le poetesse hanno trucchi dark
pesanti, si vestono di nero
leziosi come i loro versi
alla Sexton, ma non sono Anne
nemmeno un’unghia della Sexton
non lo sono nemmeno a letto
nelle sciocche sedute elettroshock
probabilmente non sanno della gente
non gliene frega niente
son poeti che cantano, aulici al caldo
giovani carini baciati dal fato ispirato
dell`io intimo interno spirato.
i poeti dicono solo cose sagge
sono politicamente corretti
usano parole forbite e colorite
il loro è un flusso di coscienza
ma non sanno nulla della scienza
son letterati: la letteratura
non è maschia né femmina
è tutto ciò che non deve essere
l’impossibile irreversibile.
i poeti si raccolgono, si scelgono
s`amano: stanno bene assieme
se la suonano se la cantano
si riconoscono l’uno addosso all’altro
in salette raccolgono i loro versi
che poi vanno frettolosi di traverso.

la storia

quando mio padre è morto
m’ha lasciato Il Capitale di Carlo Marx
Opere di Lenin degli Editori Riuniti
Tutte le opere di Shakespeare
un lungo rumore di fondo
il vuoto
il nulla
l’odore di certi movimenti
di certi silenzi
delle poche misurate parole
l’odore degli antichi toscani
del legno lavorato
dei giubbotti di pelle
del vinile
dell’elettronica vintage.
il verde opaco della Mini Innocenti 850
l’iniezione meccanica della Golf GTI 1600 del 1981
i primi cd del 1982
i concerti per clavicembalo di Bach
l’opera 8 di Vivaldi e l’opera 3 di Handel
i fiori di Frescobaldi
il trapano a colonna, la pialla, la levigatrice
la vitalità sacra del legno
la purezza, l’onestà
la coerenza, la resistenza, la debolezza
la pazienza, l’intelligenza, il dolore
m’ha lasciato molti oggetti freddi
ed è dentro
di me anche adesso
caldo come una roccia vulcanica
mentre sono una persona adulta
che segue una strada affine
se non uguale
alla sua
in un momento storico differente
non meno esigente
non meno tragico.
pare che mani diverse
facciano le stesse cose
mentre la storia ci passa di fianco
e ci tiene per le palle.

la mano estranea

non ho conosciuto il terrore vero
se non quando son sgusciato fuori dalla vagina
sozzo, dolorante, eccitato, urlante, demoniaco
tuttavia d’esso son tabula rasa, non ho memoria.
mi ricordo d’aver vissuto
tra quel tratto ed una virgola:
una strabiliante nemesi di guerre intestine
coronate in un solare costrutto sociale
(sono benvoluto perché lavoro
a testa bassa, non disturbo: collaboro all’altrui capitale)
di studio, religiosità e sgobbo.
quando alzerete la voce
o nel tentativo futile di farlo
fate venire alla luce il percorso
più o meno serrato, seguito ed istruito:
noterete la mano estranea alla natura del potere.

oro nero

in medio oriente che si é fatto
si son tirate le linee, con gessetto
e righello per un nuovo inferno.
si è pompato e ripompato oro nero
per andare avanti ma anche
per sconvolgere il mondo interno.
sempre così: un passo avanti
subito dopo due passi indietro.

dietrologie patologiche

cercandomi
dietro osservo
mio padre
lo stesso
via dicendo
eterna cervicale.
ho la naturale
compostezza dell’attesa
franca: per qualcuno che vivacchia
pare abbastanza
allora col sorriso stampato
e pepato, vivacchio, con le mani
inoccupate, l’asciutta fronte
nei pantaloni il peso.
non è nostalgia
né dietrologia
o apatia, è una dolcezza
stantia che fa calore
col dolore minimo
d’un mimo.

poesia atmosferica

come una furia
a piovere incomincia
c’era la penuria
dell’umida palandrana
che stretti ci tien nella tana
come creaturine timorose.
non ci son rose
ma pose d’occhi e fiati
del conto salato
d’un giorno distratto
d’un giorno bagnato.

tu sai che cos’è?

io non so cos’è l’amore
non so cos’è l’arte
non so molte cose
piu o meno importanti
non credo in dio
e dio lo scrivo minuscolo
perchè sono un provocatore
eretico malfattore
per amore
si commettono i più orrendi crimini
ci si sposa a migliaia di chilometri
con perfetti sconosciuti
e si crede d’essere amati
da quella persona che s’è scelta
o c’ha scelti per i nostri difetti
per amore si scrivono pessime poesie
anche senza alcun amore
basta navigare nella rete
per accorgersene
anche chi non scrive d’amore può scoprirlo
amore non è poesia
spesso sopraffazione
sfinito individuo
quindi
questa non è una poesia
questo non è amore.

invidiosi

stabilire dove andiamo
a finire dopo tutta la corsa
che ci tiene in scacco
come un gatto in un sacco
questa corsa al massacro
ci fa sgomitare in ogni lato
c’ammacca, ci straccia le vesti
non ci fa solidali, ma infelici
criminali, la corsa è una feroce
morsa: consumatori invidiosi
il teorema che ci spiega.

a Pier Paolo

questa sera annoiata, silenziosa
e malinconicamente triste
noncurante. spirito fra stelle solitario
e terra fangosa risuoni
di sangue e canto.
ma il canto solista
eco non fa, si perde
nell’universo cielo freddo
nel chiacchiericcio dei media
nel rumore di fondo
che non si cancella
e esso sì, rivive. ed il tempo
non è più nulla
non è più cosa buona.
è soltanto oblio del cosmo
infinito.

mortali immorali

la morte poca cosa
ha cancellato tutto
nel tempo d’una posa
s’espone e si depone
come nel guanto protetta
la mano: il suo selfie
è vuoto buio
nei tanti suoi social
tentiam la vittoria:
vince la morte
anche sul ripetersi
l’esibizione.
non cè ragione
né spiegazione:
una volta sola
tutti defunti
nella terra nostra.
quella degli alberi
dell’acqua
dei fiori
dei fuggitivi amori.

anticaglia

come polpo tenuamente m’avvinghio
allo stretto sentimento
di disamorato cemento
sono vecchio di pensiero
decrepito olmo
d’ulteriori variazioni anticaglia
mi scaldo per lietofini ed affini
amerei il caldo tepore di tisana
della reiterata routine umana.

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