poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: gennaio, 2018

che schifo

mi chiamo mi schivo
m’alieno eterno
dilemma esserne
intelletto e membro
m’alleno al tenore
alto della vita
che s’avvita annichilita
dalle non idee
del mercato dee
esserne messi
a lato, contratto
detratto entrato
per forza come scorza
senza sugo senza polpa.
dirotta la corsia
qualcuno giunga
a portarmi via
da questa stramba
anomalia, ironica
ipocondria.

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memorandum

la memoria è una scoria
che non dà gloria, è una casacca
da tirare, contorcere nel lusso
dell’interesse. una parte
per il tutto, non metafora
ma prevaricazione
e falsificazione
giustificazione
d’un contemporaneo orrore.
sarà cancellata ad oltranza
ogni azione: l’uguale
e contrario un binario
già sepolto. il più forte
pure fra milioni e milioni di morti
ammazzati, vince sempre.

nell’evidenziare

come c’era il sole, adesso c’è buio
questa la metafora della vita
osservando altri, desiderando
altro: ma oltre non si vede e altro
non si desidera. l’acqua è bagnata
ed il buon cibo ingrassa.

big bang

la strada è traccia d’una massa informe
tutt’attorno precipitare assorto
come pioggia radiattiva dopo big bang.
poi assoli indirizzano il pericolante tragitto
dagli errori non s`impara, gli orrori moltiplicano
come piattole nelle parti basse. i pianti, il dolore
naturalmente sono ottimista.

goccia nell’oceano

quando ero libero abbastanza
da non sapere cosa fosse il lavoro
alto così tanto da vedere prima
delle persone la metà verso la terra
quando non vi erano domande
e gli adulti davano tutte le risposte
quando la vita migliore pareva
non migliorabile, leggera leggera
il cielo più colorato dell’arcobaleno
lento lento appariva il moto:
ecco, io subito lì tornerei
amorevolmente accolto
come goccia nell’oceano.

gioia

al camposanto in una giornata lucente
tutt’intorno alla bara
mentre lo scavatore fa una buca nuova
riempiendo quella vecchia
chi ha la faccia affranta e contrita
il freddo si fa ancora sentire
chi ha la faccia triste
chi la faccia allegra
non si trattiene
qualche cazzata la deve pur dire
davanti a me
una riccia bionda
con un culetto da paura
mi parla e dice che non dura, mai
come è strana la vita:
anche quando si celebra la morte
tutto intorno a te canta
un’infinita gioia.

cancro

il cancro cos’è
è un alieno ecco cos’è
un esperimento sociale
e biologico d’un dio andato a male
se esistesse questa sarebbe una sua carezza
ne sono certo
il cancro ha questo suono aspro
che fa male
nemmeno il segno zodiacale ti fa dormire tranquillo
il cancro è un avvertimento
cancro cancro cancro
senti il dolore che viene alla lingua
quanto ti riempi la bocca del suo nome
cazzo il cancro
baratro cancro, effetto cancro
ti venisse un cancro
il sogno ritorto dei poveri cristi
è una idiozia, una mangiatoia per sperimentatori furbastri
ed azzeccagarbugli illusionisti
il cancro è definitivo.

crac tuc sdeng

sogni nella notte silente
attorniato da tanti bambini dormienti
ridono nel sonno come fantasmi horror vacui
sogni nella notte buia
ogni tanto un rumore strutturale
un crac un tuc uno sdeng
il legno che si torce
il cemento che strilla
un tubo che miagola:
la natura artificiale
ha il suo alfabeto
le sue mani
il corpo
non ha cervello, si lascia andare
ed un sorriso enigmatico.

tempo fu

il mio tempo venduto
il sudore mio per qualcuno
che vedo di rado
non sono capito
se sto seduto
e non faccio un fico
scuole di tutti i gradi
per inserirsi seri e proficui
poi viene l`adulto
che con un contratto
ti presenta il conto salato.

pretendiamo

io non credo
a tutto quello che mi dici
ai tuoi sussurri
ma anche alle tue grida.
che la disperazione
è nel silenzio del lavoro
in giornate plumbee come metalli pesanti
nei nodi e nelle pasticche di Moment
ma anche nella gioia aberrante del cielo terso
col sole che canta e meraviglia
di tempeste e virgulti d’energia
nelle margherite a venire
nel polline pieno di tremebonda vitalità
nel gesto che verrà
in quel disegno riposto nel cassetto
parzialmente dimenticato.
e nella tua musica
ci sono potenti dissonanze
come in certe opere di Webern
ed io mi trovo da solo vagante nel pentagramma
che si fa di sei righi
eccezionalmente
solo per noi due
per le trombe naturali
che latrano la potenziale vittoria
giunti come in certi film vietati ai minori
spietati ed assetati del sangue dell’altro
l’armonia si compone poco alla volta
in accordi non sempre perfetti.
vogliamo questo suono
lo percorriamo con vigore.

pedissequamente

non giungere, arrivare
me che meno penetrare:
ci si lasci fuori contando
i riflessi che paion lumi.
per nessuno ce n’è:
per ognun dei dubbi
ci sono persino lustri.

ai fantasmi del suffragio universale

la fantasia al potere
ha toccato le alte sfere
è finita nel Corriere
terminata al mattino
dentro le corriere, ghiaccio sulle cose
inverno duro e color metallo
con le facce scure in stallo
come dopo le grandi cure
lunghe silenti purghe
del capitale immortale
unica via, unica normalizzata santità
bestiale. quelle facce rivoluzionarie
che sparavano come cowboy nei quartieri popolari
amando ciò che dicevano d’odiare
facce d’angelo, portatrici di progresso già regresso
fredde come ghiaccio, calde come il popolo
fuori dalle fabbriche a caricare molotov
con le collere sopravvissute solo nelle galere
oppure son celebrate d’egemonia
fanno le inclusive illuminate intelligenze
perchè l’idea di guadagnarsi il pane
con le belle idee costa assai, non basta mai
e non si sa in fondo che il potere
potrebbe non dispiacere
quando è comodo al caldo il culo
lontano dalla fame l’urlo.
quelle facce sfacciate ora dietro le cattedre
dell’antica lotta annoiata personificazione
vecchie, potenti, farcite, imbolsite
nulla più posson insegnare
se non nel freddo lungo inverno a ignorare.

fondamenta e strappi

continuamente si media
alla luce fioca della candela
s’assottigliano le possibilità
alla luce del sole, si comprende
forse, l’acuto sforzo subitaneo:
scaltra la soluzione affranto il cuore
in cerca di collusione
e collisione nell’esposizione.
tutti i desideri in pozze di sangue
le tentazioni, le origini:
s’arriva a batter cassa
per esclusione e si scassa
per elusione il buono
quel poco. naturalmente
un giorno nuovo porta consiglio
quello vecchio forse esperienza.
perché così siamo: righe di software che inciampa
mano nella mano risolto il baco ci rialza
mano a mano, generazione
dopo generazione in occasioni e perdizioni
nelle linearità, nelle angolazioni.
senza precisa intenzione
c’affrontiamo vis-à-vis
come chiuse stanze
con l’affitto non pagato
con le pareti non tinteggiate
nel calderone schizofrenico
dall’andamento entropico.

confinando

i confini
li hai considerati?
ti ci sei mai
trovato dentro
senza soluzione?
la continuità del potere
è la benzina
il nostro tenore.
la vita si adatta
placida al sangue
al mercato
delle cose e delle anime
che patiscono molto
gioiscono
poco.
prova a contenere la terra
che come la sabbia scivola:
tra le ampolle di vetro
rimarrà incolore
il vuoto tempo
la malinconia della forza bruta
il concentrico delle visioni
vitali.

razza stanca

uomini di diversi colori
hanno fra loro continui
diversificati dissapori
eppure l’arcobaleno resta intero
le nuances son mistero
uomini di diversi colori
dividono la rossa densità del sangue
eppure è tutto il resto
a dividerli tutti liberi, tutti prigionieri
tutti falsi, tutti veritieri
come oggi non più ieri:
la biologia è stantia
in millenni si placa
s‘ingegna alla Darwin
il discrimine autentico è il censo
il resto non ha senso.

denatalità

la denatalità è un’opportunità
lasceremo di punto in bianco
tutto a metà:
industrializzazione inquinamento
malattia e conflitti e pensione
anche gli affitti. sulle dita della mano
ci si conterà, brutti belli
intelligenti e stolti
torneremo a fare i conti
con la libertà.

*

urla il bambino
nulla sa del mattino
dei lacci delle scarpe
della massa il mutismo.
dell’incompleto logorarsi
del freno a mano tirato
di cosa abbiamo escogitato
per esser schiavi infelici
infami meretrici.

*

tutto il tempo disponibile
tutto per te e tutti i tuoi se
non saper cosa farsene
il giorno passato nel suo latrato
un soprammobile a lato
del conservato (noia), del dilapidato (gioia)
quanta volte vorresti scriverne
della scatola bella e vuota
come l’assoluto nulla ma pesante
e conflittuale della materia oscura
notte lunga che scarica
la sua tensione distruttiva
nei calanchi di un giorno
irreale, reale, infernale.
taci, taci un secondo
dammi baci e non a stampo.
fammi ridere.

fine vita

il fine vita
pare una gita
ma si fa da soli
non si scherza mica
di vita questione
o di morte oppure
di sorte: destinarsi
ad affari migliori
nell’altro mondo
che poi c’è soltanto se ci credi
per non crepare di dolore
digrignando i denti
ululando come un animale
in calore. il dolore
è il vero detrattore
dell’energia vitale
ed io vorrei andarmene via
in silenzio sereno incolore
come nelle mani il sapone
scivolando sarcastico burlone.

annusarsi e schifarsi

spesso è annusata la vita
come certa poesia ritrita.
e i vezzi monotoni dei poeti
che stanno assieme ad altri eguali
stessi agonizzanti fratelli
fratellastri di mostre
e gruppetti afoni serali.
avrete i miei strali
l’indifferenza mia
neanche i versi miei
sarcastici fantasmi
la mia presunta poesia.
scusatemi: a volte l’afflizione
mi porta dove siete voi, nella malinconia.

i tuoi sorrisi

cala i tuoi sorrisi
uniamoli alla crisi
per più ottimisti
e liberi apparire.
la luna anch’essa
silenziosa, muta
col calore evanescente
della scommessa
incita al bello.

il futuro ha loro in bocca

non voglio cambiare nulla
tutto è perfettamente malato, demente e sconcio
così com’è, quindi perfetto, non credo alla rivoluzione
adoro la monotonia, il già visto e sentito
l’usuale, non me ne frega un cazzo dei bambini poveri
con le piaghe, penso a me, mi faccio i conti in tasca
socialista dalle tasche buche!
penso alla mia traballante sopravvivenza,
alla mia dignità che si vende
un tanto al chilo, penso
alle mie otto ore quotidiane
spero rimangano tali
non faccio straordinari
voglio le mie pause
il mio fancazzismo quotidiano
un minimo sindacale di diritti
che non mi facciano sembrare
soltanto inserito, bravo, efficiente e produttivo
consumatore che vota per nulla il nulla
tutto già confezionato, distribuito, classificato
il lavoro rende liberi ma sogno la pensione o un gratta e vinci
la produzione ci schiaccia
non ci vuole, ci sputa come gomme da masticare
pretende i robot, il freddo tagliere dell’intelligenza
artificiale, che sparerà da sola bombe
e creerà guerre funzionali
a qualche supercervellone
che crede di conoscere l’uomo
e se stesso in un grandioso radioso futuro green
politically correct dalla genetica
friendly, easy man don`t worry be happy
statista creatore dio
non c’é un’unica soluzione
non sono omologato
oppure lo sono relativamente
o lo sono e non ho la capacità
di staccarmi dalla melma catramosa e volare
credo in parte alla bellezza
che certo non salverà l’umanità
preserverà un’elite che sfrutterà
una massa di conformi obesi apatici
tutti gli altri rasenti ai muri, nei forni
chi è diverso da me mi stia a
debita distanza, fuori dalla mia stanza con internet ultraveloce
fuori dal cazzo tutti quei turbanti puzzolenti
quelle vesti colorate di curry
quei dialetti incomprensibili
quei suoni cacofonici
non mi mettano bombe sotto al culo
dicendomi che sono un infedele
già sono un sopravvissuto e vivo in ‘sta merda di periferia insensibile
isolata come il cappotto A+++ di una casa per ricchi
da ogni forma di civile convivenza
dove tutto ha prezzo, tutto si compra
e si lascia poco dopo stanco e nuovo nell’indifferenziata
i miasmi che abbiamo interrato risaliranno come geyser
e ci strapperanno la gola e i polmoni, le stonate, sciocche corde vocali
dissanguati come maiali in fulgidi talent show
ci meritiamo i poetini, grandi e piccoli e mignon
scoppierà scoppierà, vedrai
prima o poi qualcuno o qualcosa
farà piazza pulita
ed i santoni del ’68
le menti illuminate del ’77
le belle bandiere
la meglio gioventù
saranno pagine di cellulosa stanca e sporca
trattata col fuoco dell’inferno sulla terra avvelenata.

ode al governo

mistica la statistica
s’aggiusta a richiesta
s’interpreta si piega
si spiega come banderuola
si giustifica come il sorriso
sempre stampato
per non apparir maleducato
il suo ruolo è subalterno
al potere che logora
chi non ha chi ha
tutto fa statistica
a parte il disoccupato
a parte la povertà.

lavoro e vita

s’esige il lavoro
per dignità e costrutto
che in pochi anni
divien privazione e lutto:
il lavoro pesante del metallo
dell’estrazione, è il bandito
che c’ha chiesto il dito
ed ora si piglia tutto:
nonni figli nipoti
timorati di tumori
eroi del lavoro
vengono sepolti in molti
salme col diritto
il pugno alzato
anche a quarant’anni.
lavoro, lavoro, lavoro.
la vita è sacra
non il lavoro:
se lo tengan loro.

ha un sesso la poesia?

la poesia è disimpegnata
intimista osserva tiepida
dallo spioncino
è lo zerbino del carino
del pastello, dell’intimo ritrattino.
lineare non canta non incanta
non armonizza, non sussulta:
spiace e compiace, è pecora
rosa rumor ch’annoia.

*

i fatti son sfatti
riciclati in antefatti
spogliati di verità
concimati di potere
sfasciati in pubblicità.
da che parte stai?
temibile il mainstream
abbatte la critica
con la sua assenza
piega la democrazia
al fanatismo della dittatura
che combatte.

*

tutto termina come il rumore
del merlo la sera col gatto in agguato
terminano le feste tutte appese
ad un albero e le strade
in altre ghiaiose, polverose
e poi fango, nell’erba croccante
la ripresa e l’offerta incerta.

puttane salvatrici

andava a puttane
non perché gli piacessero
non sapeva cos’altro fare
a parte andarsene a zonzo
fottendosene allegramente
di tutti i mendicanti, i poveri
i zigani, i gialli, i neri, i pulciosi
sporchi di vino e merda
buttati come immondizia
su marciapiedi bombardati come a Beirut
cos’altro era possibile?
lavorare anche il sabato
muti rassegnati in fabbrica
col caporeparto stronzo
andare la domenica in chiesa
neanche a parlarne
con tutti quei pervertiti in talare
la religione non dava più risposte
regalare un mazzo di rose rosse
ad una donna che non le meritava
in attesa del principe azzurro
sul bianco cavallo e bomboniere
ubriacarsi in qualche squallido bar
o nel locale alla moda saturo di morti morenti
tendenzialmente indifferenti
eppoi c’era la televisione, l’oppiaceo potente
che ancora è:
sparge fake come riso
al termine della cerimonia mancante
e dio solo sa di quanta mondezza
abbiamo bisogno per illuderci
di vivere serenamente.

sala la vita l’ottimismo

non possiamo piangere
dobbiamo gioire
sguainate le trombe
marcia trionfale
non possiamo disperarci
sui muri di cemento
che infiammano il tormento
nelle periferie grigie
coperte di fuliggine
le grondaie stitiche
dobbiamo essere felici
ottimisti, nessun piagnisteo
andare camminare lavorare
la libertà è partecipazione
mica andando in stazione
guardare i treni arrivare
sputando veleno sull’asfalto
un rovello inascoltato
osservando le teste della gente
sui vagoni veloci
una vale l’altra
uomini e donne
numeri d’un oroscopo
senza scopo
sforziamoci d’essere bravi
godete gongolate esultate
cittadini operosi e realizzati
siamo felici per sempre
e consegniamoci finalmente
alla radiosa eternità.

potere civico

il merlo congelato sulla mangiatoia mia
è balzato. preparata per il suo becco
appena dal caldo letto io son saltato.
sull’uscio andrebbe abbandonato
il cibo mi son appena illuminato
per il povero avventore casuale
davanti ogni casa, civico per civico
dunque questa parola riacquisterebbe
il suo nobile urgente significato.

una meta

il pomeriggio della domenica
è il peggiore: la settimana
sta per ricominciare
e finisce infierendo coll’annoiare.

tutte le promesse son sciocchezze
poi c’è il peso costretto del lavoro
mai abbastanza libero né desiderato.
a questo punto tutti vogliono un segreto

per far tutto più leggero (e un pochino
menzoniero: eh, no! il segreto non c’è,
non c’è poesia, non c’è poeta, allegria
non c’è che tutto, il suo contrario)

tutta la distanza si palesa alla meta.

La dimora del tempo sospeso

Non potendo cantare il mondo che lo escluse, Reb Stein cominciò a leggerlo nel canto.

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A.A.A. Cercasi (un modo vecchio come il mondo per mettersi sul mercato)

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Rosa Frullo. Un poeta e un filosofo tra Spleen e Masochismo

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