ponte del primo

oggi c’è questo sole che sbrana
che sembra un faro di banca
queste nuvole di polistirolo
quest’alito di vento
come lo scarico di un condizionatore
la città si stende insensibile all’uomo
ha preso vita sua
come un virus letale
è una merce come un’altra
un fendente definitivo
cosa ci facciamo qui?
non riconosco nessuno
i vicini sono stupidi cialtroni ficcanaso
guardano il mondo di pioppi
dalle finestrelle dei bagni
il tagliaerba festeggia il surplus verde della primavera sbocciata
le auto frullano e scoreggiano gas mortali
i cittadini coscienziosi non possono restare a casa loro
devono ritrovarsi più soli nelle stesse località
la poesia non servirà a nulla neppure oggi
a me non frega niente
fate quel che volete senza di me
io non vi conosco
non vi amo
e non posso aiutarvi.

arredatore d’interni

dall’intero si sottrae
per l’eterno, l’infinito
dell’esistenza il sempre fermo
l’usuale giorno.
al mezzo si somma
la cultura la scienza
l’astrologia per fantasia
e persino il dogma
verità infantile che ci placa.
quando
non si capisce un acca
e s’ignora, chissà perché
ci si sente
piu vicini
a dio.

esplosione

la primavera sempre risorge
dal rumore di fondo
e millenaria si stende
telo verde nuovamente
sotterraneo sommovimento
dei calori nostri colori.
a dimenticarsi si tende
del vivo e spregiudicato
durante l’inverno
ed è quello a renderci vispi
e non decorativi nell’esplosione
dei fuochi d’artificio
delle tempeste solari
nel quadrar del cerchio
delle stagioni interiori.

il poeta va a capo quando cazzo vuole

—————————————————————a M. Parente

il poeta si veste
strano, è eccentrico e sensibile
il poeta quando è femmina
mette camicie nere
e copricapi neri non alla moda
e oggigiorno
appare più poetico
perchè la poesia è diventata femmina
quando è maschio
si fa i tatuaggi (sempre neri)
si fa crescere la barba nera
fa discorsi complessi con parole forbite
per non dire nulla
come quasi il cento per cento
dei politici
i venditori porta a porta
i testimoni di geova
i preti
i venditori di aspirapolveri
trucchi e sbobbe dimagranti
eccetera eccetera eccetera

e parla di amore
spesso un amore andato a male
un amore non corrisposto
un amore romantico
un amore irraggiungibile

il poeta che sia maschio
o che sia femmina
andrà a capo
a cazzo di cane

è il verso libero
e per questo
sembrerà un vero poeta
fatto e completo
deridetelo pure
il poeta non scompare
anche perché non è mai esistito
e non guadagna un euro:
dimost
rate il contr
ario.

scontro raccordo

c’è stato un battibecco
lui è restato per parlare
lei ha aperto la porta
ed è andata via
(non si sa dove
sono molto nervosa, devo sfogarmi
ha detto)
lui è rimasto
sul divano
non ha più aperto bocca, forse invano:
le persone si scontrano
per tornare per mano?

i fili d’erba ho contato

ha sbavato il caldo
tutto l`odio suo malcelato.
i fili d’erba ho contato
ingiallirsi, seccarsi:
arsi prati, diradati senza senso
che la natura ha sempre
anche se pare sbagliato

quell`astio spudorato.

attraversamento

lo scandalo indegno dell’anonimato
il terrore del silenzio nell’anno 2018
che azzera il tempo a ritroso
come spazzaneve d’anima.
e che anima e dove se ne sta?
appanna i vetri della casa
è brina la mattina, rugiada
in primavera. e durante il giorno
quanda s’alza il sole e colora le cose
dove va? è tepore di carne
che ha peccato e nell’immediato
il senso del sacro.

25 aprile MMXVIII

quanto sole deve ancora
ruminare sulle case
su quest’altrove.
e se beccheggia
questa mai compiuta
democrazia, che sa d’altra
occupazione, che non va via.
l’inconsapevole consumatore
quieti sogni dorme
canta come grilli
finchè ce n’è, che altro
potrebbe o farebbe
se non comperare
quel sole irreale.

paese bello

paese mio lucente
fatto da contadini
per contadini
strappati alla terra
per sintetici terziario
e polimeri. paese
d’avvocati giudici
che sanno di sapere
ma non credono
e non cedono
paese di religione
di caste e d’un infinito
meridione, paese
d’Appennini splendidi
antichi borghi in calanchi
e monnezza, paese
non nazione, posto
di coordinate incerte
tutto un mondo
paese mio prosciugato
dagli stessi suoi inventori
avi ignavi.
paese che mi cresci
millenario stivale
di calce e stracotto
m’ospiti, m’assorbi
m’attenui come il pianeta
il suo satellite. è vero
genuino e terribile.

principesco

aggirarsi discreti
tra i resti degli avi
statue ruderi palazzi
con tutto il peso
il passato non torna
lascia un’orma
che forse informa.
passeggiando felici
in sella ad una bici
tutto nell’aria ferma
ritorna come pro forma
o come dei fili d’erba
che vibran di brezza.
e qui sta l’eroica altezza.

una penna a Penna

un tempo gli operai erano belli
ora son ammaestrati fardelli:
consumatori senz’ideali
non volan più, perse le ali.
un tempo gl’operai eran belli.

odio

una volta
tanto tanto tempo fa
in un pianeta più rotondo e azzurro
c’era l’ideologia
un’altra bugia d’accordo
meglio tuttavia del vuoto spinto
del capitale
ora rimane solo la follia
i campi non sono arati
l’educazione una finzione
la rabbia palpabile
nei fiotti di bile
dei figli degli operai
la violenza ci fa umani animali
vorrei soltanto vivere
faticare il giusto, poco
io non ci vedo nulla di romantico
non c’è nulla di cui andar fieri
senza guerre che tengano
occupate menti e corpi obesi
cominceremo a divorarci dentro
lentamente minuziosamente
come vermi solitari
come cavie deboli
come carne andata a male
col pensiero inutile
le idee rotte, le illusioni
tutte le promesse del mondo
sogni, bisogni, evasioni.
nessun impero lambisce l’eternità.

tranquillo

il fiore e
un amore
van d’accordo
lo spazio
d’una notte
e un giorno:
delicate note
e scoscesa rupe
dedicate strofe
e salita forte.
quando
ci si macchia
di polline
non c’è sorte
e per un attimo
vinta la morte.

leggerti

io so
che quando ti leggo
poi ti vengo appresso
come il rampicante s’inerpica
sul filo del bucato
e da lato a lato
si distende come uno iato.
leggerti è il gran piacere
alato, come un merlo
che non sa. di saper volare.

lavorare la-vo-ra-re!

conosco uomini che per lavorare
farebbero carte false
altri che sono impiegati statali
non fanno un cazzo di niente
arrogantelli bastardi privilegiati
che rispondono maleducati
protetti dai loro loculi di vetro
non sanno chi sei, non ti guardano
non ti amano. conosco uomini
che potrebbero darsi da fare
ma sono troppo impegnati
a schiacciarsi i punti neri sul naso grasso.
conosco uomini che sono fuggiti
e non ritorneranno presto
conosco quel che comprendo
perché il lavoro non nobilita l’uomo
lo trasforma in un mostro egoista, gretto, sporco.
gli uomini non dovrebbero lavorare
dovrebbero perdere tempo
dovrebbero guardare il cielo
contando le onde del mare
insegnando ai propri figli cosa è la vita.
lavorare stanca, lo diceva anche Pavese
poi Cesare si è ammazzato
e ora son tutti cazzi nostri.

guarda che sole splendente, è primavera

non ci sono più i padroni
autoritari d’una volta
e nemmeno il lavoro
non so, forse c’è un collegamento

ma non ne sono sicuro.
i robot ci faranno le scarpe
la politica muore
sotto al peso della pecunia
i sindacati elargiscono
servizi indotti
da un potere kafkiano
la merce ha vinto sull’umanità

perché non c’è più umanità

che grande ruota la storia

milioni di persone
ci osservano affamate
e vogliono assomigliarci

ma non sanno

pretendono l’illusione
vogliono perdere la libertà
ogni giorno:
otto ore di gioie e soddisfazioni
ogni santo dì
messo sulla terra
dal nostro grande creatore
per far arricchire
un uomo, il timoniere.
la civiltà
domanda

ma nessuno risponde
il capitale pretende
la vita se ne va
pian piano
senza disturbare.

mama papà

il bambino d’anni due
urla già da una coppia d’ore
tutto il suo amore
non parla rumoreggia
non s’annoia scalpita
non s’accanisce urla
sillaba mama e papà
caspita che vitalità
non par vero
che una creaturina
così piccina
faccia più trambusto
d’un treno che vuol star sui binari
(per la verità
di questi tempi
rari-
non i binari).

cucina per deboli di cuore

odori nuovi
e sapori: la cucina
solletica e non priva.
pizzichi di sale
di vino una sfumata
così amata e pepiamo
ed un goccio d’olio
amo pure questo foglio
dove imbastire posso
un dialogo fitto e tosto
coll’arrosto.

il perdurarsi

il perdurare delle azioni nostre
in aria multiusata e abusata
bi e trirespirata dalle moltitudini
inettitudini e solari congiunzioni
il trapassato che rinviene
s`astiene nel respiro
o sostiene nella processione
avanzando su calanchi e piste
da ballo: che sballo l’esistenza
non è tutta poesia
e neppure scienza:
è l’esatta fantasia
che si spera nell’emisfero.

si campa

quando ti penso
coronato d’idee

luminosi pensieri.
e quando ci sono scintille

memorie, assuefazione.
come una barca si campa
s’ondeggia, non si sa.