"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: aprile, 2018

ponte del primo

oggi c’è questo sole che sbrana
che sembra un faro di banca
queste nuvole di polistirolo
quest’alito di vento
come lo scarico di un condizionatore
la città si stende insensibile all’uomo
ha preso vita sua
come un virus letale
è una merce come un’altra
un fendente definitivo
cosa ci facciamo qui?
non riconosco nessuno
i vicini sono stupidi cialtroni ficcanaso
guardano il mondo di pioppi
dalle finestrelle dei bagni
il tagliaerba festeggia il surplus verde della primavera sbocciata
le auto frullano e scoreggiano gas mortali
i cittadini coscienziosi non possono restare a casa loro
devono ritrovarsi più soli nelle stesse località
la poesia non servirà a nulla neppure oggi
a me non frega niente
fate quel che volete senza di me
io non vi conosco
non vi amo
e non posso aiutarvi.

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arredatore d’interni

dall’intero si sottrae
per l’eterno, l’infinito
dell’esistenza il sempre fermo
l’usuale giorno.
al mezzo si somma
la cultura la scienza
l’astrologia per fantasia
e persino il dogma
verità infantile che ci placa.
quando
non si capisce un acca
e s’ignora, chissà perché
ci si sente
piu vicini
a dio.

esplosione

la primavera sempre risorge
dal rumore di fondo
e millenaria si stende
telo verde nuovamente
sotterraneo sommovimento
dei calori nostri colori.
a dimenticarsi si tende
del vivo e spregiudicato
durante l’inverno
ed è quello a renderci vispi
e non decorativi nell’esplosione
dei fuochi d’artificio
delle tempeste solari
nel quadrar del cerchio
delle stagioni interiori.

il poeta va a capo quando cazzo vuole

—————————————————————a M. Parente

il poeta si veste
strano, è eccentrico e sensibile
il poeta quando è femmina
mette camicie nere
e copricapi neri non alla moda
e oggigiorno
appare più poetico
perchè la poesia è diventata femmina
quando è maschio
si fa i tatuaggi (sempre neri)
si fa crescere la barba nera
fa discorsi complessi con parole forbite
per non dire nulla
come quasi il cento per cento
dei politici
i venditori porta a porta
i testimoni di geova
i preti
i venditori di aspirapolveri
trucchi e sbobbe dimagranti
eccetera eccetera eccetera

e parla di amore
spesso un amore andato a male
un amore non corrisposto
un amore romantico
un amore irraggiungibile

il poeta che sia maschio
o che sia femmina
andrà a capo
a cazzo di cane

è il verso libero
e per questo
sembrerà un vero poeta
fatto e completo
deridetelo pure
il poeta non scompare
anche perché non è mai esistito
e non guadagna un euro:
dimost
rate il contr
ario.

scontro raccordo

c’è stato un battibecco
lui è restato per parlare
lei ha aperto la porta
ed è andata via
(non si sa dove
sono molto nervosa, devo sfogarmi
ha detto)
lui è rimasto
sul divano
non ha più aperto bocca, forse invano:
le persone si scontrano
per tornare per mano?

i fili d’erba ho contato

ha sbavato il caldo
tutto l`odio suo malcelato.
i fili d’erba ho contato
ingiallirsi, seccarsi:
arsi prati, diradati senza senso
che la natura ha sempre
anche se pare sbagliato

quell`astio spudorato.

attraversamento

lo scandalo indegno dell’anonimato
il terrore del silenzio nell’anno 2018
che azzera il tempo a ritroso
come spazzaneve d’anima.
e che anima e dove se ne sta?
appanna i vetri della casa
è brina la mattina, rugiada
in primavera. e durante il giorno
quanda s’alza il sole e colora le cose
dove va? è tepore di carne
che ha peccato e nell’immediato
il senso del sacro.

25 aprile MMXVIII

quanto sole deve ancora
ruminare sulle case
su quest’altrove.
e se beccheggia
questa mai compiuta
democrazia, che sa d’altra
occupazione, che non va via.
l’inconsapevole consumatore
quieti sogni dorme
canta come grilli
finchè ce n’è, che altro
potrebbe o farebbe
se non comperare
quel sole irreale.

paese bello

paese mio lucente
fatto da contadini
per contadini
strappati alla terra
per sintetici terziario
e polimeri. paese
d’avvocati giudici
che sanno di sapere
ma non credono
e non cedono
paese di religione
di caste e d’un infinito
meridione, paese
d’Appennini splendidi
antichi borghi in calanchi
e monnezza, paese
non nazione, posto
di coordinate incerte
tutto un mondo
paese mio prosciugato
dagli stessi suoi inventori
avi ignavi.
paese che mi cresci
millenario stivale
di calce e stracotto
m’ospiti, m’assorbi
m’attenui come il pianeta
il suo satellite. è vero
genuino e terribile.

principesco

aggirarsi discreti
tra i resti degli avi
statue ruderi palazzi
con tutto il peso
il passato non torna
lascia un’orma
che forse informa.
passeggiando felici
in sella ad una bici
tutto nell’aria ferma
ritorna come pro forma
o come dei fili d’erba
che vibran di brezza.
e qui sta l’eroica altezza.

una penna a Penna

un tempo gli operai erano belli
ora son ammaestrati fardelli:
consumatori senz’ideali
non volan più, perse le ali.
un tempo gl’operai eran belli.

odio

una volta
tanto tanto tempo fa
in un pianeta più rotondo e azzurro
c’era l’ideologia
un’altra bugia d’accordo
meglio tuttavia del vuoto spinto
del capitale
ora rimane solo la follia
i campi non sono arati
l’educazione una finzione
la rabbia palpabile
nei fiotti di bile
dei figli degli operai
la violenza ci fa umani animali
vorrei soltanto vivere
faticare il giusto, poco
io non ci vedo nulla di romantico
non c’è nulla di cui andar fieri
senza guerre che tengano
occupate menti e corpi obesi
cominceremo a divorarci dentro
lentamente minuziosamente
come vermi solitari
come cavie deboli
come carne andata a male
col pensiero inutile
le idee rotte, le illusioni
tutte le promesse del mondo
sogni, bisogni, evasioni.
nessun impero lambisce l’eternità.

tranquillo

il fiore e
un amore
van d’accordo
lo spazio
d’una notte
e un giorno:
delicate note
e scoscesa rupe
dedicate strofe
e salita forte.
quando
ci si macchia
di polline
non c’è sorte
e per un attimo
vinta la morte.

leggerti

io so
che quando ti leggo
poi ti vengo appresso
come il rampicante s’inerpica
sul filo del bucato
e da lato a lato
si distende come uno iato.
leggerti è il gran piacere
alato, come un merlo
che non sa. di saper volare.

lavorare la-vo-ra-re!

conosco uomini che per lavorare
farebbero carte false
altri che sono impiegati statali
non fanno un cazzo di niente
arrogantelli bastardi privilegiati
che rispondono maleducati
protetti dai loro loculi di vetro
non sanno chi sei, non ti guardano
non ti amano. conosco uomini
che potrebbero darsi da fare
ma sono troppo impegnati
a schiacciarsi i punti neri sul naso grasso.
conosco uomini che sono fuggiti
e non ritorneranno presto
conosco quel che comprendo
perché il lavoro non nobilita l’uomo
lo trasforma in un mostro egoista, gretto, sporco.
gli uomini non dovrebbero lavorare
dovrebbero perdere tempo
dovrebbero guardare il cielo
contando le onde del mare
insegnando ai propri figli cosa è la vita.
lavorare stanca, lo diceva anche Pavese
poi Cesare si è ammazzato
e ora son tutti cazzi nostri.

guarda che sole splendente, è primavera

non ci sono più i padroni
autoritari d’una volta
e nemmeno il lavoro
non so, forse c’è un collegamento

ma non ne sono sicuro.
i robot ci faranno le scarpe
la politica muore
sotto al peso della pecunia
i sindacati elargiscono
servizi indotti
da un potere kafkiano
la merce ha vinto sull’umanità

perché non c’è più umanità

che grande ruota la storia

milioni di persone
ci osservano affamate
e vogliono assomigliarci

ma non sanno

pretendono l’illusione
vogliono perdere la libertà
ogni giorno:
otto ore di gioie e soddisfazioni
ogni santo dì
messo sulla terra
dal nostro grande creatore
per far arricchire
un uomo, il timoniere.
la civiltà
domanda

ma nessuno risponde
il capitale pretende
la vita se ne va
pian piano
senza disturbare.

mama papà

il bambino d’anni due
urla già da una coppia d’ore
tutto il suo amore
non parla rumoreggia
non s’annoia scalpita
non s’accanisce urla
sillaba mama e papà
caspita che vitalità
non par vero
che una creaturina
così piccina
faccia più trambusto
d’un treno che vuol star sui binari
(per la verità
di questi tempi
rari-
non i binari).

cucina per deboli di cuore

odori nuovi
e sapori: la cucina
solletica e non priva.
pizzichi di sale
di vino una sfumata
così amata e pepiamo
ed un goccio d’olio
amo pure questo foglio
dove imbastire posso
un dialogo fitto e tosto
coll’arrosto.

il perdurarsi

il perdurare delle azioni nostre
in aria multiusata e abusata
bi e trirespirata dalle moltitudini
inettitudini e solari congiunzioni
il trapassato che rinviene
s`astiene nel respiro
o sostiene nella processione
avanzando su calanchi e piste
da ballo: che sballo l’esistenza
non è tutta poesia
e neppure scienza:
è l’esatta fantasia
che si spera nell’emisfero.

si campa

quando ti penso
coronato d’idee

luminosi pensieri.
e quando ci sono scintille

memorie, assuefazione.
come una barca si campa
s’ondeggia, non si sa.

figlio mio

figlio hai negli occhi stupore
la forza nelle braccia per l’immortalità
d’una pura, candida esistenza

hai purezza e la resistenza
ricci capelli capricciosi
hai questa energia tutta tua
che dimenticherà me
madre, il genealogico, resoconti
senz’operazioni, derisioni

manutenzioni:
figlio mio hai la forza viva
e potente
hai la fronte capace
di sollevar pietre
sotto scovarci splendente
luce d’universo.

strafatti di dolore

non c’è via d’uscita
siam fatti per soffrire
vedendo interminabile
successione d’albe e tramonti
(imbecilli che siamo
la vorremmo persino infinita
megalomani d`illusione, viltà
amore e fatica)

e l’allacciarsi le scarpe il mattino presto
che orrore la vita
il lavoro la famiglia
la fica e il doppio lavoro
per procurarsela
la noia dell’eterosessualità
la virilità ostentata
e via dicendo

radersi la barba
l’affitto, la pausa pranzo
leggere i giornali
far finta d’essere buoni
cittadini coscienziosi
il voto, le previsioni del tempo
mi viene il voltastomaco
e sia chiaro
non sto favorendo
il suicidio
sono solo un pessimista
radicale
amo la vita:

e che vorrebbero brillassi
ed io non voglio brillare
come una scimmia ammaestrata
voglio essere
opaco.

oh mio dio, io

dio io non te ne voglio
ma tu applicati meno
te ne porti via migliaia
in un baleno. lo so, dio:
c’hai creati per lo sberleffo
tuo e del tuo speculare
con lunghe corna e zoccoli
partita combattuta
a monopoli: c’hai inbroccolato
con l’umanità e l’aldilà
a lato, segno ereditato
d’un destino intestino
d’una morale acquitrino.

il pisello

dopo la fica o prima
eterna lotta dell’uovo
e della gallina, c’è il pisello:
la storia senza di lui
mettila come vuoi
non sarebbe stata la stessa
sarebbe già finita
a suo modo sessista
e così maschilista
il pisello è sempre quello:
ridicolo eretto foruncolo
violaceo barzotto
più o meno lungo
ma le dimensioni non contano
curva a destra
curva a sinistra
apartitico è cetriolo, fungo
l’universale banana
per alcuni
potrebbe persino volare
più o meno grosso
a tutte salta addosso
belle e brutte
ignoranti colte
basta che ci sia
quel prurito là sotto
che fa eterno il rito
dell`asta il tiro
alza bandiera del mattino
prima dell’amore
è il pisello sempre
l’attore di spessore.

la fica

non è bella proprio
la fica, ma può esser saporita
linea irregolare tormentata
arricciata, arzigogolata, che varcata
si sta dopo un picco d’estasi
male o tale e quale
dolce bocca muta di labbra
e abracadabra
ecco s’apre come ostrica
è allora son pochi pensieri e dolori
venir dentro
con possenti ardori
e sans papiers tutto quell’umore
a volte o sempre come si dice
è più la fatica
dello scadore.

turpe poesia

—————————————————————–a Davide

mi si chiede d’esser
meno volgare (o meno politico?)
come andando all’altare
senza scopare
un rapporto platonico
senza lacrime, sudore:
il rapporto si fa in due
e uno più uno
non fa mai coppia
se aggiungo togliete
se tolgo mettete:
la realtà non è sogno
è tremendamente reale
anche se il verso alla Penna
che tra parentesi io adoro
è sempre equilibrato e musicale
sotto sotto c’è carne
eiaculazione passionale
processione all’orinale.
è fattuale.

cristo

cristo è risorto
per fare un torto
alle masse che prima o poi
finiscono in fondo al fosso.

fosse morto e basta
lo sentiremmo più vicino
ed invece no
oltre i miracoli

il sangue il vino
l’eccentricità del mago
la beffa dell’unicum:
tornando al mondo
per fetare e soffrire.

la storia? son stati loro

i comunisti
son sempre stati
un poco fascisti
e viceversa.
Bombacci ebbe
degli uni e degli altri
stracci e stralci,
temuto prima dai fasci
eppoi giustiziato
dalla stessa parte fondata
speculare contro l’altra
davanti allo specchio
dell’avvicendarsi si fa scaltra:
la storia si monta così come panna
tumulando avversari
eppoi modellando
il progresso
col consenso
e buone masse
consumatrici obese e viziose
che dimenticano.
i comunisti di colore
col pugno alzato
quelli che poi
han venduto l’anima
al mercato
ed il culo slabbrato
del proletariato.

emorragia toracica

ti ho avuta
non t’ho amata
ti ho cercata
t’ho desiderata:
allegro elastico
d`inquieto distico.

prima s`avvera

la primavera
antica megera
promessa leggera:
si scaldano i campi
che dio ci scampi
dai piccoli brevi amori
senz` odori, laschi ardori.

incantato

son nato
per l’ incanto
che può esser canto.
ma intanto i suoni
son di metalli e vetri
infranti: in quanti
sbaglieranno?
in tanti.

conflitto

quando ripenso
a quel passato
non mi sento
in giudicato.
errare è umano
pare, soprattutto
carne e pensiero
della propria.
quell’equilibrio
stando assai
al manubrio
che vien a mancare:
i paraocchi
portano allo stallo
il povero cavallo.

s’addentra

il silenzio è perlopiù dei morti
ma anche d’alcuni tardi pomeriggi
in cui l’industria è in pausa
latente, tutto cielo indifferente
rosso saturo all’orizzonte carico.
e l’umido dei fossi
riflette i nostri occhi fissi
e le api volano nei fiori
suggono e ronzano
come se si conoscessero
al futuro: natura crea
uomo contempla
secoli s’addentra.

gocciolio

alternanza naturale
tra gocciolio e stantio
fra tenebra, luce
nella terrena foce
dell’umano fiume
districarsi impossibile
tra bene e male
indifferenza, ardore.
gocciolio dolce
dal soffitto grigio di nubi
sulla stanza dei giochi
dei turbamenti
degli inceppamenti:
siate grati alla luce
che di là conduce.

estraneo

le feste sono generalmente terribili
ma ancor più temibili
in aree primaverili
quando tutti t’incalzano
per un picnic
un’escursione
un tormentone di metà stagione
ed io sono un pigrone
ed un bastard contrario
non guardo l’orario
solo se me ne sto tranquillo
sul mio divano
con una poesia di Betocchi
un concerto di Corelli
una fettona di tiepida brazadela
potando un olmo bonsai
lontano dagli stessi invasati vacanzieri
che vedo tutto il resto della settimana
negli uffici e nei laboratori
soffocare come topi.

che cos’era la sinistra?

i poveri cristi son ignoranti
decerebrati e fascisti
mangiano junk food
ruttano di fronte alla tivvù
non si lavano, si scaccolano
mentre c’è il goal, sono razzisti
votano a destra. quelli ricchi
invece son tolleranti,
hanno la villa sui colli
ti guardano dall’alto
son chic, loro vanno a teatro
tu vai alla partita di calcio
o a far la fila per il prossimo reality.
il povero cristo ha lo sguarto limitato
ghettizza e dà consenso
a gretti personaggi senza dio
quello ricco ama la semplicità dei poveri
lo fa sentire bene, si compiace
è progressista, finanzia le ong
l’emancipazione delle donne
le minoranze, i migranti
i ricchi votano a sinistra.

lavoro bestia nera

il lavoro sta finendo
però se ne muore
ancora e sempre di più
schiacciati, a testa in giù
folgorati, si perdono arti
asfissiati, decapitati.
nel cambio siamo capitati
siamo sopraffatti
tra un’epoca di veleni
cancro e versamenti
e un’altra robotizzata
di schiavitù generalizzata
e la politica non se ne occupa
la politica se ne infischia
il lavoro non è consenso
il lavoro non fa più notizia.

corpo che vive

già sceso il sole
il vento ha elaborato il lutto
spazzando le foglie
pare autunno, l’usuale corso:
l’aria si rincorre
nelle stanze
io ho voglia d’urlare
ma dopo otto ore di capitale
non ne ho più la forza
mi pare d’essere
più un corpo incolore
che animale. un asteroide
non cometa, lontano dalla meta
metà della torta
che non si divide.

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