paralleli storici

diranno il paese è finito
eppure non è neppure
cominciato
quel fine ‘800
positivo in fermento.
non si calcola sulla carta
l’ingrato destino: il popolino
è migrato perché morendo di fame
nel buio delle miniere negriere
scelse di soffocare.
oggi vota più di prima
è grasso, sano, inciabattato
però il gioco s’è rammollito
non si fa più sul serio.
per non pagare più tasse
neppure più scopa
e la poesia? la poesia
segue a ruota: è un’inutile
soprammobile
per gente ignobile.
persino i critici
non son più criptici:
di democrazia strepitano
s’affannano ancora coi pugni alzati
slogan trapassati
quasi non fossero mai nati.

*

la mia chiesa è neon
surgelati, pile di sacchi colorati
e migranti che spazzano
la mattina presto
le cooperative sono sante non pagano tasse
sono in larga misura di sinistra
quindi se ti danno quattro soldi bucati
non sei italiano o se lo sei allora sei uno sfigato
eppoi un calcio in culo
è tutto in regola
il job act è l’anticristo di Gramsci.
se dio esistesse
sarebbe già in strada col pugno alzato
recitando il vangelo col megafono
praticando la violenza sgrammaticata
dei senza tetto
dei bambini non scolarizzati
delle catapecchie dei quartieri appassiti
dei grandi urbanisti anni ’60 e ’70
visionari stercorari.

*

lo spread sale
mio padre è morto
le donne sono asso pigliatutto
vogliono figlio e mantenimento
il merlo è stato sfrattato dalla gazza
l`operaio dalla fabbrica
l`ideologia è andata via:
pare non ci sia l`alba
ma un continuo irrispettoso
lunghissimo tragicomico tramonto.
il maschio è un femminiello
con mascara e cipria
muto e palle mosce.
in mondovisione
va in onda la baraonda
avvizzita. quattro stracci
un panino ed un destino
scritto da fascio tecnocrati
lontani 1000 km.

gomitoli instabili

qualcosa non va
non funziona
la vibrante sensazione
del malfunzionamento
d’un dannato presentimento.
ti leggo nei fiori
sui tetti, nei comignoli
nei piccoli passi
nelle cene
nei dopo.
quando credo di possederne
dalle mani scivola via saponate
è la sensazione dell’incompiuto
del bicchiere mezzo vuoto
dell’incapacità del nuoto:
da una riva
all’altra
senza soluzione di continuità
in circolo
a baciarci i gomiti
come gomitoli
senza bandoli.

il menù è fisso

il cliente ha sempre
ragione
così sorridente
si spinge fra la gente
che non lo guarda
se non quando il carrello
cozza coll`altro al traguardo della cassa
lungo corridoi di freddi neon
e congelatori a manetta
cassiere d`africa, asia e americhe
clienti idem
così si rispetta
il fluente meticciato
dalla politica moderna
sdoganato
e tutti si compra
lo stesso manicaretto
insapore surgelato.

*

i supermercati
son i nuovi luoghi deputati
a far la rivoluzione
terrore dei capitani d’industria
che farfugliano d`opere grandi
e cemento sgretolati.
apparirà la segreta trama
d’acciaio temperato
quel groviglio d’interessi sterminati
nei palazzi del potere
verminaio.
largo al popolo
che sa di vuoto
come la città d’agosto.

*

cosa
colpisce il sole
irrora e colora la sola superficie?
o come il diamante della corona
s’incastona, come l’elettrone raggiante
scorre all’interno del nucleo
per divenir fotone o raggio gamma
che plasma a forma nuova
collide e squadra i riflessi
deterge e infonde, deflagra
o squassa e genera nuova luce potente
nei sottostanti piani
come bagna la strada l’acqua degli idranti
in tubi fessure e crepe
ma poi s’ingorga e defluisce?
cosa colpisce il sole
oltre i capelli, la fronte
fronde di un’anima che si tinge
cosa soffonde le impronte?
di un nuovo mostrarsi ed irradiarsi
che non derubi e non deturpi
questa pace non distante
estate ch’innanzi avanzi.

*

i turbamenti d`una vita
sono l`ufficio, l`officina
il mutuo della casa
uno sguardo trafelato
al pomeriggio tra le prime
quattro ore e l`altro gruppo di quattro
che farebbe otto
ma anche nove o dieci
voglia feroce
di farsi amare
dal caporeparto.
la sera stanco annoiato
sei turbato davanti alla tv
non ci son più
le mezze stagioni.

*

lei faceva vita da night
la dava via per 500 euro a notte
prezzo dell’amore
in parte intellettuale
baci sul collo
quasi delle cotte
dolci parole.
veniva dalla ex unione sovietica
conosceva la grande tradizione russa
il balletto sublime di djagilev
prokofev ed il lupo
di shostakovich l’operetta
e la sua passione per il motivetto popolare
l’orecchiabilità della canzone orientale.
una troia colta
per niente banale
me ne innamorai per dieci minuti
giusto in tempo
per depotenziarmi d’erudizione
di fronte al bancomat
che gretto e saggio non volle
sputare tanti e tutti i contanti
per anni a venire.

quelle rare sommità

scampati all’aria nera dei tanti
accolti non esitanti
ci siam accampati nella casetta fra i rami
io, te e il bambino più vicini ai raggi
come eterni elementi specchianti
quel sole che muove il suolo
modella pur i fanghi, li sospinge in alto
come nella cattedrale i severi
ma sublimi cigli fra i migliori a cercarsi
traslando nelle più nobili forme
nuovi usuali e meno materiali
migliori li plasma
come nel sangue piastrine, globuli
ferro e vigorose vitamine
li rilancia nei picchi
quando l’equilibrio è già pieno
in un eterno cielo sereno
capita quella volta e soltanto
in quel tempo dato e limitato dal fato.

*

mi chiamo fuori
da questo gioco al massacro
coi suoi palliativi
i suoi pensatori sensitivi
voglio una casa di legno
sulla collina
una quercia
un ruscello
la natura così com’è
e non tutta la sovrastruttura
del ce lo chiede l’europa.
non sono e non decido
son corrente
preciso preciso
ho male alla pancia
gli occhi gonfi
la mani secche come raspe
mando giù ogni giorno
le pastiglie del sistema
acconsento
sono il mio tormento.
alzare il mento
guardarsi negli occhi
smetterla di sperare
sarebbe atto rivoluzionario
nel clima bonario
del non gentile settembre
che pare agosto.

bucolica scampagnata in zona industriale

la puttane negre
t`inseguono veloci gazzelle
sino alla siepe non più verde,
bacini, rumori anali
culi infranti, olezzo di sudore
vogliono quella manciata d`euro
quel che io guadagno
forse in un giorno:
son povero
non l`avevo mai scritto
or che lo sento e tardivo lo scrivo
mi vien d`esser violento
ma anche lento:
le idee rivoluzionarie
son chiaviche purulente
per gente pungente
del fu sinistra.

*

siam cavie sempre:
in corso
l’esperimento
come un dolce caldo vento
il sociale e le sue regole
verranno ribaltate
da software e controllo
digitale: il fascismo
non si ripresenterà
coll’elmetto, guerriglia
olio di ricino
asino e carota.
ma con l’assentire
del vivere
nell’agio.

*

giocano i bambini nel cortile
si rincorrono, urlano
la palla rimbalza
vivono di bambole e display
rotolano il tempo nemico
di scherzi e baruffe
s’inseguono energici spensierati
i rumori delle scarpe
da ginnastica fanno da segnatempo
ogni balzo un sogno
che distante s`avvererà
dalla santa ricreazione.
è che i giochi son fatti
appena siam nati
pedine della dama
alfieri degli scacchi
piccoli segni sul tronco:
la corteccia s’incide
ma l’albero non muore
dopo la durezza del gelo
con possente nuova lena
rifiorisce in primavera.

mai così vana

non tace mai
la soavità della voce tua
e la speranza che loquace
rinverdisce azioni e colori
diversi, accorsi e ricorsi
come della natura i violenti
morsi. e le brigate della costruzione
della disfatta, che la terra rinvigorisce
in tuono, appassisce in folate, pare distratte
al contrario sagaci, puntuali, dorate
quando i pensieri umani son limitati
limitanti, limiti dello squadrismo asettico
della cultura, balbettante impalcatura millenaria
che non cancella il furore biologico
la violenza insanguinata, forse
l’arretra d’un millimetro ogni lustro.
non tace mai quella voce
l’interpretazione sua
mai così vana, così lontana.

nostri poveri figli degeneri

morti stupidamente per strada e in carcere
senza nome, senza età, coi diritti sospesi
poveri figli emaciati e lividi coricati d’asfalto
fuliggine di marmitta, odore di chiuso, miasmi.
glaciali inferriate, cancelli che per sempre la voce
serrano nelle stanze sorde e quadre di cemento disamorato
figli d’una manciata di maria, coca o ubriachi di vino, whisky
vessati, malmenati, straziati, percossi, ultimi e mai arrivati:
figli del mondo di millenaria civiltà, finiti nelle grinfie sorde
opache, del male assurdo e cieco che per sempre v’ha privato.

*

la nostalgia
ha sradicato i ricordi
i nostri poveri minatori
fra questi. ora
non vi sono più miniere
ma abbiamo tanti buoni sentimenti
sui social e tutti scrivono poesie
che servono miele e americanismo
(si scrive d’amore
anche quando si va al cesso
o si hanno i crampi
o i calcoli
sciolgono i reni negli urli).
il nostro popolo
è il più grande
denigratore di se stesso
non dobbiamo essere cattivi
ma nemmeno troppo buoni
non possiamo svendere secoli
di bellezza e cultura
a quattro analfabeti
ed a una sovrastruttura burocratica
insensata, mai votata e forse
questa sì fascista.
io vi ho avvertito
ora potete ricominciare
a fare foto sfuocate
abbinate a frasi di zucchero.

allegoria

un’allegoria della vita
la poesia: azioni i versi
le strofe anni impilati
il verso libero un’irruzione
della realtà, l’endecasillabo
il feroce tentativo del calcolo
il desiderio di un’armonia
che si porti via l’approssimazione
la tensione: l’immedesimazione
nell’arte ti mette da parte.

i suoi primi novant’anni

cazzo se mi preoccupa il dolore
ne ho una paura fottuta
al minimo acciacco
giù d’antidolorifici
ansia e terrore
ho visto le facce stravolte dal dolore
dei miei nonni sul letto di casa
il viso giallo smunto di mio padre
e non vorrei fare la stessa fine
ho un timore ancestrale
e poi sopportare cosa, perché?
non c’é alcuna redenzione
dei peccati espiazione.
io non credo a dio
non mi convertirò a qualche setta
negli ultimi minuti
alla luce in fondo al tunnel.
resta l’illusione
spacciata da media e capitale
che la vecchiaia non incominci mai
che ad ogni anta
si ricominci da capo.
la realtà più diffusa d’ogni baraccone sognante
è il dolore
ed io non l’accetto
e non accetto una vita che non finisce
la demenza, il pisciarsi e cagarsi nei pantaloni
col pannolone come un bambino
e le gambe che non portano più su un prato
a leggere sognante la natura megera
le sue schifose regole.

*

gli alberi più splendidi
i cipressi
alberi pizzuti
i morti non disturbano
non solleticano i piedi
dei cadaveri
vanno dritti dritti agli inferi
verticali come fusi
ascensori discreti
diretti.
che alberi stupendi
affusolata flora
robusta di vita
splendida di clorofilla
presagio di fine corsa
nel paesaggio d’uomo
sopravvive e giganteggia
quiete e sempreverde
che delimita, cipressi
così vivi fraintesi
nella pace del per sempre.