"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: ottobre, 2018

priorità

senza la pensione
niente televisione.
il problema della nazione
è la banda larga che arranca.
non che il salario medio
sia uno strazio
d`un polmone tumorale
spappolato.

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plagio

le poesie son scortesie che forse
non hanno obbiettivo
son lo specchio appeso
dove non c’è contrappeso:
chi si specchia non sa
e forse non vuol sapere
(quanto è buono
il formaggio con le pere)
vuol un’immagine soltanto
che spenga l’assetata
frustrazione dell`azione.
la didattica spiega
anche ciò che non si spiega
tipo la poesia che fa del verso
la pagliuzza nell’occhio di traverso:
stringi le palpebre
vedi non vedi
occhi aperti, occhi chiusi.
ed è subito sera.

visioni lontane

m’aveva preso la bici
voglio farci un giro
mi disse, te la riporto.
in realtà sparì per un paio d’ore.
non sapevo che fare.
mi venne da vomitare.
contai tutte le foglie cadute
l’autunno donava qualche possibilità
anche ai profani
ai neofiti del mondo
arancioni e gialli
uno sfondo.
arrivò mio padre e capì subito
m’aiutò a ritrovarlo
sembrava un bravo ragazzo
dopo tutto. si scusò. lo era.
seppi poi che finì male
come il bucato
dopo il violento temporale
fanatico perso per la moto.
ora è di un fumo lontano
quel danno minuto
un piccolo screzio nel tempo.

etica del lavoro

l’etica del lavoro
a pochi euro l’ora
un’assemblea sindacale
ogni sei mesi, tutta pagata
il venerdì dalle 17 alle 18
per non urtare gli animi
come gli scioperi del fine settimana.
gli operai non sono mai stati
liberi. stona l’Internazionale.
nemmeno a parlarne della dignità
svenduta centellinando
cartellini e richiami
di caporeparto: ogni dittatore
ha il suo seguito.

*

la domenica è un’elucubrazione alchemica
un equilibrio precario fra la malattia mentale
e la pace dei sensi. piove col sole ma non c’è
l’arcobaleno dei film di Capra. le pozzanghere
sognano i campi arati. le tegole un cielo pulito
senza aerei. io non esisto: in televisione
tutti si abbracciano e tutti felici s’amano.
oppure s’ammazzano come cani randagi.
la domenica sta in mezzo come un arbitro
tra l’odio puro e l’amore totale. e la luce sale
diviene boreale, poi di colpo non illumina più.

redenzione

sotto il cartone
nell’angolo della via secondaria
sul piscio del gatto
a lato la merda fresca del pitbull
(uno stronzo considerevole)
c’è qualcosa o qualcuno
sarà un uomo?
il viso non c’è
non ci sono né mani
né piedi
non c’è un rumore
nemmeno un movimento.
sarà che non c’è nessuno là sotto
che mi sto inventando lo sfascio?
ah, ecco
là sotto c’è polvere:
polvere siamo
e polvere ritorneremo
così, sotto un cartone
un mattino piovoso d’ottobre
senza redenzione.

master culinario

attenderti a casa
è sempre una mezza battaglia
un duello coi fornelli
che cucino stasera?
un master nel disaster
nel prevedere
le scelte culinarie
perdonami: tu ami il toast
io il bollito col midollo.
e poi oggi l’ora legale
non fa così male:
forse per l’ultima volta
m’avvicina di un’ora
alla mia donna speciale.

*

sempre all`opposizione
questa l`intenzione
di pasoliniana revisione
uso della rima
come presa per il culo
ma non a te che leggi
a te, lì in fondo
che non lo fai
te ne freghi sbadigli
bastardo indifferente
impotente impenitente.
manifesto poetico
d`un operaio
che non è salito
sulla scala sociale
è rimasto banale
con la sua spicciola
esigenza corporale.

trilogia della giungla

popolino

la memoria m’inganna
il cemento è bibbia
col catrame dei terrazzi
la monotonia dei palazzoni
modulari. c’è furente follia
a volte negli appartamenti:
gente si butta per far incetta
di felicità terrena. manca tutto
nell’abbondanza.

*

vecchietto

era un vecchio malandato.
nessuno l’ha visto di preciso
s’è impiccato nello scantinato
col cavo del bucato.
i nipoti l’han trovato colla bottiglia
sottobraccio: l’ultimo volo
è sembrato vertiginoso.

*

cerbottana

lo seguivano sino al prato
gli sparavano nei denti
colla cerbottana, un tubo
d`ottone, di quelli filettati
per lampadari. piangeva
coi lacrimoni penzolanti
come quadri moderni
in fretta e furia ripiegava
verso casa dove sozzo
ed impaurito altre e più
ne prendeva: la legge
della giungla in città
una barra filettata
di sangue più assetata.

*

distribuzione automatica di pensieri
seri e faceti. feci un passo alla volta
per dividermi in mille me separati
uno per la famiglia, uno per il lavoro
e a seguire. quanti nomi si possono
avere per non annoiarsi di se stessi?
per non trasalire all’alba, senza mani
di destino, privazioni sue, i suoi vivi rossi?
quanti civici e case? per non distrarsi
ammanettandosi al destino d’altri.
son qui per questo: per maschera
caduta, risalita e demolizione degli inni.
placatevi e costituitevi al sole, non ombre.

neppure

tutti se stessi a cercare
quando altri non ti scorgono
neppure. triste affare
il non poter restare.

la città vive

sei in periferia
quando superi i mucchi
di monnezza fumanti
le puttane urlanti
si mettono in mezzo
l’auto che sbanda.
le parabole rugginose
appese al cielo
i murales come sacre scritture.
i canali con la plastica
appesa ai rami. i topi
ballano rap e reggaeton sotto la luna
l’aria irrespirabile
quando brucia
di malavita. il sindaco
è irreperibile
è carne da giornalisti
il cemento e l’acciaio
sacra trinità con l’eroina
dei nigeriani
da cuocere
fra le dita.
l’overdose
fa dio, seleziona.
le sghembe case popolari
ai ladri, le fabbriche annerite
i divani usati come premi di consolazione.
ai diversi, ai negri
ai musulmani, ai mongoloidi
ai froci la derisione.
gli schizofrenici piantano le unghie
sulla luna piena. i zigani
spolpano i cassonetti
e i bimbi te li ritrovi in casa
ma dove te ne vuoi andare?
omicidi dietro le finestre
erano buone persone, lavoratori
cadaveri occultati
segati e disinfettati.
l’unico riscatto dei perduti
la televisione, casa famiglia.
tutta la mia memoria
di bambino
tra giardinetti, palla
scorribande in bmx.
dalle torri
lungo i viali
non vedi il mare.

poeti di sinistra

noiosi a morte
i poeti di sinistra.
ricchi di contraddizioni
un tempo che fu
oggi maestrini
del corretto.
scrivono di destro
non esprimono nulla
che non sia educato.
alla battuta
rispondono col sermone:
i nuovi preti
ma senza religione.

*

vecchi ingobbiti
bianchi capelli
sacchetti due centesimi
piegati al mercato
raccolgono l’abbandonato.
non credevo da piccolino
alle favole, al declino.
io vivo a quarant’anni
nel centro nevralgico della vita:
cieca politica, ritorta
spartisce l`insipida torta
le siringhe di sangue ed ero
piantate nei platani scheletrici
dicono che non c’è via d`uscita.
forse guerra, un cataclisma.

cittadino del mondo

la città è un motore ingolfato
indossa un burqa suo malgrado
cresciuto in metro quadro d’asfalto
ho fatto tutte le scuole tra un parco
e negozi d’alimentari che ora son altro.
e non riconosco nessuno
anche se guardo negli occhi ognuno
sono mio malgrado
cittadino del mondo
se almeno l’avessi voluto
ehi, non lo dite a nessuno.

tramonto al quisibeve

un giorno come altri
fatti e finiti come canditi
col cielo aperto e sgombro
come una piazza ad agosto.
non ero solo ma speravo
d’esserlo, solo quando si desidera
non a caso per volere di dio.
io a dialogare coi piccoli fatti
con persone altezzose.
io a congelare le cose buone
poche che vengono a galla:
il dialogo è una espressione
artistica. il popolo è arte.

homo a barre

 

la mia natura gaia
è un salto nel buio
vi vedo deambulanti
ma siete più vivi o più morti?

atomizzati in tutte le direzioni
frastornati beati rimbambiti
il credo vostro
è manifesto politico
promesse elettorali
democratici funerali:

prima o poi
ci ritroveremo
senza rolex
nudi e puri
nel niente.
privi d’ideologie
propaganda
fregnacce

retorica etica estetica.
nient`altro che il vuoto
silenziato niente.
e non v’amerò
nemmeno allora.
rassegnatevi: il tempo
non ha salvato nessuno.

*

si concludono i sensi
a mezz’aria, dove le fronde
degli alberi accarezzano dio:
la giornata resterà in memoria
come il bit nell’hard disk
o come i piedi nudi nel parco.
quell’uno che fa differenza
e sfronda quell’indifferenza
che appanna. il digitare
placido e assorto
del male di vivere
si sospende a volte
come ragno appeso
che non divora. festa
allora, che sia protratta.

ah, amor mio

lei non fa la serva in questa casa
dice ad alta voce
lui dice la stessa cosa
con un tono equivalente
ma un filino sarcastico
è il suo onomastico
sarà un caso? il bimbo
è assente e divertito, li guarda
stupito. che bello l’amore
penserà da profano osservatore.
un giorno anche lui
s’innamorerà di una bellissima donna
(forse, almeno l’illusione)
eppoi litigherà con lei la domenica
per una stronzata
che nessuno dei due ricorderà.
resterà nell’aria il veleno
come un’intricata lanugine.

*

ero alla quarta pinta
e mi sembravo più umano.
non mi specchiavo
ne ero solo consapevole.
il sole maturo e tutte
quelle persone in marcia
per andare chissà dove
con la fretta nel cuore.
io ne guardavo solo i culi:
ragazze incerte con le buste
dello shopping del sabato
tatuate coi capelli freschi
e short fuori stagione.
l’aria tenue come certi quadri
che arredano i silenti interni.
le mie mani con le monete
e nessuna voglia di dialogo.
un groppo alla gola.
un salto nel buio.
e la gioia della carne.

*

oggi il cielo ha mantenuto le promesse
alto, azzurro, puro e schivo
e il sole lo accompagnava sereno
come un lume a mezzanotte.
vedevo le persone in cammino
non so dove sarebbero arrivate
ma pensavo a me stesso
nei loro anni migliori, quando
bisogna necessariamente mentire
per essere vivi e forti come sequoie.
conobbi così strane destinazioni improbabili
imprevedibili. ed il cielo era ancora lì
altro, inimmaginabile.

bara in onda

tutto il giorno davanti al pc glaciale
è già finita prima d`incominciare.
ecco il segreto esplicito del capitale:
schiacciarti la testa sul terminale.

*

quando il cielo è pulito
e le tute blu di buono
sole splendido si cuciono
e filano di risate e gossip
di segretarie e conflitti.
quando tutte si muovono
le macchine come mosche
quando termina il turno
alla vita si torna: questi
attimi io penso, desidero.
eroi, brevi minuti d’esistenza.

*

ti dedico questo
le mareggiate salate
e la cioccolata dolce.
intarsiati i passi nella cialda
come una ricetta esercitata
dessert del mentirsi bene:
esagitati gli stati nostri
nostri signori, pieni d’accalori.
dedico questo al sole che passa
alla nuvola che resta.
ma non a strategie sui trapezi:
l’azzardo è dinamitardo.

nato appena

se dobbiamo viverla questa vita
allora non nasciamo più
facciamoci pacifica civiltà
chiediamo alle donne di non infamarsi
di natalità, che la carnefice
sia messa alla gogna
nella fogna putrida e violenta
del mondo. un atto di straordinario
coraggio, rivoluzionario.
che questa merda di sopraffazione
uomo uomo uomo donna donna uomo
donna donna termini per sempre come la noia
la nebbia, la flatulenza serale
tra i piatti sporchi e le mutande ingiallite.
mi vien il vomito. butto fuori tutto.
mi sembra ora d’esser appena nato.

mitico

veneravano i santi
ora i capitani d’industria
rapaci prenditori:
gran portafogli ed imbrogli
inquinamento, sfruttamento
esternalizzazione dei difetti
socialità delle perdite
accentramento assoluto
di ricavi e mitizzazione sacrale:
quando si paga tutto
e tutto ha prezzo
anche il mito finto
ad oncia si compra.

ho annotato

aspettarti stasera.
una cosa che devo fare.
darti un bacio. seconda cosa.
con moderazione dolce
darti un pizzicotto sul culo.
poi dovrei toglierti i pantaloni
piano piano le mutandine.
altre cose che devo fare.
osservarti nella penombra
l’ombra tua sindone
stampata sul muro
come fisiognomica atomica.
la relazione platonica
può essere un’erezione
continua. non si fa caso
ai difetti. o agli eccessi:
droga breve che stona.
oddio, la nuova capigliatura
quanto ti dona.

gioca poeta gioca

gioca poeta gioca
prendi e logora la parola
che ti è stata affidata
per corruzione, idolatria
antipatia, per far servi
ciò che si compra
cristiani e pagani
poeta gioca coi lemmi
prendili strappali redimili
osteggiali pareggiali
lanciali sul muro del pianto
ma non lacrimare
sei uomo forte
ora puoi lasciarti alla sorte.

la stanza senza lei

la stanza senza lei
è solo un pavimento
un soffitto e quattro mura
pure storte. pare che anche
i geometri s’innamorino
e gli operai edili. per questo
alcune trigonometrie son sbilenche.
la scienza non s’accorda coi sentimenti
ma lui la rivuole lì
subito, immediatamente
vicino alla pianta di limoni
(a proposito: bisogna spostarla
dove c’è più sole, come d’altronde loro due)
accanto ai suoi morbidi e romantici sermoni 
per far quadrare la vita sua: perciò
lei porterà con sé squadra, martello e pennelli.

poietica

metti cuore
un tocco di dolore
patimento e amore.
togli umorismo
ironia e somma
sofisma ad enigma
una montagna
d’umanista intimista.
la poesia è lieta
d’allietare senza strafare
la realtà non esiste
al posto suo
l’io centro dell’universo
che a me va sicuro di traverso.

corpi

quanti corpi
stamattina
ho visto
deambulanti
gregge tramortito,
alcune schegge
impazzite.
pure una danza di culi spettacolari
torniti da anni di televisione
e una femmina bionda di fretta
con stivali neri sino alle ginocchia
ed una gonnellina nera
che cadeva come una bomboniera di sesso.
mi son svegliato
per vedere
lo spettacolo da dentro
io che scivolo
solitamente come un serpente
fra la gente.

l’uomo e la donna
mi piacciono a piccoli
sorsi e l’autospurgo fragoroso
che pompa acque vergini
nelle viscere putride della città
sotto una pioggerellina di marzo
(siamo ad ottobre)
al lavoro
a pochi metri
mi rinfranca

mi dice
che c’è una possibilità ancora
per la razza
che va colta rapidamente
prima che sia tardi
e non ci siano più nidi
di rondine testimoni
e vecchi lungo le transenne
ad osservare i cantieri stradali
come nani da giardino.

kamikaze

tristi sudati operai quando la giornata
incomincia per vuote strade
come fantasmi e la sera assenti
testimoni come lampioni.
strisciante rabbia e violenza, derisione.
bisognerebbe distruggere tutto
buttando sale, rasando bruciare
come gli antichi e ricominciare
con la filosofia, l’arte, gli ismi
la diarrea del politicamente corretto
il pattume del sociale
il bluff dello stato sociale.
ma non c’è abbastanza forza
neppure lo sbuzzo, lacrimazione
facile: una generazione abulica
d’inconsapevoli kamikaze.

migrazioni

s’accatasta ai lati della strada
il pattume, plastica che non chiede
perdono, ma ride d’eterno.
erbacce alte in guerra con l’asfalto
la campagna esige rivincita
la periferia porge l’altra guancia.
le fabbriche dismesse arrugginiscono
di vuoto e diritti alienabili
ruggiscono di perdizione.
son cresciuto in un mondo
industriale fatto di frenesia
e strani odori al mattino
d’acciaio e piccolo chimico.
oggi i negozi di kebab
corrodono l’aria e il cinese
fa l’orlo ad ogni ora.
i concittadini migrano in campagna.

*

cosa resta dopo la festa
un istante d’inquieta vita
tra passaggi più o meno
instabili, sommovimenti
tellurici, placche immobili
e che passione schiva
anche nel guado: vita mia
che circondi e premi dentro
quando fuori esterni ed instilli
è arcobaleno, paradiso terreno.

prontuario per lo stupido

se sfondo sei
puoi tirar l’affondo
centrando il centro
che ti sta dentro.
perché spesso
esserne dentro
non da sicurezza
d’una vivida sana destrezza:
la legge della vita
è d’inusuale durezza
come la pietra
spezza.

quel pizzicore

l’amor non ha colore
un pizzicore a tutte l’ore:
come le chiami nello stomaco
le farfalle. nel giugno
troppo caldo cala sudore
preludio dell’intenso
struggimento interiore.

buonanotte signori

non c’è tutto l’entusiasmo
a credersi eterni, sputando a terra
come clark gable in marlowe
vicino al distributore dei preservativi
la farmacia coll’insegna al neon sfarfalla
la città schiava dei vizi.
si riconsegna a noi il plumbeo
cielo che non sa d’alcuna redenzione
e sale sugli alberi già senza foglie
il traffico dei diesel e le scorie
dei riscaldamenti: sui tetti
le anime ferite sputano sangue
e muco catramato. s’ha voglia
di terminare questo ascesso
prima possibile. con la vanga
ma la terra manca ed il sole tiepido sviene.

*

_________________________a A.I., che non lo sappia e comunque chissenefrega

bisognerebbe sincopare il cuore
al ritmo del mondo, ostacolando
il sangue sostituendolo con cielo
e stelle, non dimenticarsi di ragione
e sentimento, bisognerebbe.
incontrarsi ed abbracciarsi
anche se non ci si conosce
nel tempo vorace e mendace.
bisognerebbe far tutto nel silenzio
per non sfigurare nel tempo
delle parole sprecate, bisognerebbe.
oppure auscultare scientificamente
ma con l’umanità discreta del paziente
e parallelamente gioire eppoi dimenticarsi
come lo slacciarsi delle scarpe.
nell’ultimo sguardo, nel tatto
degli sguardi indifesi, nelle trame oscure
nei lacci lenti, negli abbracci caldi
nel verso ispirato, spirato nel vento.
bisognerebbe credere nell’altro
non in un totem, in un’immagine
in un simbolo obolo paternale,
bisognerebbe.

*

ci sono poche opzioni:
o scrivi come vogliono loro
allora sarai pietanza sbranata
leccornia di palati straparlanti
studiato da lumaconi chierici
fenomeno da radical salotti
o scrivi soltanto come vuoi tu
isola nel cielo di fronte alla follia
al ripetersi, al tuono.
o servo della catena di montaggio
adulato e succhiato dal coro
(noioso come la morte)
o intimo schizzo di luce
riflesso adamantino
di fonte dolomitica.

*

felicità non ha titolo
non è preghiera
un corpo giovane
che si spoglia

la naturalezza costante
del cielo in primavera
la dimora dell’uccello
di filo e derivati d’uomo

l’affrancamento dal lavoro
sputare in faccia all’oblio.

ci son cose che voi inumani

ci sono cose
difficili da descrivere
non sono immortali
non sono immorali
nemmeno il tempo
o la voglia di cioccolata

tuttavia stiamo aspettando qualcosa
e abbiamo paura
una pura primordiale
totalizzante.
così guardiamo la tv
giochiamo al lotto
scommettiamo sul futuro
non si sa cosa
parliamo tanto di scopate
ma ne facciamo poche
e comunque sono sopravvalutate
(per questa frase
uno pseudo intellettuale saccente e arrogante
col panzone gonfio come un pallone
s’è alterato
non so perché
forse perché si fa troppe seghe
mentali
cita spesso il ventennio
vomita il suo veleno)

poi la banca ci chiama
ci dice che abbiamo troppi soldi
nel conto corrente
la liquidità oggi è pericolosa
dobbiamo fare qualcosa subito
dobbiamo investire
ma non sul nostro paese
quello deve fallire
i soldi poi li perdiamo ugualmente
coi fondi, con le azioni, con le obbligazioni
eppoi c’è il bail-in

vorrei non aver tutta questa paura
tuttavia son tutti tremebondi
li vedo per strada
occhiali scuri
fare guardingo lungo le pareti
il gregge è potente
chi lo fa per se stesso
chi per la nazione
chi contro
la scommessa è sempre
comunque una rimessa.

*

via indipendenza colma di vita
primavera, sabato pomeriggio
quei tanti stranieri parevano
di noi felici, trepidanti parlanti

in disordinate file festanti.
l’illusione d’averlo il cuore tuo
fra le dita e nel non averti
stretta la mano ci fu sentore
del reciproco sfibrato disarmo:

non credevo al destino
a nessun segno divino
ma neppur troppo al caso
venne giù tutto il nero cielo
a spiegarci che non era d’accordo.

si contano

il giorno del funerale
contai un discreto numero di persone
più o meno note
alcune mi chiedevo
che ci stessero a fare
avevano forse sbagliato morto?
altre erano lì
perché non sapevano come e dove
-o lì o a giocarsi la pensione
oppure andarsi a scopare una puttana
in un vicolo solitario
o forse andarsene a pesca
con esca, canne e seggiola.
si contano i vivi
per carpire se il morto
ha avuto un certo successo
nella vita, allora
non ci pensai e non mi lamentai
quando sarà il turno mio
ci sarà lo stretto necessario
per decretare
una piccola vittoria
sull’oblio
come ora ascoltando
Debussy e la sua sonata
per flauto, arpa e violino
ti senti più vicino a dio
ma non darlo a vedere:
la morte può aspettare
anche se la noto
negli occhi d’un gatto quatto quatto
come un nano posato sul giardino
all’angolo della casa banale
in attesa del passero.

la sega

c’è un momento del giorno
in cui perde consistenza
il mondo. non è una sorpresa:
il contenuto svapora

e collide con la decenza.
arrivano immagini d’intimo
capezzoli, cosce tornite, peli:
l’alzabandiera prevale sulla seria
immobile e noiosa preghiera.

la mano prende vigore
abbranca delicata ma salda
il timone: cazza la randa!
cazza la randa! destinazione
sobrio svuotamento interiore.

*

non si rasserena la città la sera
a vibrare continua di traffico
frenesia. il dovere mio ho fatto
in fabbrica e il sole fuori, il cielo
sgombro. come avessi sbagliato
come se non fossi mai esistito.

mantenersi vivo

braccato dalla scuola
sin dalla più tenera età
quando si sperimenta
ciò che si potrà avere.

trascorre il tempo
come un orologio spento
e le mattine di libri
sono divenute giornate

per altri che stanno in ufficio
con grafici a torta
e la fetta della torta
è zuccherino per cavie.

la via d’uscita è coda del serpente
avvilente per la comune gente
termine dell’imposto dedalo.

là fuori

sbiadite ed intontite vespe
si quietano infreddolite stanche
nelle casette di legno marcio dei passeri
e la gazza s’allena nel carpire segreti
dei vicini dietro finestre di vapore
è l’autunno indolente, che spegne silente
ogni ardore. tutti i suoni s’ammantano
d’ovattato sentore: i vermi lavorano la terra
lo faranno sino al nuovo inizio di primavera.
mai s’arresta l’essenziale lavorio pure
se il cielo è plumbeo, la terra bagnata e noi
chiusi per feste nelle nostre case tiepide
c’arrovelliamo sulla scadenza
dello spread e del mutuo.

canto abbandonato

già l’autunno mal digerito
non per fiori e colori
nemmeno per odori
lievi tepori, ovattati suoni
ma per tendenze
pochi sguardi liberi
cenni e dolori
l’autunno delle chiuse
finestre, del cader degli steli
pochissimi fiori di fuori.
l’autunno della cucina sui fuochi
ciambelle, torte
tagliatelle, lasagne, tortellini
sughi, burro e salvia
manicaretti complici, piccini
dualità di quest’età malinconica
preda della confusione
derisione d’uccelli
che sol per campare
ti desiderano, tra le persiane
scrutano sui rami ed armonia dei canti
per ora abbandonano inani.

*

le puttane han salvato più d’un uomo
anche innumerevoli artisti
perché si vive nel dolore
ma la vita è perlopiù vivace
ed interessante. le puttane
con la loro bocca
le belle cosce scoperte
ravvivano aria e testicoli.
anche se la scopata dura
poche manciate di secondi
può essere una delle più belle cose
per un uomo medio
e tutto è niente e viceversa.
poi son venuti i quadri
le poesie e le sculture.
nel migliore dei casi.
tutta quella bellezza
per delle puttane.
donne e puttane.
mi piacciono le tette piccole
le bocche carnose
occhi grandi, capelli lunghi
castani e le rosse
che non parlano troppo.
i culi che dicono
i capelli lunghi e mossi
oppure lisci.
anche i capelli ricci
ogni riccio un capriccio
e io non sopporto i capricci.
oggi sono insoddisfatto.

vengono le ore

quando vengono le ore
arrivano lentamente
bevi un caffè, non fare niente
la gente è distante
dietro la parete, accanto
silenziosamente: di bimbo
schiamazzi, di vecchio strazi
ad ogni età suo rumore
la zuppa imperiale in una giornata
autunnale, quando vengono le ore
una ogni ora, lancetta lascia
la lancetta prende.

*

sei una cosa semplice
come me quando mangio
o scrivo o rimugino
tutte le stelle nel conto
piano piano poi a scalarsi
si fanno in due i conti nel cielo

che il sole non basta mai
e tutte le tenerezze, le carezze.
io ti basto, tu basti a me

nel tempo moltiplicato e accarezzato
forse non mancheremo il bersaglio
e tutto pare messaggio d’armonia
dalla cimice silente, all’ombra della porta
che non si chiude mai
dall’alba al tramonto
e questa sete che c’abbevera
e rammenda.

…scusate, perdonatemi, ora un poco di sana (o insana) autocelebrazione…

potere e volere

vi chiederanno di rinnegare
e rinnegare ancora con la paura
dimenticando che la terra
non è il centro dell’universo
vi convinceranno
di non esser schiavi
perché potete scegliere
gaudenti supermercato.
imbevuti di fake belerete
e berrete dal calice amaro.
l’integrazione è un abbaglio
i secoli non sono noccioline
ed io non sono buono e pallido.
chissà che direbbe il padre.
chissà se il mio voto è scambio.
se la poesia serve.
se chi mi legge m’odia.

ventriloqui

l’autunno persiste il distacco,
appena giunto
è già grumo di questioni
stuolo di voci divergenti
umani presentimenti, passioni scostanti:
il giorno non è proprio luminoso
neppure notte, i cari
pretendono più luce
le maree meno scossoni
meno terremoti
ma costa la luce
la sicurezza, il pasto
il prezzo è d’altri
il massimalismo dei post
inquina spiriti
e verità di mezzo
i sinceri per colpa
o per ragione si defilano
acclamano mainstream
cavallette e rane
un sentore d’apocalisse
e c’è chi continua a strisciare
con le tasche piene
eppure qui siamo defilati
diluiti ed assenti
a registrare tra il quieto cielo azzurro
e le contenute partecipazioni
giunte per posta.
salvate i bambini
salvate i bambini
dal paternalismo
del mercato: tutto e subito
scalda occhi
e parti basse
ma non i cuori.
ad maiora.

lievito

potati gli alberi
non c’erano uccelli
ma cimici e ragni
un intero mondo parallelo
miniatura della nostra
natura, tu sei andata a lavoro
io son restato, incantato
appeso al ramo
quasi per finirlo
con le cesoie nel palmo.
ma da solo
non si va lontano
anche se si fa per tre.
e gli altri due dov’erano?
erano lontani
disattenti:
non mi credono
capace.
non mi credono
uno della loro specie.
eppure sono loquace
prenderò alcune parole
in prestito
li convincerò
come fa il lievito
colla farina.

l’intesa

lei vuole uscire la sera
lui l’aspetta senza fretta
lei lavora e subito a casa
non vuol tornare, non vuole
vedendolo, di soffritto odorare:
l’attesa è un film o di musica un brano
l’attesa è la casa e la resa di quell’intesa.

possanza

non ricopre fragili ci scopre
oggi la nebbia all’offuscato chiarore
del lontano sole, umido timido
l’impazienza della vita s’anticipa
sublima pur nell’intimo
di tutte goccioline minuscole
ammanta la giornata di malinconia
affranta: ma ciò che deprime
dà possanza nell’immediato ch’avanza
sopravanza il nero vuoto ch’incide.

*

a Bologna d’estate
la stazione è un’allegra
epilettica invenzione
d’un modo in creola ebollizione.
indiani pakistani cinesi rom
africani: tutto il mondo è paese
ma in pochi metri quadri
in un mese di sudori esagitati
come in un sandwich
stratificati od incendiati
non dalla storia multi etica
ma da una potente illusione:
il capitale è rapace
solo chi non ha da lavorare.

calda ottobrata 2017

non vuole raffreddarsi ottobre
di questa fortuita inattuale
vitalità primaverile godo.
come l’illusione invoco
più gioco. il frutto maturo caduto
vuol esser gemma di nuovo
ma è già buio, il freddo accenna
di più la sera, velocemente rinfresca
quel tepore si sole del mezzodì
nei muri, nelle pelli immagazzinato
più non ci sono canti di passeri e di merli
baruffe, pare già invernale torpore:
è la sbagliata vana stagione
invasione ottenebrata d’un allarmata
mitezza, della calda ottobrata.

fuso

vorrei guardarti negli occhi
diritto
come un fuso
alla terra parallelo
coll’orizzonte confine.
come nella sfida dell’o.k. corral
difficile mi riesce, sin da ieri
contrastanti pensieri:
è la notte
che mi parla, non consiglia.
e certi silenzi densi
come olio: galleggia
la forma
affonda il contenuto
nel lieve starnuto.

Cantiere poesia

Scusateci per il disagio, stiamo sognando per voi

DISTRATTA

pensieri astratti in una mente distratta

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La neutralità favorisce sempre l'oppressore, non la vittima. Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, non il torturato.

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"...e poi Letteratura e Politica"

La specie si odia. E mi permetto di aggiungere: "A volte di coppie non si può parlare, ma d'amore sì; altre volte di coppie sì, ma non d'amore, e è il caso un po' più ordinario". R. Musil, 'L'uomo senza qualità', Ed. Einaudi, 1996, p. 1386. Ah, a proposito di 'relazioni': SE APRI IL TUO CUORE SI TRATTA DI AMICIZIA. SE APRI LE GAMBE SI TRATTA DI SESSO. SE APRI ENTRAMBI E' AMORE

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Se dall’onda del pensiero riaffiora qualche indizio riportami voce nei luoghi immemori dove nacque l'idea

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19 anni, studentessa - alexandrabastari@gmail.com

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"Ti lascio una cosa, una prosa, una tentazione, un'occasione, uno scampo di dolore, un ammutinamento,, un'eutanasia preventiva non ancora necessaria "

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"Noi non siamo mai esistiti, la verità sono queste forme nella sommità dei cieli." Pasolini

contro analisi

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Rosa Frullo

Rosa Frullo. Un poeta e un filosofo tra Spleen e Masochismo

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LA DITTATURA PERFETTA AVRA' LA SEMBIANZA DI UNA DEMOCRAZIA, UNA PRIGIONE SENZA MURI NELLA QUALE I PRIGIONIERI NON SOGNERANNO MAI DI FUGGIRE. UN SISTEMA DI SCHIAVITU' DOVE, GRAZIE AL CONSUMO E AL DIVERTIMENTO, GLI SCHIAVI AMERANNO LA LORO SCHIAVITU.

formavera

rivista di poesia e poetica

Non di questo mondo

Nel mio taschino c'è tutto quello che va conservato per non andar perduto.

Michelangelo Buonarroti è tornato

Non ce la fo' più a star zitto

Un cielo vispo di stelle

tentativi di prosa e di poesia

LaPoetessaRossa

I like who I am and that is so fucking attractive

Memorabilia

Mille sono i modi di viaggiare, altrettanti quelli di raccontare.

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