priorità

senza la pensione
niente televisione.
il problema della nazione
è la banda larga che arranca.
non che il salario medio
sia uno strazio
d`un polmone tumorale
spappolato.

plagio

le poesie son scortesie che forse
non hanno obbiettivo
son lo specchio appeso
dove non c’è contrappeso:
chi si specchia non sa
e forse non vuol sapere
(quanto è buono
il formaggio con le pere)
vuol un’immagine soltanto
che spenga l’assetata
frustrazione dell`azione.
la didattica spiega
anche ciò che non si spiega
tipo la poesia che fa del verso
la pagliuzza nell’occhio di traverso:
stringi le palpebre
vedi non vedi
occhi aperti, occhi chiusi.
ed è subito sera.

visioni lontane

m’aveva preso la bici
voglio farci un giro
mi disse, te la riporto.
in realtà sparì per un paio d’ore.
non sapevo che fare.
mi venne da vomitare.
contai tutte le foglie cadute
l’autunno donava qualche possibilità
anche ai profani
ai neofiti del mondo
arancioni e gialli
uno sfondo.
arrivò mio padre e capì subito
m’aiutò a ritrovarlo
sembrava un bravo ragazzo
dopo tutto. si scusò. lo era.
seppi poi che finì male
come il bucato
dopo il violento temporale
fanatico perso per la moto.
ora è di un fumo lontano
quel danno minuto
un piccolo screzio nel tempo.

etica del lavoro

l’etica del lavoro
a pochi euro l’ora
un’assemblea sindacale
ogni sei mesi, tutta pagata
il venerdì dalle 17 alle 18
per non urtare gli animi
come gli scioperi del fine settimana.
gli operai non sono mai stati
liberi. stona l’Internazionale.
nemmeno a parlarne della dignità
svenduta centellinando
cartellini e richiami
di caporeparto: ogni dittatore
ha il suo seguito.

*

la domenica è un’elucubrazione alchemica
un equilibrio precario fra la malattia mentale
e la pace dei sensi. piove col sole ma non c’è
l’arcobaleno dei film di Capra. le pozzanghere
sognano i campi arati. le tegole un cielo pulito
senza aerei. io non esisto: in televisione
tutti si abbracciano e tutti felici s’amano.
oppure s’ammazzano come cani randagi.
la domenica sta in mezzo come un arbitro
tra l’odio puro e l’amore totale. e la luce sale
diviene boreale, poi di colpo non illumina più.

redenzione

sotto il cartone
nell’angolo della via secondaria
sul piscio del gatto
a lato la merda fresca del pitbull
(uno stronzo considerevole)
c’è qualcosa o qualcuno
sarà un uomo?
il viso non c’è
non ci sono né mani
né piedi
non c’è un rumore
nemmeno un movimento.
sarà che non c’è nessuno là sotto
che mi sto inventando lo sfascio?
ah, ecco
là sotto c’è polvere:
polvere siamo
e polvere ritorneremo
così, sotto un cartone
un mattino piovoso d’ottobre
senza redenzione.

master culinario

attenderti a casa
è sempre una mezza battaglia
un duello coi fornelli
che cucino stasera?
un master nel disaster
nel prevedere
le scelte culinarie
perdonami: tu ami il toast
io il bollito col midollo.
e poi oggi l’ora legale
non fa così male:
forse per l’ultima volta
m’avvicina di un’ora
alla mia donna speciale.

*

sempre all`opposizione
questa l`intenzione
di pasoliniana revisione
uso della rima
come presa per il culo
ma non a te che leggi
a te, lì in fondo
che non lo fai
te ne freghi sbadigli
bastardo indifferente
impotente impenitente.
manifesto poetico
d`un operaio
che non è salito
sulla scala sociale
è rimasto banale
con la sua spicciola
esigenza corporale.

trilogia della giungla

popolino

la memoria m’inganna
il cemento è bibbia
col catrame dei terrazzi
la monotonia dei palazzoni
modulari. c’è furente follia
a volte negli appartamenti:
gente si butta per far incetta
di felicità terrena. manca tutto
nell’abbondanza.

*

vecchietto

era un vecchio malandato.
nessuno l’ha visto di preciso
s’è impiccato nello scantinato
col cavo del bucato.
i nipoti l’han trovato colla bottiglia
sottobraccio: l’ultimo volo
è sembrato vertiginoso.

*

cerbottana

lo seguivano sino al prato
gli sparavano nei denti
colla cerbottana, un tubo
d`ottone, di quelli filettati
per lampadari. piangeva
coi lacrimoni penzolanti
come quadri moderni
in fretta e furia ripiegava
verso casa dove sozzo
ed impaurito altre e più
ne prendeva: la legge
della giungla in città
una barra filettata
di sangue più assetata.

*

distribuzione automatica di pensieri
seri e faceti. feci un passo alla volta
per dividermi in mille me separati
uno per la famiglia, uno per il lavoro
e a seguire. quanti nomi si possono
avere per non annoiarsi di se stessi?
per non trasalire all’alba, senza mani
di destino, privazioni sue, i suoi vivi rossi?
quanti civici e case? per non distrarsi
ammanettandosi al destino d’altri.
son qui per questo: per maschera
caduta, risalita e demolizione degli inni.
placatevi e costituitevi al sole, non ombre.

neppure

tutti se stessi a cercare
quando altri non ti scorgono
neppure. triste affare
il non poter restare.

la città vive

sei in periferia
quando superi i mucchi
di monnezza fumanti
le puttane urlanti
si mettono in mezzo
l’auto che sbanda.
le parabole rugginose
appese al cielo
i murales come sacre scritture.
i canali con la plastica
appesa ai rami. i topi
ballano rap e reggaeton sotto la luna
l’aria irrespirabile
quando brucia
di malavita. il sindaco
è irreperibile
è carne da giornalisti
il cemento e l’acciaio
sacra trinità con l’eroina
dei nigeriani
da cuocere
fra le dita.
l’overdose
fa dio, seleziona.
le sghembe case popolari
ai ladri, le fabbriche annerite
i divani usati come premi di consolazione.
ai diversi, ai negri
ai musulmani, ai mongoloidi
ai froci la derisione.
gli schizofrenici piantano le unghie
sulla luna piena. i zigani
spolpano i cassonetti
e i bimbi te li ritrovi in casa
ma dove te ne vuoi andare?
omicidi dietro le finestre
erano buone persone, lavoratori
cadaveri occultati
segati e disinfettati.
l’unico riscatto dei perduti
la televisione, casa famiglia.
tutta la mia memoria
di bambino
tra giardinetti, palla
scorribande in bmx.
dalle torri
lungo i viali
non vedi il mare.

poeti di sinistra

noiosi a morte
i poeti di sinistra.
ricchi di contraddizioni
un tempo che fu
oggi maestrini
del corretto.
scrivono di destro
non esprimono nulla
che non sia educato.
alla battuta
rispondono col sermone:
i nuovi preti
ma senza religione.

*

vecchi ingobbiti
bianchi capelli
sacchetti due centesimi
piegati al mercato
raccolgono l’abbandonato.
non credevo da piccolino
alle favole, al declino.
io vivo a quarant’anni
nel centro nevralgico della vita:
cieca politica, ritorta
spartisce l`insipida torta
le siringhe di sangue ed ero
piantate nei platani scheletrici
dicono che non c’è via d`uscita.
forse guerra, un cataclisma.

cittadino del mondo

la città è un motore ingolfato
indossa un burqa suo malgrado
cresciuto in metro quadro d’asfalto
ho fatto tutte le scuole tra un parco
e negozi d’alimentari che ora son altro.
e non riconosco nessuno
anche se guardo negli occhi ognuno
sono mio malgrado
cittadino del mondo
se almeno l’avessi voluto
ehi, non lo dite a nessuno.

tramonto al quisibeve

un giorno come altri
fatti e finiti come canditi
col cielo aperto e sgombro
come una piazza ad agosto.
non ero solo ma speravo
d’esserlo, solo quando si desidera
non a caso per volere di dio.
io a dialogare coi piccoli fatti
con persone altezzose.
io a congelare le cose buone
poche che vengono a galla:
il dialogo è una espressione
artistica. il popolo è arte.

homo a barre

 

la mia natura gaia
è un salto nel buio
vi vedo deambulanti
ma siete più vivi o più morti?

atomizzati in tutte le direzioni
frastornati beati rimbambiti
il credo vostro
è manifesto politico
promesse elettorali
democratici funerali:

prima o poi
ci ritroveremo
senza rolex
nudi e puri
nel niente.
privi d’ideologie
propaganda
fregnacce

retorica etica estetica.
nient`altro che il vuoto
silenziato niente.
e non v’amerò
nemmeno allora.
rassegnatevi: il tempo
non ha salvato nessuno.

*

si concludono i sensi
a mezz’aria, dove le fronde
degli alberi accarezzano dio:
la giornata resterà in memoria
come il bit nell’hard disk
o come i piedi nudi nel parco.
quell’uno che fa differenza
e sfronda quell’indifferenza
che appanna. il digitare
placido e assorto
del male di vivere
si sospende a volte
come ragno appeso
che non divora. festa
allora, che sia protratta.

ah, amor mio

lei non fa la serva in questa casa
dice ad alta voce
lui dice la stessa cosa
con un tono equivalente
ma un filino sarcastico
è il suo onomastico
sarà un caso? il bimbo
è assente e divertito, li guarda
stupito. che bello l’amore
penserà da profano osservatore.
un giorno anche lui
s’innamorerà di una bellissima donna
(forse, almeno l’illusione)
eppoi litigherà con lei la domenica
per una stronzata
che nessuno dei due ricorderà.
resterà nell’aria il veleno
come un’intricata lanugine.

*

ero alla quarta pinta
e mi sembravo più umano.
non mi specchiavo
ne ero solo consapevole.
il sole maturo e tutte
quelle persone in marcia
per andare chissà dove
con la fretta nel cuore.
io ne guardavo solo i culi:
ragazze incerte con le buste
dello shopping del sabato
tatuate coi capelli freschi
e short fuori stagione.
l’aria tenue come certi quadri
che arredano i silenti interni.
le mie mani con le monete
e nessuna voglia di dialogo.
un groppo alla gola.
un salto nel buio.
e la gioia della carne.