poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: novembre, 2018

poeti nichilisti

siam tutti nichilisti
da quando scrocchiavano
le parole a montale
come braci decotte
crepitavano cozzando
o come il tono
sardonico di lolini
imbalsamatore di minori vie
scantinati e dentiere lese.
poi ci sono le poetesse
innamorate che fanno a gara
con le soap ed il corretto
od il gender allargato
a caso sociale.
nessuno legge i poeti
finti e furbi esteti
così il mondo resta criptato
il critico non sa dove è capitato
la politica è un istinto
al sacro, il politico
della loro parte
un mentecatto illusionista
incolto e distaccato
del lato sbagliato
non ha previsto la società.

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patriota

se andranno di lungo così
diverrò patriota pure io
sventolerò il tricolore
fuori casa sopra il portone.
io individuale solitario
anarchico consumatore.
tirano la corda, il cappio
si va stringendo, la corda
la tirano ancora e ancora.
non s’accorgono stupidi
che il paziente è morto
ed il morto il terzo giorno puzza
risorge e va per la sua strada
con gli occhi nuovi
della ripetizione della storia.

ti faccio la morale

la morale
è un cariato molare
prima o poi
va estirpato
con una pinza o similare.
quella bocca chiusa
che s’asciuga
per ardua misura.
e col giudizio
del dio non in terra
né in cielo: cazzo
c’è tutta la libertà
che vogliamo
dall’evoluzione
partita dal ramo.
basta dischiudersi
senza inganno.

che gelida manina

sicura e virtuosa
la mano nella patta
giocavamo a nascondino
eri bionda, sveglia, carina
e con quella manina!
poco più che bambini
siam spariti birichini.
ricordo come ieri
l`ampio dilatarsi
dei pensieri:
che pomeriggi
di formazione
pomeriggi
di erezione.

editori e critici

non ha voglia il poeta
di buttarsi di sotto
diventando leggenda
per affabulatori
e scrittori di fiori.
il poeta è vivo
ti guarda in faccia
la tua faccia da culo
orribile e stupida
ti sputa
in faccia la tua
deficienza, sarà
comunque un funerale
niente male
pochi invitati
tutti allo stadio
o al mare.

*

il cielo sereno è come volato via
al posto suo montagne di panna
che muove riflessi: ci rivediamo
perciò ogni volta diversi. differenti
ma sempre se stessi negli incidenti.
e anche un forse viene in soccorso.

*

il poeta è sempre solo solo
se ne va giù per lo scolo
il poeta isola alza la testa
trova giustizia la mattina
in una sempliciotta rima.

chi comanda

ma che giorno gioioso
starsene nel laboratorio
con i colleghi che non parlano
un giorno laborioso
lenta pioggerellina
cielo uggioso
autunno di malavoglia
il tempo non passa
il clima non invoglia
scansa la verità
l’operaio stanco ed assente
che travaglia per arricchire
chi comanda.

piangi, piangi

piange il bambino
strilla, gracchia, geme, imita
non ricorda d’esser nato
non sa del futuro
non è maturo
apre la bocca come un tuono
e non parla
non è sensato
tutto gioco
scacciato dai cani
ritratto dal fuoco
bambino mio
che cresci
nell’estenuante moto.

*

la potenza dinamitarda
del mondo scuote
e improvvisa sulla terra
sugli occhi piccoli
ma esercitati alla passione
dell’uomo deambulante
nel scialacquio disturbante del tempo
rosso sole sulla pelle
imparato dall’occhio iridescente
verde prato sui palmi callosi del contadino
marrone nelle sue sfumate moltitudini
nella carne e nei capelli neri e castani e biondi
e oltre nell’infinito.
la vita s’affaccia in questo tutto
guerrafondaia ed illuminante
come un stella la notte dell’anima
cangiante e veritiera:
quel crescere continuo
che spinge come un razzo nell’atmosfera
questa luminosa sublime
misericordiosa esistenza sulla terra
non teme la guerra e il mediocre della stizza
dell’acida rimessa. oh, amore
che tutto in sé tiene, ricorda.

sabato di riposo

il sabato di riposo
è partita vinta
del lavoratore
che non più
conosce il senso
delle ore.
l’errore grave
è stato mendicare
un soldo bucato
per il suo tempo datato:
resterà solo, povero,
maleducato
da un sistema tanto
terribile
quanto sfrontato:
il migliore dei possibili
dall’élite degli insensibili.

*

naturalmente esisto e vegeto
come il cemento sotto la nebbia
torbido affilato memento
come il fiore dell`erbaccia appuntita
ai lati del cavalcavia crollato
e la pigra malata mattina
di novembre che non sa niente
se non la svogliatezza dell`esserci
la frivolezza d`un dono non meritato
il verificarsi delle stasi e delle accelerazioni.
gli uccelli stanziano, le menti tentano un volo.

reddito e cittadinanza

qualche giorno fa m’hanno mandato via
non fanno abbastanza profitto col mio
povero tempo, tornato a casa con gli echi rossi
della futile protesta in strada, ho aperto la finestra
-la casa vuota e silenziosa, fuori in giardino
il pettirosso cercava saltellando i vermi nella terra-
e non so perché, aprendo la finestra colla condensa
m’è venuto di cantare bella ciao o l’internazionale
ma tornavano indietro tutte le note
come quando si mette una crema solare
ai raggi del sole, nemmeno il cielo
pareva gradire sordo -non significano più nulla le note
le parole sassi muti e mentre bevevo un caffè amaro
avrei voluto alzarmi sui miei simili
e gridare tutta la differenza ed illuminarmi
come in quei quadri dove l’alba si carica di significato e splendore.

*

quante creature
si possono dire
in pace nel giorno piovoso
bellissimo-
non è fuori la pena
è dentro sicuramente
allacciata come un neonato koala-
quante creature
come passeri e gazze
son quiete e tali resteranno.
incapace l’uomo a trattenersi
l’odio è malnetta gramigna
bavosa collaborazione
che rema contro l’universale
gravitazione.

black friday

i sinistri si trovarono
ultraliberisti a suon
d’acquisti. svenduto
lo stato, l’industria
agli amici. i sinistri
quelli degli operai
dei pensionati
dei disoccupati
hanno preso il mondo
con la destra salda e forte-
turbofurbe femministe arrabbiate
lgbt arcobaleno ed immigrati
alieni, i nuovi fari
di quegli illuminati opportunisti.
chissà che l’immensa
schiera di ignoranti
che non li ha votati
(le élite così accolgono
gli adepti democratici)
non si sia rotta i coglioni.
abbia fiutato l`inganno.
d’un qualunque scranno
ipocrita e codificato.

*

il dicembre 2009
poco prima di natale
lo ricordo molto bene.
eravamo nel parcheggio
del centro commerciale
intasato d’auto, enorme-
in auto (guidavo io)
mio padre mi disse
che i giochi erano fatti
finiti i canditi
scacco matto.
la vita può essere
una caccia al tesoro
ma stavolta il tesoro
non era ricompensa
se non quiete
dopo il lungo dolore.
pastiglie grosse come bottoni
interventi chirurgici
iniezioni settimanali
di veleni istituzionali
tutto il tentato addolorato.
si avvicinava la morte-
il volto già smagrito
il tono della voce
basso, calmo.
io ho il terrore
di trovarmi
nella stessa situazione
ho i suoi occhi nella mente
ed il tenue sorriso.
chissà se sarò coraggioso
come lui fu. fermo, dignitoso.

*

ho acceso l’aspirapolvere ciclonico
l’ho passato in ogni dove
in ogni interstizio
ogni angolo con piglio indomito.
ho disinfettato con candeggina
e varechina
ho lucidato spazzato ripassato
igienizzato scaravoltato
la casa come un uragano.
frugato ordinato.
ho spruzzato lucidanti abbondanti
e tanto olio di gomito.
e mi sono illuso sudando:
al termine dell’operazione
stanco e bagnato sino alle mutande
ho rivisto di nuovo la polvere
adagiarsi dove era stata con efficienza
sfrattata in malo modo.
arroganza ed imperio dell’uomo
sono spazzati via
dal primo debole fremito del tetto
ed il consumarsi interminabile
della pelle.

arte, quella è arte!

questa sera ritornando dal pub
drogato di libri
ossessionato da vecchie edizioni
faccio sesso con la vecchia carta gialla
alla bancarella latte
alla ricerca di un barlume, di poesia seria
di luce e urlo feroce, di sincerità
nella piazza antistante la stazione
barboni spacciatori molestatori
merde di cane sull’arenaria
come mine in laos
vomito fresco e piscio rancido
risorse con cappellini e cuffiette
che osservano e dimenticano
fanno segni e occhieggiano
cocaina e derivati
cristalli mantecati
per nasi delicati

tuttavia non c’è letteratura
soltanto manualistica
fumetti e mosci bestseller
la bibbia, il manuale del segaiolo giovane
i vip scrivono libri
vanno in tele e scoreggiano
l’oceano è saturo di plastica
ce la beviamo morto microbo
nell’acqua imbottigliata
giusto i buongustai coprofagi
si cibano dei loro escrementi
il mondo culturale
è alieno al sociale
lecca i culi che contano
è diarroico poco eroico.
pierpaolo andava coi cinni
ma almeno era vivo
non un delicato furbastro paraculo
un cervello coi controcazzi
ora solo cazzi (mosci) e culi frusti.

*

mai nati i figli dei poveri
con gli occhi al cielo
e i nervi scoperti
col salario senza fiato.
più guerre a far largo
ci sono state le droghe
delinquenza e anche stato:
gli opposti si combattono
ma poi s’attraggono.
e gli impotenti dottori
psichiatri e pedagoghi
han scritto e vaccinato
etica missione nel calderone
della messianica operazione:
renderli tutti uguali
non salvandone nessuno.
poveri figli.

*

collassa la nebbia
in una bruma vischiosa.
per terra olio di motore
accende uno scemo arcobaleno.
da casa coll’ombrello discendo
con un’opinione di me sufficiente-
non d’altri, serve amebe.
il vento turgido fra le antenne
sonorizza d’inverno il mese-
armonie atonali, schegge cerebrali
altere. come una muffa cresce
il rumore dell’arancio bus: la notte
non porterà consiglio, né ausilio.

*

il vecchio ha riperso
le chiavi: è demente
col girello. son ritornati
i pompieri, non quelli
dell’altroieri -uno di loro
una bella fichetta abbronzata
coi capelli raccolti ed un piglio
mascolino di tendenza
con macchie d’inchiostro
cancerogeno che sgorgavano
come macchie solari dal girocollo.
un giorno al vecchio secco
gli han rubato il portafogli
l’han seguito, giù
per la ripida discesa
nessuno scrupolo
non è lucidità la vecchiaia, né pena
come una secchiata d’acqua
ghiacciata, una fitta
nebbia che cala e nemmeno
pietà. s’è risvegliato
nel letto col cagnetto accucciato
che aveva cagato nell’angolo
come a ricordargli
che pure lui è stanco e acciaccato
ha fatto il suo tempo
ululava rassegnato
con una sorta di scabbia
ed il pelo arruffato.

*

a novembre il soffio si fa rado e leggero
dall’aldilà l`alito di zolfo pesca inquieto.

comprensivo

la città si spegne
col rantolo del treno.
il boeing mi passa sul cranio
va a letto il vicino
chiuso il gas
il piatto della pasta
sul tavolo in cucina. oggi
sono stato comprensivo
a tratti. fuori la pioggia
ha fatto del suolo uno specchio.
i fanali d’auto sono abissali
fondi senza cuore.
m’addormento
come un bambino.

bicordi

infinitamente lontani siam
pur vicinissimi, costretti
nel digitale, ristretti nei sensi
l’unica piazza che vale
equidistante da una diffusione
ed un horror vacui nel tempo
benessere indeciso del generale
senza esistere. scambiamo
disagi e presagi, piccole frasi-
bicordi, evasioni e quando
saltuariamente la chiave combacia
ognuno per sé, dio per tutti.

*

mi guarda il mio collega
eppoi il vuoto, son le 17
è stanco morto.
anche io lo sono
non ne posso più.
quasi non lo riconosco
eppoi una battuta volgare
solidarietà vetero animale
per tirar su il morale.
le vertebre scricchiolano
un giro a 360 gradi
sono un gufo
ma il gufo sta sull’albero
mi stiro. anche la giornata
è asfittica: ore su ore
come se niente fosse
solo quando sei sereno
sono un schiocco di dita
questa è la vita.

*

del creato l’eroismo
i giovani han scordato
si picchiano con la polizia
per un ideale mancato
fan le barricate
non per occupazione
per reato di finzione.

*

la nebbia compiace gli angoli
rassomigliano. c’è abbandono
(dalle forme, dai corpi)
e il ritrarsi da terra con millimetri
coperti. e c’è la notte presto
che amplifica e deterge.
come una spugna.
un solvente delicato.
l’ammollo delle mani
per ripartire l’indomani.
il rifarsi del bene
tutte le postille
le intese minime
i fremiti dei rapporti.
una volta per campi
i fiumi, i colli
ora tra i mercati, le folle
e le solitudini multiple.
incoraggiate.

*

nella notte che non conosce stelle
la ragazza esce di casa
ed è tutta inzuppata
piove a dirotto.
cerca il suo carnefice
il dio che l’ha fatta debole
l’ha arresa pastello nella gabbia
delle serpi. la ragazza è forte
è intelligente, un poco selvaggia
saprà che fare per domare
il fuoco, saprà conquistarsi
la serenità degli spiriti
liberi. nella notte nera
baldracca malsana
la ragazza forte è luce.
luce di madre-
darà prole.

levare

cercan tutti più parole
quando necessità
è in levare. è quando levi
e fissi il sole, per quel poco.
te lo tieni ancor
sulla retina modico
come un picco ancor più acuto
è questo istante che riempie
quel soliloquio splende.
l’eterno immanente.

*

il mio nuovo dono
si chiama perdono
la tentazione degli occhi
di dichiararsi ed inspessirsi
per vedere il minuto
come lenti dormienti.
sei affranto e perso?
compra un bonsai
dagli acqua dall’alto
ogni santo giorno
con serena delicatezza
fretta cattiva consigliera.
hai annunciato il dono
per cavarti dai guai
ora ogni buon dí
nell’idea ti dichiarerai
del santo gesto dell’abitudine.

buon appetito

il bimbo è pigro
mangia lento
un boccone una boccaccia
eterno gioco
del neofita:
l’infantile
è appunto il non regredire
ma essere.
far le cose con passione
perché son nuove.
tutto illimitato
tutto da provarsi
prima della gabbia
del disfarsi.

Quanto basta...

Riflettere, condividere pensieri. Senza esagerare. Quanto basta...

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Quando la poesia incontra la vita di un ragazzo

Giuditta Michelangeli (tra versi e prosa)

Scrivo per passione e per noia, scrivo per passione annoiata. Lo pseudonimo è uno strumento ed è confusione, è uno strumento per confondersi. ("Sii sempre un poeta, anche facendo prosa.” - C. Baudelaire)

Unterwegs

In cammino

sovrasenso bisbigliato

"quando ti sono postuma ti ritrai negando il nesso tra suono e pensiero pensato." (Anna62)

Brezza d'essenza

Quando scrivo dimentico che esisto, ma ricordo chi sono.

ilcollomozzo

FU ALL'INIZIO UNO STUDIO. SCRIVEVO SILENZI, NOTTI, SEGNAVO L'INESPRIMIBILE. FISSAVO VERTIGINI. A. R.

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