"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: dicembre, 2018

telefonami ora

telefonami ora
aspetto il tuo respiro vivo
riprodotto morto dal microfono
attendo i tuoi puntini sulle i
la tua follia imprevedibile
illusa d’unicità.
l’elettronica simula il contatto
potremmo chattare
o venire di sospiri
e mai saremmo vicini.
lo sai che siamo differenti?
lo sai che potremmo stare bene
assieme? e se già lo siamo
(assieme intendo)
parliamoci ancora ed ancora
al telefono, mi piace:
anche lontanissimi
siamo uno di fronte all’altra
piante della serra
che debbono impollinare

ed assieme sfiorire.

Annunci

dominatevi

dominatevi allo specchio
e non cedete alla tenebra.
il solitario canto funziona
in una terra di solisti opportuni.
scaldano la sedia e mutuano
discordia e insolente anestetica
apatia, ma cercate sempre il suolo
e di sopra il puro cielo
delle rondini e i canti.
non c’è nulla di male nella caduta
e risalendo la gioia del soliloquio
in un’agorà anche ingordo
opportunista e licenzioso
ma che incarna la carne di festa
libra l’anima all’eterna fusione col mondo.
eterna sia la collaborazione
coi fiori, le piante, gli esseri tutti.

anche se diluvia sarà vita che splende.

anticchia

soffre il fiore reciso
ch’abbandona a forza
il suo giardino, la siepe
strappata, le radici.
o per miraggio
d’un abbondante satollo
complemento oggetto.
non radica la pianta
nel lontano suolo:
plastico delle periferie-
le comunità s’isolano
autoreferenti: si scannano
o s’ignorano.
un odio viscerale
di nere mani, schiacciate
lese e callose
che solo il povero sa.
egli solo sa bene come s’odia
sin dalla preistoria.

annoso

ho notato lo spaesamento
la tortura metodica
il furore rapito dalla noia.
s’accendono lumi
altri si spengono-
l’ambiente decade
il cielo rosso
non di vulcano
ma d’umana mano
imprevedibili silenzi
non scalfiranno l’infinito
neppure un richiamo:
un’era è sulla terra
miliardi di testimonianze
spiccioli nel conto finale.
e noi un passaggio
sempre a far di calcolo
come ragionieri.

falci e martelli

esternazione di virtù senili
i quarant’anni. e i difetti
si ripongano nell’interesse
d’altri inumani delle catene
di montaggio, dei raccoglitori
degli allevatori, degli imbonitori.
falci e martelli fusi e sbiaditi.

la casa

era una vecchia vecchia casa
costruita intorno al 1940
fu un fienile
mattoni poveri
ma fondamenta solide
poi l’hanno divisa in sei parti
intonacata e fatti i doppi muri
per coibentare
per scaldare i poveri
il fieno è sparito
sono apparsi gli uomini
venivano da lontano
dalle risaie
dalle campagne
erano stati in jugoslavia imprigionati
erano sopravvissuti
ai bombardamenti intelligenti
alle malattie
erano stati quieti e lavoratori
sposati e figli
anche in guerra
(anche ora siamo in guerra
senza carrarmati chiaro
ma di figli pochi pochi)
poi
è arrivata la luce elettrica
ed il gas metano-
c’era una volta una stufa di ghisa
in fondo al corridoio
pesante e spartana
con la legna da bruciare
poi l’antenna per la tele
fuori i tempi erano cambiati
così velocemente
tutto diverso
ma la casa è ancora lì
qualche terremoto
qualche tempesta
urla e liti
ma la casa è ancora lì
forte, testimonia la pace
fra gli uomini
anche se lo scontro
non è mai finito.

yesss

erano diversi giorni
che non scrivevo nulla
tutto mi pareva diarrea
tutto un albume sbattuto e sbattuto
per non consegnare che l’acefalo vuoto
frasi opportuniste su catrame di democrazia
la merda lessa del lavoro
il rantolo dei media servi
sicuramente il cosmo non abbisogna delle mie scoregge favolose
erano giorni di freschezza e fancazzismo
mi piacciono i giorni che non chiedono nulla
non significano un cazzo
e c’è quel cielo terso-
voglio il mio tempo per niente
il silenzio tra un preludio e una fuga di Mitja
e l’assetata mania dei poveri in canna. yesss.

mano a mano

avrebbe voluto
leggersi il meridiano
7 romanzi sette tutti in fila
o la silloge poetica
della poetessa intimamente progressista-
oddio che full immersion-
se ne andava in bagno
la sua sala di lettura preferita

isolato dal mondo
provvisoriamente
ma finiva sempre
coll’uccello in mano
a masturbarsi

avrebbe voluto essere un lettore
coi controcazzi
invece la sua attenzione scemava
neanche troppo lentamente
alla fine preferiva del sesso solitario
o una sciocca rivista di pettegolezzo
nostrano.

la mano non ubbidisce sempre
l’ispirazione invece
si palesa verticale forte.
forse tra un anno o due
il meridiano…
questione di tempo
e selvaggia determinazione.

*

nel concentrato silenzio
del domenicale mattino
le mie povere cose raccolgo
nella semplicità del sole
e della terra nebbiosi.
i giorni irosi terminati
una placida quiete
dopo la calca e non c’è
vergogna, né la gogna
dei sacramenti. le menti
meravigliose all’attacco
giocano e s’infervora il presente
di delicate fiori, fragranze.
nemesi del male un’oasi
di fresca beatitudine.

*

non vedo
corrispondenze ma affastellamenti
ammassarsi deliquescente
mito dell’intreccio dei fatti di muscoli
che sobbollono e sul vetro freddo
e trasparente ad ogni agente,
ialino che scorpora, brume intangibili
sfumature tenuissime, barlumi di fede
come l’alito impuro e tiepido
diviene macula di vapore e verbo.
eppoi aggiustamenti per eccesso
o per difetto, secondo la stagione
e comunque sia ad acceso cervello
che a incidentale black out e vespro
non verrà a mancare calcolo e ragionevoli
funzioni. quindi il tempo cicatrizzerà
ed irrorerà d’accresciuta accettazione
più d’una volta, perché duce assertivo
ma avviluppante come padre, eremo di festa
e congiunzione.

*

dovo son stato non ti dirò
a meno d’uno scambio:
un nuovo percorso a ritroso
verso il liquido amniotico
un senso unico verso il buio
per ritrovarla la luce
e sembrare eterno.

*

l’inverno radicato è inoltrato
anche se starai fra la gente
sentirai un freddo pungente.

*

il mio mondo felice
eppure io sento
da là fuori i lamenti
dolore, le grida
le unghie che scavano
ansimanti respiri.
i corpi sulle rotaie
gli spari e i veleni.
le voci negli ospedali
quando il ferro della notte
li chiude. lo stato 
delle cose, l’abbandono.
eppure la democrazia
tutela non curando
e se fosse pur questo
eterno oblio all’ombra
dei filosofi, dei poeti?

*

la giornata breve è stata questa
divorarsi implacabili a vicenda.
chiacchiere leggere come piume
ma nessun volo. tergiversano
gli attori della commedia, altro
non v’è, come tanti svaporati
nell’eterna commedia, svanendo
nel crepuscolo senza scrupolo.
ma poi è notte, riposo dovuto.

*

l’insperata qualità della vita
rivalutata da un cicchetto di jameson
sul bancone
di legno pesante e scuro
la vita sussurra all’orecchio
parole chiare limpide come sorgente
quando il suo livello
è lo stesso tuo
con gli occhi stampati sulle bottiglie
fiammeggianti e policrome
la santità dell’alcool
la fede dell’uomo
nella sua metà di vita
il rito delle parole stropicciate
il barista è il prete moderno
è universitario
ha letto hegel
e altri intellettuali graditi o tollerati
dal potere
ti confessa con un bicchiere
non ti chiederà mai la recita del buon costume
delle buone maniere
il carniere delle bugie.

25 pochi giorni

pochi giorni al 25
mi chiede se sono
più nervoso del solito
ma io non mi sento
nervoso. eppoi
sono in ferie -quando
sei in ferie ti riposi
non sei più sposato
al lavoro. ti puoi
leggere un libro
dimenticandoti
della realtà, sazio
temporeggi
non salti le pause
le virgole, puoi
guardarti in giro
(osservare il soffitto
di legno, le crepe
sui muri, la ragnatela
nell’angolo) è che
si vuole il punto
sempre troppo presto
ansia da prestazioni
innaturali, ablazioni cardiache.
invece sono puntini puntini
puntini puntini.
puntini puntini…

menomale

come mosto ricordi sedimentano
altri come sabbia si cancellano.
l’avventura ha il potere micidiale
di plasmarci ed armarci di sogni che illudono
e pazienza. il calcolo è approssimativo
il dogma grottesco e spezzato.
l’avanzamento ricco d’ostacoli
pulsioni d’avanspettacolo
e spunti interiori come grotte
inesplorate. e si cambia, si cambia
così tanto: nel colore, nell’odore
nella sostanza. si cede una stanza
un’altra sopravanza, come una folle
corsa ad ostacoli: l’esistenza ha questo
di fenomenale, menomale.

*

e mentre le multinazionali
corrompono saccheggiano
rubano distruggono avvelenano
(però sono buone perché danno lavoro)
la macchina della propaganda
sforna uomini buoni e guerrafondai
disposti a tutto pur di raggiungere
la verità assoluta nella lotta senza quartiere
per la libertà dei popoli occidentali.
il sangue è una bibita gassata
il mio giardino sarà rigoglioso
lo spazio di una stagione
ho paura e credo a tutto.
lo giuro.

oscura materia

l’universo è materia oscura
nero di seppia per uomo
che tenta di penetrarla
e tuttavia non vede.
per la natura umana
limitate e breve
ciò che non emette
non esiste: è questo
buio d’anima
che limita.
insicura creatura
permanente di luce
e scura.

la notte quieta

la notte quieta
il lavoro che scema
lo stress che sfebbra-
ho odiato il mio tempo
la professione di otto ore
al giorno, ho odiato
chi non ha alternative
vive coi ponti in cemento
ad un centimetro dalla finestra
ho odiato l’uomo separato
dormiente dentro l’auto
e i poeti tronfi
puttanelle nei salotti
gli amichetti orgasmici
in sullucchero da social.
e la lingua artefatta
dei sentimenti al mercato.
la meglio gioventù morta
per ascoltare musica di merda
ho odiato la loro ignoranza
glabra e bulimica.
e tutto l’apparire calvo
di pavoni frangibili.
io sono alieno
prenderò l’astronave
vi saluterò dal finestrino
addio, addio.
ho nostalgia d’un gioco puro
a carte scoperte
d’una mano amica
d’una faccia pulita.
della notte quieta.

Uccello

ieri sera
ho viso il cielo
come un uccello
che plana
come Uccello
maestro misterioso
lo dipinse
e sfondo di un mondo
come incompleto
Leonardo lo immaginò
dipingendo:
allora io penso
che quando si dipinge
si finge
un orgasmo.

alcolemia falciforme

ci sono gli estremi
per i treni di scavalcare
i binari, non per scelta
per incetta di voti
e corrotta rotta statale:
vennero gli alieni
senza moneta
a studiarci.
ricomincerranno
pure loro
coi sesterzi
(vai a sbattere).

remi

come un aratro
scorre il tempo
e tu mi dicesti
e tu mi facesti
risi e piansi
collocai in alto
ciò che preme
in basso scappatoie
soluzioni.
vivrai per questo
l’albero mi disse
vivrai di quiete
e mare avverso
di te e i tuoi polmoni
come un figlio
d’un figlio
e per un figlio
d’un altro.
e ti facevi sentire
ed amare, sentire
ed amare
come un’onda.

*

com’è penoso il passero che si nasconde
saltella in cerca. l’autunno è pur nella testa
caduche gialle foglie ai piedi della ressa:
uomini depredati desideranti festa.

*

pensandoti mia
soppeso il tempo-
il tempo del dovere
(il letto, il lavoro
il bagno, il solitario)
meno il tempo
dell’interazione: un amore
si poggia su piedi
come il corpo -le gambe
orgogli che si debbono
incontrare
per farsi quel busto forte
che non si piega al vento
come banderuola
o come nel cielo l’aurora
scivolato luccicante riflesso
nell’orizzonte profondo
antistante crepuscolo.
è la storia
di cui s’ha memoria.
la storia ch’innamora.

alza l’asticella

fuori è freddo
io gelo al contempo
di fronte al creato
l’abbraccio e lui lo stesso
è mutua appropriazione
io ipotecato a vita
fino al momento
magico in cui
rifarò parte del mondo
atomo della materia
polvere alla polvere
germoglio d’inconsapevole vita
muto ma nel brontolio del vulcano
cieco ma nell’aurora boreale
sordo ma nel canto d’uccelli
freddo ma nel raggio di sole.

gelo parabolico

quando muori
digrigni i denti
e non c’è nessuna luce,
al funerale
c’è gente opportunista
coi culi alti
dopo la cerimonia
vanno la bar a giocarsi
il salario
e tu
resti
solo
nella bara
al freddo, mani congelate
coi fiori appassiti
e un trucco leggero
sul volto
per coprire
i tratti della morte.
chi ti ama non ti rivedrà
più
tu non saprai
delle conquiste della scienza
della stazione spaziale su marte
della coltivazione idroponica
del me too
delle religioni in guerra
della grande europa
della macchina elettrica
della lotta al tumore
del gender libero
della felicita zero virgola
del neoliberismo
della coesistenza pacifica
poi il buio della bara
chiusa saldata
ed il lento liquefarsi
i batteri i vermi
alt
fermi tutti
è un sogno
con gli occhi aperti chiusi
forse non sei affatto morto
non rassegnarti
prima o poi scomparirai
senza un significato preciso
così come hai vissuto.

si spremono

ricordo seri operai al mattino
prendere dormienti l’auto o il bus
e nella nebbia alle cinque sparire.
si nutre già dalle prime ore
d’anime belle il capitale
alle prese coi conti
mutuo e rate.
sono bestie notturne
che si spremono
diurne esistenze
di nicchia.
quando gioiscono
non si sente nulla
né uno scricchiolio
né un tremito.
oggi nemmeno
quando soffrono.
persino il respiro
attutito.

erba

acerba come la prim’erba
sotto neve, t’incantasti
fra astio, libidine e sorprese.
lo scontro tosto
delle visionare opposto
novità d’aver presa nella tua
la mano mia, mai di noia
germoglio. eppoi le attese
le mie risposte tese
poi banalmente stese:
è l’esser cosa sola
di corpo separata
ci fa copula assetata.

dolce e malandrino

ho sempre vivo il tuo sorriso
dolce e malandrino
nel mio mentale teatrino
lo spazio più sicuro
e inscalfibile dall’abile
strizzacervelli. ho sempre vivo
l’angolo delle tue labbra
col tuo naso a patata
acuto di gioia, lontano
mille anni luce dalla noia.
quando ti guardo son Pitagora:
fondo teoremi ma nella pratica
a tentoni proseguo e a spizzichi
e bocconi t’inseguo
come un poliziottesco anni ’70
disarmato però, fronte all’amore.

mi condanno

mi racconto poco
svio, accenno, a proposito
tutte fake news.
tutte le mattine mi guardo
cresce la barba, i capelli
e vengono rughe che di me non sanno
ma solcano l’affanno.
e ci sono come quei due occhi verdi
distaccati che mi fissano:
operaio di terzo livello
salario fisso garantito
finché il padrone resterà padrone
e il dipendente là sotto
nel cemento del capannone.
poi verrà il temporale
o lo stato padre
farà la morale coi conti
ed una straziante pensione
se un colpo al cuore
o un carnale tumore
non depenni l’illusione.
questi giovani
che non vogliono far lavorare
ma nemmeno mandarli in pensione.
li osservo come un padre padrone
oppure no, me ne sbatto
sono distante, mi consumo
isolato
sono semplice, sono complice.

*

non ho mai pensato
quando eri steso sul letto
come un tronchetto secco
ad anima e derivati
romanticherie elitarie
per uomini castrati.
sapevo del collasso
del fegato, della diarrea
del vomito. sapevo
del rantolo e degli oppiacei.
del sudore dignitoso di mia madre
della fatica muscolare maschia
per pulirti, per allontanare
le piaghe. non si fa il trucco
alla morte e nemmeno si scinde
la coscienza dalla scienza:
il corpo imputridisce, marcisce
secerne. chi si stupisce copre occhi
e quel cuore che umanizza
chi si stupisce mente a se stesso
e mente a tutti gli altri.

*

ho perso il contegno
da quando mio padre
m’ha lasciato sono
diventato adulto
senza ritegno
freddo e distaccato
e quando sono a terra
legato come un gigante
sopraffatto da pigmei
scaltri ed arroganti
quando sembro un ramo
piegato dal vento
mi risollevo di colpo
e so di vittoria, anche
momentanea sul pentimento.
e assaporo il momento
come quel vento
scuote i frutti
li recide dall`albero.

casa

la periferia
è fuoco che brucia
nafta, gasolio
plastica, gomma
pattume che fiorisce
nel bitume. la periferia
è colpevolezza
fra crepe del cemento
memento della civiltà
esecuzione dello sfratto.
è morte d’un poeta
calpestato e deriso
dimenticato
dal quartiere
dove è mai vissuto?
che cosa ha fatto?
è uomini che sfilano
con la tuta blu
e la cenere sulla testa.
è la fuga dal centro
che il centro
è diventato invivibile.
è la fuga nelle campagne
lontano dal cemento
e dal rumore di fondo.
è la noia che sospinge
l’operaio a fare l’ultimo.
le vetture della polizia
con le sirene
e le ambulanze
nelle preferenziali.
i silenziosi barbari
di una città medievale
dama millenaria.
la periferia è il dolore
che i forti
nascondono sotto al tappeto.
il sudiciume che imbratta l’asfalto
che diviene cielo
quando piove
e i cristalli delle luci dei lampioni
incastrano l’eterno nell’attimo.
tutto defluisce nelle fogne
è stato bello quel momento
parve paradisiaco
l’inferno, angelico
il peccato.

sei lontana stasera

sei lontana stasera
come l’ultimo numero
dalla prima idea.
mi sei sconosciuta
come quando ti conobbi:
per te misi ali
e da tricheco
mi dedicai al volo:
vederti da lassù
mi dava gioia.
stasera ho il dolore
del dissipato -tutto
il calore andato.

cosa consiglia il Poeta?

il famoso poeta blasonato
consiglia pacato lettura
traduzione, filosofia 
e cultura. bene bene.
i famosi son esosi
in consigli e laboratori
di scrittura -vero
lo studio migliora.
ma il buon gusto?
l’osservazione? son cose
poderose e non erose
dal talento, doni
della biologia che non mente
dell’educazione
al curioso, all’elaborato.
e la cultura
una forma d’usura
dai a rate sempre più grandi
ciò che hai preso gratis.
ti nutri degli stessi passi
dei grandi e delle stessi
luoghi comuni
ideologicamente mercanteggiati.
il famoso e di culto
poeta è già consumato:
ti ha già distratto
col suo corpus alato
eppoi il poeta
non necessita di bacheca
è già un esteta.

mangiando lento lento

il bimbo mio
mangia lento lento
attorno si guarda
ride gnagnola
sgrana gl’occhi, spariglia
è moderno s’altera
mente e trascende
più contemporaneo del sole
e del cielo
col cucchiaio
pare direttore d’orchestra
e l’orchestra
è disattenta
ma lui non ci rimane
male
il bluff forse
ha intuito già
si disfa della parte
la parte dell’infante
appare distante:
col riso gioca
colla pasta
ride di tutto
tutto è ludico
tutto è stato
tutto sarà
non importa:
non è frivolo
e la vita
che inscena
la vitalità sua
come l’ultima
fosse
se non è così
piace sol al poeta
l’idea.

*

un giorno farà capolino
la neve in giardino
dimostrazione del divino
freddo cangiante, ghiaccio
cuffia intrecciata del bambino.
chiameremo il tempo
declino degli uccelli
dichiareremo perso il sole
tra un muretto e l’albero vicino.
saranno le persone a camminarsi
uno sull’altra come legna nel camino.
saranno le persone a non dichiararsi
nel freddo stropicciato e ficcante
del buio e nebbioso mattino.
lustro cammino del vento, dell’acqua.

*

la fucina della poesia
è un forno a lento fuoco
una stagnazione ingrata
un passo lento di danza.
un riflesso di senso unico
una palla che vede il futuro
non il passato, il presente
nemmeno, come un regalo
impacchettato sotto l’albero
segretato. ispirazione
dei demoni e delle fonti
del piacere che s’anela
il presente anonimo
che si spande di fuliggine
e polvere di gratuità. vieni a me
mondo e ordinami.

*

come è splendido ed indifferente
il cielo di levante, azzurro e terso
come io son diverso: ne conosco
i gas, l’attrazione del globo, grado
di riflessione e principi chimici, fisici.
i legami, il loro sciogliersi, la termodinamica.
il freddo pungente è il suo e mi schianta.

intelligenza artificiale

hanno detto che uno stronzo
non si lucida
ed io invece a darci e darci
accecato dalla missione
olio di vomito
sudando ed imprecando
ho tentato l’impossibile
eppoi finalmente vinto
ho lasciato il piatto
ho visto ho perso
lo so, sono una merdina
non ho le palle per cambiarlo il mondo
marshmallow poverello col gilet liso
e grigio
vedo le facce della gente
natale cinese
e mi passa la voglia
sparlano, criticano e già sono delle salme ammuffite.
i morti da vivi non contano.
lo stronzo resta stronzo
domani mattina lunedì
sveglia presto
a lavorare per il male.

una banana a te una banana a me

non hai editore
non hai estintore
puoi dar fuoco
a ciò che vuoi
la libertà è terribile
puoi ascoltarti Rota
pensando all’avanguardia
o a Fuga come ad un genio misconosciuto
puoi essere destra e sinistra e centro
o qualunque altra cazzata politica
tutti li farai scontenti
farai digrignare i denti
spalancandoli quegli occhi spilli
‘sti fetenti
che sono inquadrati e hanno
la villa col filippino
il giardino con le rose
e i banani grandi e grossi.
shit.

*

assorbo come una spugna
del tempo lo spirito d’ora.
in questa che non è campagna
nessuna campana che suona
ma pure capita un odore di terra
delle barbabietole dolce fragranza.
in questa che non è più natura
ma abiura del clima e del tempo.
uomo che scrivi il tuo destino
disimparasti le giornate d’inverno
del maiale le grida, dell’orcino l’arte.
sei avulso dal tempo e dal mondo
uomo scrivi violento come un mastino
il destino tuo ogni giorno.

atomo (mi taccio*)

più le strade non conosco
i dialetti, i modi, le vesti.
per le vie gente sconosciuta.
il natale e l’animale.
mi dicono d’amare una bussola
senza nord, non conto
non rido, non piango.
chi mi tace e chi mi guida?
non ho capacità, né spirito
lungimirante, sono atomizzato:
la mia piccola casa, i miei miti
ricordi, i vicini anziani deceduti
oramai nei pianerottoli è silenzio.
non ho padri, né madri.
per strada gas, fumogeni
polizia in antisommossa,
qualcosa s’è incastrato
nei denti degli ingranaggi.
non verrò a sapere dai media
tutto è opinione, è come
il pelo del visone, s’indossa.
ho paura e non voglio sapere
vorrei dirti della rivoluzione
del povero che prende visione
ed impugna la falce ed il martello
ho voglia di vomitare.
silenzio.

.

*espressione conformista dell’italiano non più musicale

*

vorremmo svelato mistero
casa, lavoro, del cibo.
sopravvivere non è felice
vivere lo sarebbe.
marcita l’utopia
si parla di green
macchine elettriche
per gente in gamba-
sognano il futuro.
anche io penso al venturo
ma il presente m’inquieta:
lo temo come un inattuale
mi tiene di lato
come nel palato
qualcosa di salato.

*

tu mi manchi
e io t’abbraccio
non sei al laccio
infatti è un amore
di straccio:
quando ti bacio
faccio il bucato.

il viaggio

misteriosi odori sapori colori
del viaggio che c’è dato assaggio
che inizia nel buio liquido
termina nel polveroso limbo
in fantastiche ombrose luci
notturne, spiritate spiritose.
e quel mondo fluido per osmosi
gassa nel canto degli uccelli
frusciare delle foglie e delle parole
la pronuncia e le note d’angelo
dei sublimi creatori d’ordine e mondi.
il viaggio affidatoci come premio
di una gara che non ha vincitori
se non tempo buon senso livori:
la guerra ci mantiene animali vivi.

solitamente

solo, tanti anni
recluso nella testa
ad intarsiare e recidere
incidendo dal di dentro
senza i rudimenti
del chirurgo.
facendo della carne
messa e apostasia
con una cintura di sesso
che deflagra, lesiona
e uccide o bacia sul collo.
anni col passo lento
improvvide violente
accelerazioni ho sbattuto
al muro cervello come martello.
il bello è pure che ho amato
senza farlo, naturalmente
come ape ronzante sullo stimma
ghiotto ghiotto d’antère.

chi lavora ha uno scopo

sono le 16
il tempo non passa
guardo fuori
guardo lo schermo
una battuta col collega
il tempo passa da solo
ma ha bisogno d’aiuto
sciocchezze stronzate pinzillacchere
quisquiglie meraviglie
ci sono ancora le zanzare
però sono rincoglionite
e anche loro mi succhiano il sangue
il tempo è fermo
non si sposta
è come l’asino
che non raglia
il tempo è immobile
eppure invecchio
i capelli ingrigiscono
sono come stoppa idraulica
la pelle incartapecorisce
ho gli occhi stanchi
rimpiccioliti dietro lenti
ho male alla schiena
le formiche al piede destro
la consuetudine ha già fatto
un milione di milioni di vittime
prima di me e dopo ne farà altrettante
guardo fuori
apro e chiudo le veneziane
guardo lo schermo
il computer è efficiente
lo raffredda un sistema di ventole
non si lamenta, non sa, non domanda
guardo fuori
vado in bagno
chiacchiero col muro
mentre piscio
centro una striscia di merda
il water adesso è lindo e pinto
penso
quindi sono.

senza sesso

senza senso
passa il tempo
come una mosca
sulla portata dimenticata
una nebbia che occulta
un pastrano che gonfia.
e non s’espelle il pus
in tutto il tedio del mondo
la mancanza di una occupazione
un nodo lento che non si sfalda
un principio di qualcosa
che non ha cosa né casa.
e niente si separa
dal normodotato
tutto è mediocremente giornaliero
ed anche la parola
è un fritto misto insapore.

la classe media non canta rossa bandiera

dicono il giallo non è di sinistra
e non è un nuovo sessantotto:
la rivoluzione la vorrebbero
fare negli attici da padroni
se non si va in piazza
perché loro lo vogliono
non col giallo con red t-shirt
allora gli altri son tutti truci fassisti.
è la dialettica ideologica
asfittica, come se un salario
di 1000 euro o una pensione sociale
avesse collocazione politica.
chi ha fame dovrà mangiare
i fighetti resteranno chic
con la pancia piena e la moglie giocosa
dell’aperto compagno: libero sesso
utero pagato gender di scambio
in stato dissolvendo, in paese di poveri.

fluttuando

ho dimestichezza rara col pianto
e non piangerò, perché?
il motivo non so di preciso
ma il vento non sempre
suona al suo passaggio
né risuona emozione.
alla lunga parrà vuoto
come dente caduto.
ma nulla è perduto
almeno nel tempo breve.
sarà più opportuno
nel tempo lungo
dilazionarsi, non sperare
intarsiare assaporando.

*

la nostra integrazione
è dare un boccone
alla volta, come si fa
con carpe e altri pesci:
si sale in superficie
si salta e si guizza
piroettando si cade
come in pista.
il tuffo acrobatico
coreografico
coi flash e spettatori
con bocche a culo
i pugni alzati
compagni d’ipocrisia
dello sfruttamento.
quando tutto si spegne
si ridiscende
nel torbido
dove si scopre solitudine
inettitudine, incomprensione
il brutto che attanaglia 
la dominante specie bianca
l`architettura lager
delle star, i parchi putridi
e fortuna per i morti
che più non sapranno
non sbaglieranno ancora.
poveri integrati
abbandoneranno la nave
che li ha ospitati
perché qui non è rimasto
nulla da condividere.

*

un cumulo di catrame sfitto
le strade, t’ho persa all’angolo
dove un musulmano cantilenava
sul tappeto scuro di preghiera.
ci siamo allontanati dai nostri
splendidi campanili, le vigne
il verso del maiale macellato
norcini svenevoli, ora ciechi.
non potendo e non sapendo
farci contadini nuovi, ci seppelliamo
sotto l’ammasso d’inutili cose:
tramonto della città convivente
sovrappeso e sciocco occidente.

*

l’albero ha fatto il palo al secolo
bitorzoluto tronco, mangiato
e vuoto dentro come il bambù.
ogni autunno s’azzera e ricomincia
a primavera. ogni volta con meno
vigore. come l’uomo stanco
che volge svanito alla pensione.

continuerai

hai amato e continuerai a farlo
anche nel sonnecchiante mattino
nel bagno della grigia fabbrica
sino alla stanca sera protratta
esausto e cremato da quel calore.
disegnerai le tue labbra sulle sue
come un amabile transfert
un succulento opulento pasto
incontrerai per sempre l’alchimia
e quel sesto senso di comunione.

*

nella festa sommessa e colorata
dell’autunno te ne stavi in piedi
sola e tinta come foglie, non in caduta
ma turgide, forti. che il colore non segna
come segna l’esperimento del vivere:
in terra si cade e dalla terra s’eleva un fronte
crescendo d’aria calda, un soffio, un dono.
l’uomo si rialza, eretto da par suo eletto.

saecola saeculorum

invita la matita
alle parole scelte
con la cura dell’orafo
che non ha paura
la paura del mondo
che sta nell’atto prezioso
d’un arzigogolo.
banale la poesia
può essere feroce
come cristo sulla croce:
alzati e cammina parola
scendi dall’alto
dove l’ossigeno è più scarso
lordati di sangue e seme
giurami di non essere me
che tu sia chiunque
purché tu sia
saecola saeculorum

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La specie si odia. E mi permetto di aggiungere: "A volte di coppie non si può parlare, ma d'amore sì; altre volte di coppie sì, ma non d'amore, e è il caso un po' più ordinario". R. Musil, 'L'uomo senza qualità', Ed. Einaudi, 1996, p. 1386. Ah, a proposito di 'relazioni': SE APRI IL TUO CUORE SI TRATTA DI AMICIZIA. SE APRI LE GAMBE SI TRATTA DI SESSO. SE APRI ENTRAMBI E' AMORE

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