condivisione

condividi per anni anche
l’anidride carbonica esalata
dalla pelle poro per poro
cartina topografica dell’amore
condivisione di sudore e piccole
vittorie senza indirizzo, col nome
volta in volta divelto, svelto
nel fare economia degli scambi
negli affetti, effetti di condivisione
affezione, contraccezione dei vincoli
delle successioni, aggettivazioni
semplici in coppie banali sempre
perché chi si cerca non può
restare solo con se stesso, soltanto
pregare e temere una solitudine.

ama la fabbrica

la fabbrica ti mangia dal di dentro
come un verme la mela
tu sei il verme che s’infila e striscia
tu sei la mela che col tempo appassisce.
ci sono uomini che non hanno più il cuore
dopo ore di straordinario e culi leccati
ci sono uomini col cuore d’eternit
i polmoni di catrame e stomaci radioattivi.
l’operaio che non dorme la notte
sogna un prato e una casa grande in collina
non un quartiere di cemento e ferro arrugginito
non un massaggio cinese e una sala scommesse.
donne senz’unghie e coll’istinto di sopravvivenza-
piccole sveltine nei bagni da primati, vestiti attillati
sguardi languidi e complici e indifferenza totale
i piani alti non sanno dei sottoposti, solo mail e richiami e sorrisetti.
dal lunedì al venerdì e il sabato che chiama
qualche ora solo al mattino, fai felice il padroncino.
la domenica di riposo, però non riposi e sogni molto tremando:
hai ancora la pressa nelle orecchie
la polvere nel naso, l’olio e la saldatura sulla pelle.
dì sempre sì, dì sempre sì. dì sempre sì.

che non ti venga in mente di esser perfetto.

*

non ho pretese
non voglio fama
ho solo fame di verità
e la verità fa male
perché non si critica
non si discute, è.
non ho pretese
se non pochi euro
al mese, uno per scrivermi
l’altro per mangiare
un altro per passeggiare
leggendo poesie: non grido
a bassa voce
il pensiero non scuoce
rettile vorace
assemblea d’uomo solo.
si doma.

felice

a volte son felice
mi capita. mi sveglio
al mattino presto
con tutta la forza
ed il respiro buono.
a volte son felice
e vedo il cielo
e un pettirosso
zampettare.
mi capita quando
non mi sento unico
al mondo e quando
m’hai lasciato il pranzo
nel frigo, col bigliettino.
allora mi vien da cantare
e non indosso
più i guantoni-
boxer acciaccato
in pensione.
a volte son felice.

*

strade mezze vuote
fendo il silenzio
lungo ponte d’aprile.
market aperti sempre
costa poco il lavoro
il consumo spinge.
barboni coi cani ai lati.
turisti in fila infoiati
come formiche.
la routine del popolo
il sole è alto, incurante.

ospitale

l’ospedale illuminato
nella notte è vivo
come un verminaio.
tranci d’arti, tumori
sangue rappreso ed escrementi
nei dedicati contenitori colorati.
nel triage barboni, baldracche
tossicomani e bastardi
senza gloria. c’è
un’infermiera così così
e un poliziotto terrone
col senso dell’humor
maneggia uno sfollagente
l’agita come Charlot-
un altro si lamenta, ma senza
fretta, tien le mani
al ventre: son piccole le ore
ci vuol poco nel malore
bestemmiando di vedersi
innanzi il Signore.

*

gioia e mestizia
sotto il sole accecante.
prati di margherite bianche
bambini spensierati ballano
la vita. io penso a mio padre
in bicicletta sui pedali
m’ha lasciato d’estate.
frusciano tutt’assieme le foglie
come un concerto di vivaldi.
s’infiamma la malinconia
è un giorno dolceamaro.

erotismo

i giochi erotici
son filantropici
bocche su bocche
salive nella gola
palmi sui rigonfiamenti di lui
lei che crema come uova e farina
lei che fa da grotta
alle antenne trasmittenti dell’uomo.
quindi i desideri
si montano in ormoni
pulsano arterie e vene
al suono del possesso.
bocche e mani
bocche e ani
pullulano anfratti
di sudore e pene
glande e vagina carina.

quando sorrideva mio padre

quando sorrideva mio padre
non era solo leggero incresparsi
di labbra, come discreta richiesta
sull’immediato da farsi. comprensione
era e la delicata visione del futuro mio.
famiglia è questa futuribile apprensione.

zeitgeist

quattro soldi di salario
valgono una giornata di festa
giornata briosa e gelata
con le nocche incenerite dal gelo
rinsecchite come egon schiele
con anche un poco più di fiele
per sentirci tutti amati
da una madre che c’ha dimenticati
schifati ai margini sozzi delle strade
senz’arte né parte si resta qui
dove altro andare? immigrare
denigrare pazientare deflagrare.

*

sono davvero dispiaciuto che tu non ci sia più
sei stato amico nei giorni scontrosi
quando il sole è così illuminato
da nascondere tutto il resto

sono triste perché non possiamo più mandarci a quel paese
bonariamente come le zuffe dei bimbi
sulla terra fangosa del parco
non possiamo più parlarci addosso l’un l’altro
di politica e assurdità varie e presunte

non possiamo berci una birretta assieme
sui banconi di legno
scontrando gli sguardi con la barista figa
studentessa di psicologia criminale, tatuata e orecchino al naso

sono davvero dispiaciuto ma anche rassegnato
e tutto sommato sereno
perché so che ad amico
ne seguirà un altro e forse un altro e via e ancora

sono intercambiabili gli amici, niente è eterno e tutto si copre di polvere

stasera cucinerò e vedrò il sole nascondersi nel buio che solleva.

*

dolcezza il pomeriggio tardo
che sviene nella fresca sera.
la mia malinconia è nel grigio
strato di nuvole, uniforme
e placido. e son gioioso di più
a scorger le persone che tornano.
chiudono le porte. s’illumina
la cucina e nel tramonto
piatti e pentole concertano.

pulsazione

arriva la perturbazione
numero cinque
ed il sole muore.
conosco il cielo estinto
dell’illusione e la mareggiata
fortuita del caso.
giungono conchiglie
come fiori regalati
ma senza amore.
è il tempo a donare
quell’infatuazione.
il tempo celebrativo
che smuove la zolla
dopo tanti giorni
di secca.

concordia

vesti si stracciano
opposti balordi
che non concordano.
giocano e rimbalzano
sciocchi giochi
in mano al diavolo.
aizzano simboli passati
deformano, plagiano
oscurano e urlano.
sono i padroni di domani
senza passato, passato
che non torna -solo
rimandato, fazioso
e rabberciato. a posteriori
di tutti gli oggetti
totalità ne vorrete
e ne avrete, nel caldo
di casa, nell’ossessione
del lavoro poco pagato
nella fila in cassa.
avete il breve lazzo
gongolare farete ancora
gli stessi padroni.

tre

*

maligna malinconia

scaccia la malinconia
la poesia o l’attrae
anticipandola: così i fiori
non sono solo fiori
e gli alberi creature maligne
con mani e piedi e grinfie.
la malinconia è un’arma
a doppio taglio:
chi la fa e chi la riceve
un duplice dono che nessuno sa
un mostro a due teste
che nessuno vuole:
il mondo è già difficile
come è, figuriamoci
addizionato d’amore ingrato
o non corrisposto
tutto fumo e niente arrosto.

*

intransigente

bella fantasia
la poesia
è un’allegoria
che il pensiero porta via
sculaccia il buon senso
strega il codificato
deturpa la potenza
d’un potere allargato
che ha permeato il mondo
dal danaro al fondo.
benestanti e disarticolati
invasi e mercificati
godiamo sdraiati
finché l’ambiente
ce lo consente
in modo intransigente.

*

avversità accidentate

avversità sono accidenti
di traverso senza un cenno
un segno d’assenso o contrario
sono l’orario che procede
il disfacimento lento per chi?
per il credente, per l’impenitente
per il selvaggio, per l’ostaggio
del mondo rotondo?
quando salvo ti crederai
quando tanti soldi in saccoccia
depositerai? le banche sfuggono
alla legge di dio, tu ed io
faremo la stessa fine:
ci troveremo stessa sabbia
in due luoghi distanti
come ce ne sono tanti.

zac!

mantecati, raffermi
ibridi estuari di forme
e ragguagli: inestimabili
affondi, affoghi con me
quest’allunaggio borioso
arioso come l’aria vibrata
nella canna d’organo
affondato nelle rughe
d’un amore passato
ripassato riscaldato
pastorizzato.

eccezionale livellante

prima che la malattia
ti porti via
dal perdurare dell’anonimia
la pietra scalfisci
tutto quel che dici
non si registra
corre nel vuoto
in qualunque posto
come nello scarico
il gorgo del moto:
il non conosciuto che affascina
è pure quel tremendo nulla.

phon

il vento sospira lento
come un phon scassato.
l’albero oscilla a rilento
e l’antenna segue con gli
elementi che sostiene.
in strada nessuno: speravano
tutti in una profusione
di sole: l’assolato dà
l’illusione di starsene
sotto l’ombrellone.
coi bambini che insabbiano
occhi e bocche e fumatori turchi
che olezzano di bruciato.
il popolo è così semplice
contatto raccomandato.

la storia è altro

la storia non molla
la storia ti perseguita
anche nella tua indifferenza
non ti lascia senza.
nell’intimo del modesto
piccolo borghese (?)
che si fa tante seghe
la storia pare congelata
un fiume in secca
senza mente. eppure
è lui stesso atomo
alla deriva, particella
privata di guida: il lavoro
la famiglia, il mutuo
la partita, tutto giova
niente serve. divide
la storia, si fa largo
potente ed avvilente
tra la povera gente.

dio e clima

il clima ha le sue regole
l’uomo furbo non le contiene
forse i vulcani e la massa d’aria
che come una fisarmonica
oscilla nel tempo, pendolo
di boschi e foreste. nemmeno
l’anidride carbonica
è un male, anzi una manna
per il vegetale. eppure
il regime democratico
abbisogna di battaglie
sfuocate. cortei di pubblico
che creda di credere, dismesso
ogni dio perduta è la massa
nella melassa del futile ammesso.