poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: aprile, 2019

condivisione

condividi per anni anche
l’anidride carbonica esalata
dalla pelle poro per poro
cartina topografica dell’amore
condivisione di sudore e piccole
vittorie senza indirizzo, col nome
volta in volta divelto, svelto
nel fare economia degli scambi
negli affetti, effetti di condivisione
affezione, contraccezione dei vincoli
delle successioni, aggettivazioni
semplici in coppie banali sempre
perché chi si cerca non può
restare solo con se stesso, soltanto
pregare e temere una solitudine.

Annunci

ama la fabbrica

la fabbrica ti mangia dal di dentro
come un verme la mela
tu sei il verme che s’infila e striscia
tu sei la mela che col tempo appassisce.
ci sono uomini che non hanno più il cuore
dopo ore di straordinario e culi leccati
ci sono uomini col cuore d’eternit
i polmoni di catrame e stomaci radioattivi.
l’operaio che non dorme la notte
sogna un prato e una casa grande in collina
non un quartiere di cemento e ferro arrugginito
non un massaggio cinese e una sala scommesse.
donne senz’unghie e coll’istinto di sopravvivenza-
piccole sveltine nei bagni da primati, vestiti attillati
sguardi languidi e complici e indifferenza totale
i piani alti non sanno dei sottoposti, solo mail e richiami e sorrisetti.
dal lunedì al venerdì e il sabato che chiama
qualche ora solo al mattino, fai felice il padroncino.
la domenica di riposo, però non riposi e sogni molto tremando:
hai ancora la pressa nelle orecchie
la polvere nel naso, l’olio e la saldatura sulla pelle.
dì sempre sì, dì sempre sì. dì sempre sì.

che non ti venga in mente di esser perfetto.

*

non ho pretese
non voglio fama
ho solo fame di verità
e la verità fa male
perché non si critica
non si discute, è.
non ho pretese
se non pochi euro
al mese, uno per scrivermi
l’altro per mangiare
un altro per passeggiare
leggendo poesie: non grido
a bassa voce
il pensiero non scuoce
rettile vorace
assemblea d’uomo solo.
si doma.

felice

a volte son felice
mi capita. mi sveglio
al mattino presto
con tutta la forza
ed il respiro buono.
a volte son felice
e vedo il cielo
e un pettirosso
zampettare.
mi capita quando
non mi sento unico
al mondo e quando
m’hai lasciato il pranzo
nel frigo, col bigliettino.
allora mi vien da cantare
e non indosso
più i guantoni-
boxer acciaccato
in pensione.
a volte son felice.

*

strade mezze vuote
fendo il silenzio
lungo ponte d’aprile.
market aperti sempre
costa poco il lavoro
il consumo spinge.
barboni coi cani ai lati.
turisti in fila infoiati
come formiche.
la routine del popolo
il sole è alto, incurante.

ospitale

l’ospedale illuminato
nella notte è vivo
come un verminaio.
tranci d’arti, tumori
sangue rappreso ed escrementi
nei dedicati contenitori colorati.
nel triage barboni, baldracche
tossicomani e bastardi
senza gloria. c’è
un’infermiera così così
e un poliziotto terrone
col senso dell’humor
maneggia uno sfollagente
l’agita come Charlot-
un altro si lamenta, ma senza
fretta, tien le mani
al ventre: son piccole le ore
ci vuol poco nel malore
bestemmiando di vedersi
innanzi il Signore.

*

gioia e mestizia
sotto il sole accecante.
prati di margherite bianche
bambini spensierati ballano
la vita. io penso a mio padre
in bicicletta sui pedali
m’ha lasciato d’estate.
frusciano tutt’assieme le foglie
come un concerto di vivaldi.
s’infiamma la malinconia
è un giorno dolceamaro.

erotismo

i giochi erotici
son filantropici
bocche su bocche
salive nella gola
palmi sui rigonfiamenti di lui
lei che crema come uova e farina
lei che fa da grotta
alle antenne trasmittenti dell’uomo.
quindi i desideri
si montano in ormoni
pulsano arterie e vene
al suono del possesso.
bocche e mani
bocche e ani
pullulano anfratti
di sudore e pene
glande e vagina carina.

quando sorrideva mio padre

quando sorrideva mio padre
non era solo leggero incresparsi
di labbra, come discreta richiesta
sull’immediato da farsi. comprensione
era e la delicata visione del futuro mio.
famiglia è questa futuribile apprensione.

zeitgeist

quattro soldi di salario
valgono una giornata di festa
giornata briosa e gelata
con le nocche incenerite dal gelo
rinsecchite come egon schiele
con anche un poco più di fiele
per sentirci tutti amati
da una madre che c’ha dimenticati
schifati ai margini sozzi delle strade
senz’arte né parte si resta qui
dove altro andare? immigrare
denigrare pazientare deflagrare.

*

sono davvero dispiaciuto che tu non ci sia più
sei stato amico nei giorni scontrosi
quando il sole è così illuminato
da nascondere tutto il resto

sono triste perché non possiamo più mandarci a quel paese
bonariamente come le zuffe dei bimbi
sulla terra fangosa del parco
non possiamo più parlarci addosso l’un l’altro
di politica e assurdità varie e presunte

non possiamo berci una birretta assieme
sui banconi di legno
scontrando gli sguardi con la barista figa
studentessa di psicologia criminale, tatuata e orecchino al naso

sono davvero dispiaciuto ma anche rassegnato
e tutto sommato sereno
perché so che ad amico
ne seguirà un altro e forse un altro e via e ancora

sono intercambiabili gli amici, niente è eterno e tutto si copre di polvere

stasera cucinerò e vedrò il sole nascondersi nel buio che solleva.

*

dolcezza il pomeriggio tardo
che sviene nella fresca sera.
la mia malinconia è nel grigio
strato di nuvole, uniforme
e placido. e son gioioso di più
a scorger le persone che tornano.
chiudono le porte. s’illumina
la cucina e nel tramonto
piatti e pentole concertano.

pulsazione

arriva la perturbazione
numero cinque
ed il sole muore.
conosco il cielo estinto
dell’illusione e la mareggiata
fortuita del caso.
giungono conchiglie
come fiori regalati
ma senza amore.
è il tempo a donare
quell’infatuazione.
il tempo celebrativo
che smuove la zolla
dopo tanti giorni
di secca.

concordia

vesti si stracciano
opposti balordi
che non concordano.
giocano e rimbalzano
sciocchi giochi
in mano al diavolo.
aizzano simboli passati
deformano, plagiano
oscurano e urlano.
sono i padroni di domani
senza passato, passato
che non torna -solo
rimandato, fazioso
e rabberciato. a posteriori
di tutti gli oggetti
totalità ne vorrete
e ne avrete, nel caldo
di casa, nell’ossessione
del lavoro poco pagato
nella fila in cassa.
avete il breve lazzo
gongolare farete ancora
gli stessi padroni.

tre

*

maligna malinconia

scaccia la malinconia
la poesia o l’attrae
anticipandola: così i fiori
non sono solo fiori
e gli alberi creature maligne
con mani e piedi e grinfie.
la malinconia è un’arma
a doppio taglio:
chi la fa e chi la riceve
un duplice dono che nessuno sa
un mostro a due teste
che nessuno vuole:
il mondo è già difficile
come è, figuriamoci
addizionato d’amore ingrato
o non corrisposto
tutto fumo e niente arrosto.

*

intransigente

bella fantasia
la poesia
è un’allegoria
che il pensiero porta via
sculaccia il buon senso
strega il codificato
deturpa la potenza
d’un potere allargato
che ha permeato il mondo
dal danaro al fondo.
benestanti e disarticolati
invasi e mercificati
godiamo sdraiati
finché l’ambiente
ce lo consente
in modo intransigente.

*

avversità accidentate

avversità sono accidenti
di traverso senza un cenno
un segno d’assenso o contrario
sono l’orario che procede
il disfacimento lento per chi?
per il credente, per l’impenitente
per il selvaggio, per l’ostaggio
del mondo rotondo?
quando salvo ti crederai
quando tanti soldi in saccoccia
depositerai? le banche sfuggono
alla legge di dio, tu ed io
faremo la stessa fine:
ci troveremo stessa sabbia
in due luoghi distanti
come ce ne sono tanti.

zac!

mantecati, raffermi
ibridi estuari di forme
e ragguagli: inestimabili
affondi, affoghi con me
quest’allunaggio borioso
arioso come l’aria vibrata
nella canna d’organo
affondato nelle rughe
d’un amore passato
ripassato riscaldato
pastorizzato.

eccezionale livellante

prima che la malattia
ti porti via
dal perdurare dell’anonimia
la pietra scalfisci
tutto quel che dici
non si registra
corre nel vuoto
in qualunque posto
come nello scarico
il gorgo del moto:
il non conosciuto che affascina
è pure quel tremendo nulla.

phon

il vento sospira lento
come un phon scassato.
l’albero oscilla a rilento
e l’antenna segue con gli
elementi che sostiene.
in strada nessuno: speravano
tutti in una profusione
di sole: l’assolato dà
l’illusione di starsene
sotto l’ombrellone.
coi bambini che insabbiano
occhi e bocche e fumatori turchi
che olezzano di bruciato.
il popolo è così semplice
contatto raccomandato.

la storia è altro

la storia non molla
la storia ti perseguita
anche nella tua indifferenza
non ti lascia senza.
nell’intimo del modesto
piccolo borghese (?)
che si fa tante seghe
la storia pare congelata
un fiume in secca
senza mente. eppure
è lui stesso atomo
alla deriva, particella
privata di guida: il lavoro
la famiglia, il mutuo
la partita, tutto giova
niente serve. divide
la storia, si fa largo
potente ed avvilente
tra la povera gente.

dio e clima

il clima ha le sue regole
l’uomo furbo non le contiene
forse i vulcani e la massa d’aria
che come una fisarmonica
oscilla nel tempo, pendolo
di boschi e foreste. nemmeno
l’anidride carbonica
è un male, anzi una manna
per il vegetale. eppure
il regime democratico
abbisogna di battaglie
sfuocate. cortei di pubblico
che creda di credere, dismesso
ogni dio perduta è la massa
nella melassa del futile ammesso.

*

il giorno di pasqua
son tutti religiosi
ed io trovo solo
un gran silenzio
nemmeno il rombo
d’automobile.

i vicini in casa
chiamano ospiti
a volte li senti
in terrazza tra una portata
ed un’altra.
molti al mare
ad annoiarsi in spiaggia

far finta che sia estate.
non si discute di politica
forse di un papa discutibile.
ma forse non è neanche questo
che fa uscire un poco di sole.
domani piove, una pioggia lieve
di quelle che rimangono
come ombre sui vetri.

anonimato creato

nell’anfratto vuoto
di rumore del giorno
bagnato non tace
il vital fulgore della natura
che si fa buia in cielo
in un baleno nero
sfumato di cirri e cumuli
che han figliato il creato
un giardino bagnato
una strada senza stato
un vento che scuote gli scuri
nell’anonimato.

sul prato

sul prato bambini
giocano saettanti.
a chiazze il manto.
io fermo, osservo.
le parole nella tana
stanno addormentate
ed il sole splende.
chiama la sera
inesausto entusiasmo.
chiama la sera
ora il silenzio.
finiranno le grida
nell`austero tramonto
non mi pongo il problema
se star meglio al centro
o sullo sfondo.

vita vera

solo con la tv
m’hai lasciato
il bambino dorme
non ha pisciato.
(uscita con le amiche, lei
lui in torsione sul divano
programma stupido alla tele)
non c’è mai un libro
tutto passivo.
ora il quartetto numero tredici
di weinberg prende le stelle
e me le porge
con indole cervellotica.
attendo il tuo arrivo
quieto sobrio moderno
ad ora tarda
come si faceva
quando s’era giovani e forti.
ora non siamo vecchi
ma nemmeno più così energici.
domani non lavoro
e nemmeno tu.
ti sveglierai tardi.
io farò colazione
con la sensazione d’averti perso
per strada.
tu ti sveglierai
e mi darai un bacio.

inazione

l’inazione
non è pensiero
piuttosto veleno:
l’anima leggiadra
nella condanna
d’una scranna.

i giovani

hanno tutto il mondo che li sorprende
la malinconia nei colori vividi
il senso nella specie nel ballo
nel movimento futurista
nelle frasi stupide, sgrammaticate.
il passo baldanzoso ed annoiato.
il sole risponde con loro, il canto della notte
e le mani fanno i disegni sulla terra
profondi come la radici delle querce.
scuotono di fanfare e progettazione
d’esterni. rossi e gialli amano la movida, il rapporto di pelle
s’innamorano e si disinnamorano alla velocità
dell’acqua del ruscello. sono sobri e urlano il cielo
sono ubriachi e ballano la danza della vita.

immaterialismo storico

karl marx ed il proletariato
un amore trascorso ed ora
il conto è salato: operai privi
di nerbo, col nervo a fior
di pelle vagano silenti
negli interstizi delle aziende.
io li osservo, sono un di loro
anche se non mi riconosco
e spesso pari non li vedo:
sono pronti al sacrificio
ma d’altri, nessun martire
nessuno vuole uscire dal nastro
trasportatore, per andare dove?
è capitato che il capitale sia male
ma pur l’unico sistema attuale
di metter in fila pranzo e cena.
eppure dove sono i pensatori
i filosofi che prendono il bastone
e lo tirano in testa al padrone?
dove sono i militanti che poi tanti
non sono? la coscienza si ricostruisce
ma la classe?

*

non è tempo di spirito santo
preghiere e salmodiare
pallido e assorto,
non è tempo d`omelie
cantilene di credenze monoteiste
e omini con la barba bianca
che spiano lassù, in alto
oltre la coltre di nubi
non è tempo di pietas
ce lo insegnano tutti i giorni
con la peacekeeping e le parole distorte
la democrazia spinta delle minoranze intolleranti.
non è tempo di parole mosce
e d’interiorità smielate
tipo canzoni hip hop e neomelodici.
e più tempo di ragazze troie
che frollano i culi
al tempo di ritmi sub
che spezzano le vetrate decorate
e sveltine nei cessi delle discoteche
dei club post ’68
senza preservativo.
è tempo dell’individuo solo
che deve emergere solo da solo
e deve fare il mazzo ai più tardi
i candidi, i deboli della terra.
ah, non è più tempo per uomini. no.

*

nel 2006 vincemmo il quarto campionato del mondo
già lavoravo da 8 anni e non ne potevo più -stanco stanco
stanco- una mansione ripetitiva e schizofrenica
per ingrassare 2 soci in guerra costante
metà del fatturato in nero
uno dei due girava panzuto, godereccio e puttaniere
tra le spostazioni con rotoli di euro
nelle tasche e clienti africani
certamente disposti a scoparsi una zoccola
della zona, più facilmente
un’ucraina o una rumena
con gli occhi scuri e i lunghi capelli neri
e il viso di una che ti potrebbe leggere la mano in strada
ma ero giovane e forte
ogni tanto s’andava in piazza
cortei e tutta la pantomima
con bella ciao dei modena city ramblers
nessuno si scatenava in balli e frenesie particolari
tutti guardavano avanti con cartelli e fischietti rossi
poi tutto finiva e si tornava a casa o in officina
qualcuno aveva parlato con infinita dote oratoria
ma dopo 5 minuti ti eri già dimenticato quasi tutto
e dovevi tornartene nel tuo inferno personale
con caporeparti e pause di cinque minuti
sennò ti mandano una lettera di richiamo
alla terza sei fottuto e ciao.

colazione pranzo e cena

il ferrarese con la terza media
non s’è tenuto nemmeno il lavoro part time da portiere
in un lussuoso caseggiato del centro storico
commercialisti notai ed avvocati
forse non gli piaceva arrivare in orario
forse non era adatto a quelle cravatte
perfettamente intonate ed inamidate
forse è un pochino stronzo
ma gli piace assai pippare nei cessi dei bar
farsi ranze con l’occhio sbilenco dilatata narice
e toccarsi il pacco normodotato quando
belle signorine con la borsa zara lo silurano con lo sguardo
il romanticismo non è di questo tempo senza guerre
il lavoro non ha più spinta propulsiva
un posto fisso solo al cimitero
illuminati da intensi fuochi fatui
le idee belle congelate nel frigo turco
il libero mercato non è ben oliato
e la mia pena è finita nel cesso
con la mia cena di ieri sera.

stracciatella

ti preparo ora il pranzo
piccolo mio adorato
un poco di brodo caldo
stracciatella buona come allora
gialla pioggia delicata come fuori
ricordo la mia nonna
immensa e forzuta zdoura
la pasta fresca un cerchio
il tavolo di forchette e cucchiai
e d’altri strani oggetti adornato-
era festa ed abbondanza.
si è spenta piano piano
col mestolo in mano
ma è sempre presente
qui nella vecchia casa
nella brazadela, nei cannelloni
quando è sera e l’appetito
inscena la sua potente lena.

deriva

primavera alla deriva
ci scassano col globale
riscaldamento, a me pare
un po’ lento ad arrivare.
dalla finestra tutto grigio
le case fredde nuovamente
la caldaia che brontola
in soffitta. i tetti scuri
reclamano il sole
ed io chiamo te
per rassettarmi
il cuore, eppure
il cielo s’annebbia
e frena, eppure
s’allunga la mia pena.

amore per te

eri come un alieno
venuto dal caldo
per riscaldarmi
e cedermi il passo.

eri quieta ma non troppo
venivi col cuore in mano
ed io lo prendevo con dedizione.
poi s’allacciarono le arterie
le vene in un complesso

lungo intervento ch’avviluppava
come un tiepido vento -chirurghi
io e te, a tratti invertiti ruoli
divertenti amorevoli equilibristi.

quando l’operazione
termina l’anima è sola
apici gli sguardi – lì forse
l’amore. nel vitreo umore.

transumanesimo

——————————————————ad A.

occultano la verità
romanzano edulcorano
celano confondono
c`avvisano ogni giorno
coi piccoli segni
delle sfumature
dei salotti liberal
col profluvio delle decorazioni
con discrezione
censura ed abiura
i piccoli galilei
scompariranno nell`affanno
della sovraesposizione
nel coro assolato
di un roseo avvenire-
staliniana memoria.
il potere schiaccia il dissenso
soprattutto nelle democrazie
avete notato?
e avete notato che le presunte
libertà elargite (inutili)
ne fanno scomparire
altre ben più essenziali
ed assodate?
e ci diciamo liberali
e ci diciamo democratici primati.
invece siamo solo animali predati.

trio

e se nemmeno un trio
di felix mendellsohn
non ti rallegra
non ti giova
allora devi scendere in giardino
e parlarci coi fiori
dialogando col cielo e le nuvole
panna divina, che nessuno ti veda.
stringere le mani
di persone buone
ce ne sono ancora.
e se nemmeno un trio
può rubarti l’anima
ascolta il canto della cinciallegra
e spogliati di tumori
e cisti d’odio
ma non conformarti
scendi dal piedistallo
ma non impigrirti
ama. ama un animale
una donna, un uomo o una pianta.
e non piangerti più addosso
guarda la tua camicia umida!
e ridi, ridi di gusto. ridi!

cecil taylor

cecil saetta sulla tastiera
sgrana note in grappoli furiosi 
cluster diabolici, accordi furenti.
conduce ad una musica parallela
sghemba, d`un pianeta diverso: 
atomizza e scarica raffiche selvagge
cacofonia alla stato brado
d`una pangea vulcanica.
ritmi barbarici alla sergej
inquetudini popolane alla bela.
un nuovo tellurico cosmo
impervio -cecil le tue dita
innervate di follia m`hanno
estraniato per sempre, m`hanno
popolato d`onde arcaiche e aliene-
suonarla la vita come fai tu
eccentrico birbante collerico.

*

scriviamo per sentirci amati
straniati in queste città d`asfalto
cemento un momento di sosta
nel tormento fra lavoro e obbligo
dissociato nel sociale, tutto nell`invernale
eccezionale normale andamento astrale.

lotta dura senza paura

gli operai son diventati
una masnada di finocchietti senza palle
con mutuo rate debiti
stringono i loro rinsecchiti coglioni infantili
entrano nei capannoni anni ’70 alle 5 del mattino
escono -forse- alle 21 della sera insensata, vuota, scontrosa
leccano culi a destra e a manca
manco fossero lumache
lasciano metri di bava
come se un domani non ci fosse, burattini del sì.
gli operai stanchi ma fieri d’un tempo
sono finiti nel tritacarne delle generazioni facili
che hanno tutto, a cui tutti si deve
i sacrifici son dei padri, non dei figli
non li vedrai più in una piazza a dettare la storia
magari nel cesso d’un marcio bar di perifieria
a cercar la felicità in bianche righe di coca
tagliata 1000 volte dai disperati che affollano le strade disfatte
che tutti vorremmo accogliere perchè siamo cattolici praticanti
e santi al 50 per cento.

?

che cercheranno i poeti della televisione
i sempre stampati, stampati di fresco
in meno d’un lustro? cosa vorranno
questi uomini e queste donne
sembreranno addolorate e maschie
sembreranno mammolette schifate
dalla politica. vedo navi d’oblio accorrere
raggiungeranno il porto che le ha armate
con accondiscendente disarmonia.
non ci sarà lo scintillio, l’elettrolisi
delle parole abbattersi sulla pagina.
è un buio dell’anima che pervade le teste
e un’infrangersi dell’utopia moderna
del verso lungo che non acceca.

*

ancora non è primavera
ma il tordo fa nascondino
nell`edera. allegro il passero
la sera cinguetta.  lavora l`uomo
il ferro qui a due passi
impreca e suda. altri
rinchiusi osservano fuori
mai liberi di viversi nel sole
lieti però di pensare.
e nei pensieri piu tetri
disperdersi e infartuare.
e nei pensieri piu dolci
abdicare a tutto, confidando.

*

la notte di petrolio
copre i viventi
rumori assopiti.
ancora nessun olezzo
dalle putride fogne,
agosto insegnerà.
è l’irreale silenzio
dell’oscurità, la città
convulsa e puzzolente
si placa come virus
placcato dalla penicillina.
le ore dovrebbero
essere quiete, di sonno
ma la mente vaga
e non c’è porto
che accolga, risacca.
il tempo della digestione
dei succhi gastrici
che demoliscono
pian piano il corpo
frenetico, amletico:
essere silenzio
o non essere, più.

malleabile affabile cannibale

m’infervoro nell’attimo
rivolta nell’intimo
son sempre provinciale
minuto ed incalcolabile.
nel confine labile
del confine infallibile
dell’eterno inconoscibile.

apriamo?

dicono che c’è ancora spazio
ma qui è tutto occupato
cementato e occultato
spartito e privatizzato.
è tutta un filo spinato
un divieto d’accesso
una proprietà privata
un sottopasso occultato.
un cartellino per entrare
e uscire, uno speciale
per defecare e pensare.
tutta una telecamera
una privacy d’avanspettacolo.
chi vien qui con occhi nuovi
(per trovar tutto vecchio)
novità non trova che mercato
e caporalato. mastro Darwin
ne sarebbe consolato.
sempre la stessa storia: chi ha
non ha mai abbastanza
chi ha poco fa il loro gioco
massacro generalizzato.
si scopre difettato ad oltranza
eletto ghetto nei ghetti
si scopre spremuto e schiacciato
strumentalizzato dai buoni
sempre più candidi e mielosi
fantasiosi dai balconi
dai cattivi pare così perfidi
da non sembrar vivi.
li disegnano così, speculari.

non arrivare

quanto si corre
per non arrivare.
e le giornate, le notti
mattine, pomeriggi
a ruota come una macchina
che mai arranca.
e come farla franca.

pirosi

la pirosi gastrica
è una sfida dall’interno
il corpo infiammato
sa d’un non so che di calcinato
fiamme del peccato.
niente caffè, peperoncino calabrese
fritto in genere, cioccolato.
tutto diviene così sbiavdo
che pure il colore bianco
nelle pareti par più salato.
la condanna del vizio
è che ad un certo punto
non puoi più neppure
far finta di cedergli vinto.
istinto del gourmet estinto.

*

*

sbiavdo: pallido, insipido, poco invitante.

uomo e solo uomo

ti sei cavato gli occhi
per vedere davvero
ed il tuo stand by
non ha più sapore
d’eremitaggio.
al contatto col mondo
sei ossidato come uno scafo-
il mare non è mai lieve
nemmeno se olio
in una giornata agostana.
è una potenziale burrasca
che arringa e scuote
e sobbalza e spreme:
si resta attoniti
e intonsi d’aggettivi.
quando non ci sarai più
rondini fileranno la tana
e la cinciallegra ricomincerà
becco prensile
con le sue uova
l’eterno via vai.

spartito

quando ti muovi
fai cantare tutti gli uccelli
i popoli salmodiano
in tutte le lingue
moderne e antiche
il pittore
scolpisce la più importante
scultura della storia
le guerre si interrompono
gli ebrei smettono di piangere
e. ma guarda un po’
cosa fa sentirsi
così vicino a qualcuno
sospirargli un sentimento
non esigere un commento
cosa farà, cosa ha fatto:
un esserino
che ha la grazia di un rinoceronte
il viso dolce
la vitalità straripante e sconvolgente
l’attenzione della zanzara
manine e piedini di burro e gioco
provvisto di tutto il futuro
che serve
per sentirsi
padrone della storia a venire
del mondo, dei fiori
delle note: che spartito incantevole
comporrà con sincopi e corone.

ergersi

può darsi che Rebora
centellinasse le rime
assetato di lima e tornio
per scavarsi versi
può darsi che Mandel’štam
rosicchiasse zollette di zucchero
nel gelo e che Mahler
mettesse tutto il suo amore infranto
nella decima sinfonia
e noi? noi cantori con la pancia piena
e la moglie ubriaca dove andremo
a parare? ci chiuderemo nel nostro mondo
con gli occhi chiusi a limonare
con le parole che ci illudono
o scenderemo in strada
come poliziotti accesi di futuro?
ci nasconderemo nelle case
come animali da cortile
o lucideremo i metalli nobili
di una rappresentanza
che sia oltre democratica insicura
noncuranza? le vie sono mobili
hanno tanti nomi
le guerre hanno plasmato i centri
le periferie sono asfittiche
ma abbiamo l’ultima parola
prima di qualunque allontanamento.

sozzume

denti si cariano
lordati di tartaro
water schizzati di feci

in sommaria mira

polvere su pigro mobilio
lanuggine su vesti lise
di peli batuffoli

gatti sui ciotoli
grassi colanti
in cucine imbarazzanti
odori molesti di carni
igiene che viene e va:
il sozzume è padrone già
di questa prigione
non abbisogna di manette
non è corruttibile
è imbattibile
e alla lunga non può
che vincere
senza necessità
di spingere.

caritas

mattina i marciapiedi
si riempiono di stanchi piedi
l’uomo va al lavoro
un lavoro che non vuole
che non l’appaga
ma gli dà quella paga
per costruire la società:
andrà al supermercato
dove gli si farà carità
non per pia pietà
per ragion di sazietà.
abuso del consumo.

bogpan - блог за авторска поезия

блог за авторска поезия

Marco G. Maggi - Nuova Itaca

Se dall’onda del pensiero riaffiora qualche indizio riportami voce nei luoghi immemori dove nacque l'idea

Quanto basta...

Riflettere, condividere pensieri. Senza esagerare. Quanto basta...

UNO STRANO POETA

Quando la poesia incontra la vita di un ragazzo

Giuditta Michelangeli (tra versi e prosa)

Scrivo per passione e per noia, scrivo per passione annoiata. Lo pseudonimo è uno strumento ed è confusione, è uno strumento per confondersi. ("Sii sempre un poeta, anche facendo prosa.” - C. Baudelaire)

Unterwegs

In cammino

sovrasenso bisbigliato

"quando ti sono postuma ti ritrai negando il nesso tra suono e pensiero pensato." (Anna62)

Brezza d'essenza

Quando scrivo dimentico che esisto, ma ricordo chi sono.

ilcollomozzo

FU ALL'INIZIO UNO STUDIO. SCRIVEVO SILENZI, NOTTI, SEGNAVO L'INESPRIMIBILE. FISSAVO VERTIGINI. A. R.

Parole & Carriole

Poesie D'Amore e Trucioli Di Libertà

amilgaquasino

A.A.A. Cercasi (un modo vecchio come il mondo per mettersi sul mercato)

Sogno Diurno

(la poesia è sogno diurno)

Neobar

"Noi non siamo mai esistiti, la verità sono queste forme nella sommità dei cieli." Pasolini

contro analisi

il blog di Francesco Erspamer

Rosa Frullo

Rosa Frullo. Un poeta e un filosofo tra Spleen e Masochismo

Angela Francia

LA DITTATURA PERFETTA AVRA' LA SEMBIANZA DI UNA DEMOCRAZIA, UNA PRIGIONE SENZA MURI NELLA QUALE I PRIGIONIERI NON SOGNERANNO MAI DI FUGGIRE. UN SISTEMA DI SCHIAVITU' DOVE, GRAZIE AL CONSUMO E AL DIVERTIMENTO, GLI SCHIAVI AMERANNO LA LORO SCHIAVITU.

formavera

rivista di poesia e poetica

Non di questo mondo

Nel mio taschino c'è tutto quello che va conservato per non andar perduto.

Michelangelo Buonarroti è tornato

Non ce la fo' più a star zitto

Un cielo vispo di stelle

tentativi di prosa e di poesia

Memorabilia

Mille sono i modi di viaggiare, altrettanti quelli di raccontare.

sibillla5

forse poesia

scritture immaginali

blog di Giovanni Baldaccini

Paolo Valesio

A Plurilingual Site for Creativity and Criticism

salone del lutto

«Se tutti moriamo o ci perdiamo è perché il meccanismo del mondo si basa sull'estinzione e sulla perdita».

STEREONOMONO

Classic Audio and High Fidelity

Musica & Musicologia

Musicista non è chi solo suona ma chi anche pensa in musica

Irene Rapelli's writing

(Il cielo stellato dentro di me)

LIMINA MUNDI

Per l'alto mare aperto

Versante Ripido

Fanzine online per la diffusione della poesia

mezzaginestra

Cultura? Pop e piano, sir.

Cultura Oltre

Rivista culturale on line

'twas my dog, babe

All'infuori di quel che manca, poi c'è tutto.

alessandrasolina

il mondo non è tondo

Zonadidisagio

Blog diretto da Nicola Vacca - In redazione: Luisa Bolleri, Gianfrancesco Caputo Patrizia Caffiero, Martino Ciano, Salvatore Marrazzo, Geraldine Meyer, Roberta Manfredi, Fabio Orrico, Roberto Saporito, Alessandro Vergari

Musica classica ieri e oggi

La qualità viene prima dell'esistenza stessa.

Controvento

“La lettura della poesia è un atto anarchico” Hans M. Enzensberger

Poesia Ultracontemporanea

Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi

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