*

pieni di regole
vuote le piazze
gente silenziosa
in fila ai market
la notte chiusi in casa
non s’esce più
per vedere facce
le facce sono brutte
i dialoghi sono segni
braccia che scardinano
una saracinesca.
il quartiere è pigro:
non sa abbracciare.

distici rustici

ci stupiamo del buio
ma non c`è tempo per sofismi.

la cassa piange.
le periferie decotte.


si stupiscono della politica
lanciano strali e maledizioni


al popolo che piu o meno sceglie.
sfottono, disprezzano la propria gente.


è notte. la notte di marx e gramsci. 

ma dal buio sorge nel mare piatto

 

un’onda nuova. è dinamica dei fluidi.

arroganza della carne. lava di muscoli.

 

impulso del seme. 

amor celato amor costato

parlami d`amore
fammi del male
lo puoi fare
puoi lanciarmi le parole
come frecce
già insanguinate
nettare che il cuore innamorato
secerne lussurioso
dal costato
ed io assentirò
come un indiano allamato:
perché son io
uno degli ultimi.
quell`ultimo che baciasti
e sentisti tuo.
ma io non sono nemmeno mio
figuriamoci
se posso appartenere.

*

non ricorderò le date
non farò congetture.
il rischio delle cuciture
è che non tengano.
il rischio delle cuciture
è che non servano
a congiungerci
come due placche
che sfilano ad opposti
cardinali. dimenticherò
i visi piacevoli e spiacevoli
con gli incubi è meglio
affrancarsi, coi sogni belli
pure, perché non si realizzano.

parole

la prosa non fa per me
troppe parole buttate al vento
per dire quasi nulla o poco
faccio fatica a buttarne tante sul foglio
e rivedermi specchiato accuratamente.
preferisco il mistero di una rima
un salto logico, un accenno:
ecco l’accenno secondo me
è il miracolo dei miracoli.
è come l’acqua di un ruscello
che precipita con la gravità.
con tutti i pesci dentro.
che non s’accorgono del salto.

3000 metri

quando qualcuno mi guarda
fingo.
quando qualcuno mi parla
fingo.
quando mi fa gli auguri
non son io.
quando è festa comandata
vorrei ritrovarmi
su una nave
nell’oceano Pacifico
seguendo la balena di Melville
cercando il pesce con la luce
sul capo
a 3000 metri sotto il livello
perchè il blu
è il colore che amo
e la collera
non è la mia coscienza preferita.

*

il mistero raccontami
l’acqua che scivola tra le mani
la rugiada che svanisce nell’infinità
il seme che veglia la primavera
il torsolo che rivive rotolando
raccontami accostandoti a me
come fratello e sorella
ci sono notti piene di luce
e giorni di luna piena
ti prego, sospira nell’orecchio
il segreto dolcemente.

*

hank sosteneva
è meglio essere romanzieri
che poeti
i poeti non hanno le palle.
forse aveva ragione.
io aspetto sempre la notte
per saperlo
ad un palmo d`alba
il buio porta consiglio
inonda di pace le viscere
rilassa i muscoli
protegge il miracolo
conserva i colori e i moti
abbevera l’esplosione serena
allontana i conati vigorosi
della schiavitù accettata
nel lavoro, nel ruolo del sociale.
allento la ferocia degli sguardi
la frantumazione dell’io
in milioni di stelle
distanti e indifferenti
e provo la solitudine
della meraviglia.

immaginarsi la vita scarica

immaginarsi la vita scarica di santoni
che ti giudicano dall’alto della cultura
un nozionismo settario, censurato
da menti fuori dallo tua lunghezza d’onda
immaginarsi di camminare scalzo
nelle vie di catrame e smog e mercatini
sotto una pioggerellina fuor di stagione
immaginate d’essere essenziali a voi stessi
senza segnalibri, un flusso ininterrotto
una fontana, un torrente, un’elica di dna.
e poi spacciarvi per leoni, eppoi bradipi
tornare alla luce nell’oscurità e cantando
arenarsi nella banchina e senza ciabatte
entrare nella sabbia, gioirne senza condizionali
né gli arretrati del mondo. occhi d’universo
nel commento avverso riconciliarvi, non indugiare.

immaginarsi scalzi, ma senza padrone.

cosa manca?

la sera è scatola vuota
l’acqua poca
il pesce non nuota
la pianta disidratata
non è mai stata rinvasata
le domande son ancora
lì tutte ferme
le risposte arretrate
come mancate entrate
breve il giorno:
si consuma lieve o greve
a seconda del sentimento
imprevedibile che viene
come candida neve.

luce invernale

c’è luce anche in inverno
quando il freddo assale
la carne, penetrando sino
al midollo, attorno non c’è
nessuno, le parole son poche
i significati sempre quelli
quelli radi che non hai incrociato.
i pianerottoli son deserti
le vie testimoni del gelo
tutto sotto un velo
che raramente svela
un sotterfugio, spesso
un’assenza, un refuso.

titolo

non ci si ferma davanti alla finestra
non ci si ferma davanti al ruscello
voli d’uccelli ed insetti mobilissimi
non ci si ferma alla casa, alla cantina
all’odore del pane appena sfornato
la mattina. non ci si ferma.
e s’adora il canto e l’armonia
il ripieno delle parole e il manovrarsi
al chiaro schietto di luna.
non ci ferma al camino spento
alla ritrosia dell’umorismo.
non si cede al ricatto della pece
alla vischiosità del bitume.
alla rarefazione dell’aria pura.
neppure alle parole disabituate
all’incantamento, drenate di senso.
nemmeno al ricatto d’un bel viso
che mai potrà esser fiore.

apologia del culo

c’è culo e culo
ci sono culi debordanti
culi fulminanti
culi che ridono
culi che vivono
culi flaccidi
culi intraprendenti
culi marmorei
culi slabbrati
altri sfaldati e burrosi
a volte i culi risalgono
sulle spalle e parlano
a volte i culi
sono il più grande spettacolo
oggi lungo le vie del centro
in una primavera accennata
sono sfilate donne spavalde
con le natiche più belle
ho amato quelle carni deboli
sottoposte alla legge di gravità
non era necessario parlassero
persino la sarda del pub
aveva il giovane culo fasciato da jeans strappati
così stretti che potevo seguirne
il senso sino al sesso esibito
con discrezione
lei parlava e parlava
ma io non ascoltavo.
ci sono culi
che bastano
ci sono culi
che regalano un sorriso.

insufflare prego

il suffragio universale
splendido universo
sogno inverso
per alcuni assidui democratici
da limitare. luminari
delle luminarie
esequie strutturali
dei sacri istinti. dà l’illusione
della partecipazione:
luce accecante per il popolo
che guarda quella fissa
in fondo al tunnel
e s’acceca. dova va
e da dove viene
forse conviene
e s’appoggia bene.
e i sudditi
sembran contenti.

*

libera la bestemmia
il proletario va in scena.
è un teatro assurdo
nessuno più ascolta
più nessuno in linea.
uffici vuoti, alberi alti
come croci, capannoni
vuoti. ho notato
che la fine del mondo
arriva piano piano
come il gatto quatto quatto
sotto al divano meccanico.
ultimo primitivo relax
del metalmeccanico.

salute!

donne e uomini sono chiusi in casa
negli occhi miopi di una nuova serie inverosimile
l’impero americano non avanza più
coi cannoni e le portaerei
ma nei cervelli occupati
di socialità estinta
e ve lo dice
un quasi misantropo.
tuttavia la fantasia
cava conigli dai cappelli
e nei giorni di un voto
ad un’entità imprecisata assetata di sangue
o alla propria povera nazione
la fantasia zampillante e caotica dicevo
coglierà tutti di sorpresa
come un’aurora boreale all’equatore
spalmato di frammenti di plastica e becchi
e stomaci e colli di polimeri frantumati
accoltellando l’uomo nero
come nei cartoni animati
edificando la casa di marzapane
metterà giochi di legno nella zampa del lupo cattivo
evviva i riflessi di luce in una mente malata ma candida.

*

l’atmosfera cambia il viso mio
stento a ritrovarmi. nebbia e smog
m’avvolgono in uno strano giro di valzer.
mi pesta i piedi la città e il suo cinismo democratico.

silenzio dopo cena

il silenzio che c’è qui dopo cena
è un silenzio davvero speciale
finito il rombo dell’autostrada
si sentono piatti e bicchieri ogni tanto
dialogare. gatti prendersi a pugni
per una femmina o per un passero.
è una quiete profumata
di fiori che non conosco
e che mi piacerebbe conoscere
piantando in giardino, vicino le rose.
un vaso speciale, come il tuo viso
la mattina assopito che non vorrebbe svegliarsi
la sera più rugoso, che l’esperienza ha un costo.

seduto

seduto sulle scale
come una commare.
davanti il giardino.
l’albero vecchio
risale i tempi, salmone.
vecchio, bitorzoluto.
davanti a lui son poco e
niente. son gente che va
e viene. solo silenzio
di cui s’abbevera
il crearsi silente.

ferro

carica ancora di luce è la notte
che si gonfia in quiete e riflessione
tra le mura si tende il copione
degli attori dietro le quinte
abbandonato il sipario
sudario di spinte e contrazioni.
mi guardo le mani e più rugose
le rivedo mie e legnose
come stanche. queste mani
che difendono il mondo
e lo plasmano. queste mani
di sapone liquido, saldatura
polvere e lucido da scarpe.
non sanno pizzicare
le corde d`una chitarra.
hanno tantato il piano, dita
note con poca convinzione.