"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: Mag, 2019

*

pieni di regole
vuote le piazze
gente silenziosa
in fila ai market
la notte chiusi in casa
non s’esce più
per vedere facce
le facce sono brutte
i dialoghi sono segni
braccia che scardinano
una saracinesca.
il quartiere è pigro:
non sa abbracciare.

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distici rustici

ci stupiamo del buio
ma non c`è tempo per sofismi.

la cassa piange.
le periferie decotte.


si stupiscono della politica
lanciano strali e maledizioni


al popolo che piu o meno sceglie.
sfottono, disprezzano la propria gente.


è notte. la notte di marx e gramsci. 

ma dal buio sorge nel mare piatto

 

un’onda nuova. è dinamica dei fluidi.

arroganza della carne. lava di muscoli.

 

impulso del seme. 

amor celato amor costato

parlami d`amore
fammi del male
lo puoi fare
puoi lanciarmi le parole
come frecce
già insanguinate
nettare che il cuore innamorato
secerne lussurioso
dal costato
ed io assentirò
come un indiano allamato:
perché son io
uno degli ultimi.
quell`ultimo che baciasti
e sentisti tuo.
ma io non sono nemmeno mio
figuriamoci
se posso appartenere.

*

non ricorderò le date
non farò congetture.
il rischio delle cuciture
è che non tengano.
il rischio delle cuciture
è che non servano
a congiungerci
come due placche
che sfilano ad opposti
cardinali. dimenticherò
i visi piacevoli e spiacevoli
con gli incubi è meglio
affrancarsi, coi sogni belli
pure, perché non si realizzano.

parole

la prosa non fa per me
troppe parole buttate al vento
per dire quasi nulla o poco
faccio fatica a buttarne tante sul foglio
e rivedermi specchiato accuratamente.
preferisco il mistero di una rima
un salto logico, un accenno:
ecco l’accenno secondo me
è il miracolo dei miracoli.
è come l’acqua di un ruscello
che precipita con la gravità.
con tutti i pesci dentro.
che non s’accorgono del salto.

3000 metri

quando qualcuno mi guarda
fingo.
quando qualcuno mi parla
fingo.
quando mi fa gli auguri
non son io.
quando è festa comandata
vorrei ritrovarmi
su una nave
nell’oceano Pacifico
seguendo la balena di Melville
cercando il pesce con la luce
sul capo
a 3000 metri sotto il livello
perchè il blu
è il colore che amo
e la collera
non è la mia coscienza preferita.

*

il mistero raccontami
l’acqua che scivola tra le mani
la rugiada che svanisce nell’infinità
il seme che veglia la primavera
il torsolo che rivive rotolando
raccontami accostandoti a me
come fratello e sorella
ci sono notti piene di luce
e giorni di luna piena
ti prego, sospira nell’orecchio
il segreto dolcemente.

*

hank sosteneva
è meglio essere romanzieri
che poeti
i poeti non hanno le palle.
forse aveva ragione.
io aspetto sempre la notte
per saperlo
ad un palmo d`alba
il buio porta consiglio
inonda di pace le viscere
rilassa i muscoli
protegge il miracolo
conserva i colori e i moti
abbevera l’esplosione serena
allontana i conati vigorosi
della schiavitù accettata
nel lavoro, nel ruolo del sociale.
allento la ferocia degli sguardi
la frantumazione dell’io
in milioni di stelle
distanti e indifferenti
e provo la solitudine
della meraviglia.

immaginarsi la vita scarica

immaginarsi la vita scarica di santoni
che ti giudicano dall’alto della cultura
un nozionismo settario, censurato
da menti fuori dallo tua lunghezza d’onda
immaginarsi di camminare scalzo
nelle vie di catrame e smog e mercatini
sotto una pioggerellina fuor di stagione
immaginate d’essere essenziali a voi stessi
senza segnalibri, un flusso ininterrotto
una fontana, un torrente, un’elica di dna.
e poi spacciarvi per leoni, eppoi bradipi
tornare alla luce nell’oscurità e cantando
arenarsi nella banchina e senza ciabatte
entrare nella sabbia, gioirne senza condizionali
né gli arretrati del mondo. occhi d’universo
nel commento avverso riconciliarvi, non indugiare.

immaginarsi scalzi, ma senza padrone.

cosa manca?

la sera è scatola vuota
l’acqua poca
il pesce non nuota
la pianta disidratata
non è mai stata rinvasata
le domande son ancora
lì tutte ferme
le risposte arretrate
come mancate entrate
breve il giorno:
si consuma lieve o greve
a seconda del sentimento
imprevedibile che viene
come candida neve.

luce invernale

c’è luce anche in inverno
quando il freddo assale
la carne, penetrando sino
al midollo, attorno non c’è
nessuno, le parole son poche
i significati sempre quelli
quelli radi che non hai incrociato.
i pianerottoli son deserti
le vie testimoni del gelo
tutto sotto un velo
che raramente svela
un sotterfugio, spesso
un’assenza, un refuso.

titolo

non ci si ferma davanti alla finestra
non ci si ferma davanti al ruscello
voli d’uccelli ed insetti mobilissimi
non ci si ferma alla casa, alla cantina
all’odore del pane appena sfornato
la mattina. non ci si ferma.
e s’adora il canto e l’armonia
il ripieno delle parole e il manovrarsi
al chiaro schietto di luna.
non ci ferma al camino spento
alla ritrosia dell’umorismo.
non si cede al ricatto della pece
alla vischiosità del bitume.
alla rarefazione dell’aria pura.
neppure alle parole disabituate
all’incantamento, drenate di senso.
nemmeno al ricatto d’un bel viso
che mai potrà esser fiore.

apologia del culo

c’è culo e culo
ci sono culi debordanti
culi fulminanti
culi che ridono
culi che vivono
culi flaccidi
culi intraprendenti
culi marmorei
culi slabbrati
altri sfaldati e burrosi
a volte i culi risalgono
sulle spalle e parlano
a volte i culi
sono il più grande spettacolo
oggi lungo le vie del centro
in una primavera accennata
sono sfilate donne spavalde
con le natiche più belle
ho amato quelle carni deboli
sottoposte alla legge di gravità
non era necessario parlassero
persino la sarda del pub
aveva il giovane culo fasciato da jeans strappati
così stretti che potevo seguirne
il senso sino al sesso esibito
con discrezione
lei parlava e parlava
ma io non ascoltavo.
ci sono culi
che bastano
ci sono culi
che regalano un sorriso.

insufflare prego

il suffragio universale
splendido universo
sogno inverso
per alcuni assidui democratici
da limitare. luminari
delle luminarie
esequie strutturali
dei sacri istinti. dà l’illusione
della partecipazione:
luce accecante per il popolo
che guarda quella fissa
in fondo al tunnel
e s’acceca. dova va
e da dove viene
forse conviene
e s’appoggia bene.
e i sudditi
sembran contenti.

*

libera la bestemmia
il proletario va in scena.
è un teatro assurdo
nessuno più ascolta
più nessuno in linea.
uffici vuoti, alberi alti
come croci, capannoni
vuoti. ho notato
che la fine del mondo
arriva piano piano
come il gatto quatto quatto
sotto al divano meccanico.
ultimo primitivo relax
del metalmeccanico.

salute!

donne e uomini sono chiusi in casa
negli occhi miopi di una nuova serie inverosimile
l’impero americano non avanza più
coi cannoni e le portaerei
ma nei cervelli occupati
di socialità estinta
e ve lo dice
un quasi misantropo.
tuttavia la fantasia
cava conigli dai cappelli
e nei giorni di un voto
ad un’entità imprecisata assetata di sangue
o alla propria povera nazione
la fantasia zampillante e caotica dicevo
coglierà tutti di sorpresa
come un’aurora boreale all’equatore
spalmato di frammenti di plastica e becchi
e stomaci e colli di polimeri frantumati
accoltellando l’uomo nero
come nei cartoni animati
edificando la casa di marzapane
metterà giochi di legno nella zampa del lupo cattivo
evviva i riflessi di luce in una mente malata ma candida.

*

l’atmosfera cambia il viso mio
stento a ritrovarmi. nebbia e smog
m’avvolgono in uno strano giro di valzer.
mi pesta i piedi la città e il suo cinismo democratico.

silenzio dopo cena

il silenzio che c’è qui dopo cena
è un silenzio davvero speciale
finito il rombo dell’autostrada
si sentono piatti e bicchieri ogni tanto
dialogare. gatti prendersi a pugni
per una femmina o per un passero.
è una quiete profumata
di fiori che non conosco
e che mi piacerebbe conoscere
piantando in giardino, vicino le rose.
un vaso speciale, come il tuo viso
la mattina assopito che non vorrebbe svegliarsi
la sera più rugoso, che l’esperienza ha un costo.

seduto

seduto sulle scale
come una commare.
davanti il giardino.
l’albero vecchio
risale i tempi, salmone.
vecchio, bitorzoluto.
davanti a lui son poco e
niente. son gente che va
e viene. solo silenzio
di cui s’abbevera
il crearsi silente.

ferro

carica ancora di luce è la notte
che si gonfia in quiete e riflessione
tra le mura si tende il copione
degli attori dietro le quinte
abbandonato il sipario
sudario di spinte e contrazioni.
mi guardo le mani e più rugose
le rivedo mie e legnose
come stanche. queste mani
che difendono il mondo
e lo plasmano. queste mani
di sapone liquido, saldatura
polvere e lucido da scarpe.
non sanno pizzicare
le corde d`una chitarra.
hanno tantato il piano, dita
note con poca convinzione.

*

l`uomo sproloquia luce
e accende iridi di sole
andiamo all`aperitivo serale
per sedare definitivamente
un mancare. con l`alcool
pure moderato non ci si scanna:
ci si siede, ci si guarda.

*

nel secolo dei lumi
chi era ricco
era come eletto da nessuno da dio
col mondo in mano
e tavole imbandite
e caviglie plumbee di gotta.
i poveri maturavano odio
nelle campagne.
ora le campagne sono vuote
bagnate di pesticidi tumorali
e l’odio se ne sta in città
coi reietti e i proletari
mai uniti di un tempo.
ma anche l’odio non è gratuito.
che lo sappiano i censori
e i spasmodici democratici
che vogliono insegnare
l’ovvio. e bannare l`eretico.

bocciolo

semini e non raccogli?
forse. rinvasi. i rami
con margotta. la vita
s`inserisce festosa
e contorta con mastice
e legatura. si forma.
si plagia e risorge.
s`innesta con la cura
profana e l`improvviso
schiocco di luce -tramontana.
è nelle primavere lasche
che il bocciolo rimbomba
più forte. ed il bombo ronza.

ogni giorno

ogni giorno
faccio la stessa strada
in auto
la mattina mi sveglio
e vado al lavoro
ti saluto, un bacio eppoi vado.
ogni giorno
faccio le stesse cose
come se il copione
fosse stato scritto a macchina
da jack torrance alterato
in uno strano hotel di montagna.
però non ho paura
come la moglie e il figlio
seguito ad imparare coerente
le battute.
ogni tanto canto.
l’orchestra pare intonata.

la mattina

la mattina mi sveglio
e trovo il tuo corpo
vicino al mio, sotto le coperte
ne sento bene il calore
lo stesso che m’allontanerà
da te luglio ed agosto.
ma tra ottobre
e quest’anno pure maggio
saremo così vicini
da sentirci bisbigliare uno
nei sogni dell’altro.
può sembrare eccessivo
al latin lover
o a certe femmine moderne.
sta di fatto
che anche uno sbadiglio
è complicità.

femmine contro

ho sempre visto
donne nei luoghi di potere
più arroganti degli uomini
più zelanti, più severe,
più determinate, più precise
più stronze, sempre di più
forse per sentirsi più uomini
degli uomini, più forti, più acide
più intelligenti dei maschietti
che ora arrancano nella trappola
così come dopotutto
l’altra metà del cielo
che ora s’illude d’esser
padrona dell’intero.
la femmina è virilizzata
non veste più gonna e collant
più pantaloni muscoli e potere
ma non è una novità nuova
è il maschilismo più terribile
e becero che mai si sia visto
su questo pianetino azzurro
insignificante e malandrino
in una delle miliardi di miliardi
di galassie d’uno dei miliardi
di universi disponibili
nell’infinito spazio degli anni luce
in tutta l’oscurità che tutto questo sforzo
conduce

quando il mondo non t’appartiene

quando il poeta è triste
si vede dalle parole che usa
non vedrete la sua faccia sconsolata
il poeta è comunque un guerriero
vive di quotidianità, non dei versi
non li pubblica, non è vanitoso
vive di un lavoro noioso come tanti
altri cristiani. non è cieco, né sordo
vede e sente tutto, anche le formiche
hanno un’anima.

*

lontani tuoni
arrivano i suoni
tu vai al lavoro
t’aspetto come nel sogno
ricordi i baci e le parole
che sfumate tremano?
ricordi il bel tempo
ti tenevo nel grembo?
mai masticare i secondi
rimarranno nel gozzo
come un riporto
di capelli trapiantati.
lontani tuoni
io son qui fermo
alla finestra, arriveranno
faran tremare la casa
non me.

*

questa terra sa di noi
delle debolezze radicali
del sole mancato
e della maestria
nella deviazione dell’anima.
nei richiami delle rondini
i nidi recuperati
ancora abitati.
il suolo vulcanico
ricco di humor
e la selvaggina
costretta in argini di potere.
i fiumi d’opportunità e i laghi
periodi stagnanti, oasi
dopo deserti di rimpianti.
e poi ciechi sordi muti
con le stelle tra le mani
l’esasperazione della professione
quanta passione nel tramonto
e nei corpi illuminati
dal sole calante.
dignità. rara.

una recensione mentre fuori piove

togli una bella immagine
resteranno le parole
e tornerai all’immagine
che te lo farà venire duro
(si fantastica e si sorride quasi sempre)
le parole te l’avevano
ammosciato e stirato.
i brividi vengono dalle labbra
e dagli occhi
con tatuaggi obbligati
(il miglior inchiostro
del circondario cartaceo)
le parole mentono
e nemmeno bene
e girano attorno
a qualcosa
come i moscerini da vino
ma il bicchiere
è vuoto da un pezzo
e non sei nemmeno brillo.
io non sono quel che vorrebbero
io fossi
ma nemmeno loro
sono quella propaganda
sfacciati narcisi recisi
(sintetizzeranno la loro
mancanza di sintesi?)
in incognito festeggiano
vanagloriosi
il decesso su carta.

Né amare.

Ci sono arti che si spacciano
per uomini e capelli per ricordi.
Io t’ho emancipato, t’ho messo
due gambe e sei partito
verso un bel panorama
con tutti i nomi giusti.
Io oscillo. Tu ti avvolgi
come un vecchio nastro
o il sesso verde dell’edera
bocciolo di gloria e fallo.
Ci sono arti artificiali
e bocche di plastica
e occhi di gomma
che non possono invecchiare
né amare.

*

son stati bene assieme
un attimo
prima di prender strade diverse
l’ideologia ed il portafogli.
sciocchi i paesani
issarono rosse bandiere
e credettero all’opera
di bioingegneria
credettero d’inventarsi possidenti
senza perdere i denti.
urto terribile
non l’orgoglio ferito
persero il braccio
e il dito.

barbone al market

sta accoccolato a terra
il barbone, testa in giù
come avesse veduto il terrore
ha visto le tasche buche
ed i calzini lerci, capelli
arruffati e nelle mutande
piattole vigorose. certo
non ha nulla da pagare
se non la sua libertà.
libertà di dormire e defecare
ogni sporco giorno
in una angolo diverso.
nell’universo una creatura
può non aver utenze
e contratti vari intestati-
ai margini sopravvive
senz’acqua senza luce.
nel buio, nel gelo lentamente
strisciando si conduce.

dolo

ci sono pieghette discrete
sulla fronte, vicino agli occhi
testimoniano un po’ l’incuria
dei giorni, i freddi e i sorrisi
che spalancano e gettano
petali di fiori sbocciati di fresco.
la tua mano sulla mia, il calore
l’aroma delicato del tuo respiro
la treccia dei capelli capricciosi.
fungo da manovratore. in realtà
siamo ciotoli sul letto del fiume
rotoliamo assieme per simmetria
e bon ton. è un racconto di vibrazioni
un’assunzione di responsabilità.
potresti denunciarmi per dolo

e dedicarmi anteprima d`un volo.

entusiasmo

m’è sempre nato dentro
l’entusiasmo come un miasmo
aspettativa poi d’un coraggio scorato
l’aspetto non ornamentato
d’una attesa, uno senso dell’alto
che poi precipita come un bicipite
dopo un lungo accorato esercizio
di vanità scodinzolante. dissuadente
e brumosa è un ostacolo a viverla
come si deve, senza servili piacimenti
l’esistenza senza referenza obbligatoria.

poeta in ammore

venne l’amore
ti fece schiavo
ignaro baro.
poi i versi
che il poeta
senza calamaio
non sa stare
come senza luce
l’albeggiare.
poi gli schiaffi
il disonore
il malaffare:
il poeta è vivo ancora
ammalato
l’amore boeing
malguidato
s’è schiantato.

vorrei incamminarmi sulle braci ardenti

vorrei dormire per una settimana intera
vorrei scrivere più difficile
(come si diceva? ah, ermeticamente)
in modo che il lettore d’alto livello
non capisca tutto alla prima lettura
ma nemmeno alle seconda o alla terza
ed il critico ideologico s’impressionerebbe
e mi prenderebbe sotto la sua ala spiumata
scriverei in endecasillabi ed enjambement
troncamenti e preziosismi
vorrei mantenere le distanze
e vorrei che non ci presentassimo
dovremmo restare sconosciuti l’uno all’altra
non chiamarsi per nome ha un vantaggio
non ci si potrà intestare un conto bancario comune.

*

nella notte vibra il frigorifero
la televisione a basso volume
il muro maestro si friziona
e rumoreggia seccamente.
i tubi dell’acqua, il camino.
tutto si muove, si sposta
scivola. l’indomani troverai
apparentemente tutto uguale
ciò che è tutto differente.

sto

sto tra la tangenziale rombante
e le case silenziose
piccoli angusti bilocali carissimi classe aaaa++++
sferzate da un vento gelido
inusuale ma bellissimo
a maggio
dopotutto andiamo verso una glaciazione
ci sono tutti gli indicatori
a parte i media
quelli hanno altri padroni
che non sono i miei.
sono sereno
e la strada è indifferente
silenzioso guardo
guardo i mattoni quadrati delle case
guardo strani fiori gialli
eroi nel gelo
guardo il cielo che non mi vede
e la tangenziale ancora
dietro di me, oltre il parco disabitato
poveri che tornano a casa
uno dietro l’altro
in fila indiana
cinque chilometri all’ora
dopo il lavoro triste.
il sole cade addormentato
lentamente come niente
ma io urlo dentro di me
tutto il dolore
tutta la rabbia, la mia insoddisfazione
e la mia gioia, ma sono impassibile
ed intirizzito
urlo tutto me stesso
e me ne torno a casa.

tavolata

fanno finta d’essere amici
si stringono al tavolo uniti
con gli stessi poli trattano
la resa. sarà poi una sorpresa
prendere atto della tragedia
nell’incompiutezza nell’astrattezza
nella risolutezza del’occasione
un matrimonio, un compleanno
una comunione una fine anno
una volta all’amo del sociale
si perde il senno della stagione.
i rapporti son contratti a ore.

la libertà degli uomini

dove latita tutta questa
libertà, dove risiede
recalcitra, sboccia
o è tuttalpiù esangue
indistinta. dove ruggisce
dove coagula, dove copula
col vento ed il cielo
per crear giganti ed infiniti
mondi. quell’apertura d’ali
agognata da poeti
schiacciati dal potere,
oggi a tutti indifferenti
tra le strade, camminando
in una folla cieca, indistinta:
l’egoismo di classe
fa altre vittime
e non le colora
le disvalora sino
all’inconsistente trasparente.

stasera alla solita ora

dalla socchiusa  finestra
esce l’odor della cucina
mentre sui vetri schizza
l’insistente pioggia
e tu non sei qui. sbuca
il basilico, le timide spezie
come al solito t’aspetto
(ti cucino uno spaghetto)
goccia dalla grondaia, dal tetto
la canala è colma. non la misura.
non questa schiva chiusa.
forse di maggio delusa.
non certo di te: se t’amo
è anche per sorridere
di nubi e dubbi umidi.

il morbo sciocco

l’ideologia porta con sé lacchè
furbastri e segaioli di partito.
a lor piace dirti cos’è degno
cos’è indegno. sentono
da sotto er culo d’imperio
scivolar via il fazioso impero.
ti dirò col sorriso tu leggi
tutto quel che ti pare, pure
i maestri cattivi non evitare.
la politica di ‘sti sciatti mediocri
è frigida scorza da dimenticare.

nubi d’olio combustibile

nere come cattivi pensieri
nuvole armate di furia
incedono e stazionano
frullano e rombano.
sbiancano, s’inquinano.
ed io primaverile spero
ma non intendo. fiero
e partecipativo. schivo
e affretto la voglia di prati
margherite e soffioni.
vivo nell’ombra del pino
che non vede stagioni
ma ad ogni anello di tronco
una ruota, un giro.

tenebroso

non sono mai nato
le fabbriche ho frequentato
e schifato con tutto il cuore
ma il cuore non era già più mio
ed io non sono mai nato
l’ho detto già, ma debbo
ribadirlo ripetendo come il grillo
nella notte tenebrosa
quando dolore, a iosa.

*

franca è la notte
notte di sibili
e nani poderosi
sotto coperta.
vibrano i muri
come corde
di violino.
la musica è stramba
come un vinile
al contrario -assomiglia
a certa musica contemporanea
nono o altri compagni.
la nettezza del sorgere
distrugge tutto
il glacial cristallo:
con parsimonia
si ritorna a vivere.

secondo concerto per pianoforte

prokofev nel secondo è un funambolo
il poderoso monumentale preambolo
regge da tronco il vorticoso proliferare
di note a grappoli. in marcia il finale
col nel cominciare il gorgheggio tuba bassa.

*

ancora piove e tutto si sfalda fradicio e la vecchia pallida esce di casa senza dentiera
va a buttare la pensione nel vicino bingo, non vengono mai i figli
figuriamoci nipoti, sono lontani. il marito crepato
nel salotto lucido e perfetto senza libri -era sempre incazzato
e distribuiva querele a destra e a manca, come caramelle
sui confini, sulle fogli, sul rumore, sui parcheggi
ancora i muri bagnati, dopotutto non ha piovuto quando doveva
per 3 mesi il secco dei fiumi faceva paura e gridava vendetta
i cortei di nullafacenti per le via del centro coi cartelloni stupidamente blasfemi (moda dell’impegno selfie)
il femminismo, la battaglia climatica, senza saperne un cazzo, come pecore.
meglio in casa a masturbarsi con la tv accesa o spenta -ora le vere battaglie le fanno i social, nuovo ordine nel disordine (loro tracciano e sospingono)
non mi raccapezzo con questa generazione frivola, monotona del tutto e subito
ahi, il futuro, il futuro. ho pensato di farla finita col futuro
vivo piano piano, come una lumaca sul vetro, un rallenty di qui e adesso
fotogramma dopo fotogramma senza lotta, tettonica a zolle comatosa, mentre il sole in garza ha il glaucoma.

*

lontana eco
il dialetto
la stanza oramai
immensa, stupidamente
conforme.
le note dolci del fieno
della campagna.
mio nonno nell’orto
fra le canne
deportato nella spelacchiata
periferia del ’50.
i bambini ora dormono
al caldo
del metano,
c’è la fibra
che tiene in contatto
senza la pelle.
lontana eco.

il sole alle 19

il sole alle 19 ha reso tutto squisito
i muri che s’asciugano accarezza e sfiora.
dopo il lungo invernale acquazzone
sui fiori, ci s`accorge di maggio. e basta.

un uomo

un uomo conta
sul ragionamento piano
della bocca piena
e su sbalzi ormonali
che plasmano il tangibile.
un uomo solo
che s`inventa la narrazione
del bene. un uomo
sicuro della manualità
che scorre nel tempo.
e non ha aiuto dall`alto
solo consolazione,
accettabile?
lassù il cielo
con stelle e gas e vuoto.
quel voto che non compete
nemmeno a dio
e neanche a quell`io
che pretende ordina
offende. e dà ordine al caos
o non lo redime.

è un operaio

è un operaio
perché il padre era un operaio
morto di cancro
subito dopo la pensione
e prima del brutto male sempre il padre
è stato badante 24/24 della nonna
morta di cancro e inferma a letto
merda e piscio a fiumi e pannoloni
in sacchetti della frutta verdura coop
era meglio continuare a lavorare gli diceva spesso
mentre aveva lo stomaco che gli usciva
pure dagli occhi rossi, stremato dalla chemio
e scorreggiava come una vecchio trattore
36 anni nella stessa azienda
una specie di figlio degenere, senza regalo per i 18
una azienda distrutta dallo stato
è un operaio
perché la madre era un’operaia con le elementari
addetta a sterilizzare gli aghi
in una caverna nel sottosuolo
con chimica malsana, cancerogena
e radioattiva
la costrinsero ai turni
anche se aveva appena partorito (sindacato in minoranza, fabbrica fascista, dicevano)
spesso nella pausa si trovava una letterina
del caporeparto perché aveva fatto un minuto in più in bagno
e c’erano tante ruffiane spione
era sotto controllo, ogni movimento, ogni parola, ogni sigaretta, ogni pisciata
è un operaio
perché era circondato da operai
la mela non cade mai lontana dall’albero.
però può guardarsi allo specchio
e non vomitare.
imparò l’arte
e la mise da parte.

*

frigida europa
d’ancien régime
la nuova plutocrazia
aristocratica ordina
al popolino cretino
una sostituzione
ordine diretto
come si fa col bambino
discolo: confida popolino
nella forza del continente
pulito e ordinato, delocalizza
non si nazionalizza
e vota bene: la democrazia
è una via irreversibile.

la battaglia

dobbiamo fare questo
dobbiamo fare quello
tutte le battaglie del mondo
ed un vuoto interiore
deserto senza figli.
pare per far sentire gli altri vivi.
invece tu sei moribondo
anche con tutte le carni, i polipi
i tumori benigni, i fibromi
e tutti i litri di globuli
che puoi affittarti.
vedo che miete vittime l’impegno.
le battaglie puoi anche vincerle
ma la guerra no. la guerra
ne fa milioni. è il giorno
della pulizia. tutto il sangue
si sputtana in piazza.
e non importa più
se il salmone ha la forza
di risalire.

*

ognuno ha ciò che si merita
davanti alla tv, la sera
dopo 8 ore di sgobbo
una trasmissione fiacca
una frequenza sghemba
un abbraccio di figlio
un bacio sulle labbra
o un’anatomia rigor mortis
ognuno ha le sue candeline
sulla torta, ognuno promette
e dismette. ognuno ha rughe
e pianti e gioiose deflagrazioni.
ma resta il brutto spesso:
la sua immagine tiepida
come non aver piantato
chiodo, né piallatura, un piano
saturo di segatura. ognuno
ha ciò che si merita la sera
nella doccia, con lo specchio
opaco di condensa.
che di traverso non si vede
la vita non fa una piega
non si vede non si vede. no.

il latrato della specie

nell’anonimia sta il disperato
latrato delle specie, il tentativo
nel mondo che ci fece, la ritrosa
manovalanza della creanza,
il rotolio delle membra,
dei lunatici pratici pensieri
che si dispiacquero dei nativi
declivi, perdite, originali orditi.
e così sia dissero e sostennero
senza preannunciare vennero
si lasciarono ordire dalla corrente.

malcelato

guarda là in fondo
quegli orti che bruciano
le negre che fumano
gonne e short che bestemmiano
nello slang fradicio
dello sperma sprecato
salato lago in condom.
e là sotto il ponte crepato
un cliente affamato
lì c’è una slava con la siga
labbra gonfie come wurstel
andati a male, tette e culo grosso.
ogni incubo va sfumando
è tutto reale il creato!

*

la pioggia copiosa
bagna cielo e terra.
pozzanghere come laghi
imputridisce il legno
le radici. non monderà
peccati: tutti chiusi in casa
a vivere seguitando.
coi dolori e auspici.
con errori e miti.
col macchinoso e fazioso
entusiasmo d’élite asciutta
che ci controlla come sovrappiù.
la pioggia copiosa
bagna cielo e terra.
con gli animali che c’osservano
curiosi ed imbalsamati.
nel tempo che scorre
dentro le ore, i minuti
i secondi. attimi.

il male

il sabato mattina era il giorno
dell’esame del sangue, t’accompagnavo
ed aspettavo paziente in sala d’attesa
con la faccia stanca e tesa delle 7
dopo i bagordi del venerdì sera.
zampillava violento il sangue perfetto
vitale, incontaminato, stabile
non perfettibile, di vita essenziale
ancor esigente, ma tu consapevole morente
non lo davi da vedere alla gente
calma e sangue freddo, mentre il male
le cellule imprevedibili e folli
già contaminavano la carne tua
gl`organi vitali, avvitati nel male
che ti cancella dalla coordinata astrale.

i vivi, i morti

i vivi guardano coraggiosi
nella cassetta della posta
attendono una raccomandata
una tassa, una réclame, i morti
hanno aspettato tutta
la vita e ora silenziati
ricamano l’eterno.
le ossa fanno rumor di vuoto
gli occhi non vedono
orecchie non sentono.
la lingua è ricordo di parola
e nei vivi il chiacchiericcio
dell’esistenza svuotata dal lavoro.
i vivi potrebbero abbracciarsi
ma s’odiano – il vantaggio
dei morti è la non volontà
l’assenza nel ricordo
i loro pugni non stringono
non offendono.
ancora i vivi
non chiesero né di nascere
né di morire, ma temeranno
del dolore gli strilli, di quel scemare lento
del vaneggiare della memoria
perdita della coscienza
oscuramento dei sensi
in un magma d’entropia
evanescente, polvere di terra
brusio di testimoni, fatui.
ebbero tutto il tempo
per sembrarlo, i vivi.
avranno tutto il tempo
d’essere, i morti.

multipli

nel parco ognuno
col suo recinto
etnie non si sfiorano
attraverso veli e giudizi
narrano d`un mondo
multiculturale che non c`è.
forse nelle idee rosè
d`una politica lontana
con colf e bianca settimana.
forse in un`esistenza
pacificata e livellata
a forza. forse
negli orgasmi bagnati
d`ultrà democratici.
eppure per ora
la coesistenza forzata
funziona, oppure
lo scontro rinviato
si perfeziona.

*

il bimbo cresce
a vista d’occhio
ed io non ricordo
cosa sia crescere
dimentico l’ovvio.
m’hanno cresciuto
nella convenzione
la società è un lusso:
l’imprinting un timbro
innaturale dato per quietare
ogni avvento di ribollimento.
il bimbo cresce
e non esce dal seminato.

senza perché

senza perché
entriamo in gioco
con sforzo grande
statistica, caso un poco
la tenerezza dei padri
la dolcezza delle madri
una lunga gavetta:
scuole giochi litigi
un’interminabile opinabile
forza nostra trascorsa
per rendere felici altri
quindi a svuotarci
per riempirci di merci
e strani specchi refusi
fraintesi malintesi.
e quando viene
il momento di fermare
il movimento osservando
col cristallino
oramai rigido, opaco
deformato il set
come incominciato
a sé già concluso.

maggio

amare quiete parole
sui prati di maggio
pensieri s’arricciano
al sole, sembrano
erbe aromatiche
che crescono per luce
amore di cosa non so.
il giorno è stato sfrontato
quasi vulcanico, baccanale.
la sera e d’una bellezza ombrosa
con la sirena dell’ambulanza
rumorio di foglie e aerei
tutto si placa e si richiama:
dipinge il sole una città
diversa. povero di cose
ma non d’invisibile
e perché vedo
e perché sento.
vedo l’invisibile
l’imponderabile.

*

il sindacalista è venuto
per la terza volta forse in un anno
a piangere in sala riunioni
che nessuno più è interessato
nessuno più segue il sindacato.
persino i miei due figli, dice
non sanno che mestiere faccio
non votano neppure
o forse votano l’odiato avversario
(o finto antagonista).
poi parla di “migranti” e di tesseramento
a quel punto gli sguardi già annoiati
dei dieci su 110 che son venuti
cadono istantanei nel buio vuoto
come quando a teatro il tenorino sgonfiato
stecca ed il loggione sparecchia nello sconquasso.
parla di scioperi al fine turno
del venerdì -due orette spicce
che non si faccia troppo rumore

ci sono diversi mutui da pagare

ci son silenzi muti da rispettare

un’apparenza di lotta da conservare.

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La specie si odia. E mi permetto di aggiungere: "A volte di coppie non si può parlare, ma d'amore sì; altre volte di coppie sì, ma non d'amore, e è il caso un po' più ordinario". R. Musil, 'L'uomo senza qualità', Ed. Einaudi, 1996, p. 1386. Ah, a proposito di 'relazioni': SE APRI IL TUO CUORE SI TRATTA DI AMICIZIA. SE APRI LE GAMBE SI TRATTA DI SESSO. SE APRI ENTRAMBI E' AMORE

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