poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: giugno, 2019

lasciate stare i bambini

non si tocchino i bambini
angeli che non chiedono
che essere amati. non si estorcano
i bambini, non si barattino
per un soldo o un egoismo
di classe. non tutto è dovuto.
ristabiliamo dei limiti sensati.
non si trapiantino in automi
alieni. l’amore è il perimetro.
l’amore ed il buon senso
non i tecnicismi asessuati
di laureati traviati.
non si regredisca
a spregevoli subumani
alla conta dei denari.
sento ancora lo strazio
dei bambini, le mani loro
collegate ad elettrodi

d’una strana ideologia.

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una giornata come altre

il ponte dell’autostrada
suda catrame e anch’io
secerno veleno dai polmoni
di smog e umido, conservanti
addensanti, coloranti, correttori d’acidità.
cavalcavia uno scheletro
d’arterie arrugginite
a vista pare di morte naturale.
il caldo africano è pure giunto
per non far dormire la notte
per farti assaporare la morte.
i cinesi coi sacchi di riso
parlottano sull’uscio
han preso una multa
qualche giorno fa
c’erano i nas con le biro ad altezza uomo
i documenti, son stati attenti
pignoli con le scadenze.
i paki stanno sull’attenti
vegliano la frutta
i pomodori cotti in vetrina
le zucchine barzotte
i finocchi al pride.
salvatore scava nel bidone
ha i pantaloni arrotolati
la camicia strappata e nera
i sogni belli nella differenziata.
il circo dei media occupati
non resta confinato negli lcd appesi nei bar
con eroi e salvatori di carta
manipolazioni ed interpretazioni.
il centro asociale sfila per le strade
una cacofonia di libertà ed impegno assente
l’importante è sballarsi
l’importante è disfarsi del lavoro.
le negre che fanno marchette
arrivano tardi, verso le ventuno
mangiano una pizza sul 27
scoreggiano e latrano fra la poca gente
lanciano fuori al volo la scatola di cartone
appena il bus sbuffa e gorgoglia e sibila furente
s’apre come una cripta ai sparuti fantasmi
storti, contraffatti e sudati
urlano slabbrate e svogliate
hanno il vodoo nel sangue
la formaggia nelle mutande.
in riviera a farsi bruciare dal sole
sacrificio dei liberi
i palazzi arsi nel sacramento
le terrazze vuote
i cortili silenti.
i condizionatori che vibrano.
tutto si vede
niente si vede
col sole così alto
forno microonde del libero mondo.

*

son tornato a casa per restare-
donare la mia carne ancora
al peggior offerente? ancora?
era tutto come l’avevo
lasciato. ho mangiato e digerito.
una cosa alla volta. una dopo l’altra.
osservavo le gazze bisticciare
coi merli. eppoi ho pensato
alle ore del mattino, più fresche.
ho fatto un caffè, migliore persino
di certi espressi del bar. ho perso
tempo pensando al tempo passato.
ho intrecciato le dita più d’una volta
cercando di ricordare un episodio
di cui non vado proprio fiero.
ho chiuso gli occhi. era già sera.

sterco di una non nazione

l’orrore di una classe dirigente
arrogante e spudorata.
la malignità verso i bambini.
il cinico sprezzante
disprezzo per le “classi subalterne”.
dei propri sottoposti, della propria nazione.
oligarchie mafiose volgari
e perenni, accumulo di capitali.
docenti, dottori, direttori, funzionari.
magistrati, speculatori, banchieri.
avvocati, medici, psicoterapeuti.
assistenti sociali. impuniti. onnipotenti. avidi.
il bene comune un’astrazione dimenticata.
una sciocca leggenda metropolitana.
una fiaba per oratori ancora ingenui.
l’onore aria che vola.
lo stivale affonda nella melma
del personale. affonda
nel disinteresse generale.
e così sia.

*

l’operaio è un sogno infranto
la luce fioca che la falena attraversa.
quei giri a vuoto tra la doccia
ed il letto. il dormiveglia tra le cicale
che non dormono e tutte ad un tratto
come ad un vuoto teatro all’aperto
tacciono. ora che mi guardi attento
vedrai il senso opaco, il germe
della discreta malinconia e i calli
sulle mobili mani, come segnali.

*

è sempre il cuore
in tutte le storie
affidiamo a lui
il fardello dell`umanità
già sfilacciata e petrosa.
e tra il cuore e le mani?
tutto un cingersi e aggrovigliarsi
si tessono lì -tessuti stopposi-
non solo i capillari
ma anche tutti i diradati
respiri di primavera.

*

sono stanco e annoiato
la sera è il termine dell’imbuto
la giornata è stata pianificata
dall’alto, il mio striminzito salario.

avrei ragione da vendere
ma chi la comprerebbe?
il gran caldo che agli altri piace
va combattuto col condizionatore

passano i minuti a maneggiare telecomandi
leggo un libro di un francese, mi piace.
metto tutto in ordine sul tavolo
ed in cucina, do la varechina.

ora l’aria è un misto d’ospedale
e bianchi petali di fiori.

rabbia versatile

nella poesia apprezzo
l`ironia, la rima, il suono
non sempre nel porto
l`approdo, anzi.
una giravolta, un conguaglio
un abbaglio e lo sbaglio-
va evidenziato il lapsus
finemente cesellato.
quindi s`arriva alla rabbia
che viene all`animale in gabbia-
la poesia senza rabbia
non morde, non abbaia
boia, è melassa, una noia.

poesia dell’insolazione

sempre più spesso
penso
che non abbiamo peso
alcuni palloni gonfiati
son solo flatulenze

t’ho immaginato sola
con un braccio sollevato
quasi a cingermi
ma io non ero lì

e mai saprò dirti
tutto ciò che ho da dirti

morte ai nostri franchi tiratori.

temporalaccio

il temporalaccio
inciampa sulla mia bici
spericolato corro a casa
inzuppato

la strada è di schiuma
il calore accumulato è un dromedario
affamato, io cresco
e lei mi scioglie alle piante

le macchine clacsonano
e rompono i coglioni
io sono uno di quelli
che sempre vanno in coppia

cascano anche dal cielo i suddetti
palle di ghiaccio rotonde e profonde
rompono e disgregano le foglie
s’accoccolano sulle macchine

c’era una volta l’estate
ecco l’estate.

*

è finito il lavoro
e la politica sceglie
un oceano di diversivi
non è più futuribile

il presente è un conto corrente
e si fa un quarto d’ora alla volta
la celebrità ha un peso a fine mese
la femminilità è nudo senza maternità

devi essere per forza diverso
solo che tutti lo sono
alla fine è tutto un blob
rumore rosa indistinto

una ruota di spettacolo
solo che dietro le quinte
ci stanno gli stessi di 100 anni fa
e hanno l’anima spenta

qualcuno vince al gioco
i più strisciano per strada
e non vedono l’alba
si legge per sognare

ma si legge poco
io leggo
ma mi interessa solo
la sporca sudicia realtà

non mi piace sognare
lo trovo stupido
ho bisogno di terra ch’inzuppi le vesti
l’uomo è un passo falso.

*

ho dato il meglio di me
nella noia
nell`attesa e nella discreta
affettuosa noncuranza.
le moine sperticate
non sono priorità né dominus
dei miei zigomi-
ho l`aria del pensatore
e comunque fa comodo
avere specchi che rispondono-
ad un cenno, una clausura.
ho posizionato dei paletti
e mi sono serviti-
la proprietà privata
è la condanna.
i poveri come me
sono essenzialmente
romantici.

calor e tempera

il sole pieno spezza le reni
alle plastiche ai metalli
resine bitume e profilati
s’ingrassa di calore la materia
freme vibra attecchisce al creato.
a lato i viventi all’ombra:
meglio un tono pastello
che la lente allucinata
starsene a riva sotto gli arbusti
immolati alla discrezione temperata.

*

c`è solo un`idea
di pupazzo di neve
è un`ora d`apparizione.
i giochi si fanno al chiuso
e l`aria condizionata a manetta
sfrigola e c`inorgoglisce
di più potendo vivere
senza lavorare
e con origami notturni
sogni di pece
e arrancamenti di buio
con gli zigomi generosi
e la mania per le ore piccole.
nostradamus aveva torto.
i miei occhi non credono.
non ho collane al collo
né ammenicoli piccoli piccini
ingenerosi per il corpo.
il corpo luminoso
il corpo mio.
il corpo.
corpo.

*

so e dimentico alla triste
velocità del demone senile
squarto i ricordi di tara
ammennicolo il credo stanco
esco e rientro e lascio aperto:
la polvere è riversa sulle cose
le cose son dentro me
ed escono ogni generazione.
i vecchi non hanno fame.

*

il caldo marziano
accelera la morte
e le tue distorte
maniche di mago.
eccedono i soli
perché più d’uno?
no, no. osservati meglio-
da lontano
ti si vede di più.
come altarino della vita
ahi, ahi che calda superficie!
con tutta questi chilowattora
sprecati
potremmo inondare una foresta
di fiori vivi.
terra ai vegetali!
è lo spietato decollo
tracollo ornamentale.

pungenti

i pensieri son seri nella sera
di penombra. un’orda di misteri
metà ridicoli metà severi
come i violenti schiaffi
dati per educare involgarendo
purtroppo tutto l’affare.
scomodo assai esser veggenti
il fare contraffacendo.

cabala

mi parve di conoscerla
quiete e silenzio d’estate
la domenica, di lavoro
per qualcuno nei commerciali
centri di malessere.
mi parve d`aver ascoltato
il goffo verseggiare della gazza
alle prime luci, nel rimbrotto
al gatto o alla ricerca d’uovo
tiepido ancora del passero.
mi parve che fosse tutto
perfettamente allocato.
la casa linda. i muri puliti
asciutti. mondati tutti i peccati.
i piatti in cucina destrutturati
come alla moda richiede.
parve ad un osservator distratto
l’involuzione della spirale
una sciocchezza, come una cabala.

alito lacerato

sassofono gridi
come laceri,
adoro metalliche
gioie d’oro!
diurno grigiume
tien basso,
come un masso
fulgore inespresso-
non è strambo tuttavia
di luce un pandemonio
sotto l’obeso
pastrano.
capto in alto
ancora alito.

*

ho i coglioni girati
ho lavorato fino a tardi
tanti tempi morti
per morire lentamente
lontani dai propri affetti
da un’idea qualsiasi
di tempo liberato.
il tempo della fine giornata
arriva tardi e con lui
noia e irresolutezza.
ho fatti tutti i sorrisi richiesti
e ho detto sempre sì.
giù c’era un foglio faxato
dell’inutile sindacato-
ci passan davanti
come davanti ad un lutto
infilano il badge prima di tutto.

daccapo

daccapo senza un capo
lo stato è restato al palo
la democrazia tracima di voto
non votato e dopo?
i maltolti dei ponti delle strade
dei porti i rifiuti tracimati
in fatui fuochi di giorno
con solfatare di sterco ed avidità.
la cultura non è mai servita
a redimere l’uomo danaroso
nemmeno nel suo inesploso decoroso.

*

le voci la sera d’estate
son echi lontani, bisbigli
riverberati. questioni silenziate-
alla stessa distanza siderale
il treno nella notte avanza
come un’efficace mattanza.
è una notte di stelle malate
scendono come acini d’uva
su una vuota tavolata.
la sera d’estate mi piaceva
salire sul terrazzo e sotto
un grappolo di stelle
ricordare il passato
intravedendo il futuro.
un giovane uomo
con le spalle forti, deciso.
un giovane uomo
che sperava nel silenzio.

*

son andato al supermercato
per sentirmi anche un poco amato.
ho spiato certi troioni, occhiali da sole
strani accenti dell’est ed altri nostrani
poco eccitate di fare le mamme
e le mogli premurose. tutto immobile
sulle scansie -colori vivaci per creature
smarrite: le idee son lontane, siderali.
è tutto lo smarrimento violento
di un altro secolo troppo celere-
così rapido! qui pare tutto fermo.

gigantografia

una bellezza dignitosa cerchiamo
in ogni cosa una bruciante attualità
come immortalità acerba. costringiamo
la natura al bonsai delle nostre cognizioni:
non è tutto civilizzante il mestiere degli uomini
c’è una invisibile carezza che ci chiama alla terra
perciò prima o poi le pause s’uniranno
nella gigantografia del galleggiante nulla.

il gadget

zombi deambulano
sotto i portici
e stazionano nei parchi
armati di smartphone
imbambolati e reclusi
volontariamente elusivi.
mentre il verde e i fiori
crescono in armonia
coll’ossigeno e l’anidride
una generazione e più
è schiava d’un corpo
morto come i servizi
segreti auspicavano.
reale la fantascienza
più di tant’altra futile
letteratura modaiola.
s’illudono di farne parte.
stupidi democratici.

occhiuto ed ricciuto

il mio piccoletto
ricciuto ed occhiuto
che mi sta davanti fiero
e col sorriso del bambino
in una giornata assolata
di febbraio riscaldato
mi guarda stupito rapito
e m’assolve sempre e comunque
per lui tutto l’amore possibile
voglio proteggerlo
a qualunque costo
so che là fuori i pescecani
hanno sempre fame
vorranno ridurlo ad un atomo
di polvere, lo scoraggeranno
lo mantecheranno per distrarlo
e comprarlo col silenzio
o con 20 euro di aumento
e 100 ore di straordinari in nero.
è la melassa acida del potere
che dà l’impressione d’accudirci
ed invece sempre ci sculaccia
ci prende a pesci in faccia.

*

così tanto tempo per tornare
un uomo medio è la metà
di tutto. senti lo sbroglio del mare
che cinge la riva? ricamati
i tuoi dolci bisbigli e le mani
dove metti le dita?
sulla terra che trema, sul gozzo
impercettibile prima della parola.

lisboa II

nella pancia della città congelata
oceano d’olio indifferente
sobbolle la metro ed il palazzo
trema, controllato terremoto
vibra il letto, il mobile fa tic stac cic.
qui nella via celata ai turisti
fronteggiano i poveri cristi
come possono la notte-
uno coll’amico s’incazza
di mezzo c’è una donna
(come sempre parrebbe)
per qualche ora calma piatta
una sirena, un clacson, una blatta
poi suona la campana otto volte
la colazione è servita.
la mattina s’ingrossano incattiviti
come un fiume in piena
coi sacchetti della spesa
i diperati soli derelitti.
la gente dormiva e sognava
ma ora ci si sveglia
incominciata è di nuovo una pena.

*

a praça do comércio
si vede l’oceano
sferzato dal vento gelido
sotto l’arco di trionfo
pietra bianca
come marmo di carrara.
c’è un zigano
con la faccia dipinta
di bianco e un giovane
con la barba ed una gamba
deforme -sembra un sacco
di patate, un zampone
di maiale gigante.
l’oceano è una lama
seghettata d’azzurro
e ha visto grandi esploratori
veleggiare ai confini.
oggi il mondo è così piccolo.
oggi il mondo è tanto banale.

castello moresco

saliti sul colle alberato
del castello di são jorge
bagnati avevamo il fiatone
da giù non sembrava
una sudata missione.
la curiosità era tutta
per strette vie cinte
d’appartamenti piccini
scalette impervie, maioliche
e lustrini per la festa
di santo antonio
ovunque pastellerie
e ristorantini -l’odore
forte delle sardinhas grigliate
sposate al sale grosso
l’aroma delicato del baccalhau
morbido e polposo, patate
dolci. a metà strada
la fame era già tanta
la cima ferma attendeva
ma un vin tinto no.
il turista capitolava.

lisbona

c’è freddo a lisbona
non si sente il fado
solo musica americana
la vecchia vestita di bianco
vive nel sottotetto
un’antenna storta, un comignolo ammaccato
2 fili tirati di lindo profumato bucato
il vento gelido è una lama d’acciaio
temperato -taglia le carni
giunge alle ossa
e al posto del midollo
ci mette il ghiaccio.
fa così freddo a lisbona
non si sente il fado.

buuuurqa qua

genitori che vedono lungo
usano figli problematici
per mire speculative
c’era una volta
una folla di fancazzisti per natura
non avevano un impiego
avevano perso l’ideologia
avevavo perso la lotta
ma avevano molto tempo da buttare in immagine
padri benestanti da mungere
madri moderne col cane, il burqa e 3 amanti
col pisello piccolo, ma moderne femministe
come le musulmane che si rifanno l’imene
nelle cliniche svizzere
e guardavano molta televisione
e leggevano 2-3 giornalacci faziosi
e forse aprivano certe pagine in rete
di complottisti negazionisti sovranisti
(nessuno è perfetto, nessuno ha la bacchetta magica
in tasca o infilata chissà dove, maramao perché sei morto)
o forse no, mi sono sbagliato, questi sono diversi
sono dell’altra sponda, sono conservatori, sono reazionari
c’era una volta una mandria di giovani di belle speranze
che si facevano le canne e pippavano cocaina
tagliata 10 volte con bicarbonato nel migliore dei casi
ecco i giovani rampanti che vanno a figa
ma a cui piace tanto farselo mettere nel culo
senza vaselina
ma che non si sappia. non si sappia, no
chi sono io per giudicarli. chi sono loro. chi sono io.

vento e rami

la brezza a mezzogiorno
scuote delicata le foglie
precipitano le secche
alcune macchiate stanche
resistono. le formiche
sui tronchi salgono
ruvida pelle del legno
d’ottantenne, il ramo
crede ed al sole tende.
compio gli anni all’ombra
tra poco e mi meraviglio
come un neofita tutt’ora .

fatica

si vede la vita
morire ogni giorno
ed ogni ritorno
tornarsene sabbia.
la vita s’incunea
come l’erbaccia
nella roccia.
sboccia il fiore
nell’impari sforzo.
e non è sempre
giorno, ma una lunga
fredda notte di lotta.

*

rapida l’anima s’insapida
nella coltre dei giorni affollati
di vuoto e d’altre amene attività
accanto cammina
coll’aria sbarazzina
cauta e birichina
l’anima un’alzatina
per vedere più in là
come il bimbo curioso
chioserà? anima mia
che appendi al cielo
ogni possibilità
vedi chiaro ogni
fraintendimento.

la parola

la parola chiama
è chiara nella sua aria
e depone a suo nome. la parola
chiarificatrice, la parola
affrancatrice. chiama
e coglie all’amo
il richiamo dal passato
dal futuro: è qui
e non è qui. il lume
della ragione e della compassione
irradia le spoglie sue
e del creatore spogliato
di cose e rose: vien l’eterno
del poema, le parole.

*

mi faceva leccare la sua giovane fichetta
io ero bevuto ed affamato di labbra
succhiavo tutto come una sanguisuga
buco nero del piacere, dei dolci secreti.
mi faceva star bene, ero d’una felicità
momentanea ma acuta -come un animale
tutto istinto e pulsioni, dove il sole non batte.
là sotto m’inturgidivo tutto e da solo venivo copioso.
per altre venti euro m’avrebbe dato pure il culo
ma allora ero schizzinoso, così m’accontentavo beato
e succhiavo, succhiavo. era l’unica cosa che mi facesse
sentir vivo. ero una macchina su di giri
motore sbiellato, attendevo -speravo
la vita si mettesse in moto, s’involasse:
doveva accendersi pure una scintilla
in qualche modo e questi bagliori di carne frollata
m’illudevano di qualcosa e qualcuno.
è bello sbagliarsi poi. da lontano
sembra tutto più piccolo. effimero.

gatto grigio

il gatto grigio
s’infila sotto l’auto
nella sua placida
inconsistenza.
eleganza la sua bandiera.
cerca qualcosa
non so che
m’osserva:
occhi luminosi
attenzione
quatto quatto
gatto sornione
arriva una macchina
schizza via!
passa un aereo
soffia un alito
di vento.

post

diamo lustro agli occhi stanchi
obesi d’informazioni postille
che non si rivolgono. maree
di notizie stampate a bacchetta
dal potere subdolo rabdomante
che all’oscuro della manualità
vuol restare ed arrestare la coscienza
dei poveri diavoli, indiavolati
svalvolati inviolati acerbi rivoluzionari
sol perché vivi e consumatori incalliti
incalcolabili derivazioni post.

*

sono morti i candori d’un tempo.
arretrata la magia di quel canto.
nascono oggi i vecchi di domani.
ho conosciuto l’alternanza del potere
col male, come una conchiglia
sballottata dall’onda. dalla cresta
ho notato la vastità. e me la sono
messa nel cuore. per non cadere più.
non fare la vittima. ritirandomi
a vita privata. l’ho risentito il canto:
sarà musica d’insieme. o silenzio.

il caldo è arrivato

assetate zanzare vorticose
sulle caviglie banchettano
disordinate e ronzanti
eppure quest’anno maggio
è parso turbolento e freddo.
arroccate nelle pozze
nei tombini fanno ora
capolino, del bevitor l’arsura
sazierà il rosso dei globuli.

oggi

non c’è il mare
né la montagna
un’immensa distesa
di case prati campi
fiori dove capita
fabbriche strade
alta tensione e auto.
e la mente -rada-
si ferma a volte
a contare i colori
e m’ama non m’ama.
il cielo azzurro
ed il sole rotondo
e pieno: mi viene
voglia di felicità.
che sia, allora.

di fuoco e amore

metà realtà metà sognando
quel salto in alto che non è sbadato
più sbandato e decantato: prude
il taglio che sgorga sangue
vitalità ed apprensione alla guarigione:
se stati in prigione una fessura anche
è libertà di fuoco e amore.

aforismi distici

le considerazioni finali
lasciamole ai becchini

il giorno è come la notte
ma al buio non abbisogno d’occhiali

le passate stagioni
rinverdiscono nella contemporanea serra

ho vagliato quasi tutte le possibilità
meno quella che funzionerà

salgano i becchi degli uccelli
oltre il volo sui tetti

ho conosciuto il sesso
prima dell’amore e vorrei tornarci

un figlio ti segue sino alla dipartita
eppoi escogita il ricordo delle carni

una distorsione al canale sinistro
era ora: tutto troppo perfetto.

piccoli

la poesia è piccola piccola
perché l’uomo è minuto
allora rassegniamoci alla mortalità
alla poesia scadente
che tenta d’essere ciò che non è
(magari sogno e canzone e illusione)
la medicina non esiste
non siamo malati realmente:
andremo chi in terra
chi dentro le urne
allora saremo reali
ci conosceremo
per quel che siamo
e siamo stati.

*

le piante grasse
sono eccellenti:
si dimenticano
di te, delle tue mancanze.
l’avversità non è la sete.
ma la consapevole indifferenza.

*

tutte le partenze portano
a non arrivare, tutte.
così l’aereo che si ferma
alla pista d’atterraggio
così l’uomo che si crede
turista. l’ansia dell’esploratore
ansia da prestazione.
che è il cervello a decorare.
il corpo approssima, improvvisa
sfiora soltanto l’alta definizione
il particolare.

*

bastò un caffè
per esfoliarmi il sonno
una volta per tutte
due occhi spalancati
tuorlo fresco in albume
obiettivi saturi
vidi le scie d’auto folli
in corsia veloce
e i lampioni sfaldarsi
in rivoli di sangue
e moccio. sentii
il russare generoso
dei fiati sfiatati
dei corpi supini
e di lato prostrati.
ed incominciava il giorno
col suo silenzio
l’immagine fissa.

*

non posso dormire
nel silenzio assordante
mi guardo allo specchio
vedo come sfondo mio padre:
non ti imito, dopo anni
ancora ti ricordo. come presenza
a volte guidi il rimbalzare
tra luce e tenebra. vasta
la terra che non ha bisogno
d’esempi, splendido il mondo
che s’autogoverna.
il bene non si rammenta
il male vanga così a fondo.
lacrime percorrono un pensiero
il pensiero si stinge
scolora svapora, è bruma
occhio lucido che più non sa.
più non crede.

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«Se tutti moriamo o ci perdiamo è perché il meccanismo del mondo si basa sull'estinzione e sulla perdita».

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Musica & Musicologia

Musicista non è chi solo suona ma chi anche pensa in musica

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(Il cielo stellato dentro di me)

Cipriano Gentilino

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