lasciate stare i bambini

non si tocchino i bambini
angeli che non chiedono
che essere amati. non si estorcano
i bambini, non si barattino
per un soldo o un egoismo
di classe. non tutto è dovuto.
ristabiliamo dei limiti sensati.
non si trapiantino in automi
alieni. l’amore è il perimetro.
l’amore ed il buon senso
non i tecnicismi asessuati
di laureati traviati.
non si regredisca
a spregevoli subumani
alla conta dei denari.
sento ancora lo strazio
dei bambini, le mani loro
collegate ad elettrodi

d’una strana ideologia.

una giornata come altre

il ponte dell’autostrada
suda catrame e anch’io
secerno veleno dai polmoni
di smog e umido, conservanti
addensanti, coloranti, correttori d’acidità.
cavalcavia uno scheletro
d’arterie arrugginite
a vista pare di morte naturale.
il caldo africano è pure giunto
per non far dormire la notte
per farti assaporare la morte.
i cinesi coi sacchi di riso
parlottano sull’uscio
han preso una multa
qualche giorno fa
c’erano i nas con le biro ad altezza uomo
i documenti, son stati attenti
pignoli con le scadenze.
i paki stanno sull’attenti
vegliano la frutta
i pomodori cotti in vetrina
le zucchine barzotte
i finocchi al pride.
salvatore scava nel bidone
ha i pantaloni arrotolati
la camicia strappata e nera
i sogni belli nella differenziata.
il circo dei media occupati
non resta confinato negli lcd appesi nei bar
con eroi e salvatori di carta
manipolazioni ed interpretazioni.
il centro asociale sfila per le strade
una cacofonia di libertà ed impegno assente
l’importante è sballarsi
l’importante è disfarsi del lavoro.
le negre che fanno marchette
arrivano tardi, verso le ventuno
mangiano una pizza sul 27
scoreggiano e latrano fra la poca gente
lanciano fuori al volo la scatola di cartone
appena il bus sbuffa e gorgoglia e sibila furente
s’apre come una cripta ai sparuti fantasmi
storti, contraffatti e sudati
urlano slabbrate e svogliate
hanno il vodoo nel sangue
la formaggia nelle mutande.
in riviera a farsi bruciare dal sole
sacrificio dei liberi
i palazzi arsi nel sacramento
le terrazze vuote
i cortili silenti.
i condizionatori che vibrano.
tutto si vede
niente si vede
col sole così alto
forno microonde del libero mondo.

*

son tornato a casa per restare-
donare la mia carne ancora
al peggior offerente? ancora?
era tutto come l’avevo
lasciato. ho mangiato e digerito.
una cosa alla volta. una dopo l’altra.
osservavo le gazze bisticciare
coi merli. eppoi ho pensato
alle ore del mattino, più fresche.
ho fatto un caffè, migliore persino
di certi espressi del bar. ho perso
tempo pensando al tempo passato.
ho intrecciato le dita più d’una volta
cercando di ricordare un episodio
di cui non vado proprio fiero.
ho chiuso gli occhi. era già sera.

sterco di una non nazione

l’orrore di una classe dirigente
arrogante e spudorata.
la malignità verso i bambini.
il cinico sprezzante
disprezzo per le “classi subalterne”.
dei propri sottoposti, della propria nazione.
oligarchie mafiose volgari
e perenni, accumulo di capitali.
docenti, dottori, direttori, funzionari.
magistrati, speculatori, banchieri.
avvocati, medici, psicoterapeuti.
assistenti sociali. impuniti. onnipotenti. avidi.
il bene comune un’astrazione dimenticata.
una sciocca leggenda metropolitana.
una fiaba per oratori ancora ingenui.
l’onore aria che vola.
lo stivale affonda nella melma
del personale. affonda
nel disinteresse generale.
e così sia.

*

l’operaio è un sogno infranto
la luce fioca che la falena attraversa.
quei giri a vuoto tra la doccia
ed il letto. il dormiveglia tra le cicale
che non dormono e tutte ad un tratto
come ad un vuoto teatro all’aperto
tacciono. ora che mi guardi attento
vedrai il senso opaco, il germe
della discreta malinconia e i calli
sulle mobili mani, come segnali.

*

è sempre il cuore
in tutte le storie
affidiamo a lui
il fardello dell`umanità
già sfilacciata e petrosa.
e tra il cuore e le mani?
tutto un cingersi e aggrovigliarsi
si tessono lì -tessuti stopposi-
non solo i capillari
ma anche tutti i diradati
respiri di primavera.

*

sono stanco e annoiato
la sera è il termine dell’imbuto
la giornata è stata pianificata
dall’alto, il mio striminzito salario.

avrei ragione da vendere
ma chi la comprerebbe?
il gran caldo che agli altri piace
va combattuto col condizionatore

passano i minuti a maneggiare telecomandi
leggo un libro di un francese, mi piace.
metto tutto in ordine sul tavolo
ed in cucina, do la varechina.

ora l’aria è un misto d’ospedale
e bianchi petali di fiori.

rabbia versatile

nella poesia apprezzo
l`ironia, la rima, il suono
non sempre nel porto
l`approdo, anzi.
una giravolta, un conguaglio
un abbaglio e lo sbaglio-
va evidenziato il lapsus
finemente cesellato.
quindi s`arriva alla rabbia
che viene all`animale in gabbia-
la poesia senza rabbia
non morde, non abbaia
boia, è melassa, una noia.

poesia dell’insolazione

sempre più spesso
penso
che non abbiamo peso
alcuni palloni gonfiati
son solo flatulenze

t’ho immaginato sola
con un braccio sollevato
quasi a cingermi
ma io non ero lì

e mai saprò dirti
tutto ciò che ho da dirti

morte ai nostri franchi tiratori.

temporalaccio

il temporalaccio
inciampa sulla mia bici
spericolato corro a casa
inzuppato

la strada è di schiuma
il calore accumulato è un dromedario
affamato, io cresco
e lei mi scioglie alle piante

le macchine clacsonano
e rompono i coglioni
io sono uno di quelli
che sempre vanno in coppia

cascano anche dal cielo i suddetti
palle di ghiaccio rotonde e profonde
rompono e disgregano le foglie
s’accoccolano sulle macchine

c’era una volta l’estate
ecco l’estate.

*

è finito il lavoro
e la politica sceglie
un oceano di diversivi
non è più futuribile

il presente è un conto corrente
e si fa un quarto d’ora alla volta
la celebrità ha un peso a fine mese
la femminilità è nudo senza maternità

devi essere per forza diverso
solo che tutti lo sono
alla fine è tutto un blob
rumore rosa indistinto

una ruota di spettacolo
solo che dietro le quinte
ci stanno gli stessi di 100 anni fa
e hanno l’anima spenta

qualcuno vince al gioco
i più strisciano per strada
e non vedono l’alba
si legge per sognare

ma si legge poco
io leggo
ma mi interessa solo
la sporca sudicia realtà

non mi piace sognare
lo trovo stupido
ho bisogno di terra ch’inzuppi le vesti
l’uomo è un passo falso.

*

ho dato il meglio di me
nella noia
nell`attesa e nella discreta
affettuosa noncuranza.
le moine sperticate
non sono priorità né dominus
dei miei zigomi-
ho l`aria del pensatore
e comunque fa comodo
avere specchi che rispondono-
ad un cenno, una clausura.
ho posizionato dei paletti
e mi sono serviti-
la proprietà privata
è la condanna.
i poveri come me
sono essenzialmente
romantici.

calor e tempera

il sole pieno spezza le reni
alle plastiche ai metalli
resine bitume e profilati
s’ingrassa di calore la materia
freme vibra attecchisce al creato.
a lato i viventi all’ombra:
meglio un tono pastello
che la lente allucinata
starsene a riva sotto gli arbusti
immolati alla discrezione temperata.

*

c`è solo un`idea
di pupazzo di neve
è un`ora d`apparizione.
i giochi si fanno al chiuso
e l`aria condizionata a manetta
sfrigola e c`inorgoglisce
di più potendo vivere
senza lavorare
e con origami notturni
sogni di pece
e arrancamenti di buio
con gli zigomi generosi
e la mania per le ore piccole.
nostradamus aveva torto.
i miei occhi non credono.
non ho collane al collo
né ammenicoli piccoli piccini
ingenerosi per il corpo.
il corpo luminoso
il corpo mio.
il corpo.
corpo.

*

so e dimentico alla triste
velocità del demone senile
squarto i ricordi di tara
ammennicolo il credo stanco
esco e rientro e lascio aperto:
la polvere è riversa sulle cose
le cose son dentro me
ed escono ogni generazione.
i vecchi non hanno fame.

*

il caldo marziano
accelera la morte
e le tue distorte
maniche di mago.
eccedono i soli
perché più d’uno?
no, no. osservati meglio-
da lontano
ti si vede di più.
come altarino della vita
ahi, ahi che calda superficie!
con tutta questi chilowattora
sprecati
potremmo inondare una foresta
di fiori vivi.
terra ai vegetali!
è lo spietato decollo
tracollo ornamentale.

pungenti

i pensieri son seri nella sera
di penombra. un’orda di misteri
metà ridicoli metà severi
come i violenti schiaffi
dati per educare involgarendo
purtroppo tutto l’affare.
scomodo assai esser veggenti
il fare contraffacendo.

cabala

mi parve di conoscerla
quiete e silenzio d’estate
la domenica, di lavoro
per qualcuno nei commerciali
centri di malessere.
mi parve d`aver ascoltato
il goffo verseggiare della gazza
alle prime luci, nel rimbrotto
al gatto o alla ricerca d’uovo
tiepido ancora del passero.
mi parve che fosse tutto
perfettamente allocato.
la casa linda. i muri puliti
asciutti. mondati tutti i peccati.
i piatti in cucina destrutturati
come alla moda richiede.
parve ad un osservator distratto
l’involuzione della spirale
una sciocchezza, come una cabala.

alito lacerato

sassofono gridi
come laceri,
adoro metalliche
gioie d’oro!
diurno grigiume
tien basso,
come un masso
fulgore inespresso-
non è strambo tuttavia
di luce un pandemonio
sotto l’obeso
pastrano.
capto in alto
ancora alito.

*

ho i coglioni girati
ho lavorato fino a tardi
tanti tempi morti
per morire lentamente
lontani dai propri affetti
da un’idea qualsiasi
di tempo liberato.
il tempo della fine giornata
arriva tardi e con lui
noia e irresolutezza.
ho fatti tutti i sorrisi richiesti
e ho detto sempre sì.
giù c’era un foglio faxato
dell’inutile sindacato-
ci passan davanti
come davanti ad un lutto
infilano il badge prima di tutto.