figlio d’operai

sei figlio d’operai
in un labirinto di calli d’asfalto
e succo d’uomini mercenari
negli angoli putrefatti della city
-come la chiamano oggi i privilegiati
sui colli, che t’osservano ridenti
col cannocchiale d’oro
e la spilla dei licantropi
progressisti-
sei figlio di un operaio
e di una operaia
che metteva le mani nell’acido
e respirava cobalto
lasciò il lavoro per i figli
aveva il duodeno forato
il vomito ogni giorno
si stringeva in fetale
per resistere al dolore
sotto le coperte
sotto il sol dell’avvenire.
figlio di una generazione
che ha lasciato il sangue
in strada e in fabbrica
ma ha fatto un mondo
a sua immagine assurdo
e vittima del profitto
e saturo fino al midollo
di prenditori ipocriti.
menefreghisti mollaccioni
che han scambiato
il pane americano a vita
per la fine della storia.

*

rammenti cose morbide
la farcia dei cuscini
lenzuola di seta
il batuffolo nell`orsetto
avevo 2 o 3 anni.
una tenera dipartita
una sofficità conclamata
una carezza di brezza.
volatile come il pensiero
o col labbro un diniego.
uno strappo della pagina
una minuta orecchia.
sospiri di nebbia.
sei stata qui
non sei stata qui
non è importante
non è esaltante
è un’idea come tante.

*

le nuove guerre ambientali
sono teste d’ariete
dello scontro politico
vero e proprio, si dipingono
di verde ma vivono nel lusso.
il cattivo antisistema
viene attaccato e riattaccato
non fa parte della parte giusta.
tutto e funzionale alla lotta politica
anche prendere per i fondelli
milioni di persone
anche giostrarli come poveri coglioni.
logora il potere
chi non ha pensieri.
gli -ismi scaldano ancora i deboli
i soffiatori di nuvole
i tessitori neoromantici.
ma l’uomo medio sta a metà
strattonato qua e là.
anche l’odio si ricarica a molla
nella guerra giusta e buona
che ci suona alla finestra
come un triste e logoro violino tzigano.

hai

hai il candore rubato
delle cose rotte
e la piega della carta
agli angoli, che quando
si legge con furia
la materia soffre.
la carta rotta
non è un bel vedere
le parole escono
e non si trovano più.
tuttavia il giorno
è giorno pieno, decoroso:
si staglia là davanti
un sole vitale, gli uccelli
nuvole, e tutta la cornice.

mi toccavi il braccio

mi toccavi il braccio
sfiorato eremo di sole
pensando fosse tutt`anima.
avevi chiari occhi a cuore
fra il fresco ed il chiarore.
mi cingevi da sempre
credevi alla nostra casa
a tutto quello che dentro
si poteva impiattare.
con mani asciugate del caso
e l`orecchio vigile
alle porte semiaperte.
con la dolcezza del sorriso
e pure di una rara lacrima.
il viso infatti è un dolce piatto
che va servito caldo.

cose orribili

cose orribili
vengono dette
dagli amanti
che così sembrano
non amarsi più.

gli amanti
si rinfacciano
gli incastri
della vita.

le lune storte.

gli scazzi subitanei.

le pulsioni
soffocate
i cardini cigolanti
la frizione
l’esposizione al sole
alle intemperie.

si ungono
le mani
per schiaffeggiarsi
meglio.

scivolano
così da farsi
più male
e ancora
e ancora.
e ancora.
l’odio
l’altra faccia ridente
della coppia battagliera
si reitera
all’infinito.

è l’olio di gomito
della specie.

il nostro sguardo sul mondo.

come Marlon Brando

quale forza bisogna possedere
quale determinazione
persino Marlon
negli ultimi anni
s’abbandonò al grasso
all’oblio
ed allora quale potenza
per sopravviversi
così liberi da non sopraffarsi
senza indebolirsi
scemando come pioggia sul tetto
tra le marsigliesi
dentro le grondaie
le crepe
i fori
anfratti
tanto sudore
senza rumore, senza pudore
-orribile umanità.
senza odore
senza onore.

lievi

sfiori il dolore
con rosse gote
sfiori l’ardore
con anni irrisolti
senti l’odore
delle memorie
sei tutto ingrato
del passato
ma inietti di sole
ogni angolo
e proietti: si sta
davvero
tra gli angoli
le note.
ridente superficie
che fai?
mi tendi la mano?
m’osservi
o d’incanto
mi sollevi?
e lievi proseguono.

*

i giorni ti scrutano
e ti giudicano
t`allappano
nel migliore dei casi
nel peggiore t`ignorano
e ti fanno sentire
una merda secca
sfruttata e malmenata
dal sole, coi danzanti calabroni
i temporali in lontananza lampi
i balconi spogli col granito ai bordi
i laterizi scotti
ho cavato il bene dalle carni
sfiorate e possedute
a volte anche il raggio nero
che mi ha posseduto nel letto
come una lumaca disidratata
ma io a voi dico
che ne è valsa la pena
e la luce, la luce, la luce
tra la porta socchiusa
ed il muro crepato
rientrare scalzo
il mattino.

*

vogliono le donne cazzute
le donne che non devono chiedere mai
che hanno il destino in pugno
treni merci di tonnellate di palle
che amano le bronte austen woolf
acide macchine da guerra
le donne cazzute in carriera
tutto un potenziale nuovo mercato davanti
le donne che schifano i bambini
hanno le unghie sempre fatte
fumano come turche
s’alterano battendo i pugni
hanno i peli lunghi sulle gambe
in ciabatte, al bar a giocare a carte.
che brutte e antipatiche
questi uomini con le ovaie
che forse collezionano uomini sfiniti
amanti noiosi arrendevoli effeminati.

lenza

elementari
semplici siamo
banali persino
quando osservo
il mio bambino
piagere e ridere
mi rivedo piccolino
candido, innocente
non fatto per questa gente
che ama l’apparenza
e della beata splendida
bellezza pensa e crede
di fare senza, come il pesce
intrappolato nella lenza.

*

le parole restano dove vuoi
e come vuoi: saltano e percorrono
spazi materia e buio ombra e suono
e stendono muri. s’incaponiscono
e frenano. slacciano e firmano
sentenze e pinzillacchere.
s’infiltrano nei corpi assenti
e nella presenza tua a chiarire
o demistificando. il viaggio
è lungo ma non troppo.
acchiappa quei lampi e fanne
pregio. afferra quei lumi
ed arrivato al conto spiega
che non hai evaso. hai fatto
del tuo meglio. nel lampo
una fresca e delicata rugiada.

spinge a remare

m’inebrio d’inedia
come una tenia
dalla pancia piena
all’interno vivo
come un nervo
senza nerbo.
a fior di pelle
con idee belle
ma non il grano
per un senso pratico
non provvisorio e centellinato
donare al desiderato:
resta stregato
come un innamorato
imbambolato:
la differenza
tra il fare ed il dire:
sempre più forte
la forza del mare
ti spinge a remare.

*

i nostri bambini
sono oramai spunti di carne
per minestroni artefatti
con bandiere arcobaleno
prodotti in motel a ore
passeremo la vita
a sfornare ovuli per gli acquisti?
pure i sindacati vorrebbero
regolamentare le nuove
progressiste mansioni
sentono odore di tessere nuove.
e mentre i capitali privati
privano lo stato di capitali umani
morti su morti e handicappati
eliminando le manutenzioni
di ponti fabbriche strade
fiumi montagne e mari
ci mettono un di fronte all’altro
sprezzanti avari arroganti
come se fossimo tutti uguali
stessa pelle stessa carne
e non una vocazione diversa
una diversa visione
una strada differente
con tutte le anomalie
le mancanze, i difetti
i colmi, i vuoti.
è che siam carne da cannone
non fatti per illusione.

il mio a te

affonda il tuo timbro
via via più strozzato
e umorale
nel mio totem
fin all’epiglottide
la mia erezione magica.
ponderosa esternazione.
occhi chiusi di me e di te.
orecchie limpide
nel mulinello
vene come lombrichi
percorrono desiderose.
tutte le strade
portano alla turgida cappella.
violacee esternazioni liquide.
non ti lascio
ti prendo per la gola.
ti strapazzo e godo
la turgida sapidità
sulla tua lingua sinuosa:
ingorda che sei!
e saresti sesso debole.

*

il potere spopola
e si sovrappone
alle belle camicie.
il potere non muore
con una rivoluzione.
il potere può sfiammare
ma come la nebbia
può ritornare.
le guerre, la fame
lo sfruttamento.
c’è un lungo filo d’acciaio
che taglie teste
come il cuoco fa
coi panetti di burro.
io solo e tu solo.
spererete di non soffrire
vi obbligherete a pensare
alla rivolta. potreste morire
anche se non credete in niente.

*

armato cuore di vento
scontento e massimizzato
dal mercato, scuotiti
e non venderti per due denari
al make up festaiolo
e logorante d’un nuovo
amante. cresci e distribuisciti
sulla superficie, aumenta
di volume e pastorizza
il tuo sangue. che tu sia
inattaccabile dai vili
immarcescibile e virtuoso
esoso di sentimenti
e mai retrivo. che tu sia
l’immagine chiara di te.
che tu sia attratto dal bene
montaggio di un rapporto
autentico.

ordinari medi bassi

un operaio specializzato
guadagna probabilmente
meno d’una puttana
ma deve essere anche puttana
deve dire sì anche quando vorrebbe negarsi
tipo al sabato gli straordinari
o a qualche trasferta lontana
e sottopagata
in qualche nazione dimenticata dal signore
dittature e paesi canaglia
o qualche spiffero a fine turno
riferendo al caporeparto
infilando la lingua
dove il sole non batte.
ho conosciuto fior di tecnici
con due palle grosse come cocomeri
ma piccoli e meschini
ti urlavano addosso tutta la frustrazione
ti vomitavano addosso la loro rabbia
creature insicure schiacciate
dall’ingranaggio. eppoi ho conosciuto
puttane professioniste di gran classe
più umane dei suddetti pirla
che si sono perfino innamorate
tenere e romantiche come agnellini dolci
(il cliente portava
rose e cioccolatini
e cinquantamila lire
in banconote da cinquemila
una poesia
scritta a mano)
senza pretendere esosi alimenti
senza pretendere d’essere mantenute
nei loro fantomatici diritti alienati
di femmine femministe.
ci si vende spesso
e per così poco.

*

il mio pensiero va
e viene come ondulato
lamiera del tetto di io
squadro uno per uno
e li dimentico
non sono facilmente
fisionomista.
ben ti sta
il caldo spregevole
soffocati barlumi
e quiete bramata.
ben ti sta l`essenza del fiore
assente per pudore
e sudore. e piano piano
rarefarsi.

(.)

zampilla tra le cosce
un no so che di pruriginoso
sciocco bambolotto di carne pulsante
sei stritolato dai professionisti del sesso
vorticose semibiscrome porno
dalla plutocrazia me too e dai suoi decessi
ma hai ancora frecce al tuo arco
pube tremito di dio
pelle fradicia di saliva schiumosa
scende sulla pancia di pelo nero
il suo cuore è nascosto poco più in là
sotto sotto. stella pulsar. bunker.
nel mieloso rigurgito di seme
impalami frivolo, allegro e spensierato
strappami le ortiche dalle ovaie
l’acidità delle trame del potere
t’infilzo col dito intero il nero buco
poco prima d`essermelo succhiato.
mi piace sentirti di marmo.
mi piace sentirmi tagliata a metà.
la mela monaca ed il bruco pastore.

*

ho voglia d’espiare
di mancare all’appello
riempirmi fino all’orlo
dei peccati
mangiare fino a scoppiare
di farmi un bordello
eppoi di sposarmi
fare il bravo
vestirmi di bianco
una vita sana
costruire un castello
mancare a tutti
vestirmi di specchi
darmi per morto
sfumarmi
cancellarmi
d’azzurro cielo
marrone terra.

*

calore fondente
copri di stanche ossa
i marciapiedi tesi
come lastre di ferro
ammassi di marocchini
pakistani bangladesi
s’imbarcano recalcitranti
nel sulfureo sogno occidentale.
è il giorno da passare
nella moschea nascosta
vecchia fabbrica italiana
dismessa.
sudati e credenti
averne di nostri
che ci mostrino
più lieti, senza la giacca
la cravatta dei vincenti.
si gettano persi
nella mani dei sogni distratti.
incapienti nei moduli
da compilare. fate la fila
abbiate pazienza.
farete altri poveri
con nello spirito la guerra
lo scoppio della benza.
senti nell’aria
l’odor di bruciato?
un tramonto versato
d’acido di batteria?

*

già dieci anni
che sei spirito o nulla
chi può dirlo.
dieci anni di fatti misfatti
della politica non ti dico
e di quella parte-
la farsa t’ammalerebbe
di nuovo. sei sempre
un faro, una proposta
decente. il punto di riferimento
per direzione e orchestrazione.
i due punti quando comprendo
e ti difendo, ti difendo sempre
dall’incuria, dalla polvere
dalle false partenze, le slavine.
e ho quella foto dove sembri
un terrorista, occhiali cromati.
sembriamo distanti. in realtà
dalle mie orecchie ascolti
assapori primi piatti e carni
vedi dai miei occhi
attraverso cornea e cristallino.
mi sei così vicino.

*

accadono in fretta
le cose e aderiscono
come nylon.
e cadono nel tempo
come frutti o secca
corteccia. dilaniano
e sospirano. accadono
cose che non esistono
e altre nelle retine
dei vecchi già estinti.
accadono, accadono
in un fuoco sopito
nel muschio del vaso
nell`incendiarsi lento
di un sottobosco
ad agosto. amo di te
questa furia latente
emorragia di formiche
gioia stentata
magnetismo tenue
ch`avvicina come una cima
al nodo, come il mago al trucco.

*

cade una ad una
la punteggiatura
scalze ed al gelo
piombano le parole.
mi dicevi con calma
le cose tue, come
possedute. invece
incrociate agli alberi
al cielo e tutto. mi
parlavi del tuo credo
di quanto i giorni
affilino le armi
e spuntino gli effetti.
descrivevi i tuoi sapori.
quando t’ho chiesto di più
hai serrato. vedi è questo
il punto e a capo.

torta di compleanno

il pan di spagna
è un’invenzione italiana
tutte le torte
hanno un’anima di pan di spagna
così stasera in cucina
con tutta l’amore del mondo
le mie mani di tecnico
avvezze al silicio
si spingono all’effusione culinaria:
5 uova, zucchero, vaniglia
farina e fecola
io aggiungo un pizzico di sale
e di buona lena
vorticoso allenato
moto di polso
in forno a 180 gradi.
dopo 20 minuti
lascio raffreddare
è pronto.
taglio a metà
bagno un poco.
panna fresca e mascarpone
glassa di cioccolata a guarnire.
mi faccio i baffi zuccherosi
ingrasso di trigliceridi omicidi
ma in agosto
c’è qualcuno oltre me
capace di una torta di compleanno
più straordinaria di questa?
è l’amore che mi guida
ed io mi faccio guidare, amo.

arsi vivi

voglio farmi fare un pompino da una cinese che sa di fritto
dopo un bel massaggio alla schiena
ed al culo
mi voglio sentire inclusivo
mi voglio sentire cittadino del mondo
tollerante e progressista
la sinistra mi affascina antropologicamente
quanto ci si può far male
per rispettare dei diktat
di un mondo fallito.
quanto si può essere fuori dal mondo
oggi i negri in piazzola
mi han dato dello “spagnuolo no buono”
volevano offrirmi da bravi nigeriani
la magica polvere
volevano mi sentissi un ariano rincoglionito
di sinistra
mi volevano bravo bianco
assuefatto alla bontà
che li tollera
e odia la propria gente-
l’italia deve scomparire.
chissà perché
ci vorrebbero tutti così
arrendevoli e stupidissimi.
che ne so io, non conto nulla
sono uno
che oggi lavora
domani non so.

*

nebbiose colline
alle cinque del mattino
c’è il gallo che canta.
violano nuvole d’insetti
l’umido ed ampio
spazio aereo.
il creatore non s’è sbagliato
se c’ha fatto ad immagine e somiglianza
c’avrebbe voluto
in armonia con tutto questo
col ronzio, il suono della terra
perforata da milioni di vermi e formiche.
ne sento il rumore
il clamore e l’odore-
v’ascolto da quassù
con tutta l’inerzia del caso.

*

sono incazzato con la verità degli uomini
prendetemi e portatemi dove c’è il sole
ed una nebbia al mattino, tra le colline
a raccogliere acini e desideri. sono vivo
per il racconto e le mani calde sulle spalle
sono vivo a tratti per sentirmi parto eterno
ritornante che emana un profumo già sentito.
poi sto leggermente meglio e con me stesso
dissento. e voglio tornare bambino sotto il tavolo.

voglio tornar bambino, leggero leggero volare.

*

l’equilibrismo nei fine mese
fine pena mai
basta il salario
per l’affitto o la rata del mutuo
pannolini, latte in polvere
benzina per l’auto.
il salario assetato di perché
la monotonia di giorni
a buon mercato: otto ore al dì
di passioni seriali
per quattro soldi di merda.
settanta dico settanta
anni di pace
(non è vero
ma ai globalisti piace sentirselo dire
piace essere il siero
delle vanità arcobaleno).
forse lo spacciatore ed il pappone
hanno un tenore di vita migliore
si divertono di più
chiavano di più
non mentono alla società
di sicuro sono più felici
del pensionato
davanti alla tv
asl alla porta la mattina alle 7 e 30
coi pannoloni.

*

parlano i fichi di vespe
e calabroni. mi dicono
che il sole è potente
mi dicono della fame
del dolor del vero.
e di là le bocche di leone
prendono un sorso
si luce, la donano in colore
e decine di coppi
s’arrostiscono già cotti
nel furente calore.
il bombo mi sorvola.
e penso a te d’allora.
hai gli occhi che splendono.

*

battono in levare
le attenzioni.
non legacci ma strette
ai polsi amorevoli.
è così che i movimenti miei
son specchi di te.
del tuo mantecarti
a temperatura bassa
e mantenerti
avanguardia di luce
cirrocumulo moderato, riflettente
e non cadono stretti dal silenzio
di una sera d’agosto, il 15.
te lo volevo dire.

*

sei arrendevole
dormi vicina al muro
come fosse sicuro.
il nido è tutto ciò
che hai e vorresti.
sei viva a tratti
come i moscerini
della frutta: deve
apparire la polpa
e allora, solo allora
puoi dirti del mondo
ed irrorare. arrivando
al fondo della strada
dopo tutti i tornanti.
zigzagando. decisive
curve a gomito
come un tessuto.
e vestire. leggera
leggera.

*

dici di amarti di più
come fossi carne sola
spirito assente, decimato
dal protagonismo
della gioventù e.

non so di quelle mareggiate
della terra vicina al mare
non so più dei quadri
di quel tempo passato.

io di piedi ben piantati.

tuttavia posso immaginare
ed immaginando creare suoni:
ti piace la musica , lo so
e cosa si può salvare
il tappo -dopo una bottiglia
di prosecco. fammi indovinare.
arrivare solo dove tu vuoi.

poche probabilità

il medico donna
bionda algida
aspra come un paesaggio marziano
dietro la sua scrivania spartana
vecchia e consumata
ripeteva sempre
che ci sarebbero state
poche probabilità di sopravvivenza
che sarebbe morto
non c’era null’altro da fare
lo ripeteva con sadica professionalità
e quel distacco
che non è empatia.
io pensavo che fosse una strategia
di qualche tipo che io non
intendevo evidentemente
(trascuro sempre certi particolari
ho un’intelligenza a volte acuta
ma nella media perlopiù
soprattutto non sono un professorone
non conto nulla, sono numero
non calcolo franco)
comunque tornando a noi
dopo un po’
il dolore che martella la vita
come una pressa industriale
come un rullo compressore che la schiaccia martoriata
e rinsecchita
il dolore che si ripete e si ripete
come una cattiva ossessione
come un vizio che non da gusto
come una carta che non nasconde
la caramella
il dolore il dolore il dolore
dopo un poco il dolore
non lo senti più non lo senti più
ve lo assicuro.

*

i rivoli della vita
ipotecata dal lavoro
sterilizzata dal mestiere
dalla armi appuntite
dei sociologi psicologi
medici maestri professori
i padroni dei tuoi occhi
e della postura del parlato
corrono come acciaio fuso
in una radice intricata
a volte liofilizzata
da strane lordure
a volte cromatura di fiori
e canti dell’armonia
e pentagrammi di rinascita.
tu che sottendi tutto ciò
e non vuoi sapere.
tu che mantieni la parola
ma non sai più perché.
tu che m’insegui in quei rivoli
e mi stani per un interesse di partito
una frazione. un tenue sobbalzo.

*

non ho dimestichezza col pianto
l`acqua che riga le guance
e arrossa occhi distorti e deformi
ma nemmeno col la gioia che deterge
ed insuffla di rumore e fiori e colore
la mia parte destinata all`affanno
è il mio calore di stella media-
la reazione capovolge l`oscurità
ma comunque genera altro buio
prima o poi tutta la furente energia
svanisce nel silenzio del vuoto colmo.
e viene una sera che scema lenta.

tollerare tutto e tutti

*

A forza di vedere tutto si finisce per sopportare tutto.

A forza di sopportare tutto si finisce per tollerare tutto.

A forza di tollerare tutto si finisce per accettare tutto.

A forza di accettare tutto si finisce per approvare tutto.

by nessuno

*

tolleriamo tutto
siamo democratici.
c’impongono la tolleranza
è l’eroina del secolo.

così penso
andrò fuori casa
abbracciando le persone
baciandole.
i miei abbracci saranno
tutti uguali e calibrati
come dai defunti democratici cristiani.
per non turbare le coscienze
libere nel pensare ad una festa nuova
ad un consumo ulteriore.

la bibbia parla di guerre sangue incesti
omicidi ma tutto poi
alla fine è amore.
l’amore ci salverà.
quanto amore per strada!
la poesia gronda amore
però la maggior parte
delle persone
sono delle stronze narcisiste
e se ne sbattono del prossimo credulone.
be’, nessuno è perfetto. è amore.

XXI secolo

tutto già visto
tutto già succhiato
tutto programmato
tutto secreto
ho rivisto il rovistabile
sui muri
nelle teche
sulle bacheche.
nelle mostre
nelle biblioteche.
è un déjà vu
che piace di più
perché si cancella
l`idea d`una generazione
di quella visione
e ogni volta si ricomincia
con tenacia senza nausea
nella culla della civiltà
anche i campi di concentramento
la spersonalizzazione
l`impoverimento
il politicamente corretto
la censura dei buoni (a nulla).
è fatta: il secolo nuovo
non e mai stato così timido
svuotato
consumato
americanizzato
tra un utero in affitto
ed il tempo rubacchiato
al lavoro abbattuto
dal robot capitale.

*

il giardino pullula di zanzare
e tu stai per tornare.
ho dato l’acqua alle piante
come ogni sera col tubo
flessuoso come non mai
il calore snerva ogni materiale.
ancora le cicale, alcuni li sento
scendere con la sabbia
tra le dita dei piedi
son stati al mare. io qui
invece ad aspettare.
non sono amareggiato
né invidio il caldo, i tramezzini.
li vorrei tutti là sulla spiaggia
come file d’ombrelloni
vorrei che non tornassero.
si guida meglio d’estate.

*

in strada non circolano auto
c’è il silenzio fuori delle cicale
tu sempre a lavorare
vendere vendere vendere
è ora che il rumore che fanno i pensieri
si appropria dell’aria caldissima
lo zappare delle parole
è un brusio di carta sfiorata
la cucina è vuota, penzolano
i tegami. la tavola è un richiamo
coi fiori al centro. l’acqua è lì vicino.

*

nasci nell’urlo di madre
nella fredda sala
di luce bianca
schiacciato e arrossato
strisciato di sangue
bagnato e arrabbiato.
nasci per piangere
e sentire il freddo
dei guanti. nasci
nella luce e nel taglio
dal buio al mondo
nasci confortato per ora
dal lungo contatto
del cordone annodato.
singolo non sei ancora
ma già stretti gli occhi
nella smorfia del dolore.

oscurità lucente

c’insegue anche nel dì
l’oscurità ch’ammanta
l’universo, il cammino
diverso ed il suo convesso.
il concavo può esser
facilità, rapido scorrimento
desiderio atroce e suo
eccellente avvenimento.
il buio l’altra faccia della medaglia
che nessuno t’appunterà
per l’anarchia dell’oscuro
tempio del tormento
un dei tanti affluenti
dell’eterno scorrimento.

*

latitano i corpi spazzati dal caldo fiato sahariano
neppure le cicale costruiscono un suono
neppure gli uomini lo sentirebbero.
se fossero vivi, se amassero la verità
e non l’affabulazione. la retorica del misfatto
se non si deodorassero di tenui bagliori
un buio spoglio senza scopo. la sopraffazione:
ecco, l’uomo è il suo nemico giurato.
o la sua divina penetrazione al cielo.

*

non è poi così facile
morire in estate
fra il frinire delle cicale
ed il via vai per il mare
negli interstizi silenziosi
di cemento ed il memento
assolutorio della città stanca
zeppa d’orridi murales
scritte di nulla e malate
per mancanza d’idee
sordida di farneticazioni
gente stramba di religione
tribale e arcaica.
ed è più semplice
mentirsi, sentirsi
un’unica grande famiglia.

carrube e fichi

negli occhi tuoi
una notte strana
sensuale mediterranea
carrube e fichi
datteri e carezze
coi visi puntati al mare
o alla mareggiata
del primo giorno che iddio
ha messo in terra
ed io belando e scuotendo
i nervi ferrosi sottopelle
come corde di piano doppio
sono fatto d’acqua cristallina
orlata schiuma vezzosa
addizionata d’anidride carbonica
e tu m’incendi
come se fossi benzina
stamattina al poderoso
sonante alzabandiera
m’hai detto
tutto di te amo e voglio
aizzami e scopami
come se fossi d’anima
e canto.

il tempo non esiste

————————————————-ad Al

che il tempo non esiste affermano
effettivamente non si sente, non si tocca
ma quanto segna: crateri e canyon sui visi
scomparsa d’individui, somme che non tornano
sottrazioni che d’imperio vincono
ed il mondo sconosciuto trema, s’agita, il conosciuto latita:
non si rassicura in questo modo un’intera esistenza
al compimento. nemmeno al giusto portamento
sotto l’effetto del vento.

allupati

osservo le giovani ginnaste
un po’ allupato lo confesso
e le eroine del web
milioni di visualizzazioni
per tette e culi sodi
evoluzioni meccaniche
corse coi copertoni
e pance di tartaruga.
l’uomo medio
che sta nel mezzo in tutto
chino nella burrasca
q.i. così spento
da rasentare lo sgomento
è abbastanza contento:
non potrà mai essere
così flessuoso e asciutto
nemmeno vorrà
sembrare perfetto.
sa che l’inettutidine
può essere abitudine
e nel libero mercato
un curricula ben fatto.

viverci

l’accento sulle stesse questioni
è diverso così come i colori
i timbri, le cavate, tutte quelle
insane imbruttite nottate
a cavar unghie, arterie, pensati
armati e disarmati ed illimitati.
come stracci trasformati
all’inseguimento e sfibrati
come nel maglio tessuti sfilati
del viverci addosso logorio.

*

un tempo capitava -pare un milione d’anni fa
mi nascondessi in una crepa del pavimento
in una strettoia tra battiscopa ed il muro bianco
fra una fuga di una piastrella ed il disegno
della maiolica economica. era un furto d’identità
un tentativo di non precipitare affogando
nel baule degli affari importanti.
creavo mano a mano il personaggio del transfugo.
non serbando il fianco alle discrepanze
di un mondo serbatoio d’incuranza
e dolenza. un tempo l’etichetta
ancora non si scollava dal vetro.
non c’era neanche la frizione infinita
e l’apoteosi del vapore
a far decantare sogni esigenti.

rari bestiari ignari

quei regali rari
che non ammettono
strali, quei pensieri
ingabbiati nei tentativi
nei giorni festivi
che vanno così bene
per i sognanti bambini
anche per gli operai
che appendono le scarpe
al chiodo, qui sta il nodo
e dopo? dopo la ripresa
è lenta, una pena
che non sa di niente
non offre il tempo
appagamento
che non contenga
l’opposto ammortamento.

*

sono preso dalle tue cose
reliquie del presente
adorabili le tue movenze
e quell`aria volatile
di santità repressa.
futili tutti gli argomenti
facili tutte le smentite:
e che ti difendo
sino all`indifendibile
facilmente io malleabile
e tu felicemente adorabile.

cemento

il cemento della periferia
è una lama tagliente
che strappa sfilaccia
il cemento è freddo
brutto, aspro, asettico
non ama né odia
è repulsione, astensione
del bello, brutale, animale
inospitale. gli uomini
lo usano per viverci dentro
oltre ogni buon senso
per esempio
senz’anima del vento.
gli umani mettono
i loro fratelli sfortunati
in bare di cemento
sottoscale, cantine
ti diranno che la civiltà
è vivere protetti
in scarne pareti di cemento
pur sapendo
che dentro
tutto è spento
pure il discernimento.

*

io t’accarezzo da dentro
per questo non t’accorgi
del mio amore, un materasso
a ore, alle due coccole
quando la pulce dorme.
è ciò che chiamano coppia
che stride col presente
una notte di diritti stremati.
eppoi scivoliamo sulla terra
tra la malta ed il cielo lucente
e prendimi la mano
portami sotto un albero
al fresco, che nessuno ci guardi.
sono possessivo: ti voglio.

collidono

vedi che le persone
non si guardano negli occhi
nemmeno quando ne han 4
per l’amor del vetro
vero è che nulla è speciale
se non la sua unicità
e tante unicità assieme
che si sfiorano e collidono
fanno un fiume ed il fiume
finisce spargendosi nel mare
oggi è quel mare
che sempre è stato indaffarato
ammaestrato da folli
dorato di geni incompresi
creativi d’altoforni
che strani gl’umani
son disumani e luminosi.

*

amerai il controllo globale
sino a ravvedertene
odierai gli spiriti liberi
e non soffrirai, se non in silenzio
fra 4 mura bianche, soffici, tiepide
insonorizzate. si levano
i lacci per non averne più
di visibili. e non sospira
che brezza di condizionatore
ossigeno depurato e filtrato
acqua decalcificata
cibo insapore e tanto
tanto tempo per nulla
una occupazione anonima
e noiosa. vedersi alla tv
e sorridersi.

la luce tremula

tu dipingi i mari
coi tuoi colori
l’amore di rosso
la collera di rosso
l’astinenza di bianco
la quiete di verde
la confusione con tutti
e nessuno, come te d’altronde
chi ha disquisizione
pace ed affanno.
coloriture di pentagramma
orlato di maretta
e sospiri al cielo
talvolta di solvente
acido come certe piogge
che strisciano i muri
maestri di vita
o di suppurazione.
ricorda che il mare rumoreggia
ed è sedato di plastica.
che il cuore strugge
ma l’intelletto distrugge.
ricorda la postura delle ossa
l’incavo del collo
la manifestazione degli altri
negli specchi casuali
di una casa assolata.

*

accatasto i fiori
in attesa della brutta stagione.
tu hai ragione da vendere
quando parli del rumore dell’acqua
nelle grondaie e del terrore
della grandine -il cielo certo non ci teme.
freme poco lontano il tiglio, il bombo-
dipinge il tarassaco, la margherita.
ma il cielo è anche mare aperto
e tempra celeste. tutto il siero
della vita. la scintilla. che sia fortuna.
che sia augurio. e fatto compiuto.

il sesso del centro

il senso d’esserci al centro
non a lato o il lato del quadrato
nel punto d’intersecazione
degli assi, ma dei numeri
quel numero centrale
che spinge il caso a non esserne
capo e coda. il centro
del momento rapido lento
perché è un attimo la scomparsa
dalla farsa di tutti i giorni
abbiamo tutti un poco
la faccia stanca, esausta.
decidiamo d’essere centrali
non troppo animali.

leccarti

ti leggo la figa
mi prendo la briga
di farti venire
sei un po’ di legno
io sono la pialla che sventra
l’aratro che scava
nella carne rossa e calda
semino il mio destino
cancello i precedenti
come un imbianchino.
“edaisu” che ce la facciamo
son tutto sudato
come un invertebrato
mascherato da latrin lover.
t’amo, t’amo così tanto
che m’approprio
del tuo clito
lo piego col dito
lo succhio repentino
e tu t`incrini, vibri e urli
come l’ancia del clarinetto
il bocchino dell’oboe
la corda della nota più acuta
del piano. hai presente
un salasso? ebbene
la tua sansuisuga qui sotto
tra le tue gambe nervose
doloranti e tremanti
ti chiama all`eccelsa composizione
del più bell’ orgasmo di carne degli ultimi 150 ani.