una bella bugia

ti racconto una bella bugia
che non c`è dolore
né disarmonia.
non c`è urlo
né bestemmia.
che tutti gli uomini meritano
e non schiacciano il prossimo.
ti racconto dei bei tramonti
delle albe sospiranti.
ti racconto che ogni giorno
è una promessa
che il rosa e l`emozione tenue
stringono le fila
fanno venire le lacrime
toccano il cuore
che i muri non servono
che la bontà prima o poi
prevarrà sul destino il caso
che i ponti non crollano
che il potere non deturpa.
ti racconto delle periferie belle
l`armonia tra i popoli
il buongusto dei ricchi
e dei poveri.
che la cultura rende buoni.
e l`intelligenza non si compra.

*

potrei credere
all’imposizione delle mani
come ardenti sciamani
sanno del corpo
della mente nel corpo.
potrei illudermi del potere
delle parole
quando scemano le verità
e tu ti trascini nel mondo
coi lacci e le curve
dei saggi. credetti
alle piccole verità di comodo
del catechismo e in certi
pensierini di cioccolato
su carte veline.
sono scombinato nel salto logico
e nella poesia delle parole
nel fumo del saldatore
e nell’aria quasi pura
dell’alba.

ti potresti sciogliere

ti potresti sciogliere
in un ricordo lontano
come un gelato abbandonato
su una panchina del parco
legno maltrattato ed imbrattato.
tutto il mondo pare essere
è passato di lì per delinquere.
eppoi lasciarti un segno
come un coltellino di un bandito.
e tu c’eri? sì, sono acido
sono cattivo. e realista.
la malinconia mi riceve tra poco.

eroici fiori silenziosi

giacciono in giardino
fiori silenziosi.
pochi eroici
a dir la verità
quando non hai soggetti
da ritrarre il tempo non passa,
come quando potresti
far di tutto ma alla fine
non fai. come un fiore
reciso. in stand-by.

pieno d’amore

sferragliante cuore in amore
che baccano il tuo rotolio
palpitante. muscolo padre
sei il nodo d’un mondo creato
da zero, la fantasia umana
che umanizza l’inerte
colora l’indifferente.
pulsi d’amore e sangue
e ci ricordi dove dobbiamo
volgere lo sguardo, sempre
ogni giorno, ogni attimo.
quando vige la legge del più forte
ed ognuno dove può morde.
s’incaglia la pietas ed il rispetto
ma il cuore no, batte d’effetto
l’amore, l’amore. è pieno d’amore.

preda predata

ognuno ha la sua preda
ognuno è predatore
l’amore è violento
anche se non si viene
alle mani. belli i tempi
delle lettere del calamaio
del romantico passamano.

programmi delicati

come si fa solo ad accarezzarla
l’idea di farla finita, non poter più
andarsene al lavoro tutti i giorni
uno poi più splendido dell’altro
col cielo di smog, le tasse, le guerre
la fatica, l`odio, le indifferenze.
i poeti son creature tanto delicate
che a volte non si sopportano
dedidono d’interrompere il cammino
col fucile più vicino, o buttandosi
dal cornicione per giungere lesti
alla conclusione. ci lascian libri
pieni zeppi di prove che la vita
fa schifo al porco, ma noi sappiano
manovrabili infettati equilibristi
che del porco non si butta via niente
neppure il loro inconveniente.

sei sei sei

sei un corpo sfaccettato
una forma poliedrica
ami e odi, sei fedele
e tradisci, sei fango e polvere
sei luce e ombra
marmo e plastilina.
sei goffo e dolce
interdetto e loquace
servo e padrone
anarchico e lecchino
te ne renderai conto
la prossima volta
che col tuo schiacciasassi
involontario scatenerai
una guerra sanguinaria.
o farai sbocciare il fiore
scatenando la fiamma pilota.

*

è il canto del mattino
che mi fa tornar bambino
il passero non sa del lavoro
questa candida naturalezza
eterno suo dono.

*

nel sonno il desiderio
viene a trovarmi
vuole scovarmi
annullandomi in servo
sguarnito io di difesa
pur accettazione.
non sai cosa farne
del sogno: a dormire
torna che la stanchezza
purtroppo non si storna.

gambe gigie

il vecchio vicino
non sta bene
l’han messo in una struttura
in attesa di nessuna ulteriore
sorpresa.
s’è rotto due costole
cadendo come un peso morto
gambe deboli, gambe gigie
volevano una badante
ma con settecento euro al mese
24h24 poi non trovi nessuno
pensa vogliono persino riposare
far la spesa, vivere sereni
guadagnare il giusto
guadagnare bene.
venderanno le casa
per rientrar delle spese
(“ci dobbiamo parare il culo
ci serviranno tanti soldi”).
nessun parente prossimo
una vita poco più che solitaria.
gli ultimi tempi col girello
gli avevan pure sfilato il portafogli.
alla fine del circo l’usato sicuro
ed esausto va direttamente archiviato
in attesa di nessun sviluppo
ulteriore, se non il già universale noto
programmata obsolescenza
della tecnologia analogica
che pensa di governare il mondo.
eppure lui dice che a casa
tornerà a primavera.
tutti i malati prima o poi
pensano di guarire.

ore liete

par bella la vita ancora
nell’ore liete, quando le fronde
soggiacciono al vento dolce
e nuvole d’insetti mulinano
come innamorati del paesaggio.
e a sera tu sei stata
a dirmi quelle parole che ora
non voglio ricordare, per te e per me
lo faccio. per la discrezione
del contratto e la macchinazione
lieve – le leve che avanti e indietro
lavorano dietro le quinte
dello spettacolo. le pieghe
del vestito tuo quando
stringendoti t’abbracciai
eri crema chantilly, soffice
amabile, indimenticabile, non
addomesticabile. eri mia
dalla testa ai pedi.

milf poetesse green

poetesse social
milf coi tacchi a spillo
calde fashion
han l’aria delle teen
milf dal gran prurito
il terzo ginocchio
vuol essere munto
chi s’offre?
progressisti feticisti
armatevi di cazzi mosci!
fatevi avanti
porci con le ali!
pippate fumate
radical dei miei coglioni
una rosa una cena
una pena!
avanti un altro
filtrate piallate liftate
poetesse social
fanno stragi di cuori
procurdi progreta
propropocopro
propro propro
propropropro
copro copro
hanno dalla loro
la gran forza del pelo
del verso non osceno:
attempate amano
i giovani cuori
i tramonti allori
e le manipolazioni
soft: donne moderne
che vorrebbe esser
pure eterne. social
poetesse. aman
i giochi di mani.
immorali
irroranti immortali
bleah slurp.

silloge della tradizione confutabile

…un gruppo di sopravvissute che vorrebbero nutrirsi del sol mondo passato, ma che tendono a stridere degli umor neri e luminosi del presente saturo urbano, buona lettura…

(…)
la mano che porge, che tutti
possano afferrarla, e camminare
liberi e salvarsi. (…)
-C. Betocchi-

(…)
C’è quell’amore nascosto, in me,
quanto più miserevole pudico,
quel sentore di terra, che resiste,
come nei campi spogli (…)
-C. Betocchi-

Continua a leggere “silloge della tradizione confutabile”

non son nulla

non son nulla io
non so dare
spegazione
nemmeno azione:
l’azione è statica
ed un poco di grammatica
per certi critici
che stanno in bilico
tra professione
e inazione
tra il sofismo
e l’imperialismo
della cattedra.
non so nulla
ma leggo assai
ogni giorno
quando fa buio
i fantasmi sorgono
e mi domandano
ma io già l’ho detto
forse l`ho pensato
vento fra le fronde
non son nulla io
non ho neppure un dio.

cuore batticuore

il mio cuore batte più forte
non lo tengono a bada dieta
quiete né un cicinin di sedentario
un lavoro di testa non dovrebbe
affrettarne il battito, eppure
balla il twist, la postura sincopata
d`un muscolo schizzato, anima mia.
il mio cuore demoralizzato d`operaio
indiavolato come una macchina a vapore
un motore brusheless, un pistone
a iniezione. cuore sei stato contagiato
dalla stramba nevrosi che ci fa alieni sulla terra.
cuore non lasciarmi solo. cuore martellato.
cuore rincuorato. cuore batticuore.

A Miles

Magnifica tromba
richiamo dall’infinito
paralisi glaciale
slanciata, scura
gelata: laggiù
tutto nevica
ed il sole riscalda.
Note scavate
mi consolano
nel tempo
registrabile
vivo argento.
Immersione
che sa di vetro.
Magico pifferaio:
piatti, grancassa, basso, sax
ti seguono
ed io ti seguo
in pensieri d’aria fredda.
Magnifica tromba
galleggi in acque artiche
ma sei lava
e ribolli
nel mio cervello.
A Miles
ed alle sue orge
metalliche.

*

guarda che splendore
il cielo azzurro
in tutto il suo disamore
terso come l’inverso
dell’agenda umana
affannati bannati
non cercano amore
il contrario suo
possibilmente
senza sudore.

il frigorifero

in frigo
non c’è quasi più nulla.
c’è un vasetto di olive
un litro di latte
una coca
una bottiglia di vino economico
un termometro
per vedere quanto freddo fa
una banana
le banane non si mettono in frigo.
ah, e il caffè
(non sapevo dove metterlo).
chi andrà a far la spesa?
lo stomaco brontola sconsolato
tu sei a dieta.
lo so, dovremmo mangiare meno
e dovremmo muoverci più spesso.
ma sono pigro
mi piace star fermo
e guardarti negli occhi.
assaporarti come un intingolo.
mai stato a dieta, io.

operaio

mio padre tutta la vita fu operaio
o-pe-ra-io una parola semplice
che vale un attimo di tempo
un umile tratto nel sentiero accidentato
il tempo ora che scema dimenticato
come la schiuma nel gorgo dello scarico.
mio padre che si dimenticò dell’orgoglio
carico del bagaglio altero e possente del nonno
uomo di campi e aratro. credette nel sindacato
fece lo sciopero bianco, il picchetto
simpatizzò per la rivolta armata
leggendo gramsci lenin marx engels il vangelo. padre mio
t’accarezzo l’anima in questo disfarsi
del passato. ma non si toglie ancora
la paura. la risacca dei diritti.
la povertà. il salario. la lotta.
padre tu potrai pur sfinire
rottamato dalle moltitudini
ma la lotta al più presto
dovrà ricominciare.

i vip

———————————————-Questa è la prima epoca storica in cui gli intellettuali sono più stupidi della gente comune
-Costanzo Preve-

i vip insegnano
come vivere.
dall’alto della loro catodica
educazione, i frivoli
palestrati effeminati
e le esibizioniste zoccolette ormonate.
i poveri che lavorano
non sanno più come si impiega il tempo
scorrono le loro vite a selfie
uno dietro l`altro
uno dopo l`altro
come un sandwich insipido
ma salato.
io invece
mi metto alla finestra
osservo il cielo e le nuvole
e non li vedo
perché non esistono
e scorreggio libero
ed abbondante:
ecco come beatifico
la loro inconsistenza conclamata
e la vacuità del popolino
senza meta.

niente mischiato con nulla

non voglio fare niente
voglio esser impertinente
starò seduto guardando gli altri
col muso affaticato
tasche vuote, visi morti.
il nuovo proletariato
schizza, corre, espatria
ed io vorrei guardarlo
senza muovere un dito
son giovane ma stanco
non voglio sbattermi tanto.
i nuovi proletari
non prendono salari
vanno di qua e di là
equidistanti da padroni
e sindacati, non son mai nati.
spolpati e dimenticati
io li guarderò col terrore
d’esser forse già abbastanza vecchio
da non esser mai piú un giovane.

le cose ci disegnano

sfugge alle catalogazioni
la sera cheta, senza uccelli
senza rondini e cani e gatti
e vecchi borbottanti. con le luci
che illuminano le finestre
mezze aperte. l’odore
della cena sulle tavole.
madri e padri che s’ingegnano
un po’ sfruttati, ma ancora
capaci di felicità. la felicità
nei bicchieri, nelle tovaglie.
lo status mansueto dell`ordinario.
poi tutto riposto in consueto
ordine discreto nei mobili.
i mobili ci custodiscono.
nei mobili serriamo le cose.
e le cose ci disegnano.

scorpione

la cucina è sporca e sono le dieci di sera
tu non sei ancora tornata
sono pigro e annoiato
io non so che penso
penso (uno) ad un amante
(due) penso che il tuo lavoro
ti porta via troppo tempo.
tempo prezioso. dobbiamo
riappropriarci del tempo
pensiero ozioso. il lavoro
non nobilita l’uomo
non mobilita la tolleranza
non lo rende libero
nei limiti del nubifragio universale
non crea gli orgasmi in una coppia
consolidata al sacrificio
dei giorni lontani
e tutti uguali.
non lo fa splendido
né inclusivo.
c’è uno scorpione per terra
pare m’osservi dispiaciuto
e mi compatisca
pedipalpi mobili e minacciosi
ma lui non sa che è pericoloso
entrare senza essere invitati (uno)
non sa (due) che un uomo non deve chiedere
mai e anche se chiedesse
nessuno risponderebbe. e non piange
davanti ad una montagna di piatti
sporchi come la prima volta
che un uomo
e una donna
si sono amati dimenticandosi.

un elogio

pisciano e scagagliano
negli anfratti le puttane
mutande di sterco e sangue
stivali di skai, body cinesi
si lavora anche in quei giorni
del mese. un mese è lungo
trenta giorni, a volte trentuno
il cliente ha sempre ragione
anche se pretende il buco nero
sentimento, il bacio. i temerari leccano
e succhiano clitoridi sfibrati
s’innamorano d`una idea. alcune baciano
solo i fidanzati, altre non ne hanno
mai visto uno. alcune lo usano
per non finire tagliate nei fossi.
basta alzare la tariffa
i soldi aprono tutte le porte
il tempo si paga a venuta.
le pugnette raramente
qui il metoo non disse niente. amen.
hanno gli occhi vispi le puttane
altre di giorno occhiali da sole
paiono vip, ma sono puttane.
venti euro per un pompino
le nigeriane più sozze
se lo fanno infilare tra le gambe
dicono è troppo grosso
cazzo è proprio grosso!
non ce la faccio, mi apri a metà
come una mela avariata
spunta il verme, cucù -mi fa male
ce l’ho stretta, vero?!
hai una casa? se mi porti a casa
facciamo tutto con calma
e magari mi piaci e mi porti via
dalla strada, sai amore
ho scritto una poesia semplice
sul tramonto, le stelle che cadono
l’amore eterno e il sesso veloce
da motel sottovoce.
che merda di mondo
eppure restiamo qua tutti insieme
a strapparci i vestiti
a riempirci di cazzotti
a strapparci i cuori e le palle.

la tua bellezza

eterna la tua bellezza
benzina che s’incendia
un fiore unico
dai colori sgargianti.
ti sei specchiata
e sei rimasta nel vetro
come foto impressa
luce splendida che afferra
l’immortalità spessa.
spesso mi fermo
e t’osservo, inebetito
sfilacciato e frainteso
(sono un porco, un cieco?)
sei mia sei mia
quanto può esserlo
un capolavoro universale
d’arte.

certi amici

certi amici son lontani
strani insetti in terrari.
son stati abnormi
in momenti non contorti
accentratori e dittatori
i pollini dentro al fiore
vecchie ciabatte
ficcanaso, una succursale
di famiglia. riempivan le crepe
falsificavano il buio
come dioscuri del sole.
forte le loro risa
i contatti con gli occhi.
ora flebili, assenti, ricordi.
piatti encefalogrammi.
è che non ce n’è più bisogno
una volta rasserenati se stessi.
una volta decifrati i tempi.
una volta indirizzato il vento
assecondata la marea.

in comune a

l’incomunicabilità nasce
dall’eccesso di parole
smodato smutandato frullato di parole
decesso dei connessi e degli annessi
io in alto a scrutar l’orizzonte
vi dico come ultima freccia
usate la faccia. (la feccia
reclamerà d’inerzia e proprietà). meglio
un viso pulito, un’espressione franca
che mille parole masticate come gomma
zeppe d’edulcoranti. amatevi di più
morendo al crepuscolo
nel dolore neutro di una rosa rossa
spogliata di petali.

*

torna la sera tardi la gazza
al suo ritmo seghettato
delle 19:25. s’adagia sulla gronda
e il becco all’aria spavalda
boia d’una gazza ladra. il manicomio
sta per chiudere anche per oggi:
morti sulle strade, illusioni
omicidi e suicidi. rivedo
le stesse facce, gli stessi intenti
e nei denti una macchia in più
caffeina teina nicotina.
l’odio ha fatto la sua strage
di buone azioni e uno strano
uccello in un albero là fuori
canta la stessa nota fissa
da stamattina, è follia
disperazione o minaccia?
s’è perso, s’è perso nel vento.
è la cesura del tramonto.

la vita

la vita è specchio
che ci concede a tratti
un suono. uno strambo
gorgoglio, la notte
il giorno. è strumento
che pretende ascesa
e conclusione. superficie
vana che stende col riflesso
torsione, espansione
ammalia di compromesso.
collusione col male
d’odio la ritorsione.
persino la capacità d’amare
amaro segreto, vana
rappresentazione. io son qui
testimone del demonio
della serena bellezza.
del mutare arterioso
della sonora batosta.
mi scuoto e m’illudo:
sono torrente in piena
palude silenziosa.
io sono e ardo. e voglio.

sei te stesso?

distruggi l’io
spacca l’ideologia
frantuma l’essere
opponiti strilla

testardo e furente
esaltati
che tu sia opposizione
vivente
come la radice
nell’asfalto
come la piantina
nel parapetto
del grattacielo dell’archistar
braccata dal vento.

urla al dio tuo indolente
schiaffeggia il tuo credo
mira all’imperfezione
che dà lezione di stile
terrorizza i luoghi comuni
non infeltrire
di privilegio
secerni sanguina schiatta
crepa!

crepa una volta per tutte!
creatura ignuda
ancestrale
egoista e becera
piena di merda e piscio e saliva
delicata come un giunco
disperata come l’angoscia
dolce come il pugno
unico come altri miliardi
potente come la polvere
impotente specularmente

scrivere

scrivere è il nodo dentro
che diviene tessitura
angolo buio che si trasforma
in piazza. quella razzia
di lemmi che impazza
quelle sbucciature per terra
il muschio, le margherite, il fungo
l’angolo arcano e buio
la viva cromatura del sole.
e chi m’ha insegnato
a colmare gli angoli, smussarli
e tendere la mano come nell’aria
un ramo fiorito? tutti voi forse
ciechi nel dolersi universale
nella corrente frullanti vermène
ma vitali nell’ombra della casa
con in mano cuori sanguinanti
ogni volta terribili ed entusiasti
a riscriver la storia, narrarla.
è allora che vivere è lieve
ed il suono soffice nenia.

*

col pane a tavola
sempre assicurato
sempre più simile
tuttavia ad un omogeneizzato
non c’è più pensiero
né morale ripensamento
etica e ragionamento.
il pollo d’allevamento
non sa nemmeno
come è fatto un filo d’erba
né un cielo stellato.
ti fanno ingoiare tutto
dal fascismo al regime democratico
parlamentare e presidenziale
rappresentativo o consultivo
non noterai più differenza
sostanziale. sarai immolato
al capitale, giovane vecchio
maturo donna uomo transitorio
lesbo sadomaso -tutto fa brodo
insipido e ‘sbiavdo’. vorrei
un po’ di fame
per sentir grattare
i fondi delle bottiglie
il tintinnio delle idee
i lumi delle lucciole.

il poeta deve lavorare

il poeta non deve poetare
deve saper impugnare la zappa
fondere il metallo, saldare lo stagno
il poeta deve scavare, modellare.
il poeta che sa fare solo il poeta
poi s’uccide o prima si deride
non ha ironia vera, il poeta
è verità sua assoluta, altri non saluta
allora la morte se lo porta via
prima scrivendo poesia, alta o bassa
il poeta non ha la stazza
le spalle larghe, se servile ciondola
fa l’intellettuale per masse molli
bambolotti di percalle.
il poeta professionale, lagnoso.
un problema annoso.
il poeta deve lavorare.

*

la realtà esiste se e come è raccontata
bene lo sanno i giornalisti-
insediati in chissà quale lato della barricata-
e pure i servi, clienti della sceneggiata.

*

come è strano pensarti
finito, bruciato nell`urna
o in un tombino, solo
una croce, del marmo
tenero legno e zincatura.
dopo tutto il lavorio
ed il tempo morto.
dopo tutti i disegni
lasciati sulla finestra
i trucchi e gli errori
da scalzo ed inetto.
da improvviso benestante
di saggezza e significati.
dopo tutte le passeggiate
nei prati nei boschi
al richiamo d’uccelli.
che strano questo silenzio
di tomba. contando
una ad una
le radici dei cipressi.
che strano il conto dei passi
come a ritroso, sparendo
nel nulla cosmico
nel rantolo della terra
nel gorgo nero.

se dio

se dio
avesse visto questo scempio
l’uomo duetta con le lamiere vuote ed abbandonate
scontroso e maleducato accentratore
c’avrebbe abbandonato al nostro destino
come nella mareggiata le alghe.
se dio esistesse
ed esistesse pure un uomo solo
incapace di ubriacarsi, bestemmiare, drogarsi
defecare. quando il cielo
non è più blù, il mare ondoso
la terra brulla ed il fuoco è tiepido
solo luce e promessa
quando ci sforziamo e c’allontaniamo dal sole
dalla luna e da altri corpi celesti, di carne
con occhi cuore labbra e cornee
come elastici virtuosi, la musica
è sonora, catartica, ancestrale
e non c’è il minimo dubbio
che oltre al dolore
siam provvisti di superiori qualità
extrasensoriali che ci rendono uguali
ai petali ai boccioli di splendidi colori
ma non le radici recise.

*

sballottati come palline da flipper
in una scoraggiante pochezza
disarmati e disarcionati da una messa
di potentati inamovibili
io guardo sconfitto il mio stato
mi perdo negli uffici, convesso nei concavi
in un’idea qualsiasi d’organizzato
ed equo. il compostaggio ostile
dei dirigenti. la massacrante battaglia
per il bene. assuefatto e afflitto
vessato e dimenticato
tengo nelle mani il sapere
dei padri. so di un rubinetto
d’una catena di bici. della stoppa
della candeggina nei sanitari.
so del bianco delle pareti
di casa. candido bianco
che do come l’ultimo santo.
come l’ultimo degli ultimi
senza fratelli, senza sorelle.
un unico padre che può difendersi
coll’amore, nella trascrizione della virtù
d’un sacrificio comunque inattuale.

s’annullano

s’annullano i potenziali
in declivi d’ore non sublimi
scambi tempo denaro
per l’acquisto del pane
per l’acquisto dei desideri.
non stai solo davanti alla tv
tutto il tempo. costretto
a venderti l’anima
per non sentirti fiacco
inutile. uno strato
di colore su una parete
senz`occhi e gestazione.

*

tra il serio ed il faceto
non mettere il dito
il segno e la pittura
non descriveranno
la natura. conviene
seguire la corrente
mischiarsi tra la gente
perché è a pelle
che inizialmente
ci s’innamora.

*

modifica il tuo nome
in mille rivoli di comunione.
e liberaci dal fulmine e dal furore
del tuono. modifica la firma e sparisci
anche in uno sbadiglio.
un appunto, un angolo piegato
di pagina ingiallita.
dillo che vuoi essere eterno
e liberarti di dio.
dovrai essere meno intransigente
cominciando a sperare.

il secreto

m’incanta il girarsi attorno
come un cane si morde la coda
ho il silenzio nelle vene
ma preferirei musiche per piano
di Beethoven, un adagio cantabile
tra le sonate tarde, che carpissero il segreto
che sta nella mia bocca
ma non vuole uscire
come un molare che fa la morale
e cresce come una coda di lucertola
eccedendo e accertando
la sacralità del gesto.
resta tale segreto. vinci pure.
che tu sia prioritario e veggente.
investigatore e dittatore.
e ci avviciniamo a tratti
al cuore pulsante
armati convenzionalmente
carponi nella nebbia.
disputiamo il migliore
dei contrasti.

due d’amore (scritta di getto e col becco d’inseparabile)

i pantaloni ancora gonfi d’amore
l’alza bandiera più lungo della recente storia di pace
sei andata a lavorare sapendo
e tornerai tardi
(ti dedichi al nido d’amore)
con gli occhioni a forma di cuore
m’hai stampato il tuo sapore
sulla guancia forgiata
dalle tue labbra incandescenti
come tizzoni di stella.
ora io potrei fare da solo
e immaginarti con le mutandine
di pizzo nere
il trucco leggero come una libellula
e quelle tettone rotonde
che mi fanno tornare bambino
ingordo di curve
come sull’Appennino
a contare m’ami non m’ami
invece
contro ogni previsione
e nel rispetto green
dell’economia circolare
del baratto senza contratto
qui vedo una postilla
scritta in minutissimi chiarissimi caratteri:
“non ti dimenticherai facilmente di me”.

una d’amore

ho il chip sotto pelle
che mi ricorda la tua carne rosa
le smagliature e i rotolini
nei punti giusti
ed il tuo magnifico
solare
sorriso
hai scaraventato le mie passioni
nel fuoco
è la magia
la magia degli spiriti aggrovigliati
ieri a scopare
eravamo in due
eppure è stata come un’orgia
di seme e saliva
rotolando giù e su dalla montagna
cento amanti avviluppati
tutta la storia recente
della pornografia bellicosa.
c’immergiamo
nei nostri cervelli roventi
e tutta la spina dorsale
occupata nell’orgasmo.
luce sospirante.
è la natura che chiama.

*

cala l’autunno tiepido
tenera ottobrata.
i figli son felici
vedono le foglie cadere.
urlano e s’ingegnano.
ma loro son sempre felici
hanno il timone tutto a dritta
mandato esplorativo.
i padri conoscono l’inganno.
sanno del tremore
l’affanno. guidano al buio
abbozzano. giocano
ai quattro cantoni
alla finestra s’affacciano
vedono i colori sotto
un’opaca, ora esile
è tardo mattino
cappa di nebbia
che stringe i colori.

*

Invidio i sacri poeti
che pur nel sudiciume
non si contaminano
crescono giganti
nell’armonia celeste
e non gravano d’immondizia
e non secernono putridume.
Sono eroi d’un mondo ideale.
Zampettano virtuosi e mirabili
su uno specchio d’acqua gelata.
Si specchiano interi e sereni.
E mai inciampano -meticolosi
quadrati, aerei. Esseri magici
alieni. Li invidio assai
come i pentagrammi di Mozart.

sferza

——————————————————a E. M.

qual che sia il misterioso senso
quel che sia dove e quando
l’arcano, un disvelamento
parzialmente al corrente sono e vivo.
s’impaura il velo sul volto disteso
e la vampa dello sforzo: sei apparso
per poi disparire. sei stato sfarzo
nel tenderti e non ferire.
quella volta che salvasti la cotenna
come drizzasti la faccenda
così come s’impara a vicenda.
come certi soffioni sul campo di fiori
che tengono i semi, sino alla sferza
del vento.

qui lì là

scrivo cose semplici
per gente semplice
e non è realismo socialista
più necessità della svista
alle cinque del mattino
non riesco ad appisolarmi
mi sembra d’aver imbracciato le armi
sono in guerra con la mia testa
col mondo
piatto non rotondo
vorrei più ironia
leggo questi poeti
si prendono maledettamente sul serio
e vivono allegramente
non hanno mai fatto niente
andate nelle fabbriche
leggeteli quei muri
pittati di murales
e stronzate arzigogolate
non dondolate le carni vostre
tra un sofà ed un aldilà
che è più di qua che di là.
e lasciate stare i sentimenti
li avete deformati come pongo
per fare i fighi
per fare i carini.
imbrattate la carta
col mal di stomaco.

Stime e controstime

Ti rendi conto che mai c’è sconto.
Ho apparecchiato nel centro tavola
l’affronto: che mi chiuda fuori
o dentro, non c’è contento-
c’è semmai il titolo piccino
per beccaccioni il contentino
e buchi nell’acqua. Chiedilo!
Chiedilo alla capellaccia, all’allodola
all’assiolo, alla berta -la gazza
in volo è già nella spiaggia:
il nido è leggero, l’uccello è
vuoto becco, scintilla come ladra.

lacrime armate

stridono di compassionevole
come merce. per quale tipo di scambio?
quale vuoto scombinato
li fa sussultare come esperimenti
di laboratorio?
una serata allo stadio?
una scopata in macchina
dopo la scelta casuale sui viali?
l’ultimo blasonato elettrodomestico
o paio di scarpe dei bambini di Saigon?
di quale carità compassionevole
accennano? cosa non li fa addormentare?
il segreto della vita? o l’esclusione
necessaria dell’altro?
la lotta feroce e tintinnante
fra lavoratori.
la guerra per accaparrarsi
il penultimo desiderio
ed il penultimo ancora
o beati dormono senza scambiarsi uno sguardo
di giorno, nei mercati, nelle mediocrità
quotidiane? lungo le vie di negozi serrati
e capannoni sprangati. le vecchie
indifferenti ed impaurite. tirano il sasso
nascondono la mano.
vogliono un santino
da appoggiare sul comò.
secernono lacrime a comando
e seguono le molliche del Pollicino
che non vogliono vedere.
avranno un’idea su tutto
fuorché su ciò
che realmente è accaduto
perché ignorano
ma si riempiono di sé
al prossimo rintocco di campane.
piangono lacrime di coccodrillo.

benessere

al crepuscolo la sera di luci
ed ombre deformate
l’olezzo putrido
dei bidoni e i merli
zampettano sul prato non rasato.
immondizia sparsa e cartacce
organico, batterie, vetri rotti.
parte di niente
non sentirsi amato.
isolato e resiliente.
ti mantengono così
insipiente con tutte le bollette
da onorare e archiviare.
i marciapiedi sfatti
i giardini dimenticati.
però ti dicono
che non puoi esser triste
nemmeno rivolta e contestazione:
non c’è nulla come il benessere.
cheto, riflessivo, comodo, accettabile
non c’è nulla oltre, né immaginabile.

Riscatto

Sotto ciotoli
felicità scovi
come tartaruga
pretende guscio
sotto ciotoli
soltanto indugia
piano ansima
e riscattarti puoi
in grigia ombra
compassionevole
di sudata pietra.

assecondatemi

se mi private del mondo
fatelo con moderazione.
ancora non potrei vivere
senza delle rondini la traiettoria
il garrito decrescente
nell`aria pesante e persa
autunnale. il gorgo della pazienza
l`intenebrarsi nella sera.
i matti si costringono alla felicità.
assecondatemi.

un destino

sei giunto con lo strascico
e il laccio, con diffusione
e slancio. hai mantecato
col sudore inondando i tessuti
e registrato le maglie della catena
pian piano con stile o con impulso.
l’impulso dell’astrazione
e dell’improvvisazione.
l’impulso del goccio.
traslati quei picchi
in dimensione altra
paiono piccoli fori sul piano.
e tu sul piano
scivoli come un bambino.
il bambino gioca sempre
anche col suo destino
e viceversa

salutare rassegnazione

il desiderio così forte
maschio, di desiderare.
gli addii e le feste
il tempo finito
nello spendersi
nel sapersi incompleti
come sabbia sulla spiaggia
bagnata, continuamente
disegnata e ancora e ancora.
e la natura
che spinge ed illude
sul precipizio, sul rasoio
e quell’episodio che ritorna,
come testimone, quelle pretese
l’enunciato della rinuncia
quella salutare rassegnazione.

la carne irrisolta

il mio corpo non c’è più
è sparito, l’hanno preso
eppoi smontato, allungato
schiacciato, limato e punzonato
disfato, rimpicciolito, ingrandito
spremuto slabbrato plasmato.
il mio corpo, quello che uscì
dall’utero provato d`urlante madre
il corpo dalle genesi genetica
se lo sono presi gli artigiani
della bellezza bella universale
l’hanno frazionato per farmi sentire
sciocca ed inutile, bastarda
e perfettibile, come pongo
m`hanno depredato dell’identità.
ora sono uguale identica
a tutti le altre, femmina golem
per primi piani allupati
affettata da chirurghi
ricchi sfondati perché hanno aperto
il mercato della pelle, degli zigomi
del lardo e dei nervi saltati.
e le mie zampe di gallina
la mia gobba nasina
le mie orecchie a sventola
sono strabordanti labbra
gonfie come ascessi
un culo aperto di gallina
zigomi imponenti come colline.
la mia pelle sventrata ed oblunga.
le mie tettine di bimba
abnormi palloni aerostatici.
mi vedo allo specchio aliena
d’un aspetto omogeneizzato e grottesco.
come un clown scollato dal ridicolo
un funambolo tradito dal cavo
un uomo di chiesa spretato.
e non mi sento più bella
sono sempre vuota.
sempre carente.
ed insoddisfatta.

cercano dio

cercano dio nelle strade piene d`auto
cercano dio nei cassonetti
un dio riciclato e parcellizzato
il dio dei nonni col grano nei campi
il dio maciullato dai cantautori di sinistra
il dio preso a caso purché li aiuti
nelle misere vite solitarie
dei supermercati. nei poliambulatori
convenzionati, i mercati di cineserie
e jeans tunisini a un euro al giorno
che latrano di coloranti, solventi
sguardi duri irridenti.
nei giardinetti con gli strafatti
sulle panchine coi matti.
lo cercano e non lo trovano mai.
perché? perché sono abusivi
vedi i loro sguardi persi
esterrefatti esigui e contriti.
appena nati servi
coi calci in culo dei genitori
dello stato della strada del lavoro
si sono giá sostituiti a dio.
lo cavano via dalla parete
lo sgozzano come i radicalizzati
e si sostituiscono. beati contraffattori.
tanti piccoli dei onniperdenti
in giro per le strade incerte
che si credono padroni
del loro porco destino.

*

son finito cent`anni anni fa
in un mare del sud
era una monnezza dietro l’altra
e sulle onde apparvero improvvisi
come frutti di mare dischi di merda nera
una petroliera aveva fatto i suoi bisogni
non troppo al largo. fu strano sentire nel naso
assieme salsedine e bitume catramato.
al sud hanno una strana concezione
del paradiso terrestre. e anche dello stato.
vidi in fondo al cielo
un’enorme mostro lamierato
con giganteschi laghi neri di carbone
proprio lì in mezzo alla spiaggia libera
sembrò d’entrare all’inferno
culo dopo culo
passo dopo passo
preghiera dopo preghiera.

*

faceva pompini nei parcheggi della fiera
di giorno faceva l’elegante parrucchiera.
era bionda, alta e fiera. movenze femminee.
due belle spalle un gozzo non da miniera.
un bel corpo asciutto, due belle tette siliconiche
pancia piatta, un’astuta tonale ceretta.
sotto la gonna il cazzo e sotto la cipria
una barba ispida folta e guerriera
depilazione total body, ceretta e flessioni.
l`aria intelligente, discrezione e tatto.
più bella di tante donne che han perso
stile tenerezza sensibilità i merletti
le lettere d’amore, i baci di rose, l’uncinetto.
gli piacevano gli stilisti d’alta moda
tutta fashion, inferno e madonna.
c’era un barista che di giorno
la prendeva platealmente per il culo.
e a lei o lui non si dispiaceva: con garbo
era solito usarlo per tutt’altro, maliardo.
il piacere a volte vien dato alle spalle
un poco alle cieca. basta che venga.

manifesto azione poetica

dicono che la moderna poesia
almeno quella consumata dalla mandria
è dalla realtà nauseabonda
noiosa appiccicosa distaccata.
una poesia funzionale al soave
al solo spirito frivolo. alla moda
del simpatico, dolce, carino e.
dicono che il bello s’è frantumato
nelle deprimente rauca periferia.
non sappiamo se tornerà indietro
se ci sorriderà di nuovo con stile.
dicono che c’è la disoccupazione
la violenza, l’inazione, la depressione.
ebbene io farò servizio completo:
ad un sfizioso cioccolatino cesellato
accompagnerò un rissoso calcio nelle palle.