di là vicino allo specchio

fuori osservo e c’è oleosa la nebbia
ha piovuto tutto ieri e tutta notte
s’incolla ai vestiti e alle pareti
l’umidità terribile. in strada
fradicia romba un’automobile
le luci posteriori illuminano
le pozze e le gocce sulle foglie
verdi e residuali in un turbinio
di sghembi riflessi. è riapparsa
inaspettata come un monito
dopo un picco o una nemesi
la macchia scura di muffa
in camera da letto -di là
vicino allo specchio
ha vita propria e corpo.
abbiamo fatto di tutto
perché non ritornasse
abbiamo azzardato
completato le caselle mancanti
con rassegnata compostezza
con zelo manicheo e pazienza.
illusi: tutto ingiallisce
screpola sfibra degrada. eppure
tentare bisogna. imperativo
una volta almeno.

instabile o d’una certa nostalgia – una raccolta per i postumi

“I cammini del senso sono strani
deviano spesso misericordiosi
in altri, e vani, i suoi significati(…)”

P. Bigongiari

“siccome son stanco dei giorni uguali
ne metto insieme un numero incerto
per tentare un riassunto del momento”

l`autore (comunque un assente)

Continua a leggere “instabile o d’una certa nostalgia – una raccolta per i postumi”

piante e uomo

chiedono perdono i fiori
gli alberi inanimati
ma liberi ancorati
agli estremi del sole
del terreno immobile
chiedono perdono
ad una creatura
che non è un dono
con aratro macchine
e profitto: l`umanità
in affitto, sotto elenco
estinzione. sarà questa
la buona ragione delle radici
e dei tronchi, questa
la pietas della clorofilla
che non ragiona di meno
non ragiona da alieno.

recita

voglio far lo sciocco
per sentirmi strano al tatto
tutto d’un tratto
recitando bislacco
l’inquieto colore
l’eterno odore indolore
del vivere. t’attendo
attento al cubo
una recita lecita
per gli uomini
tutti.

percorso

il percorso
comunque sia
è corto
sta nel palmo
in un sorso.
ha un’obbligata
direzione
nessuna condizione
se non l’esagerazione
della propria
anonima missione

*

diviene, conviene, sviene
s’appropria della storia
dell’alfa dell’omega
dell’idea dell’azione
delle forme nazione
orrore della coabitazione.
va e viene, rincorre
s’oppone dispone
compone, spirito del tempo.
deforma informa
e contorna la memoria
di un alone opaco
è la confusione
la confusione
non ci rende liberi.

trambusto da reflusso

paracetamolo a gogo
per questi errori di dolori
ch’affettano e gorgogliano
come acque sciroccate
passate come pomodori
rosse come pomodori
e dolori di carne: la testa
vola s’invola irrora
di significati a tutte l’ore
e stona -piegata a metà
sperticato maelstrom
obbrobrioso interiore
stridio di vetro e lamiera
tinge l’intero di sclero
e nevvero vien lo stesso la sera
alla maniera d’un levriero
più e più paracetamolo
paracetamolo a nolo
paracetamolo a gogo
paracetamolo d’oro.

quando me ne torno a casa

quando me ne torno a casa
nella pausa pranzo
e mi trovo solo a tavola
accendo la tv
e mi ritrovo per questo ancora più solo
penso a
un modo per non soffrirne più
la società aperta
dovrebbe rassicurarci
i diritti a pioggia
costringerci alla democrazia.
in realtà le lettere e le parole
sono aperte per guardarci dentro
senza i liquami velenosi
delle ideologie.
in realtà è tutto vero
e tutto falso
al tempo medesimo.
e allora la street art s’infiamma
e i ghirigori sui muri
sono la firma dell’anarchia
e di una fondata ignoranza
capillare. tutta la libertà
della storia
in pochi anni rigidi
(siamo bolliti)
e farsi onanisti
professionisti.

tutti i se

dovrei pure esser
filosofo
mi basta vivere
lavorando e padre
e nelle pelli
vedervi gli sguardi
anche neri.
noi siamo appartenuti
a qualcuno o qualcosa
e ve lo dico ora
che i consumi si sono ridotti
all`osso sacro
alla tumulazione
di tutti i sé.

moderati

diffida dei moderati
introducono al declino
alla disfatta. hanno
il sangue freddo
demordono.
i democratici
corrompono e livellano
continuamente verso
il basso e sempre più in basso
oltre al fondo del barile
oltre ogni limite
oltre ogni vergogna.
resteranno le briciole
ed i maiali non ad ingrassare
ma a grufolare
come boe sganciate
nella marea alta.

con lentezza dolce

con lentezza dolce
ed appartata si cuoce
il bianco riso. sobbolle
come vivo e penetra
l’aroma nei muri
a quanto pare
così duri
come fiore in una stanza.
tu non hai tempo
(e chi ce l’ha)
o non vuoi
non importa. mi piace
cucinare -puntare gli occhi
alla materia curarla
vedere che muta-
sublima a piccoli gradi
da inerte a commestibile.
l’arte della cucina
è questa evoluzione
che ammanta ogni cuore
che si rispetti. e altri
organi
a scalare.
è una resistenza muta
che si scioglie.

ci sono tutte le mattine del mondo

ci sono tutte le mattine del mondo
che ti vedono e quelle mattine non hanno
i tuoi occhi -forse ti guardano
ma non ti sentono. tingersi del giorno nuovo
con le impellenze le bollette
la fila alla posta dal panettiere
un senso di perdita e di raccoglimento.
come stare sotto la doccia
bagnarsi e pulirsi
disinfettarsi e lenirsi
ma non poter cantare.
quel suono che inventa e culla.
ecco i tuoi occhi
e cosa sono.

a zolle

conforta la tenebra
lontano dalla serie
dall’abbozzo ripetitivo
che noia vita:
dall’alto vedo
come dal basso
e non c’è tutta la furia
dello sconvolgimento
che ossigeno genera
l’acqua gelida.
straziante megalomania
del già visto
del già vissuto
compiuto da un’infinità
molle e apatica
come fondo del bosco
a macerare.

reso? no

impertinente indifferente
affabile non troppo inclusivo
tendente all’assoluto schivo:
non m’incenso ma m’accendo
non trascendo e non m’arrendo
se c’è quel verso non atteso
forse un reso da un poeta di peso
capitolo oramai al rap allo sketch:
poesia moderna poesia di guerra!

perdono

si perdono dei pezzi
per strada
anche a moderata velocità
io non so che pezzi
sono importanti
ed altri no
so che i corpi
trasmutano e diventano
gassosi -le mani nuvole
il cervello un arcobaleno
il cuore una pianta
e come la polvere del cosmo
particelle elementari
plasma ionizzante
omosfera silenziosa
tetra di suono
un ghigno dell’universo
che si decompone
davanti a te
davanti a me
ed io uso le parole
o forse loro usano me
come un burattino saccente
un talismano d’oro e pensante
svaniscono come un suono
in una lunga galleria
e ti chiedo perdono
posso solo avvicinarmi
ma non comprendere
come le dita
non raggiungono il polso.

svolte

coinvolto nelle svolte
nel magico valzer
sempre così tragico
nei risvolti dell’accordo
che si scorda nei giorni
di pioggia, sguazza
nell’esuberanza
della nostra carta straccia
i deliberati nostri
gli scorci segreti
secreti da menti brillanti.
coinvolto nell’emozione
terribile inazione
occhi che lacrimano
gongolano nel mondo
non sempre rotondo
che si smonta in onta
baraonda che conforta
e confonde.

tragedia del nuovo dispotismo

la tragedia
è la nostra accondiscendenza
spiriti molli
in cerca d`una botta di culo
una serie fortunata di numeri
cosa abbiamo da perdere?
un monolocale ridicolo
coi doppi vetri se già di proprietà
o le rate del mutuo
(si fa un mutuo su qualunque cosa)
o un affitto esagerato
con mille euro di salario
un lavoro svilente e subumano
per la sopravvivenza
il conto corrente da pignorare
un`auto che inquina
e ci fa venire un cancro allo stomaco
e metastasi ai polmoni
gli sguardi irridenti dei nuovi arrivati
nosocomi sempre più sfatti
come nel terzo mondo
con dottori inerti, non concilianti
fare il pesce teleguidato e fuor d’acqua
per i padroni del discorso
e non solo-
tenetevi il lavoro e sgobbate
(o fate finta se privilegiati statali
o della casta dei ricchi di stato
che impugnano la solidarietà
come una spada)
sino a che sarà possibile
sino a che sarà concesso.

una tenera

i tuoi capelli le tue mani
i tuoi polsi le tue cosce
ascelle dita ginocchia braccia
il tuo cuore che batte lì dentro
come un potente motore d`acqua dolce
lontano dalle lacrime dagli odori
dai sapori dalla pancetta che sfrigola
in cucina dal calore della fiamma
il mio sguardo di fuoco
il mio sudore che cola
dalla fronte di sole
che ho nel viso
leggero e felice
l’essenza della malinconia
nei tuoi lavori a maglia
nei miei colletti inamidati
potremmo morire facendo l’amore
per l’ultima volta
l’amore non si scoraggia
neppure con la lontananza.

*

quando iniziavano
le foglie a cadere
sapevo del tempo.
e del suo sguardo
profondo e segnante
come ora ad osservare
fuori la messa sognante
della brezza che sfugge.

poesia del cazzo

barzotto condottiero
bello duro e fiero
eretto o nano
scherzo o palo
rimpicciolito ego
cazzo ardimentoso
boa venoso
mai menzognero:
sempre vieni
e fai festa
violacea testa
a volte cervello
o sostituto d’idee
e pensiero.
uomo si fece cazzo
cercando della chiave
la sua toppa
deambulando
indifferente e tosto
come il naso
di gogol
alfine
fece gol.

*

si spezza la carezza
in dita cinque un palmo
un dorso, anatomia al sorso:
la mano d’un umano
s’apre, si chiude
assente di virtù
gesticola come palpebra
tante volte quanto
s’ama e s’odia
in un giorno
di sole poco.

schiene e culi

ho amato sempre molto
le schiene delle donne
(una volta una m’ha riso in faccia
facendomi apparire macellaio
d’anime in fiore)
e scendendo giù giù
i culi abbondanti
mollaccioni e segaioli
(non fraintendetemi)

l’arco della schiena
nel vedo non vedo
di un vestito elegante
mi procura potenti eruzioni.
la sismologia
è la scienza
delle vibrazioni.

#

quando credi d`esser nel giusto
sorge il dubbio, ti riconquista la confusione
a profusione le idee si fondano sulle illusioni
ho cercato tutta la vita una superficie piana
dove non affogare di verità altrui
ahi, il mondo fa male e che male
a volte può esser un pacco fatale.

vecchio

sì, son nato vecchio
ero già così ordinario e pacato
che mi sforzavo a certe idiozie
a certe stupidità infantili
in modo da non sembrare già
maturo come un frutto vissuto
precipitato nel buio sottobosco.
e nulla avevo visto, immaginavo.
una delle cose peggiori
potessero dirti era
ma dai, ma tu sei un vecchio!
una delle peggiori sentenze
non avevi diritto di replica.
ammutolito speravi
scemasse in fretta
l`imbarazzo. ti buttavi sul pop
ma adoravi mozart.
ti ubriacavi ma pretendevi
lucida disperazione.
loro giocavano a calcio
e tu volevi soltanto
un buon libro di poesie
e descrizioni succose di sesso.
dentro speravi che gli anni
svanissero come un sogno
rapido giungere
alla vecchiaia finalmente
a quel sentore di obsolescenza
mancato contenimento
acciacchi e tosse secca.
ma quello sguardo fermo
la fronte corrucciata
sputar tutto il veleno
le sentenze sarcastiche.
ho sempre sperato
di diventare vecchio
ed esserlo. almeno
per qualche tempo.

*

gli sguardi delle persone
sono un mondo a sé
si costringono in serre magre
e batuffoli di peli.
quando s’intercettano gli occhi
ci si può rendere conto
del mistero di un incrocio
o la massa calcarea
delle azioni in un accenno.
si compirà il mistero
pian piano dei polmoni:
il respiro è un’idea avanzata.
così come l’odore
ed in fondo il sapore.
un fenomeno balbettato
un curioso anonimato in strada.

buono a sapersi

il desiderio
è serio e faceto
è una vita
che s’avvita
infinita, svilita
dalla tv dalla scuola
dalla tribù che chiama
ma non ama.
dalle mille e più
immagini che propinano
esultanti massacranti
ogni giorno-
ti permea il brutto
che scava l`anima
e occulta la voglia
di rinascita-
orridi monumenti
alla bestia.
instrada la vita
a forza: che sforzo
fare il forte
a prescindere
ed io son debole
che in giro
non si sappia.

Venezia, novembre 2019

addolorato per gli spartiti
della Serenissima sotto il mare
vedo la nostra storia
dissolversi nell’acqua salata
concerti del Prete rosso
stingersi e scomparire
manoscritti scolorirsi
e perire. dove andiamo
senza i nostri compagni
i nostri padri? l’identità
la cultura non serve al mercato
quale popolo è così masochista
smemorato come quello nostro?
imperizia, pressapochismo
lo sfascismo storico
(questo sì, reale vero)
quale europa giustifica
un silenzio senza note?
meglio pare una musichetta da cortile
un paesaggio uniforme e pavido
una sala mensa da prefabbricato.

*

batte sul cotto
la pioggia battente
la sento arrivare
e deflagra
sui coppi. io
al caldo a riposare
vedo il mondo
da lontano
come un aristocratico
ante litteram.
sono stanco
esaurito nel declino
della settimana non santa
sento persino dei tuoni
è novembre
stacco la luce e le antenne
e se un fulmine m’acchiappasse?
m’eclisso
in uno sbadiglio
un po’ fesso
indefesso
mentre il rumore
della pioggia
mi culla.
è che non son più bambino.

polvere

ho paura che le parole sfuggano alla tempesta
per rivelarsi spago contorto e battistrada senza ruota.
ho paura che il sangue versato sia traboccato di buio
ed il temporale sarà senza pioggia ma di una cascata
di grandine battente. ho paura del canto refluo
degli occhi che guardano, antenati di pietra e terra.
la paura si stempera nei morti e nei fuochi fatui
lì a testimoniare, come la polvere sul mobilio dei vivi.

gaio

son gaio di natura
ma mi volete turpe e cupo
volgare e istintuale
con gli incubi e anchilosato
in un manto depresso
come un adagio drammatico.
questa è la vostra proiezione
io sono anarchico e selvaggio
mi faccio un baffo degli schemi
e dei corretti una minzione.
la politica è una farsa
incipriamoci assieme il naso
un rosso acceso
per non dar di peso.

abbraccio di figlio

l’operaio a fine turno si vedeva deformato
nell’olio emulsionato, ansioso attendeva
il termine del giorno stramato, assente e fiducioso
mirava all’abbraccio del figlio, al suo tenero bacio.

la verità

mi vien difficile giubilare
debbo frustarvi, picchiarvi
attaccarvi al muro
schiaffeggiarvi e vessarvi
per raccontare la bellezza
o qualcosa di simile
la compiuta armonia
ed il sale della terra
il nome d’un padre
di una madre
ed il nome del figlio
con la stessa iniziale.
anche il brutto ha cuore
e dopo la lunga tenebra
s’assottigliano le cazzate
i luoghi comuni le falsità
e prima o poi il sole splende.
ché il cuore ha una capacità
minuta ed i minuti si staccano
dal cielo con un’infinità
di dietrologie. ché la marea
assottiglia i nomi e rincorre
la tenebra. e la tenebra
diventa verso nei campi di grano
nei laghi, nelle torri d’avorio
d’un cuore qualsiasi -arida pompa
che si sfama di limatura di ferro
e giudizio sommario. che s’infiamma
di rosso tramonto e carne che canta
come un filamento di stelle
lavorato con abnegazione
pulsazione di vento
e sisma.

richiami

richiami i miei sensi di colpa
con la scure dei fatti minimi
quelle carezze, quei colpi di tosse.
al vento siami affiliati, una brezza
lontana che specchia nei muri
arrotonda gli spigoli. volendoci bene
abbiamo già trasgredito all`indifferenza
che preme al di là della porta
che non è chiusa a chiave-
i cardini cigolanti ed il nostro respiro
all`unisono, come un duetto di Verdi.

nuvole nere

le nuvole nere nascondono
il mal di pancia, la cancrena
il tempo che eclissa. poche gocce
di pioggia e piomba l`oblio
l`oblio dei traslucide apparizioni
d`umido, muffe, muschio
madide crepe e smottamenti.
digrignano i freni le auto
vie della gasata città
d`autobus che girano a vuoto
fracasso dei motori spinti
a frullare come frane
sul vecchio appennino.
i calanchi delle nostre
miserie viscide.
vorrei indossare trampoli
e non bagnarmi -il buio
ha colonne alte
la luce è barocca
e svampa. come me
che seguo l`infinito
come l`uva la volpe
e scoloro pian piano.
son sfiniti
e fanno tutti un gran baccano.

come un bicchier d’acqua

bisognerebbe sputare in faccia
a certa gente
pretendere vittoria onori felicità
come se fosse naturale
la gioia, la dolcezza
il colore degli occhi buoni
bisognerebbe imbracciare il fucile
facendo pulizia
ricominciando a costruire.
ma poi si torna in superficie
le stelle non cantano più
il sudore ha il colore della polvere di ferro
la musica è solo quella della radio
c’è il silenzio della quotidianità
mentre l’universo è saturo di rumori
mentre l`universo se ne sbatte degli umori.

*

i silenzi che inquietano
sono attimi di musica
muta, colore di tela
esposta al sole ricco.
non dovrebbero
inquietare, al contrario
quietare il morbo
dell’occupazione
insonnolire il nervo
che pigia sul senso
pressa sull’usuale.
i silenzi a volte
si tengono per mano
come sodali di vuoto.
un vuoto denso
che colora le mani
che stana i dolori
che mira ai sensi.

*

tutto il meticciato percorso
porterà allo strappo
alla guerriglia.
parapiglia d`anime buone
politici fantascienza e odio.
mi piacerebbe come penna
far di tutto una veglia
un`attesa dipinta sui muri
una differenza che accoglie
un lungo incantato oooooh.
eppure c`è il sole ed il cielo
certo non intero, tagliato
da case e monumenti brutti.
affettato dall`acido che scioglie
gli zigomi e le cure.

condividimi

m’ami per quel che sono
poco molto o abbastanza
non c’è una precisa ricetta
c’è la noia ed il tempo che passa.
la resilienza della coscienza
dei nomignoli la melassa
dei dogmi il nocciolo duro
la sofferenza laica del mondo.
m’ami per i miei errori
per i miei addolorati refusi
anime nostre circonfuse
m’ami per costringermi
al cambiamento? no
non cambiarmi
ti scongiuro: è già così
difficile riconoscermi
specchiandomi ogni giorno
nell’allappato mattino.

giorni come questo

ci son giorni che il cuore
è un manicotto rosicchiato dai topi
un cristallo di marcasite
in una vena d`oro
una goccia di moccio
in un lago d`alta montagna
una scheggia di ghiaccio
del surgelatore a palla
mentre mi strisci accanto
non si muove una foglia
non fai rumore
il corpo è un`idea
encefalogramma piatto
se anche me la sbattessi in faccia
io neppure la piluccherei
i miei occhi scorati
bruciano di vuoto
non mettono a fuoco
sono postmoderno
sono postatomico
non provo che il nulla
mixato col niente.

bagnati

l’amore era un amore selvaggio
fatto d’un quarto di bue
e sanguinaccio. non era di testa
era tutt’istinto e sesso
la voglia d’accartocciare le lenzuola
imitando ansimanti animali ferini
inumidirle di saliva smegma sperma
ed altre gocce di santissima rugiada
facevamo numeri da circo
e virtuoso contorsionismo
sport estremo ed alpinismo
tutti e due giocherelloni
tutti e due un po’ troie in calore.
non so dire se fosse amore
posso dirvi che allora
avevo la resistenza d’un muratore
a cavallo dei venti (turgidi ricordi)
e lei la voglia tanta tatuata
sulle sugose grandi labbra.

*

sei indifferente al brusio della gente
ne fai parte, ma volgi lo sguardo
allegramente. è che sei alieno
estraneo alla retorica, persino all’arcobaleno.

le buone intenzioni

io so che la poesia
è uno stupro di massa
una melassa strafatta di xanax
e politicamente corretto
un singulto col retto.
una marchetta di travestito
una erezione di confetti
e pastelli irreali
una bugia smielata
cantata dall’idolo pop
e stupide groupie
un salasso di lingue lunghe
e saliva putrescente
un ascesso tronfio di pus
un unghia incarnita
un’ernia gonfia e dolorosa
una viscida parata
di cazzi mosci
e fichette arcobaleno.
un participio
passato e una femminista
fulminata. uno strappo
rallentato, un singulto di feccia.
una transizione
da televisione verità
e paroloni d’accettazione
tipo salviamoli tutti
retorica malsana

di cronisti melensi e ortodossi
mentitori seriali puttane nani e ballerine
con le ginocchia fracassate
e i culi sfondati
uno strato di melma
e disonestà disarmante
un rutto alcolico
di un politico medio cocainomane
con la scranna incollata
da re del mondo
tu non sai chi sono io.
burocrazia raggelante
di paese servo e fallito
con il burocrate statale
che ti fa il dito medio
dietro al vetro sporco
mentre tu sprofondi nella viltà
dei sottoposti
che sanno non avere una via
di fuga.
volano
farfalle multicolore
l’amore è assoluto
ed i fiori son belli
vero tutto. anche in parte
o nei sogni che fanno
assopire poco prima
della notturna pisciata
quando si ha tutto in mano
il proprio futuro anteriore.

ma c’è pure
il tocco del diavolo
la lingua biforcuta
il falso che sballa
la compostezza facinorosa
l’acido di batteria
il malocchio del cuore storpio
l’incubo degli uomini
dalle buoni intenzioni
in parata, come sanno
i vincitori gregari
dopo una lunga sanguinosa guerra
vinta d’altri
molto meno social
agli antipodi
del suadente canto delle sirene
24h24.

nulla resta

nulla resta
neppure l’idea
in testa.
neanche quella chance
tanto bramata
scivolata tra il desiderio
e l’opportunità
l’attuazione e i desiderata.
la data sfuma e sfianca
spuma come la cresta dell’onda
che prova e riprova
schiuma, riempe di scroscio
e gorgoglio: l’acqua
trova sempre
una via.
anche quella sbagliata.

quel che è stato

quel che è stato è stato
ora risorgiamo dalle ceneri
come splendidi pezzi artigianali
quando si fa la guerra
ci sono effetti collaterali
imponderabili ed irreversibili
ferite fantasma che s’appropriano
del dolore dopo minuti giorni mesi
anni d’artificio per non sentirsi fuoco
ma piccola scintilla nell’umido
di una giornata autunnale
con la tv spenta ed il silenzio
dei muri freddi. quel che è stato
è stato doloroso e grottesco
scivolati sugli specchi
tentammo un allunaggio scivoloso
(o una farsa allegra costellata di specchi)
ma restiamo ancora indispensabili
l’uno all’altro come taluni mattoncini lego
dai colori e forme differenti
ma con gli stessi incastri solidi
e perfetti. ci si compone
in complesse costruzioni nobili.
ci si scompone in singolarità
che pretendono rispetto.

sparso sulle lenzuola

il tuo cuore sparso sulle lenzuola
ha anticipato tutte le lacrime delle nuvole
sei fragile come cristallo di boemia
ed anch’io non so che farmene
dei miei muscoli d’uomo grosso
di maschio alfa fuori moda
della mia arroganza impotente
delle mie mani poderose
come veicoli anfibi
vorrei solo accarezzarti dolcemente
e procedere con gli occhi chiusi
come fanali nella nebbia intorpidita
e la bocca aperta, seguendo l’odore tuo
attraverso i tuoi anfratti docili
dalla fossetta sotto le labbra
passando per il collo di seta
bagnare il tuo ombelico
tornito finemente, gioiello lavorato
giù giù verso l’origine della vita
e tutte le tue contraddizioni calde.

sindacati

chi li vede più
i rossi nelle fabbriche
chini operai, assenti
con le menti
e le mani in serie
laboriose, erose
chi li vede piú
commentavano appassionavano
ora domandan la paghetta
in furia e fretta
come il prete
quando viene in cameretta
a bagnarla d’acqua santa
la farsa della salvazione
in nome di dio
in nome di marx.

*

fredda mattina
le persone vanno e vengono
senza una direzione
sui marciapiedi sfatti
le auto dovunque
senz’emozione.
il mercato creato
non è né caso
né fato: fatto
per occupare i poveri cristi
per arricchire i pochi affaristi
l’élite che ha sfondato
il muro del precariato
chi si sveglia al mattino
deve occuparsi le mani
callose scheggiate limate
non il pensiero.
dei suoi limiti
andrà poi fiero?

volitivo

non passa il tempo
quando non sei capace
di farlo passare
il passato un presente
continuo e volitivo
le ore non giungon liete
son in testa ma manca l`ariete
il pomeriggio pare una chimera
alla pensione manca un`era
chi diceva il lavoro
nobilita l`uomo?
un alieno certo
che ben sapeva
avendo in mano
la lunga leva
che di lavoro
viver non doveva.

il primato dell`economia

l`atea economia
religioni dei forti
l`atea economia
schiaccia la gente
ma la gente ancora tollera
sembra felice. coglie i fiori
della società dei consumi
fiori posticci. fiori derelitti.
temporeggia col male che scava dentro.
scure dei diritti, armagedon
dell`umanesimo, atea economia
ti sei presa tutto:
il colore la forma
l`odore il sapore il suono
il tatto. e i benpensanti
giocano col ludico frivolo
delle sciocchezze – il re
mai si mette in discussione.
hai donato il lutto degli abbracci
della carne che comprende
dell`emozione libera.
ora tutto ha un prezzo
e nessun valore
solo il dividendo è onorevole.
atea economia della sopraffazione.

scheggia

tu mi sfuggivi
scivolavi nei declivi
con sorte e statistica.
omaggiavamo l’eterno
così, delizioso caos interno
pendevamo all’inferno
così, con lo sguardo fermo.
tu mi sfuggivi.

svestizione

ho adorato la lenta svestizione delle piante
cadevano come regali inattesi le foglie marroni
e gialle, quelle arancioni più fragili ed inattese
crollavano davanti alle mie sicurezze di cera.
ed io felice neofita dell’incedere progressivo
ed io mantecavo ed assicuravo la tempra al cielo.
ci fu una siffatta esposizione al dolore
che mi fece cantilenare una dolente canzone
d’amore: ah, amore mio, ah, amore mio.

sei colluso col mondo

sei colluso col mondo
per obbligo
abnegazione
introspezione arrovellata
e ludica dinamica.
hai la mente che lucida
prende e calca
la sicurezza dei padri
il calore delle madri-
la sfida di tutti quanti
i meriti i demeriti
dei giganti
e la pavida smania dei nani.
il ciarpame del periodico
l’idillio di luce del creare.
stringe e vanifica
ogni reputazione
il bello è bandito
te lo devi cercare
e rabberciare.
memorizzalo e tienilo
vicino al cuore
sarà il tuo vitale
pacemaker personale.
la batteria non è infinita
ma la forza tua sì, ricordatelo
imprimilo sulla lingua
sui muscoli sui nervi cartilagini
sulla pelle sui capelli globuli
piastrine tessuti anima mente pensieri
rammentalo sul pezzo
ogni mattino ogni pomeriggio ogni sera
rammentalo e alimentalo
sul verso e l’avverso.
verso e avverso.

cancro

il cancro parola furente che acceca le urla
scavalcò tutto l’arco della famiglia mia
decimandolo come un accento gelido in un legato.
il cancro son sei lettere d’assenza e dolore.

tard’ora

quando ti cerco nel soffocante incedere del lavoro
giorno stralunato e obsolescente, nella sera a tard’ora
conficco i miei rami secchi nella terra di nessuno.
perché se son stato qualcosa oggi lo devo al silenzio.

gran fame

fredda è la mattina
dappertutto macchine
l’aria a fatica si respira
l’odore della civiltà è una deriva
la plastica ha sostituito i fiori
tra casa e azienda sono fuori
pendolare mi guadagno il pane
e alle otto del mattino
già ho una gran fame.
ha più fame l’operaio
dell’impiegato, l’impiegato
ha più appetito del padrone.
ed ognuno sacrificherebbe
il sottoposto senza pietà
senza una lacrima, un pomeriggio
intero di televisione verità.
i padroni però son sempre d’accordo
fanno scannare gli altri
attendono un accordo.
l’accordo prima o poi
verrà alla luce. è certo.
come il freddo e l’assurdità
là fuori.

*

sappi che ti sono sempre vicino
quando sei al lavoro
e contabilizzi e vendi
quando mi scoli la pasta
e basta coi litigi
appuntati di niente
viviamo una volta sola
e quella sola è splendida.
rinvieni di cuore e scaldami.
sei centro e corsa nel vento
ti scopro pian piano
poi ti svegli e mi baci
come se fossimo stati
per un’eternità distanti
lontani un tratto.

siete tutti

siete tutti tremendamente
ottimistici, candidi e smielati
e io vi devo dare certa
una mano per comprendere
la realtà e farvene scudo
per non finire a frignare
in qualche sporco angolo
zeppo d’immondizia polvere
e ragnatele senza ragni.
vi chiedo di limitarvi
nell’espressione e nella retribuzione
del bene. non tutti gli sguardi
sono interessati, non tutte le buone azioni
determinano un salario e occhi
d’approvazione. e non tutto il bene
è vero bene. vi domando
una posticipazione d’abbracci
e canti d’antichi paesani.
vi chiedo l’omeopatia degli sguardi
un silenzio in più
una giunzione tra là dentro
e questo sozzume qui fuori.
vi chiedo in sostanza
di limitare i vostri ipertrofici
me stesso, grassi obesi logorroici
paradisi dell’incensamento cronico.
abbiate pietà del mondo
e tolleranza per le parole.
dissennate le voglie
ma senza la spirale ottusa
dell’eterno godimento.
rinsaldate i pugni con le idee
scoprite gli angoli offesi
da frizione e cattiveria.
vi giuro che là c’è qualcosa
d’importante e luminoso
che non si scrive.
anche la luna aspira
a diventare sole.

frivolezza intensa

sono magico
non conosco il tragico
ho la televisione, un pasto
il riscaldamento, una auto.
m’intendo di elettronica
mi scalda la botanica
in cucina mi diverto
salto i fossi per traverso
è che ad imparare son lesto
son curioso ed armonioso
acido quando basta
ironico cinico economico
critico solitario bastian contrario:
mi lascio trasportare dalla brezza
della buona conoscenza
il gioco delle parole
che fanno il giogo del mondo
ingordo di competenza.
i poveri si debbon divertire
con tutti i giochi innocui
plasmando sogni come il pongo
restando ciò che son sempre stato
coerenza del bravo servo educato-
i civili restino tali
nella frivolezza.

una poesia per i fiori

canto l’epopea dei fiori
or che tutto è in malora
umido ammuffito ingiallito
c’è l’umore malsano
dei vecchi aliti, il marcio
della muffa, il sudicio
che incorpora e miete.
canto il giallo ed il rosso
che esplodono nella mano
come polvere pirica
scoppiano nelle iridi di gioia
come oro e cristalli lucenti
incido il legno del tronco
scrivo: qui giace la vita
la vita è sacra. ed anche
il nostro florido incedere.

non tace la pioggia

non tace la pioggia
vivace, schizzi e gorgogli
tutta la notte
le latte percosse. e le foglie
poche sopravvissute verdi
scivolano nello scolo
le acque chiare. se io
t’inseguo pioggia battente
con te scoloro.
non posso riposare
s’io t’ignoro. gocciolio
non abbandonarmi
m’assopisco come un bimbo
davanti alla finestra
bello il mondo
per ora mondato.