di là vicino allo specchio

fuori osservo e c’è oleosa la nebbia
ha piovuto tutto ieri e tutta notte
s’incolla ai vestiti e alle pareti
l’umidità terribile. in strada
fradicia romba un’automobile
le luci posteriori illuminano
le pozze e le gocce sulle foglie
verdi e residuali in un turbinio
di sghembi riflessi. è riapparsa
inaspettata come un monito
dopo un picco o una nemesi
la macchia scura di muffa
in camera da letto -di là
vicino allo specchio
ha vita propria e corpo.
abbiamo fatto di tutto
perché non ritornasse
abbiamo azzardato
completato le caselle mancanti
con rassegnata compostezza
con zelo manicheo e pazienza.
illusi: tutto ingiallisce
screpola sfibra degrada. eppure
tentare bisogna. imperativo
una volta almeno.

instabile o d’una certa nostalgia – una raccolta per i postumi

“I cammini del senso sono strani
deviano spesso misericordiosi
in altri, e vani, i suoi significati(…)”

P. Bigongiari

“siccome son stanco dei giorni uguali
ne metto insieme un numero incerto
per tentare un riassunto del momento”

l`autore (comunque un assente)

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piante e uomo

chiedono perdono i fiori
gli alberi inanimati
ma liberi ancorati
agli estremi del sole
del terreno immobile
chiedono perdono
ad una creatura
che non è un dono
con aratro macchine
e profitto: l`umanità
in affitto, sotto elenco
estinzione. sarà questa
la buona ragione delle radici
e dei tronchi, questa
la pietas della clorofilla
che non ragiona di meno
non ragiona da alieno.

recita

voglio far lo sciocco
per sentirmi strano al tatto
tutto d’un tratto
recitando bislacco
l’inquieto colore
l’eterno odore indolore
del vivere. t’attendo
attento al cubo
una recita lecita
per gli uomini
tutti.

percorso

il percorso
comunque sia
è corto
sta nel palmo
in un sorso.
ha un’obbligata
direzione
nessuna condizione
se non l’esagerazione
della propria
anonima missione

*

diviene, conviene, sviene
s’appropria della storia
dell’alfa dell’omega
dell’idea dell’azione
delle forme nazione
orrore della coabitazione.
va e viene, rincorre
s’oppone dispone
compone, spirito del tempo.
deforma informa
e contorna la memoria
di un alone opaco
è la confusione
la confusione
non ci rende liberi.

trambusto da reflusso

paracetamolo a gogo
per questi errori di dolori
ch’affettano e gorgogliano
come acque sciroccate
passate come pomodori
rosse come pomodori
e dolori di carne: la testa
vola s’invola irrora
di significati a tutte l’ore
e stona -piegata a metà
sperticato maelstrom
obbrobrioso interiore
stridio di vetro e lamiera
tinge l’intero di sclero
e nevvero vien lo stesso la sera
alla maniera d’un levriero
più e più paracetamolo
paracetamolo a nolo
paracetamolo a gogo
paracetamolo d’oro.

quando me ne torno a casa

quando me ne torno a casa
nella pausa pranzo
e mi trovo solo a tavola
accendo la tv
e mi ritrovo per questo ancora più solo
penso a
un modo per non soffrirne più
la società aperta
dovrebbe rassicurarci
i diritti a pioggia
costringerci alla democrazia.
in realtà le lettere e le parole
sono aperte per guardarci dentro
senza i liquami velenosi
delle ideologie.
in realtà è tutto vero
e tutto falso
al tempo medesimo.
e allora la street art s’infiamma
e i ghirigori sui muri
sono la firma dell’anarchia
e di una fondata ignoranza
capillare. tutta la libertà
della storia
in pochi anni rigidi
(siamo bolliti)
e farsi onanisti
professionisti.

tutti i se

dovrei pure esser
filosofo
mi basta vivere
lavorando e padre
e nelle pelli
vedervi gli sguardi
anche neri.
noi siamo appartenuti
a qualcuno o qualcosa
e ve lo dico ora
che i consumi si sono ridotti
all`osso sacro
alla tumulazione
di tutti i sé.

moderati

diffida dei moderati
introducono al declino
alla disfatta. hanno
il sangue freddo
demordono.
i democratici
corrompono e livellano
continuamente verso
il basso e sempre più in basso
oltre al fondo del barile
oltre ogni limite
oltre ogni vergogna.
resteranno le briciole
ed i maiali non ad ingrassare
ma a grufolare
come boe sganciate
nella marea alta.

con lentezza dolce

con lentezza dolce
ed appartata si cuoce
il bianco riso. sobbolle
come vivo e penetra
l’aroma nei muri
a quanto pare
così duri
come fiore in una stanza.
tu non hai tempo
(e chi ce l’ha)
o non vuoi
non importa. mi piace
cucinare -puntare gli occhi
alla materia curarla
vedere che muta-
sublima a piccoli gradi
da inerte a commestibile.
l’arte della cucina
è questa evoluzione
che ammanta ogni cuore
che si rispetti. e altri
organi
a scalare.
è una resistenza muta
che si scioglie.

ci sono tutte le mattine del mondo

ci sono tutte le mattine del mondo
che ti vedono e quelle mattine non hanno
i tuoi occhi -forse ti guardano
ma non ti sentono. tingersi del giorno nuovo
con le impellenze le bollette
la fila alla posta dal panettiere
un senso di perdita e di raccoglimento.
come stare sotto la doccia
bagnarsi e pulirsi
disinfettarsi e lenirsi
ma non poter cantare.
quel suono che inventa e culla.
ecco i tuoi occhi
e cosa sono.

a zolle

conforta la tenebra
lontano dalla serie
dall’abbozzo ripetitivo
che noia vita:
dall’alto vedo
come dal basso
e non c’è tutta la furia
dello sconvolgimento
che ossigeno genera
l’acqua gelida.
straziante megalomania
del già visto
del già vissuto
compiuto da un’infinità
molle e apatica
come fondo del bosco
a macerare.

reso? no

impertinente indifferente
affabile non troppo inclusivo
tendente all’assoluto schivo:
non m’incenso ma m’accendo
non trascendo e non m’arrendo
se c’è quel verso non atteso
forse un reso da un poeta di peso
capitolo oramai al rap allo sketch:
poesia moderna poesia di guerra!

perdono

si perdono dei pezzi
per strada
anche a moderata velocità
io non so che pezzi
sono importanti
ed altri no
so che i corpi
trasmutano e diventano
gassosi -le mani nuvole
il cervello un arcobaleno
il cuore una pianta
e come la polvere del cosmo
particelle elementari
plasma ionizzante
omosfera silenziosa
tetra di suono
un ghigno dell’universo
che si decompone
davanti a te
davanti a me
ed io uso le parole
o forse loro usano me
come un burattino saccente
un talismano d’oro e pensante
svaniscono come un suono
in una lunga galleria
e ti chiedo perdono
posso solo avvicinarmi
ma non comprendere
come le dita
non raggiungono il polso.

svolte

coinvolto nelle svolte
nel magico valzer
sempre così tragico
nei risvolti dell’accordo
che si scorda nei giorni
di pioggia, sguazza
nell’esuberanza
della nostra carta straccia
i deliberati nostri
gli scorci segreti
secreti da menti brillanti.
coinvolto nell’emozione
terribile inazione
occhi che lacrimano
gongolano nel mondo
non sempre rotondo
che si smonta in onta
baraonda che conforta
e confonde.

tragedia del nuovo dispotismo

la tragedia
è la nostra accondiscendenza
spiriti molli
in cerca d`una botta di culo
una serie fortunata di numeri
cosa abbiamo da perdere?
un monolocale ridicolo
coi doppi vetri se già di proprietà
o le rate del mutuo
(si fa un mutuo su qualunque cosa)
o un affitto esagerato
con mille euro di salario
un lavoro svilente e subumano
per la sopravvivenza
il conto corrente da pignorare
un`auto che inquina
e ci fa venire un cancro allo stomaco
e metastasi ai polmoni
gli sguardi irridenti dei nuovi arrivati
nosocomi sempre più sfatti
come nel terzo mondo
con dottori inerti, non concilianti
fare il pesce teleguidato e fuor d’acqua
per i padroni del discorso
e non solo-
tenetevi il lavoro e sgobbate
(o fate finta se privilegiati statali
o della casta dei ricchi di stato
che impugnano la solidarietà
come una spada)
sino a che sarà possibile
sino a che sarà concesso.

una tenera

i tuoi capelli le tue mani
i tuoi polsi le tue cosce
ascelle dita ginocchia braccia
il tuo cuore che batte lì dentro
come un potente motore d`acqua dolce
lontano dalle lacrime dagli odori
dai sapori dalla pancetta che sfrigola
in cucina dal calore della fiamma
il mio sguardo di fuoco
il mio sudore che cola
dalla fronte di sole
che ho nel viso
leggero e felice
l’essenza della malinconia
nei tuoi lavori a maglia
nei miei colletti inamidati
potremmo morire facendo l’amore
per l’ultima volta
l’amore non si scoraggia
neppure con la lontananza.

*

quando iniziavano
le foglie a cadere
sapevo del tempo.
e del suo sguardo
profondo e segnante
come ora ad osservare
fuori la messa sognante
della brezza che sfugge.

poesia del cazzo

barzotto condottiero
bello duro e fiero
eretto o nano
scherzo o palo
rimpicciolito ego
cazzo ardimentoso
boa venoso
mai menzognero:
sempre vieni
e fai festa
violacea testa
a volte cervello
o sostituto d’idee
e pensiero.
uomo si fece cazzo
cercando della chiave
la sua toppa
deambulando
indifferente e tosto
come il naso
di gogol
alfine
fece gol.