ho la mitezza nel cuore

ho la mitezza nel cuore
ma il martello nel braccio
senza uno scopo
il senso delle formiche in fila
va a farsi benedire.
i semafori rossi.
il canto attutito del pettirosso
e a ruota dei pochi
pochissimi passeri solitari.
le auto inquinano i colori
e una malattia fa sembrare
più stupidi e più sobri
meno intasati da polveri sottili ed affini.
avvinazzati andiamo al lavoro
per incoscienza e una specie
di noncuranza per il prossimo
e l’alba tra le ciminiere green.
non c’è spazio per le persone
nemmeno la domenica
quando s’andava in chiesa
e si credeva al sol dell’avvenir.
ho la pulsione e la sincope
il colore rosso del sangue
è ancora lì. testimone
dell’immaturità delle parole
e d’un sol leone. spazio
alle idee e al mare calmo.
spazio al silenzio
dopo il tramonto.
il gufo. i muri tremano
ma terremoto non pervenuto.
per oggi è tutto.

le i

son stato degenerato
in qualità di bipede
strutturavo i discorsi
per venirvi in contro
in autoscontro.
balbettavo la mia incapacità
ed inneggiavo a strumenti
di lavoro obsoleti. mi trovai
un computer fra le mani
ed una urgenza di puntini
sulle i. cercai poi
la pignoleria
ma non seppi nulla di lei
e conobbi i malcostumi
dei paesi latini.
la latrina dei luoghi
in comune mezzo gaudio.
ed invariato
sino a pesare
l’assenza di suono.
l’essenza del fornicare selvatico
della carne rossa
attento al colesterolo
ma non a sufficienza.
i versi sono questi
satolli rantoli.
queste manette al suolo
ed uno sventolio di cielo
salmastro. un astro
che strimpella d’amori.

può darsi che da qualche parte

può darsi che da qualche parte
ci sia bisogno di te e allora
non adagiarti non indugiare
scava l’intonaco del muro
giungi al nervo che comanda
conduce e rimanda. il nerbo
della terra è quel furore
che avanza, quell’insensatezza
nel fluire come la pulce d’acqua
lungo il corso del fiume
corso che s’ingravida e langue
stempia in laghi e risacche.
la piena corrente, le rapide
il fluire placido alla foce.
tutto cresce s’inturgidisce
e sfocia nel ramo maestro
quello a cui tutti ci si tiene
ci s’aggrappa come alla fede.

gioco

naturalmente il pomeriggio
è una risacca senza musica
salmodiare pallido e assorto
e le tentazioni sono grandi:
liberasi un giorno del giogo
della schiavitù. ma per far cosa?
guardare finalmente in alto
l`azzurro saturo cielo cupido
arriverà un amore. oh sì, arriverà
e non sarà più come prima.
tra l`altro non lo è mai stato.
nemmeno con le parole.
e le mani mobili come pose.
neppure col trucco
dell`astensione.

tramonto

c’è abbastanza sole per chiudersi alle spalle
la porta e andarsene, ma non c’è voglia
di vedere le facce cupe degli italiani in giardino
col bimbo, colle sigarette, col cagnolino.
tramonta il sole nel giallo arancione
che non è ancora tepore, tramonta
la voglia di vedersi consumare fuori
eppoi è l’ora dei corvi gracchianti
delle gazze che hanno devastato il nido
delle pantegane sui bordi dei marciapiedi
squittendo nei puzzolenti sacchi della monnezza.

giorni che non dicono

ci sono giorni
che non dicono nulla
mentre noi sospiriamo loro
un’avvertenza:
tempo ti prego
in alto mare non mi lasciare
con profondi solchi
come quelli del vinile
che cantino tuttavia note regali
doni di pace e buon senso
ma giorni così son rari
non si incontrano quasi mai
come i binari
se non nei disastri ferroviari.

quando e se sarò vecchio

quando sarò vecchio
e vi giuro che già lo sono
non al cento per cento magari
ebbene quando sarò vecchio dicevo
d’anagrafe biologica ed interiore
senilità demente e poco prensile
un corpo grigio che si dilata
come un maledetto ignobile
tumore
non parlerò d’amori passati
(l’amore non mi ha mai pagato le bollette)
di stronzate che aumentino la glicemia
e sconvolgano gli intestini costipati
già sconsideratamente addolorati ed addolciti
non mi farò rigare il viso dalla nostalgia
dalle sirene della malinconia in scatola
ma intratterrò con uccelli mosci e flebiti
con sacche d’urina e verde espettorato.
a pieni voti il dottorato
della vita è bella.

poesia portali via (versi stretti per l’apocalisse)

poesia abbandona
la via della seta
della carineria
della carezza.
astieniti dai partiti
dalle ideologie
dai miti. poesia
sei il sole e la bruma
lava e ghiaccio
meta e viaggio.
sei scoscesa e vilipesa
dai santoni
dai benpensanti
svilita e ammansita.
sei potere
consorteria
circolo e ricircolo
pozzo nero.
la rima
l’endecasillabo
la vita.
il bianco ed il nero.
per me sei meteorismo
e meteorite:
quando cadrai
sopravvissuti
non ce ne saranno.

quanto ama

come piacciono i grandi attori
che pontificano sull’amore.
i grandi temi universali, l’odio.
poi sotto i ponti tanti cristiani
si scannano tra una siringa
una fumata di crack o dormono
nel pluriball ed un cartone
per tutti i giorni a venire.
occhi alla luna fredda
che non si chiama
né canta del cuore.
si sta così caldi nella buona
educazione. nell’anelito
del buono. quant’ama
l’amore.

titolo

lo spazio dell’amore si restringe
come cotone sbagliato e viene
terra e aria, ripensamento. la gioia
è una ricchezza che spesso non ci compete

meglio il disadorno operare del caso:
nel bosco il gigaro chiaro miete vittime.
il postulato latita, l’assenza a volte riempie
anche le lacrime che nascono senza perché.

perché morire dopo tutto
se a comando si può esistere e amando
un modo, un’acquisizione di peso e misura
amare come postilla, con asterisco

nel fondo bianco del foglio da colorarsi.

benestante

eravamo vitali
anarcoidi
rivoluzionari
siamo stati
tutto
quel che oggi non siamo
a che pro
il ricordo
per incaponirsi
per pagare dazio:
tutta la libertà del mondo
non salva l’uomo
benestante e stolto.

la verità

nemmeno in chiesa
van più i peccatori.
in scroscianti applausi
si salvan soli.
hai i suoi vizi
l’autodeterminazione
una patologia
il libero arbitrio.
la democrazia una farsa.
la città un lipoma:
s’ingrassa ma senza
valvola di sfogo
nessuno che abbia il coraggio
di schiacciarlo
il bubbone
si sporchino le mani
e le menti.
s’incancrenisce
ma non c’è penicillina.
ci vorrebbe una pandemia
un catastrofico uragano.
ma non c’è nulla
se non paura
ed una sottile e sobria
indifferenza
non ne potrai più fare
senza.
ci sono case sfitte
e quartieri di merda.
puzzo di chiuso
aria insana.
il rombo dell’autostrada
la coltre arcigna
della sirena sguaiata.
sparito il merito
c’è solo la colpa.
la colpa di tutto
sballottata
di qua
e di là.

impotenza

l’impotenza
ecco un’urgenza
della nostra società
guardare dalla finestra
distrarsi con qualche festa
vedersi i morti poveri alla tv
(grazie ai giornalisti eroi
pochi che fanno ancora
il loro mestiere in verità)
spappolati dalle bombe
i martoriati e gli storpi
persi nella notte
sotto un cielo di lampi
e scie di bagliori accecanti
a cosa serve vedere tutto ciò
non so, forse ci convincerà
che il mondo è orribile
l’uomo malsano
e la sua natura
è esserne contro
contro se stesso
contro i suoi simili
contro la vita
è lotta antica come il mondo
che ci fa arrivare
impotenti
al fondo.

*

urla a squarciagola il bambino iperattivo
squarcia l’aria che lo respira, terso il cielo
sfregia il silenzio d’ogni torvo malcontento
e irrita, sì irrita forte, sconvolge ogni freno
vezzosa s’invola nel pensiero la luce vitale
tenera e feroce a liberarci subitanea dal male.

il mistero

c’è tutto un mistero
all’interno della casa
sotto il tappeto
dietro al frigorifero
dentro il vaso
sul mobiletto del salotto
dietro la siepe in giardino
nello scappamento dell’auto
nel camino e nel tubo
della bici
c’è un mistero nel cielo
tra tutte quelle stelle
nella luce fumosa
del mattino
quando i ghiaccioli pendono
come sogni
e il nero
sembra risplendere
di luce.
sembra
risplendere
di
luce.

usuale

quando passano gli anni
che altro non possono davvero
quando passano gli anni, dicevo
s`inerpica nei corpi quella repulsione
che proprio odio non è in conduzione
è per noia manifesta dei nomi esclusione
dei regali dei baci dei fiori dei pranzi.
l’usuale toglie fiato all’attuale.

*

c’era una notte buona e una cattiva:
quella buona fu tono acuto di sirena
carica di spacciatori, la cattiva
refurtiva e urla sguaiate d’alcool
e cocaina. ed era appena buio
quello che cola sul davanzale
come una blatta, non attutisce
non implora, ma scardina ed è led
freddo come lama da battaglia.

sudore

non ho voglia di sognare
un`alba né un’apocalisse
morbida. sono stato educato
ad essere pedina e così sia.
ho appena fatto il bucato
ma so che non tutto si può
mondare. l’estate è lontana.
quelle sere aperte e sonore
quando per un attimo
si smette di sudare
e si pare tutti fratelli.

reality

sostengono che le urla
siano il sol modo
per accorgersi della luna.
ma urlare non serve
basta descrivere e raccontare
privi delle scuole dei partiti
i ruffiani che tutto tengono
i porci vegetariani con le ali
le ali di pollo degli apericena
alcool e tabasco e sorrisi tanti
tra una cicca e una striscia
tra una sveltina di mano
e l’odore di fica.
la realtà brulica di vermi
e orride gambe pelose di donna.
d’uomini non tengo il conto:
ormai son fantasmi di se stessi.

paura

la paura ce l’hanno i poveri
indecenti s’affrettano
nei supermercati 24h24.
raccattano alcool e disinfettanti
di proteggersi s’illudono
con la chimica spicciola.
il terrore marchia a vita
le pecorelle smarrite.
la scimmia non pensa
la scimmia non fa.
tutto è poi relativo:
il virus è il vero nativo.
e la morte è un corollario
dell’ abuso.

ricordo

la ricordo bene
fragile e secca
pacata in pace
non muore a casa
in clinica la mattina
la imbucano in cantina
uno sgabuzzino buio
con le mani intrecciate
col bianco filo
ad una piccola campanella
chissà dove lassù
in segreteria. ricordo
lacrime e nostalgia
degli anni bambini
le sarde fritte
le torte salate
il luminoso salotto
le tende eleganti.
ricordo che piansi discreto
il contenuto mezzo fuori
e mezzo dentro
avevo il terrore
che si potesse svegliare
sola al buio senza nipoti.
senza i castagnacci.
mi vedesse triste e lontano.
lo scantinato per intero
dedicato a lei.
il giro di giostra è finito
ora sei spenta e fredda.
torni alla terra.
non subito nello zinco
eppoi nell’ossario
fossa comune
di sconosciuti amori.
corpo morto cade.

montagne russe

——————————————————all’amore naturalmente

ho voglia di scopare una ventenne
infilarle le dita nella fica elastica
e chiusa ed avvolgente come infibulata
labbra su labbra come fettine di vitello
sottili sottili al taglio umido sangue
vederla allargarsi gemente e bagnata
sono un uomo che sente l’uccello
pulsare ed ergersi come una montagna
incantata. afferro il culo sodo come marmo
mani arcuate e divaricate
mi tira come un cavallo
sono determinato come un mammifero in calore
non me ne vergogno affatto -sono animale
gemiti e urla son dentro al contratto
cremine pastiglie e postille faville.
tiro fuori dai muscoli elastici i gemiti
e tutta la forza dell’umido rinculo
quando è un corpo solo meno ridicolo
e in verità sono due che sciolgono
i sudori i clamori i sapori gli odori
in un’umida carovana che ondeggia, si dissangua
e la mia sacca segue il moto con lenti movimenti
avvolgenti e un po’ comica fa clap clap -applausi
il gelato hai un gusto solo: dolce
e un po’ salato. mi dicevi
che fino ai sessanta noi maschi si è giovani tori
mi sospiri or ora: scopami con vigore, sculacciami
ed infilami la lingua in fondo, in gola
cercheremo lì assieme un’anima
che non sappia di plastica
coi guantoni da valchiria
e una pennellata di poesia
inno alla gioia. evviva. bang!
poi dopo ti tremano le gambe
hai finito il respiro
e ti senti già un vecchio bacucco
non sai mica se vuoi ricominciare
se è più la fatica del gusto.
con tutto il viscerale rimescolio
te ne esci con un bel rutto:
be’, sei un romantico.
uno degli ultimi.
non c’è il minimo
dubbio.

perso nella traduzione

ho perso il peso
del mondo delle cose
non delle rose
so che tutte son pose
richieste annose
danni malanni
ho circoscritto l’inghippo
ne scrivo or ora non antico
schivo e gioioso, petaloso
son nato non per rubare
le rose, ma per disegnarle
con certe dimenticate parole
fuori dalle modaiole
discotecare frivole
pulsioni popolose.

colore e fiore

il fiore
è a metà
se non c`è colore
ed il colore viene con la passione
con la compassione
l`empatia.
ci sono giorni così grigi
ce ne saranno colorati forse
come lo spasmo
che da il soffio elettrico
ai muscoli
abituati alla ripetizione
non abbastanza umani
non abbastanza inani.
lo saranno
presto
con insufficienze
ed errori.
è un approssimarsi parco
al centro del suono
al rimescolio
della cascata.
al crogiolo
del pensiero
che ribolle.
alle mani che dipingono
una carezza
un atto di fede.
una campionatura di bene.
o il contagio della remissione.

temperato temprato

gli anni ho tutti
per esserlo vissuto
ma questa vena surreale
m’attrae, sgomenta
è di turno un costrutto
come la pausa
nel mezzo del lavoro
o le ferie, che poi
il ricominciare è fango duro
sintetico come Bignami
astratto come desiderio.
del vissuto che ne faccio?
ce l’ho, non lo sento
ci vivo dentro, scalpita
ogni tanto, s`arrampica
e freme o tramortisce
o incauto infierisce
perché muore
dolcemente un poco
al di fuori della mente,
della gioventù l’attraente
vitalità svilita.

luci nella notte

le luci della notte
son fari di carne
e tempie e ciglia
son tenebrosi sguardi
di celati angeli
idee e madri malate
che in grembo han tenuto
il più bel bambino visto mai
quello che è cresciuto ora
ed è indifferente
sta nella gente
ma non sa più niente.

i poeti gioiosi

volete che io gioisca
che v’imponga la felicità
ne straparli in endecasillabi
ma ciò che è imposto annoia
alla lunga e la noia si tramuta
in disperazione e nausea .
il canto delle sirene sviene
e i corvi assaltano la preda
nel fortino dell’incomunicabile.
diffidate da chi si prostituisce
in una gioa posticcia e capitale.
diffidate da voi stessi quando
il sole si tramuta in coro
di voci bianche. anche il veleno
pare uno sciroppo goloso.

eh, se lo sai

la situazione si fa
maledettamente complessa
oggi, saturi di informazioni
inutili e sciocche.
è il mondo delle illusioni
illusione di piacersi
e piacere
illusione di sapere
e dover per forza
esprimersi
su qualsiasi cosa.
è il curriculum
richiesto dalla società
società che ti sbatte
in prima fila
con popcorn e bibite gassate
hollywood insegna
a far le guerre sbagliate.

somari

sono stremati dai contenuti
così malfermi d’apparire
sfocati ed incerti.
ipotetici i significati.
i significanti non li hanno
ancora catturati. danzano
aerei in un cielo di stelle
matte. ed eclissi di civiltà.
i somari insegnano.
son testardi.

l`aspirazione subitanea

tra una saldatura ed un cablaggio
spuntano le parole vive come un paesaggio
erezioni campestre di un lucido giallo.
rupestri anfratti le idee brulicano a tempo
come un vento che cede alla radice del capello.
i sospiri si schiantano rallentando
e non c`è significato che colga l`attimo.
carpe diem sostenevano gli antichi.
i maestri non possono sapere
le ispirazioni delle giovani leve.
lieve niente si crea tutto si distrugge
e nel frattempo tutto a morte riluce.

la merda

dalla merda tutto nasce
tutto si crea e tutto torna
ritornare vivendo
è la dura legge della chiavica
ripeteva mio nonno
dalla cantina. fabbricava
scope dalla paglia
nella penombra statica.
il puzzo il fetore
sono marchi di fabbrica.
la merda
è senz’ombra di dubbio
il primordiale succo.

marco

marco s’è accasciato a terra
s’è pisciato addosso birra ed incubo
petrolio in lattina da otto gradi e mezzo
ha la spada piantata nel braccio
viola come una melanzana matta
guarda in basso con laccio emostatico
lasco. marco dice che la roba buona
è finita. oggi la trovi in giardino
tagliata col veleno per topi
e la limatura di ferro. dice che
quando è strafatto non sente
l’uccello con gli occhi neri
che lo becca forte e selvaggio
gli toglie gli occhi dalle orbite
non lo lascia in pace e lo sodomizza
di buio senza fondo. l’uccello
lo vuole stecchito ma prima
lo vuole demente come una cellula
senza nervo. sa pure che un giorno
potrebbe non svegliarsi più
dal suo beato sonno.
su una panca sfatta
in un giardino
sotto stelle fredde
e puzza di carne morta.

nero cuore

il nero cuore della nostalgia
mi prende le gambe
non mi fa camminare.
nato nel quartiere operaio
giravano spettri d’intellettuali
sardi, russi e tedeschi
dall’alto del loro distacco
si è pianto parecchio
si sono dimenati
e scazzati nei bar e nelle osterie
ora mi chiamo fuori:
la complessità del mondo
non sta nei libri
in ricordi partigiani
bombardamenti e cecchini.
chiedo venia ma l’ardore
è un sudore che cola lento
dalle fronti non sempre corrucciate
mentre in un freddo gennaio
spazza via il vento gelato
ogni amenità -cartacce
e mozziconi sull’asfalto malandato.

applaudiamo

applaudiamo alla mattanza
stramba del tempo che plasma
che ritorce contorce educa
al minerale tenero e dolce
dell`avanzare vitale
che strappa ed accarezza
influisce o ignora
ci raggomitola, ci stritola
ci fa del canto le sue note
più dolci, rare volte. nelle capriole
contorte del destino cosiddetto
un contratto d`aria di dipana
di parole non dette, si plana
eppoi si precipita come una supplica
si risorge senza alzati e cammina
una semplice mattina
come le altre, non diverse
nell`infinito cicaleccio universo.

sconosciuti conniventi

l`amore è una stretta di cuore
muscolo arrogante e pieno
che sa pure di disonore
anche nel calore delle carni.
è per crear disguidi che mi guidi
tra una folla che canta di passioni
ma trovar ragioni tutti i giorni
si deve per non precipitarsi
nel fiele.

silhouette

certe silhouettes son fantasmi
certi visi divisi in stracci
colorano solo alcuni di sogni
i tratti. la notte già mattino
con quel tratto di divino.
il nuovo giorno di conoscenze
è un potente storno. avvenenze
del tempo traslato in comodato.

transgenico

la trans francesca
è una femmina
con qualcosa in più.
lei lo dice al cliente
è più delicata d’un fiore di loto.
l’uomo cerca un’amante
e una confidente.
cerca un pezzo di carne
che non mente.
l’uomo spesso è triste
o sposato: è lo stesso.
sono quei venti minuti
d’intensa transgressione:
si fa possedere con guanto dato
che a soffrire è abituato
in casa al lavoro sempre.
perdente predestinato.
s’offre in cambio di un orgasmo
che non sia centellinato
di un avaro meccanismo
di svuotamento momentaneo.
non è questione d’amore
è puramente funzionale.
essenzialmente emozionale
eternamente animale.

il grande camino arancione

il grande camino arancione
dell’ex manifattura tabacchi
s’erge come un totem di nulla
un grosso cazzo che non eiacula
senza palle e senza cuore
di fronte al cimitero degli autobus
le finestre spaccate suonano
percorse dal vento penetrante
il timbro acuto di un organo inquieto
ma non c’è più l’orchestra
e nemmeno la platea
il loggione l’han tirato giù
a colpi secchi di cannone
sembra di sentire i morti cantare
ma i morti non cantano
sono finiti nell’eterno dimenticatoio
ossario che crepita come un concerto di bartok
(anche shostakovich amava l’aspro suono
spigoloso ossuto del wood block
della frusta e soprattutto lo xilofono
fila d’ossa che si scuotono e s’arrabattano
per la fine del mondo)
la corsia preferenziale
percorsa da autobus vuoti
(gli spettri dei lavoratori
lungo la catena di montaggio
m’alitano addosso la loro anima catramata
e tumorale) le persone camminano
sotto il sole tiepido e poderoso
di una primavera che non c’è
sulla pallida pista ciclabile
sui sacchetti le cartacce la plastica
e tutta la merda dell’economia capitalistica
che ci fanno ingoiare ogni giorno
il mio lecca lecca sa di polimeri maleducati
il mio vestito buono non è cotone
né lana è tessuto da un dollaro al giorno
(ti diranno che è colpa tua
se l’antartide si sta sciogliendo
e gli orsi non sanno più
dove defecare e scopare)
siamo felici e dobbiamo comprare
la nostra gioia di vivere.
codice a barre reddito
isee detrazioni
e cittadinanza sfocata.
io sono un operaio
sono nato manovale.
umile discreto assente
come un fantasma incubato
negli incubi neri e vomitanti
nella risacca del sogno di gramsci
e compagni. ho le mani secche
nelle dita i tagli. mi fanno male
quando l’aria è fredda e ficcante
e le tonsille fremono tossendo
come un vecchio singulto di testata landini
compagni dai campi
i campi sono arsi dal sole
e uomini da pochi euro
senza sentimenti senza desideri
saranno sostituiti dalle macchine
compagni dalle officine
le officine sono sprangate
tutti al mare anche d’inverno
l’ultima spiaggia.
io sono un operaio
sono nato per costruire
assemblare e riparare
non saprei che altro fare.
ditemi voi. ditemi voi
le corde spezzate della chitarra
e quegli accordi dissonanti
dodecafonia degli sfratti.
ditemi voi del focolare domestico
e del sesso degli angeli.
ditemi voi del fuoco terminale
e della meraviglia di una nascita.
ditemi voi. ditemi voi
o tacete. per sempre.
paura nel sangue
preda. carne da macello.

zoccole

l’africana arriva
alle otto di sera
col bus. scende
con due borse
i cambi puliti
assorbenti e lattine
mille preservativi.
sputa a terra
e maledice gli uomini
e anche tutte le donne
nel suo idioma
grossolano e primordiale.
posseduta dal voodoo
dell’illusione
della disillusione
ha una faccia dura
come il carbone
che non brucia.
ha calze spesse
fa un freddo cane.
qualche bestemmia
unghie lunghe spezzate
colorate di rosso.
non è d’indole
romantica.

carnaio

si sentono urla bestiali
dal macello ch`esala
olezzo di sangue e merda.
straziano il cemento
e quel cielo ferito.
pozze di saliva e latte
carne e umanità varia.
i poveri non s’impressionano
alla vista della morte.
alcuni deambulano
ma sembrano estinti.
rigati da rossi capillari
occhi svestiti.
alcuni parlano
ma sembrano ammutoliti.

temporanei amori

lungo il fiume
i finocchi giocano
al trenino. s’ingroppano
come cani in calore
sotto alberi modesti
di notte e di giorno pure
il sabato si ritrovano
vicino alla cava. piccoli
sentieri di malta
costeggiano la massa
d’acqua placida.
libertini tra i rovi
gioiscono e vengono
abbondanti sulle foglie
e nei liberi culi
libero amore.

baldracca

la baldracca vuole cinquanta
in macchina e cento a casa.
un extra per il culo.
l’amore a ore ti costringe
a prestazioni celeri
su materassi pulciosi.
schizzi di sperma e saliva.
non ci sono lenzuola
né parole dolci sussurrate.

culi e poche tette

la periferia è una tenuta
senza grandi steccati
di pazzi e drogati
girano di notte
senz’ombra
e indifferenti alla luna.
odiano la luce
e la socialità
le paillettes
non dicono buongiorno
né buonasera.
i nigeriani ti vendono
una fettina di paradiso
per poche decine d’euro
in sacchettini di pellicola.
a volte ti vendono
pure la loro merda.
il culo è lo scrigno
più sicuro. porci
e non perle.

Simona

————————————————-tanti anni fa

Simona ha voglia di cazzo
è curiosa. ti prende per mano
ti porta dietro la collinetta
t’apre la lampo. non hai scampo.
a vederla è una bambina
pizzi e merletti anni ’80
le piace stuzzicarti.
è che sa cosa vuole.
occhi vogliosi
stringe delicatamente le dita
sulla pelle sensibile. morbida.
pare che l’amore inizi così
lontano d`occhi indiscreti.

Michele

a Michele piacciono gli specchietti
un colpo secco e vien via di netto
le auto in sosta in fila indiana.
Michele le ha buscate forte l’altra sera
gli han messo un sacco in testa
e giù botte. un gran calcio nelle palle
l’ha steso vicino al vespasiano.
una mano sulla sacca
l’altra stringeva terra e piscio.
sembrava di sentire un soprano stonato.

camere bianche

mio nonno sputava
una sbobba verde
vomitava col cancro
allo stomaco
metastasi in ogni angolo
ma in tre mesi ha risolto
con la moglie erano separati
da un’era geologica
a casa non lo volle
gli ultimi mesi-
pare qualche schiaffone
di troppo, amore
in azione.
si muore così soli
nelle camere d’ospedale.

homo erectus

sventole nude
zizze e culi fuori norma
appese in magazzino
inducono erezioni
e onanismi nei bagni.
gli operai sognano poco
ma quando capita
abbondano tutto
d’un tratto.

produttività

in postazione s`inala
la combustione dello stagno
e piombo. i fumi disegnano
arzigogoli bastardi
pure eleganti
che terminano spesso
nella cavità del naso
basito. cogli anni le mucose
si caricano di pesanti metalli.
non si pensa né con leggerezza
a qualche brutto male.
è solo uno dei tanti lavori
che ti portano alla tomba
rantoli e respiro affannoso
anche prima d`una pensione.

la leggenda

una coccinella sulla mano
attraversa la mia pelle
e le rughe indifferente
la osservo curioso
ed attento. ho la tentazione
di scacciarla con un cricco
ma poi penso
alla popolare leggenda
sulla fortuna: la faccio
girare e rigirare
come un astronauta
su un pianeta sconosciuto.
m’assopisco.
al risveglio il sole è calato
si sente una sirena
il rombo delle auto
sull’autostrada.
e della coccinella
non c’è traccia.
come faccio a sapere
se si è portata via
la fortuna?
coccinella dove sei?
ti prego
torna a trovarmi.

uomini

gli uomini barcollano di noia
i passeri osservano dall`alto
il guazzabuglio d`anime inespresse.
io ho scritto per testimonianza
e testamento. sasso carta forbici
alle undici hai lo sguardo altrove
oltre te, il lavoro, l`obbligo
e la frustrazione. ad ogni azione
una assente uguale e contraria.
non si leggono più giornali
se mai avessero detto qualcosa
di vero. un quarto di notizia,
uno di politica uno di economia
uno di faziosità. snellisce il nero.
il rosa forse è femminile. il grigio
più ci s`addice e non per la giornata
che è di sole. soli con gli occhi
saturi di luce.

*

tutt’amo del mondo l’improvviso silenzio
pur il rumore di fondo. lo sfondo degli alberi
scheletriti, il laghetto con oche, papere e carpe.
la mollica leggera e soffice cade come neve.

venitemi

giudicano già da lontano
senza il soprassalto
del dubbio
a miscelare e miscelare
la storia si scioglie
una logorrea di luoghi comuni
dei vincitori
ora vinti dai mercati.
storcono il naso
piegano il viso
a riportati dogmi
si salutano l’un l’altro
a mancare
uno dopo l’altro.
e venitemi pure a dire
che siete nel giusto.
vi impacchetto
e rispedisco al mittente
come uno sano di mente.

*

scotte le verdure
su una modesta cucina
d’operai che furono
il moderno esige
tempi assai brevi
e non la moderazione
non l’umiltà
non la penombra
del buono
del giusto.
acceca
la giustizia
degli altri.
sono i gesti che qualificano
e s’ingranano
come ruote meccaniche
e come i girasoli
percorrono un viaggio
determinato
diurno.
l’equilibrio
è un coccio di maiolica
che si spegne
esaurendosi
in equilibrio
su un tocco di vento.

il

rumore. ogni corpo
ha il suo rumore
come un fiamma
che lo circonda
e non brucia.
un’aureola
che non è pace.
una corolla di miele
e spine. un monumento
alla memoria.
quel rumore
può essere un sibilo
uno spostamento d’aria
come un tuono bianco
un cigolio o un ruggito
che s’arrampica
su stelle discrete
o eczemi di luce.
ogni rumore si spegne
ed è una nota
una pennellata.
ogni corpo ha il suo:
i viventi si cercano
e si trovano a volte
in quel brusio di terra
e mare. fronde
scapigliate.
con accenni
di cielo.

respiri

ti ghiacciano la pelle
certi sospiri: escono ed entrano
come un branco di lupi affamati.
famelici latrano e stridono
come schegge di vetro nel palmo.
i capillari sono una rete di gomma rossa
che ti schianta sulla terra
ti comprime il volto
deforma i tratti già scimmieschi.
i capelli una corda malata
che s’annoda e si snoda
in una furore sordo.
senti i respiri delle carni come coma
il sibilo di un polmone stempiato
la crepa nella pelle dopo un lifting d’odio
il lazzo dei nervi che afferra un motivo.
il malessere è un tentativo di pace
a volte quel desiderio di quiete.

astorico

vecchia idea inoperosa
che stalli di dogmi
nei lemmi che sfiaccolano
intingono nei concetti
pari e dispari e dintorni.
distinta idea che sobbolli
nei contorni. idea idea
che sfrigoli su padelle
rosse di sera e sbollentate
io ti chiamo a me medesimo
uno e trino e sempre singolo
idea strana con la maggiorana
maggioranza silenziosa
il terrore d’essere vuoto.
siedi vicina a me idea
che ti venga il colpo della strega
ed io con la bacchetta magica
possa realizzare il sogno mio
rintanato come la nato
in un cassetto della storia.

satellite

la luna che non cala
di rame anche la superficie
adorata da stelle lucenti
il nostro silenzio d`assenso
interrotto dalla luce che riluce
dei celesti corpi a milioni
ed il rombo della tecnologia
mano armata dell’umanità
senza pietà, dal capitale
dal consumo plasmata
malandata e sradicata.
dove vai satellite adorato
te ne vai? con chi
t’accoppierai? t’andrebbe
di legarti al povero
smunto cuore mio? a costo zero
s’intende. ricompensa alcuna
solo tu luna ramata
trapasseresti la cruna.

vale un silenzio

vale un poco di silenzio
la notte cheta
e la vita leggera
di palpebre semichiuse
e poco slancio.
come le piante e i fiori
fan bella mostra di sé-
nessun altro movimento
se non un respiro.
che muove progressivo
il cotone seconda pelle
che a distanza
appena è percepito.

*

stasera non c’è parcheggio
una lunga fila d’auto immote
le luci di fuori delle case.
poi gli scuri, legno su intonaco
un rumore secco, come costretto
è sera una volta. ancora.

la macchina

la tensione dei giorni
nelle minime flessioni
come legno in torsione.
ma non mi spezzo:
prendo forma, sì
al prezzo d’un mestiere
diritti e doveri
ad un ruolo nella macchina.
la macchina non si può
fermare, la macchina
è il destino del popolino
come chaplin tra gli ingranaggi
ma senza ironia, spazzata via.