censura

s’appropriano del cielo e della terra
ora esigono l’ossigeno e la libertà
della passeggiata ed il cuore tace
ché s’è occupati a guadagnarsi il pane
e lo sguardo è miope, ché il mondo
non abbisogna d’altri peccatori ed ignavi.
la carie si mangia il dente e tu che fai?
la testa giri dall’altra parte -il viso una foglia
l’albero è secco. le gambe giacomo giacomo
vibrano le sirene ma ancora non esplodono
di furore. notte dei tempi c’abbracci e ci svieni.
sugli occhi è stretta una censura di menti.

bastone e carote

ora gli eremiti sono felici
i soli sopravvissuti alla schiera
di morti ipotetici che deambulano
e frignano e passivi subiscono
i nuovi ignavi e ruffiani
che legano l’asino
dove il vento soffia.
bastone e carota!
bastone e carota!
eppoi solo bastone
ché la dialettica è frigida
e gli eroi sono impagliati
lascito di un mondo cremato
come il pesce nell’acquario
un mondo sfranto ed effeminato
che si vanta del sua impotenza.
puttane e papponi
vanno a braccetto
per l’ultimo servizietto.

viaggio nel cosmo

disoccupato del cielo e del sole
schiaccio i punti neri della modernità
il totale controllo delle menti e dei desideri
siamo munti dal padrone! perdonate
la semantica se è la piaga e la poesia
che non serve a far di conto
e non imbratta più i muri
delle città fantasma -ciniche e stronze.
perdonate il gioco del consumo
e l’idolatria del singolo. così falcidiate
la fantasia e un futuro dignitoso.
si spreme come un’arancia il tempo
per vessare e intimidire.
ma il seme volato lontano
dopo l’ultima improvvisa folata di vento
germoglia nell’isola imprevista.

fuga

la carne in frantumi
è un allunaggio affranto
un cimitero di sensi
e una cordialità soffusa
un abbraccio disfatto
una caserma d`ordini dall`alto
che non servono a guarirci.
mi schiero col sentimento
ed il vagito animale
non col gregge senza qualità
l`istinto esadecimale
che non eccede nel calcolo.
vorrei dormire a mare
sul bagnasciuga
con un senso di fuga.

la gazza

salta la gazza
di palo in frasca
sulla gronda tamburella
in quell’estate eterna
che è dell’anima.
e neppure la bugia
del sole perpetuo
ti sgancia dalla terra
umida e ferma.
salta la gazza
tu fermo alla superficie
linda pinta eternit
piegato dalla sberla.

chiusa

la città è morta
la gente in casa
non c’è pietà
nella chiusa
il preludio è stata la vita
anche quella schifa
da disoccupato
oppure dell’operaio
dimenticato nel seminterrato
occhi a palla, fisico stirato.
è stato bello vis-à-vi
entrarti nella testa
vederti ballare
di fiori e tango.

resiste

hai timore d’essere vago
di captare un guaito lontano
oggi il sole alto e accecante
risveglia i sensi contriti.
ci sono tanti detriti
la gola secca ed il nodo
e qui nello stomaco
un peso rappreso.
le vaghe stelle
non vigilano, prega:
forse l’anima resiste.

stazione

la luna in cielo
come un lampione.
si stacca il freddo
dalle stelle. siderale
e profondo come il nero
il ghiaccio si sposa
col silenzio -precipita.
notte di tutti -barlume
la stazione è un deserto
d’anime e le poche
coscienti dormono
un sonno profondo.
non credo all’astrologia
né all’astronomia:
sono un uomo profondo
in attesa di uno sconto
che s’è scollegato dal mondo.

giorno di pioggia

il giorno è di pioggia
il cielo s’incurva
in nuvole e pace
io ti credo e affermo
che il silenzio ci cinge
e neppure un respiro.
nessun fiore guaisce
il tempo inveisce
tra un attimo e l’altro
ci troviamo soli.

se il giorno

se il giorno è lieve
se la nuvola goccia
ed il rumore tiene
sospeso come piuma
dirottata dal vento
è come un tormento
l’attesa ti svena
e una carezza che non c’è
differenza farebbe.
se il giorno è lieve
se la nuvola goccia
è un’attesa. un’attesa
di terra e di mare
niente da aggiungere
niente da dire.

emozionale

scopare col metoo
è diventato opzionale
quasi un nodo scorsoio
di una pena capitale

le donne tengono
al solo fattore emozionale:
prima ti voglio
ti pretendo
poi ti spenno.
certo ci sono uomini
infami ed ingordi
grassi, brutti e porcini

oppure in forma perfetta
gonfi maneschi
tatuati e stronzi
ignoranti i più desiderati
i più celebrati

e persino pudiche maestre d’asilo
che s’immortalano nel coito
coll’emoticon porcina
di un giorno da leonessa
salvo sentirsi fessa
il giorno dopo
nella fama temporanea
del segaiolo indefesso

ma pure donne balorde
perché generalizzare
diventa tutto tiro al piccione
quando spari alla croce rossa
spargerai così tanto sangue:
col sangue il capitale
ci fa le scranne.

attendo

è panacea l’oscurità
d’ogni bene e d’ogni male
notturne imbalsamano le luci
i corpi sui muri nelle ombre
obbligati a starsene fermi
tutti a dire che bisogna
muoversi: andate, andate pure
io sto fermo. v’aspetto qui
nel mare anoressico del cemento
coi quadri dei defunti prego
un lungo sospiro di sollievo.

*

ed intorno mi guardo
c’è solo silenzio ed un mare
di normale ch’insegue
e fa paura come l’orma dell’orso
nel cittadino vacanziero.
ed il pensiero annoia
e lo sguardo alla casa
in mezzo alla nebbia.
le nuvole grigie e nere
spavento del vento
e moria della vitalità:
non giunge il sogno
s’io neppure sono.

*

continuano con la poesia dei sentimenti
imperterriti come martiri, incoscienti
distratti come malati di parole di miele.
continuano con la retorica del mondo
come fossero organo di partito
propaganda di stato.
come un gioco malato
il mondo si sfalda poco a poco.
e chi glielo dice quanto
stanno sbagliando?

spietato

spietato il giorno nebbioso
col grigio che non è solo cielo
è una bordata catarrosa
un reflusso acido di colonia
una carie dolorosa che svergina
e annichilisce. conto le pecore
una ad una per dormire
e sognare di giorni abbracciati
senza sguardi diffidenti
e battute fiacche fuori luogo.
ho costruito e forato e faticato
per il mio umile orto di carne
famigliare. ho sentito il silenzio
del dì di festa e non c’è festa
è il grigio che s’inerpica
e stringe come il boa o l’edera.
giorno di merda che mi sfianchi
e non so a chi mai telefonare
per sembrare umano.

Si sta

Si sta nel mare degli affetti
come una gondola a Venezia
s’incanta lo sguardo serio
nella navigazione degli odori
della pelle e dei sapori di bacio
nel cuor tuo c’è ancora il paesaggio
e quelle strette al cuore
singhiozzi delle mani dei capelli
sapore lontano e liberatorio.

in paradisum


non mi vieni a trovare
oggi poesia, non ho santi
in paradisum né fuochi d’artificio
né un’anima pia, auscultami poesia
tacciami d’interferenza ed eresia
poesia anima pura e baldracca
sudario ed ematoma, strozzami
percuotimi di scarna punteggiatura
e mania di grandezza. poesia
che mi stracci le vesti, m’inganni
e mi temi. sputtanami e redimimi
inventami e ammaestrami
plasmami ed incantami
insomma accendi il fuoco e deflagra
poesia e non indurmi in interpunzione
liberami dalla nebbia e dalla magia nera
dalla menzogna e dalla gogna dei buoni.

parlami

parlami e annientami di belligeranza
la frizione continuata riaccende speranza

spruzza di scintille l’acqua cheta come mercurio
penetra nelle crepe che come sentinelle

impacchettano lo schema e lo vendono
lo vendono salato, colla fortuna tra le gambe

che hanno -vengono e vanno. a volte restano
senza la putredine dell’affanno. a volte

non alimentano l’inganno. a volte.

non m’onoro dell’uomo

non m’onoro dell’uomo
provo vergogna profonda
antipatia. al bisogno
affettuoso e parzialmente umano
stringo al passante la mano
tuttavia spero sia viaggio
comunque d’andata sola
repentino. spazio non c’è 
per generosità e nemmeno
per pietas. di circostanza
il fortuito dialogo: si cela
l’insetto coprofago
sotto la foglia di fico
lo specchietto per allodole
s’ingozza e caga mangia.
mi ricorda l’uomo disteso
sul divano. spaventato
inane -dimissionario
spellato San Bartolomeo
nell’universale giudizio.

ferocia

il tonfo delle lamiere
la fabbrica si svuota
svaniti gli operai:
tramonta il sole
se ne vanno
i pochi rimasti.
esco dal mio vuoto
di otto ore e mi chiudo
in auto -il silenzio
mi placa: nessuna ferocia
nessuna pena
nessun sentirsi inesatto:
la flora s’adatta alla luce
la fauna implora l’ombra
le foglie sono i segmenti
di un rebus. la nebbia cala
cela i peccati.

bisogno

c’è bisogno di cose
di cui non c’è necessità
così ci scoliamo chilometri
di corridoi e merci
i supermercati e altri
cimiteri d’operai sfatti.
innumerevoli volte
si piange sul latte versato
ed è chi lo versa
più o meno consciamente
un collaborazionista.
cioè il piccolo azionista
la pecora o l’agnello
indifferente agli altri
sacrifichiamo il sangue
per non essere più che nulla.

politica

cresce improvvisamente
l’unghia dopo il taglio
o l’incidente come minuta crepa
nella colonna di straccia periferia
ed io che non pretendo il controllo
né la fuga m’adatto e rassegno
le mie commistioni: è un giorno
buono solo per silenzio ed interiora.
soggetto e complemento oggetto:
politica anche l’inazione.
contumacia dell`esasperazione.

le auto

le auto poche scivolano
nelle vie sgombre e le sirene
anomale nell’aria come api.
ci cercano in casa
uno per uno
si stanano così
i nemici. non c’è patria
né dignità
né un novembre sereno:
chiuse i negozi e le fabbriche
il reddito un contentino
e la poesia se la sono portati via
o non c’è mai stata
non c’è mai stata un’era
di guerra non dichiarata.
è il progresso dei popoli liberi.

*


il gioco al massacro
non è indesiderato:
resta il più forte
a menar fendenti
a destra e a manca
non c’è: uno
la serenità agognata
due
la libertà dal ’45
desiderata.
è una derrata
già digerita
disincantata
svuotata.
comprata da corporation
e dirigenti competenti
dal frigorifero
al conto corrente.

memore

la ribellione è il più puro atto
della conservazione -i nati ora
non sanno nemmeno levare
un pugno. nemmeno dissentire
fissi su lcd ch’emanano figure
posticce e frizioni elettromagnetiche.
si scatena soltanto la fame -alimenti
industriali raffinati -una fame nervosa
molto poco rissosa. endovenosa
d’accettazione a buoncuore. s’accétta
e non si risalta -risultato del cono gelato
del supermercato. dell’acqua calda.
del termosifone. dell’intenzione
di cambiare gestore.

autodidatti

sono seri i servi
ti guardano senza guardarti
t’incatenano nel vero sereno
di un’occupazione
o davanti al bancone
nel logorio della scelta fittizia.
sono sereni i servi
non pensano a se stessi
e negli altri vedono specchio
il ritorno d’un viaggio
mai andato e mai tornato
e zitti non s’incupiscono più
assenti ingiustificati
principianti del mondo.
e ti rigiri e rigiri nel letto
sudato e affranto dal tempo
-ce ne fosse
ce ne fosse ancora.

C’è una notte

C’è una notte che incontri
sulle scale svenandoti e
sottraendo. Un’emulsione
delle effetti e degli affetti
come un balsamo sugli ispidi
come un guanto sui calli.
E stagioni morte e svenate
incuneano il rutto della nausea
su una stanza ammobiliata
chiusa in un torpore di tende
spesse e illogore come canapa.
E’ allora che il cielo cade
e rimbalza negli occhi stupiti
ma assenti per contratto:
chiamasi esperienza
o statistica del sociale.

s’allontana

la città s’allontana
e vuol vivere oltre me
divaricato astratto
di capelli e ossa.
la città vuota che sferraglia
i pochi treni scivolano
su binari lisi e gli uomini
incapaci d’unità:
salgono sui mezzi
disarcionati di bellezza
e la levità è una lattina
ammaccata ai lati della via
un rumore di cocci
che non s’incollano.
e chiedo perdono
perdono per tutti loro
con le mani legate
ed il dubbio macerato.

evirata

la fabbrica evirata e scossa
dal vento forte che s’incunea
nel mare di foglie autunnali
lo scheletrato degli alberi secchi
come mestieri abbandonati
come stropicciate buste paga
cadono gli occhi in un mare
di silenzio e lineamenti immobili
la gente abbandona i visi rassegnati
in casa e scendono nella periferia
svuotata dai corpi. e una sorta
di malinconia mi prende
ed il cuore smette di battere.
è finito per sempre
il tempo bello. resta
crepuscolo e nebbia.

festa

ho conosciuto la morte
sotto mentite spoglie
sfiorato da vicino
il declino
svenati avi
neppure gli ignavi
si son conservati
nessuno resta
a far festa

ho conosciuto
e ho dimenticato:
son stato assunto
da un datore astuto
che usa carne e pensieri
non per andarne fieri
per quel pollo
il pollo delle statistiche
oggi si mangia
quello di ieri

ho conosciuto la vita
e non ne ho potuto più
farne a meno
tanto quanto
un ricco e forse più.
sono ricco dentro
sono vivace a tratti
e ci sono le azioni

restano quelle?
e poi niente
come suonare alla porta
e andarsene via.
come sorridere
senza dire.
come quando sfiori
ma non sai amare.

sciocco

sono sciocco: credo in pomeriggi
senza fine con un non so che di magico
le nuvole uniformi mi credono inerte
grigi strati d’isteria collettiva
solleticato forse nelle zone basse
da pruriti fantasiosi
ma sono pur sempre un uomo
e i suoi occhi opacizzati da cataratte
di un mondo che non si comprende
vedono più in là la natura e scoprono
in universi magici e profondi crepacci
strani unisoni o tracce di luminescenza
come minerali pressati da una fede
indefessa. è questa spinta motoria dà un senso
un inizio ed una fine ad ogni cosa.

c’era una volta la realtà

mi son chiuso in casa
ho buttato la chiave
mi multano se cammino
se respiro una boccata

l’aria è mancata
improvvisamente
come una derrata
sai in guerra non si scherza

ma chi è il nemico?
è il mio vicino?
è il governo alieno?
o lo stato di delirio?

più passa il tempo
e noto uno scontento
avvampare nel latente
sopito popolino.

verrà il giorno del giudizio
allora l’aria avvamperà
ma sarà respirabile
nuovamente per la gente

accecata da una bolla di sapone.

Ed io

La luce si cerca pure nell’assolata
prateria del dì che si vuol trascendere
e bonificare. Ed io che inconsapevole
mormoro un suono piccolo e schivo
in alto osservo ed in basso: mediano
il corso attraversa la vita intera.