gli ultimi minuti

ho passato gli ultimi minuti
a pensarti. ieri t’ho guardata
tutto il giorno senza parlarti.
ché l’incomprensione e l’amore
non si esauriscono in uno sguardo
e non si spiegano con le parole
come il volo delle rondini
o l’edera in inverno che non muore.
così ho sfogliato il vocabolario
pagina dopo pagina e parola
dopo parola ma non sapevo
più che cercare quando
ho captato il tuo profumo
invadermi cavità e spirito
quando hai steso le tue labbra
sulle mie -stavo per dire qualcosa
ma è sfumato. qualcosa di frivolo.

il dirsi

dovevamo dirci addio
non contemplare un infinito
che ha certi confini
come inserti nel muro
piantati senza viti.
è finito infatti quel miele
e ci pucciamo ancora
dita e nervi, che non è
più piacere, né piacersi.
è finito quel che non potè
incominciare a cominciare
da quel tuo gusto perverso
di farmi diverso
io che non sono
par excellence
o meglio non sono
quel che sembro.
concludendo dunque
ad maiora semper.

non ti nomino

non ti nomino per esenzione
un poco di rammarico
un tantino di vergogna
quanto basta per non arrossire
non sbavare il colore sui kleenex.
pensare che mi son messo alla gogna
solo e chi altro. subito mi sei piaciuta
e non ci volli credere -ti scotti
nella vita anche più d`una
nello stesso lato, piacevole
dolore, plusvalore della ripetizione
masochismo poco illuminato.
è la voglia di condividersi che rende il tutto
obbligato. e non assolutorio
in seguito, quando le ripetute burrasche
via hanno portato le conchiglie
alghe, ammennicoli, inerti
ed i profumi sulle lenzuola tiepide.

Un’idea d`inchiostro

Verrà il tempo
in cui un silenzio d’oro
vale più di mille parole
e le parole saranno manto di neve
e apocalisse discreta.
Nel frattempo
non chiedere loro
oltre al suono
anche terribili contenuti
terremoti e cicloni
ciclopi e orchi.
Non chiedete alle povere cose
di costringervi al calco
né all’apparizione subitanea
alla fusione fredda.
Costringete quel silenzio
nello spazio di una virgola
nel sussulto arterioso.
La specie chiama
risponderete alla vibrazione
della zanzara tigre
al volo arzigogolato del coleottero
al tremore della talpa
nel sottosuolo
alla leggiadria della farfalla
sui corpi metallici
fredde secrezioni mentali.
La virulenza della vita
in un’idea d’inchiostro.

dettagli

i dettagli sono importanti
il viso delle persone idem
i vestiti, i grazie i prego
e la tensione d’ogni superficie
la pace dell’acqua dovunque
essa sia contenuta, ialina
ma sensibile alla temperatura
trasparente ma mutevole
come una donna. tutti dettagli
infinitesime parti per milione
ma i dettagli non sono
insignificanti, cantano
e provocano orgasmi salutari
e l’impaginazione dei giorni
da quelli scarni a quelli scaltri
da quelli immemori
a quelli memorabili:
l’infinita procreazione
dei dettagli sala l’esistente
e sfilano tutti assieme
dal primo all’ultimo
poco prima del silenzio
o della morte.

te la fai una risata?! -raccolta piccola, per deboli di stomaco

(la giornata uggiosa e malinconica esige fauci spalancate e sonore risa di popolino. il popolino infatti odia l’alterigia e schernisce i seriosi padroni della parola. la parola è viva, la parola è ancora amata! -alla faccia vostra-… con una virata finale nel grottesco, che cullerà le notti insonni.
buona lettura ai poveri e agli umili. che gli altri cuociano lenti, come la rana bollita, nel loro brodo primordiale di menzogna).

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Trilogia per una rapida erezione (tre neglette per i tempi di crisi fatte per turbare solo gli imbecilli)

.

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*

il risultato dell’amore nostro
è in forno a centottanta gradi.
grasso e burro danzano osmotici
sfrigolando, come un’arma
a doppio taglio. colesterolo
inferocito e dilatato. grasso.
un istinto basso per il culinario
ma un magnifico paesaggio.
abbiamo biosogno di un ritorno
all`umano, fatto in casa, in orario.
abbiamo necessità di terra e acqua
e d’aria pulita. spazio per odore
e sapore. assieme dolce è la salita.

paracadutismo

del doman
non v’è certezza
per questo
ho una gran strizza
il mio cor
fa le bizze
vede tutto
a stelle e strisce:
è una malattia
imperiale
giusto per un memoriale.

*

tutti ad aspettarsi un natale sereno
ma nessuno che s’occupi delle luminarie finte
e tragiche commedie del mondo fatale e fatato
t’incontrerò piena di pacchi e pacchetti vuoti
con bei nastri d’argento inossidabile ed insondabile.
i giorni belli finiranno nelle canzoncine tenere e nelle braci
che scaldano troppo un cuore rinsecchito acuto solo nelle otto ore
capitano alla maggioranza per volere delle imposte convenzioni.
non si sfugge alla pianificazione sociale, come il germoglio nella serra
e l’ascensore è sempre in avaria come nelle periferie spoglie
e cementate per noia ed incolore insapore amore per l’uomo inconsolabile
frutto di malinteso frutto disteso, caduto nella rete della forza di gravità carità.

apologia del cazzo

il cazzo vien bello duro
quando c’è l’istinto primordiale
che rende animale, ancestrale
quando c’è l’insana ossessione
che non ti libera dal male.
il cazzo si gonfia come un otre
è il cervello sempre bramato
e pulsa come un cuore in seconda:
ehi, son qua, son l’anatomia dilatata
che capitale si fa, la cartina tornasole
stella polare, cardiaca pulsione, inseminazione!
ah, che prurito tra le gambe, quale appetito
l’umano interiore pilone irrigidito.

circoli e ricircoli

gli uomini pesanti
vanno di palo in frasca
senza dei sogni nella tasca
senza l’originale esca
arginati i pensieri
distesi come cemento
su una gabbia di metallo.
gli uomini pensatori
il loro fuoco
estinto da estintori
combusto dagli allori
del passato slabbrato
e macerato. che nausea
malcelata i circoli
che si mordono la coda
si pubblicano
si ricambiano
si celebrano
s’amano
in amicizia, certo
non sarà peccato
ma un rimpasto
sa di castrato.
mio editore il bit
roteato nel server
accaldato in un angolo
del mondo sconosciuto
appartato. radicale
emancipato.

diviene alba

la senti la voce tenue del suolo
quel sibilo o vibrazione che intona
l’armonia che dal basso s’inerpica
alle altezze inusitate -sfida la luce
il suono e osmotica trascende?
lo senti il calpestio della formica
lo strisciare del verme e il fuoco
del vulcano che si fa radice
moto del cosmo? l’acqua
che filtra e corrode la roccia?
la brezza lenta che immelma
strascica nell’alone impalpabile
l’immoto sguardo dell’uomo
è un’inezia placcata
d’imperizia. eppure l’alito
è lo stesso e la natura s’alluma.
io tutto sento: diviene alba
la luce del sole che sparge vita
gocce di rugiada ai lati della strada.

tensione superficiale

ho la malcelata ambizione
di non far rumore
scomparendo
nell’apposito contenitore.
ambizione nell’inazione
senza corrompere
la gioia di un silenzio
o riempirmi di tronfia arroganza.
lascio al lettore
ogni verità e pubblicità.
sono grande abbastanza
per stare solo
in una stanza
col concerto per armonica di Villa-Lobos
che frana su di me.

*

i cervelli all’inferno
i cuori in paradiso
quando si troverà
distinzione fra i due
in verità cosa sola

mani e piedi
invischiati nel magma
e punte di diamante
nell’etere del perdono
assoluto e vibrante.

sapiens distopico
sapiens non eroico
carico di merda
irrazionale e morte.

*

qui oggi nessuno e fuori nebbia
strano far parte della società
ma così in superficie, di fretta.
sol col nome sulla buchetta.

epilessia giovanile

il frastuono epilettico dei bimbi
l’estrema vitalità dell’improvvisato
perché non è tutto avvistato, celere
nemmeno troppo combinato, statico
austero. è l’impossibilità di non crescere
a mietere le prime vittime.
quando poi vien la sera e stanchi prostrati
pensiamo a quei versi già lontani
tentiamo nella famiglia
una remissione dei peccati
con tutte le note, le postille ai lati:
vengon i nostri dubbi, errori, timori
si chiama vita anche a posteriori
vita chiama vita anche nei giorni minori.

carne di cane

tutto questa fatica
per non sembrare animali
e campare
con un magro sussidio.
fai il bravo
non c’è nessuna rivoluzione
stai buono sul divano.
eppoi è un freddo cane
fuori solo spacciatori
e carne di cane.

sapidità di classe

ho corretto le parole
col silenzio
sono stato in fabbrica
per capire la mancanza
di musica e le orecchie stanche
hanno chiesto pietà.
allora capirai
cosa significano otto ore al giorno
tutti i giorni
che dio mette in terra
per drenare una qualsiasi fede
disse mio padre-
miope e con le mani
tagliate dal freddo.
ci si dimentica dei fiori
e della luce del sole
in cambio del pane
e di un contorno
che sa di poco.

tentacoli

le patate frullano sobbollendo
sulla cucina un poco sporca
fradicia di condensa e schizzi
(ho cucinato pensando a te
sino ad un attimo fa
mi sono persino bruciato
i peli del braccio destro
sui fornelli roventi
una prova per stomaci forti
una prova per uomini duri).
il buio ha raccolto
tutte le sue forze
e s’è steso sul povero quartiere:
le luci dei pochi negozi
ancora aperti tentano
d’infrangere il muro del pianto.
dicono che i ruoli sono mutati
che l’uomo può piangere
lacrime di coccodrillo
non è più scandaloso
non è più un tabù. l’uomo
è un poco effeminato.
la donna s’è virilizzata
forte e senza pietà
ha strappato la gonna
caricati i pantaloni
diseredato il passato. dicono.
dicono che la donna
può lavorare sino a svenirne
tornando alle nove dieci di sera
con la sigaretta in bocca
e la faccia un po’ triste
mentre altri dormono sul divano
e non la sentono arrivare.
la famiglia è un concetto variabile
e seno delle peggiori sconcezze
e violenze. dicono tutto questo
ossessivamente. lo ripetono
con forza all’unisono.
come braccati dai lupi
ci si rivolge ad una luna cieca.
dicono che un uomo e una donna
non possono più stare insieme
dopo una scopata. meglio soli
a casa facendo shopping on line.
nel frattempo qualcuno
da qualche parte
è comunque felice
o in una sua accettabile approssimazione:
ogni quindici minuti
guarda fuori dalla finestra
aspetta una chiave lenta
girare nella toppa
alcuni rumori semplici
riempiono una giornata
di sole.