affondo, regola e profilassi – una silloge

Una raccolta di liriche depredate dalla quarantena.
Una sfilata di mignon che sfilano nel silenzio.
Una carrellata d’intramontabili minuterie.
Un eccesso di sebo in un mare cicatriziale.
Buona lettura a chi n’avesse voglia e tempo.

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disturba

ti penso
ti abbraccio
ti voglio
ma non sei qui
sei fuori
sei lontana
ti diverti
e mi sconcerti
sei uscita
per divertirti
io son rimasto
per assopirmi
ascoltando mitja
un preludio.
studio il mondo
che pare
non più rotondo:
che i terrapiattisti
abbiano parziale
ragione?
ciò che non si spezza
ma solo s’incurva
in fondo disturba.
che l’ironia
non rassereni il distacco?
contrattacco
col lume della ragione
s’illumina la luna
della sua fortuna.

come il principiante

ho sognato, ho dormito
come un percorso fiorito.
ora son calmo non più
nel palmo un callo: terminato
il manuale, ricomincio da un’idea
diversa, come il principiante
pieno m’involo di speranze.

fulmine

sembra un millennio
che al termine volge
come fine d’epoca
arte, società, crisi d’identità.
che un dosso s’avvicini

d’inatteso, un sussulto?
un conflitto di buio
rumore assente
viviamo senza accorgersene.
e che potrebbe infrangere

questa gabbia di cristallo?
una nota stonata
va comunque calibrata
indotta: sanguinaria cova, late
brama una scintilla, forse letale
la troveremo.

nebulizzazione

il mistero è carne che freme
e giungla di suoni e colori
nebulizzati voli di merli
vengono piano planando
dai tetti e le grondaie
e nei muri vibranti.
gli astanti guardano il cielo
marciano al lavoro e dormono
la sera con la fatica piena
la leggerezza puntiforme
dei conoscitori di strani
contratti. icastici estratti a sorte
domineranno i sogni
entreranno nei luoghi oscuri
quelle macine ed ingranaggi
fuori scena che costruiscono
innescando la sceneggiatura.

cuore al forno

messo al forno
a cuocere il cuore mio
senz’odori, solo al termine
i sapori d’umori e terrori
e un sughetto di riduzione
di tutte quelle parole e messaggi
decotti nella fretta della frenetica
deliberata profumata esistenza.

uomo (o donna)

cambia vestito l’uomo
la cravatta, l’orecchino:
quella la taglia, la postura
resta sempre cattivo.
una trovata pubblicitaria
l’esemplare dolce
anche un po’ coglione.
per venderlo in televisione.
libero nel mercato
l’uomo che non cambia:
lestofante il destino
lo si nota dalla giacca
del mattino, dalle movenze
del più alto in grado
anche per vanto, prestigio.
cambia vestito, l’hanno deriso?
sfila la cravatta, è rinsavito?
no, l’uomo è uomo
non un santo. anche in branco.
fu bambino, ma si sa
che anche da piccolino
è stronzo e malandrino.
l`uomo è così. bara. è cattivo.

teatro moderato

il crepuscolo ora
è un teatro minuscolo
per l’uomo minimo
che s’accarezza
con allusioni e mancanze
le sue ferite lecca
minuto secondo d’armonia
che va perdendosi
nell’oscurità. ed il cielo
tiene (miracoloso
struggimento d’ossigeno)
non si contamina.
e le variazioni delle nuvole
sono incredibili fluttuazioni
fra un corpo di donna
e una radice di rosa.
l’intercalare del mondo
un carillon che s’assopisce.
vibra l’inchiostro
della notte nera.

la luce e la casa

il cielo a quest’ora
è azzurro ancora
ma come placcato
d’un indesiderato
un inguainato marcato
non metallizzato
opaco. il sole esiste
ma non per tepore
per orario, disposizione
corretta del creato.
eppoi c’è l’ubicazione
degli enigmatici perché:
una finestra viva
l’altra scura in diverso
angolo, viva è la casa
pur nell’indeterminato
non svelato.

lume

le rose addormentate in giardino
cantano il freddo dell’inverno
con la mia mente fredda alla finestra.
s’inceppa l’induzione del tempo
resta esterno al cervello, non c’è osmosi
né empatia: l’indifferenza del mondo
è quella bellezza che sfida. e iberna.
il mio lume nella buia caverna.

eterei

capita che i contatti siano eterei
e che il lume della ragione
s’inforni in un clima insano.
come una capitolazione di petali
fiori sfioriti. domatevi sotto lo scroscio
d’acqua che incute il terrore.
appassite con gli occhi delle stelle
e dormite sogni di carta velina.
sarà l’apparenza a velarsi sul vetro
e dall’altra parte il freddo pungente.

non sapere

non ho granché da fare
i miei pollici giroscopici
e sono goffo: mi rovescio
spesso dei liquidi sulla maglia
sono fiacco e pigro: dormirei
tutto il giorno. ed in effetti
non c’è differenza tra giorno
e notte. la notte con me stesso
nei lampi della televisione
un vecchio film splatter
con un terribile alieno
il volume al minimo
riesco a pensare meglio
sino alle due o alle tre
steso sul divano con le pantofole
inetto come una pianta.
poi mi faccio vincere dalla fatica
e chiudo gli occhi. il risveglio
è una tazza di latte caldo
ed una turbata introversione.
non saper cosa dire
non saper cosa fare
ha il suo fascino randagio.

azzanno

i dialoghi si son fatti rarefatti
le piazze silenziose e splendide
gli sguardi indecenti
odiosi e paraculi
e le parole mute.
scartati i dialoghi
restano soffitte di cianfrusaglie.
il bello è
che mi piace l’anticaglia
e le sere sotto le copertine sintetiche
con un the caldo
ricco di limone spremuto.
e non cercate di buttarmi
nell’arena col leone
e tutti i fegati avvelenati.
sono storicamente
per i cazzi miei.

io mio tesoro

il mio tesoro
non era d’oro
era più un’operazione
di ristoro. ritorno
quando più saggio
potrò distogliere il tuo odore
che malore. oddio
più saggio lo sono
ma non morto:
vibro ancor
del tuo ardore
a volte malumore
si sa
che nel tempo rimane
più il cattivo
del buono
oh mio tesoro.

laconico

affaccendati
di superfluo
uomini e donne
incostanti
stanno agli anni
ignoranti gli uni degli
altri, impacciati
bisticciati
come arbitri
di partite vinte
in partenza
senza alcuna
avvertenza.
con della natura laconica
l’avvenenza: tramonti malinconici
anche albe trionfali
con tutto il portato dietro
l’elegante interpretazione davanti
l’esperienza del mondo
che splendido ed incauto è.

terribile natura

terribile natura che ansimi e stridi
non t’accorgi minimamente
né sottilmente dell’umano
lento smarrimento. è un passo
dopo passo nell’agglomerato
un antiquato martirio di luci.
e nientemeno un’impalpabile nebbia
una risicata nenia. e la musica
salpa su un mare di stelle
se a casa la sera nella penombra
s’assopisce come una scarica di batteria
la lontananza vacua ed i pensieri bagnati
d’una pioggia insistente.
ebbe il dolore a piè pagina
come indistinte voci.
salpano le scollate imperfezioni.

il vento freddo stamattina

il vento freddo stamattina
un siberiano alto forte con stella rossa
in una giornata sino alla nausea tersa
gioca con gli scuri sballottandoli
frenetica e mulinante. dalla finestra
dall’assolutorio calore
del termosifone vedo:
le antenne barcollare
come appese al cielo
i gatti azzuffarsi
i panni asciutti
e i germogli della vita
ancora insistenti.
l’incredibile forza
dell’ostinata presenza.

il mattino

saturo di promesse il mattino
dorato scintillante intimo
addormentato finemente cesellato
da cristalli d’ispida luce
dicembrina coi giardini di brina
alle sei bianchi come distese lunari
le note d’un notturno di Chopin
che s’addentrano nella luce
nelle malinconiche disabitate piazze
dorato dolce mattino addormentato.
saturo di promesse sei creatura mia
dolce mattino intirizzito
distaccato e malinconico
come la prima volta
quando da incolpevole
non compresi e dimenticai
i nomi di tutte le cose. le colpe.

intorpidimento

ci sono tensioni che scavano
come nel legno tenero le termiti
e senti il rumore delle mascelle
e l’incedere dei piedi e le zampe
un rumore di clausura
e torpore di massa. ci sono
padri e madri già morte che insegnano
dal cielo a tenere in mano strumenti
d’acquisizione e vita ordinaria.
è sempre il buio che inquieta
e le dolci care fresche acque.
che sia tenero e fugace
l’intorpidimento.

s’odono

s’odono gli uccelli
e qualche scheggia
di rumore. passeri
e pettirossi e i corvi
lontani. l’uovo han preso
le gazze ed il gatto testimonia.
finestre buie ed un treno.
i lampioni a led appena
accesi disegnano aloni
sull’asfalto. né le lacrime
assorbite dalla terra.
né il volo d’angeli
dal cielo.

montagne russe

lei va capita
compresa nelle sue
montagne russe
ormonali ed io nel ring
in difesa paro i colpi
e sparo quelli a salve
maneggio la statistica
come un profano fa
scolo la pasta
faccio le tagliatelle
e la ciambella.
riempio la lavatrice
e stendo i panni
e provo a mettermi nei suoi.
spazzo il pavimento
e mi nascondo sotto il tappeto.
non c’è segreto
sol il tempo lo dirà
se il re era nudo
o se gli occhi
sono foderati di prosciutto
e le manette sono di cioccolato
poi viene sera
si spegne la luce
e si va a letto
senza sognare
paradisi e redenzioni.
domani grandi
pulizie di primavera.



non hai

non hai il pollice verde
non sai della vera musica
disconosci Geminiani
Cavalli, Frescobaldi.
vuoi ballare e solo.
io non ballo. e cucino
faccio dei gran risotti all’onda.
onda su onda
in amore si quadra il cerchio
o si stonda il poligono
tra il pesce e la carne
spesso si sceglie la pasta.
così il rabdomante
non trova la faglia
ed il mago improvvisa
dal cilindro. ed alfine
disdetta -pure lui
non ci piglia.

ti ho portato

ti ho portato sulla mano
come un’idea. leggera
come una farfalla
concreta come una disfatta.
eri bella morbida rotonda
come un gusto goloso.
ero esploso di te me e gli angeli
in colonna. la luce corrompeva
tutto e la diatriba era: stare con te
o senza di te. stare con te
o pretendere il mio silenzio.

erotico soul

ti prendevo per mano
non ti portavo lontano
t’accompagnavo alle pendici
del vulcano. oppure al lago
o sulla spiaggia a vedersi
riflessi sull’acqua salata.
e sulla schiuma giurarsi
qualche eterna bugia.
non guardavo dietro:
estasiato sorridevo. pensavo
alle sera prima quando
il tuo sapore sulla lingua
era un’avventura degna.
quando si sta in silenzio
due corpi mutui risuonano
sia al sole che alla luna.

luna nel pozzo

ho vissuto piano
ammetto
con la luna nel pozzo
in fondo in fondo, ma senz’acqua
un principiante
per quegli anni
che tutti reputan belli
e dei più splendidi
quando la carne è rosa
e nessun pelo sugli orecchi.
col freno tirato
il motore non fuso
un poco grippato.
e non ho falsificato la firma
non ho solo mantenuto.
eppoi si salta
come sul ciottolato
ci si ritrova padri
parzialmente realizzati
perché di quel margine
si faccia sempre
miglioramento.

avanti un altro.

*

chiosano i rami del melograno
puntati di gemme scure.
l’albero fermo dietro il sole
irridente. non mi faccio da parte
io voglio farne parte con luce
che non mente: è con martello
e scalpello a togliere. spuntano
fuori le cose amate con le forti
maniere. escono per dirti
che la vita non sarà un buttato.
tutto in levare un lavorio.

morire grassi

nulla da fare, tutto s’immagina.
il cielo era azzurro e i passeri
cantavano con lo sguardo perso
da qualche parte. finita la giornata
con qualche minuto d’anticipo.
suonavano le sirene ma nessuno
ne veniva irretito. la televisione spenta
ora assomiglia ad un qualsiasi frullatore
e fa meno male. i gatti spariti sotto qualcosa
ed il cane ha cagato noncurante nel giardinetto.
chiamata mia madre: parlava solo lei
domani vorrebbe mangiare qui
ed io viceversa. ci controllano:
i droni guardano dall’alto. il sole
ha occupato tutti gli spazi. lo stato
è di polizia. infornata una tenerina:
spolverata di zucchero a velo
servire con mascarpone.

una poesia brutta

una poesia brutta
è una poesia brutta
la scrivono i poeti famosi
più sono famosi
più la poesia è brutta.
una poesia brutta
la riconosci subito
non vola e non si fa né amare
né odiare: ti lascia
freddo indifferente
ti lascia senza niente
ti lascia in mutande
con la fronte distesa
come una landa desolata
come un cristallo
non c’è pelle d’oca
e pensare che è così
difficile scrivere male
sfiorando angeli e tempeste
riciclando i colori e le feste.
ieri ne ho letta una
un’accozzaglia banale
un ferro vecchio
un coltello da arrotare
arrugginito stitico mefitico.
era così brutta era famosa
ma piaceva a tutti.

treno deragliato

mutevole il tempo
ed il logoramento
ma costante come una stalker
che si vuole amante
armata di contrappeso
nel suo nascosto pelo
quel taglio
vera ricchezza.
mutevole tempo
mi tieni freno.

*

il rovello dei minuti
insetti. spiraleggiano
nelle legge interna e
gravitazionale propria
dei pianeti distanti.
crogiolano al sole
epilettici ed esili
macchie nere nello sfondo
d’alberi e rose.
le cose importanti
forse dentro casa
qui fuori fiori
ed il frullo
di timidi insetti.
domani li ricorderò
conquistarsi un attimo d’aria.
oppure li smarrirò
come dimentico me stesso
al sole e le nuvole.

decantata

no, non hai scritto sulla pelle
i tuoi variopinti insistenti
dilemmi. i punti interrogativi
magici che stendono a fuoco
le sicure comodità di casa. e causano torpore
e schizofrenie, frequenze modulate
per lasciar la strada al vento
tremolii di vetrate di chiesa
micro intervalli di tonica.
e carichi l`esigua mancia
di un salario e il vuoto
di cose mute. quel divenire
senza essenza. come una cristianità
decantata.

*

ho letto
alcune cose
d’alcuni poeti e poetesse
che bazzicano i circoli
e si mettono in posa
nelle foto con lo sguardo verso il nulla
ed i capelli fatti o arruffati
sexy bianco e nero
sexy acqua e sapone
e gli occhi ispirati che sospirano
qualità che non hanno
e quasi mi son messo a piangere
avrei voluto morire
e buttare tutto nel cesso
tutto piatto tutto finito tutto finto
una noia mortale

ironia inesistente
tutte le parole del mondo
infinite sfumature
l’odio e la morte
il dolore e la fatica
la malattia e la fica
la rivoluzione e l`uccello
e loro che dipingono
con pennelli artefatti
con punte fini fini
come peli depilati di polpaccio
e le praline rosa nel cuoricino
quello che hanno fatto una mamma
ed un papà
un tempo che fu
un tempo che non è più.

e allora vendichiamoci
andiamo in strada
dove ci sono puttane ucraine e spacciatori negri
e rivoltiamo come un tappeto
questa terra desolata
fanculo la morale
le pagine di falsità
che ci propinano
ieri con la televisione e i giornali
e oggi pure con la poesia morta
dei salotti di sinistra
e non è sinistra
è formalina.

un piatto di carne fredda.

una stanza buia di motel.

un ascesso di salotti moderati.

*

incerto il da farsi
il venire e l’andare
tra il profumo dei primi fiori
e gli ultimi gelidi aliti
ed io ti cerco
in giro mi guardo
e non riconosco
che me stesso.
e fa lo stesso sei i rami
si riempiono di gemme
di colori vivi e la terra
ancora umida
popolata d’insetti
è già una miniera.

*

da casa vedo non vedo
tra una fetta di cielo
ed il declinare del pino.
vorrei più spazio
e meno tormento
del cemento.

irrorare

ardo replicare al vecchio
con un novello vernacolo
ed una razza di costrutto.
restano gl’imperativi:
una bella forma e musica
che a raggiera si spande calore.
s’incastrano le parole
in una sorta d’amore
e il grigio mondo
le irrora come una bora
dagli antelucani.
l’alba della poesia
e quell’aurora che sorse.

idioma

l’idioma della macchina
cantano gli aerei.
solcano l’aria col rombo
dei motori. s’ignori
il ricamo in cielo
delle traiettorie e l’ammollo
delle polveri in sospensione.
disegnano reticolati bianchi.
ed il mio fantasioso rimescolare
i pensieri. ad occhi aperti il sogno.

i sovversivi

oggi chi sono
i sovversivi?
quelli che vendono
i detersivi?
quelli che fanno
gli allusivi?
sono forse
i conservatori
i reazionari
sovranisti
statalisti?
davvero c’è ancora qualcuno
che sobilla, sovverte
anarchico il senso inverte?
faccio fatica a crederlo
se non vedo. io credo
ad un totalizzante pensiero
come un siero che ammala.
io credo che non c’è più spazio
nemmeno per un’idea
io credo a piccole cose
che il filo tenue dei giorni
portano con sé, ogni tanto
colorano d’evidenza.

unanime

tumulti silenti
gli uomini in quarantena
e inestricabili bisogni:
due passi all’aria più chiara
l’elemosina di sole.

ed invece ritirarsi nelle case
costretti tra sole accecante
ed azzurro un cielo vincitore.
solo un uomo può avvilirsi
nell’unanime sereno.

oblò

le persone si sono improvvisamente
dimenticate delle fermate
degli autobus.
hanno coperto buona parte del viso
col bianco:
ora quando parli con pinco
quel pinco è sempre
sconosciuto. pure pallino.
il serpente si mangia la coda
all’infinito. ho le corna:
sono un bue.
tu ti chiedi mai
cosa ci facciamo qui?
io non ho tempo per pensarci.
dicono che è un viaggio
un percorso, c’è uno scopo.
se ne inventano una nuova
ogni cinque minuti.
la materia ha i suoi stati d’incoscienza.
stasera orata in padella.

morta morte

la morta morte
viva che è la morte
così vitale, così fetale.
fatal la morte dà in sorte
un viver sopraffacendola
per quel poco che non basta.
oppure sì: bastante
quel tempo lontano
dal dolore. pace
per i vivi non v’è.
mai. la morta viva sorte.

zombi

l’usabilità delle parole
è una convenzione circoscritta
dai posteri e dai melomani.
oggi se ne usano trenta o quaranta
per mangiare bere e altre
volgarità che qui non si possono
nominare: l’intimità
è un’arma a doppio taglio.
rinviati i concerti
e tutte le manifestazioni di massa.
raggiunta quella critica la stella
collassa e diviene nera
come un buco.

gli spaghetti bollono in cucina

la sera è un grimaldello
selvaggio di silenzio
e deterrenza. la sera
in cui avverto il canto
degli uccelli scesi
in quarantena. la sera
posticipo tutti gli anticipi
arringo la folla
che per fortuna
non c’è. non amo
assembramenti inutili.
le rivoluzioni erano
le soluzioni d’irragionevoli
mancamenti d’amore.

e oggi dove vado di bello

io credo
nei minuti
che sparuti
incedono nel silenzio
degli uccelli
e delle ambulanze

e sotto
al sole si dilatano
nel forzato isolamento

io credo
anche se ateo
e forse agnostico
e nello spirito stocastico
io credo
ripeto
credo alla parentesi
e all’ascesi

le autorità
ci vogliono vivi e paganti
e non
portatori sani

un’incubazione
una lunga
giornata
di sole
sole
sole
da solo e inedito
rigiro i pollici

siete fuori

la città non s’assopisce
anche con le strade deserte
le antenne piegate dalla pioggia
le buche sulle strade bagnate
i bidoni sparsi e le puttane
dolci fiammelle di carne
viva e non troppo divertente.
i giovani e i vecchi
si sforzano di godere
s’affannano a gioire
che cazzo c’avranno da ridere
festeggiano festeggiano
e poi si sbranano nei loculi
degli uffici e nelle galere
delle fabbriche. dormono
vanno sotto la superficie
come i vermi per cinque giorni
e nel fine settimana si spacciano
per cicale, si danno
per vincenti, s’immaginano
reggenti. solo che il regno
non è più loro. e i cieli
son stati svenduti
per una manciata d’euro.
vogliono l’eternità dell’alba
la perdizione e la pace
del perdono poveri diavoli
cala la notte e la città
non s’assopisce.

canzonare

canzonavo i salti logici
le esterrefatte pieghe
dei metalli rari e le terre
sulle pelli dei visi invisi
calzavo ogni volta
un volto nuovo ed
il suo opposto
come un mago
come un contraccolpo.
immaginavo il corpo lontano
indipendente demente
senza capo ma una coda
che scodinzolava
come la lucertola:
ne ho veduta una ieri
aveva la coda come un canino
il canino è il regalo
che il bambino tiene
nella notte lunga e buia
sotto le piume calde.
sotto il debole cuore
che sputa dentina e sangue.
la calcificazione dell’io.

s’ammassano i lemmi

bimbo t’affanni del colore
dei danni che s’ammassano
nel tenore cantato dei padri
che son vissuti per caso
come raso di lino d’epoca
remota. immota l’avaria
del seme che preme
per un’uscita non in sicurezza
la brezza del tempo nostro
impresentabile.

a volte

a volte son ironico
a volte neoplatonico
alcune istrionico
dipende dalla giornata
se piove o c’è la nebbia
se il sole è alto
dipende dai moti della crosta
quella vitalità
che non s’arresta
dipende se il molare è basso
la masticazione ecco
la masticazione è essenziale
per saper quando finire
per saper quando tacere
per imparare dal mondo
tutto il necessario.

greto

vedremo un giorno
quelle coste, ché il mare
sarà definitivamente migrato
scaleremo poi montagne
svettanti di roccia di greto
e arrivato avrò in bocca
il sapor sbriciolato
sanguigno e ferroso
del vanamente conquistato.

poesia gettata alle ortiche

io non vi sento
so che blaterate
eppure sono scontento
conto le pietre
una alla volta
come una volta
senza digitale e touch
figlio del mio tempo
eppure sono scontento
ho pregato
son cresimato
ho tentato
e afferrato come un bulimico
ho avuto amici
che mi hanno considerato
una volta soltanto

oppure zero
posso essere
ciò che volete
per accondiscendervi
allora riderete
appagati senza lacci
e sfratti
vi conosco

eppure sono scontento
perchè so che vi piace
trastullarvi l’ombelico
e specchiarvi
col botulino assassino

che vi spaccia per altri
siete finti
che lo sappiate o no
finirete
come la rosa
e il dentifricio.

sole e nuvole

mi sono svegliato
c’era il sole.
filtrava dalle finestre
come un dio. poi
una nuvola grigia
con sfumature nerastre
e riccioli bianchi
l’ha nascosto.
nessuno mi osservava.
i boccioli hanno perso
improvvisamente i loro
colori sgargianti
e i fiori pochi
boccheggiavano
come se fossero
ad un passo dal baratro.
sono rimasto lì
come un albero spoglio
o un vaso vuoto:
è allora che ho pensato
a quando da bambino
mi mettevo in giardino
a casa della nonna
e osservavo le lumache
torturandole e le lucertole
strisciare negli interstizi.
sì, abbene sono stato
fanciullo un tempo
e qualche insegnamento
devo averne pur tratto.
anche se la memoria è labile
le voci scompaiono come condensa
lo stelo diviene più pesante del fiore
e oggi sono un adulto
di poco più di quaranta
che a volte ha la testa
fra quelle nuvole gigantesche
coi riccioli bianchi.

ambarabà della felicità

il telelavoro lo faccian loro
io varcherò con la dovuta postura
la devianza della noncuranza
del gigante buono logorato
i cancelli della fabbrica aperta
con la mascherina i guanti l’occhialone
i pantaloni neri o blu non importa
non abbisogno della scorta
la testa che già lì non c’è più
una nuvola un’ovatta una pagnotta
fuori badge la mia preghiera
iostoacasa alla mia maniera
m’incateno al banco di collaudo
il viso coperto e la voce attutita
è strano parlare alla gente felice
che sta attorno senza vedere
il ghigno del mondo
il viso deformato dalla gioia
della produzione che non può
mai interrompersi. se si ferma
la macchina finiamo tutti in prigione
un metro almeno l’uno dall’altro
ma con la televisione sul comò
ambarabà ciccì. e coccò.

dieci alla x poesie



———————————————————a E. F.

per fare una bella poesia
cento bisogna buttarle nel cesso
e tirare l’acqua con nonchalance
una prenderla con le mani
smerdata dal sifone e metterla al sole
e accorgersi col mal di pancia
che ancora scuote l’interiore
la flatulenza che squassa il curriculum
che era quella giusta e ridere
ridere con la ‘musta’ dell’alligatore
o dello squalo che cerca la preda
e se ne frega del critico del lettore.
per fare una poesia buona
ci vuole un tocco d’ironia
un dieci per cento di volgare
e decifrare tutto quel che non si sa fare
prendersi le palle e sgonfiarle
cacciarle al muro e raccoglierle
spappolate e disincantate
disinfettarle e accantonarle
oppure fare il cazzone
tirando un destro alla sorte
sputando nell’occhio del saggio
eppoi si prenda quel tocco di volgarità
e si faccia un gran fuoco:
nella penuria che ne segue
bagnasciuga che allappa
si troveranno le parole
gregge senza cane guida
la prole desiderata
ecco un’altra poesia.

da dove vieni?

il virus sarà fuggito
da una provetta
o sarà l’evoluzione
di una setta. l’ho visto
furtivo aggirarsi tra i panni
appeso allo stendino
indugiava per benino.
non importa
da quale notte sia sorta
la patologia che ingloba
il terrore e la farsa
la limitazione dei diritti
e dei rovesci. domani
niente sole: saremo
abbracciati ai nostri
fantasmi. la notte
calcoliamo i nostri spazi
e gli inganni che ci saturano
coi media e la continua
cromatura delle superfici ruvide.
siamo impotenti
di fronte al solco
dei capitali coraggiosi.
oh, cuore mio fatti capanna
e non logorarti: domani
è altro giorno.

toc toc

chiuso in casa
senza gatti e
senza cani
forse con un millepiedi
una blatta giovane
un moscerino
una mosca
una zanzara senza puntura

gli animali in cattività
disposti come la natività:
c’è calma e sangue freddo

è una società malata
dove non si muore mai
solo numeri per i dispiaceri

più urgenti che passano
come il grasso spazzato via
dalle padelle

con due uova fritte
rimaste
sulla bocca dello stomaco.

ma certo. certo che m’importa
di voi. intitolatemi
nel frattempo
una via del centro storico

dove si va a canzonare
i poveri globalizzati.

io ne perderò le chiavi
e chiamerò zingari
barboni e muratori
che non costruiscono
più case di marzapane.
toc toc sono il lupo
cattivo.

perdente

perdo a volte l’ironia
che vi porta via
perdo a volte alle carte
e a me non piace giocarci
sappiatelo perdio
perdo l’humor
che fa d’humus alla nostalgia
perdo il mio cielo di stelle
e sorelle e fratelli
sono belli quest’anni
di ricordi e bicordi
forse mancano le armonie.

***

s’arrabatta la scatola dell’essere
qui ora adesso futurodomani
è in evolversi evoluzione
come la frutta alla muffa
penicellosa, la cosa rende
purtroppo o per fortuna
tutto il discorso un temporaneo
funereo suffragarsi infettarsi
di fede dogma caso statistica
studio antropologico. l’illogico
vince e va come incominciò l’accento
fondamento di conoscenza e incoscienza.

mongolfiere

è una lotta di luce
sul buio e i mezzi
sbeccati dei prossimi
tuoi come te stesso.
una luna mai piena
che versa luce.
tuono che sgonfia
i colori. piangono
sulla spalla i sudori
di rimpianto inumidendola.
naturale che i saggi
siano eremiti
amatori di spirito
sui cucuzzoli
si facciano risate grasse
le parole mongolfiere
leggere tendono nel vuoto
a svenire. balenano
stendardi in armi
e ficcanti.


l’europa

l’europa è la carota
tutti dietro la carota
la inseguiamo

non sappiamo chi siamo
in corsa non ci vediamo
i visi son divisi

guerra carestie
letteratura culture
dietro col bastone

c’è la forza della coesione:
un popolo che ha questa lingua
da meccano, elmetto

imperialista sguardo
vitreo germanico:
frusta perentoria cacofonica

lontana dal canto
dietro il mercato
che non se n’è
ancora andato.

davanti la carne umana
che s’è detto secondaria
il debito ci rende un paese

decrepito e pure
lo siamo già per biologia
fermi staremo qua

per vedere le cose cambiare
o deviare in qualche modo
non canonico

verrà quel giorno
in cui cammineremo 
con le nostre gambe

non con l’elemosina
d’una burocrazia spregevole e anonima.

i limiti

alle 16:38 gli operai
hanno smesso
di far rumore

un giornata splendida
col sole tiepido e il cielo
azzurro come il mare

adesso c’è un casetta
nuova nel giardino
ma non è ancora finita

da questa mattina
attendevo il momento
in cui avrebbero finito

di segare e martellare
però ho dormito lo stesso
e quando mi sono svegliato

leggero e riposato
ho guardato il cielo
e mi sono commosso:

non ne vedevo i limiti.

i potenti

i grandi si fan la guerra
e tutti noi con la faccia
a terra aspettando il sangue
e la merda, perché il piombo
tutto mischia: denaro viltà
eroismo orgoglio codardia.
mettila via quella malsana
fantasia dei fratelli tutti uguali
son solo le iridi degli occhi terrorizzati
a farci differenti come arrotolati serpenti.