poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Categoria: poesia

femmine contro

ho sempre visto
donne nei luoghi di potere
più arroganti degli uomini
più zelanti, più severe,
più determinate, più precise
più stronze, sempre di più
forse per sentirsi più uomini
degli uomini, più forti, più acide
più intelligenti dei maschietti
che ora arrancano nella trappola
così come dopotutto
l’altra metà del cielo
che ora s’illude d’esser
padrona dell’intero.
la femmina è virilizzata
non veste più gonna e collant
più pantaloni muscoli e potere
ma non è una novità nuova
è il maschilismo più terribile
e becero che mai si sia visto
su questo pianetino azzurro
insignificante e malandrino
in una delle miliardi di miliardi
di galassie d’uno dei miliardi
di universi disponibili
nell’infinito spazio degli anni luce
in tutta l’oscurità che tutto questo sforzo
conduce

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quando il mondo non t’appartiene

quando il poeta è triste
si vede dalle parole che usa
non vedrete la sua faccia sconsolata
il poeta è comunque un guerriero
vive di quotidianità, non dei versi
non li pubblica, non è vanitoso
vive di un lavoro noioso come tanti
altri cristiani. non è cieco, né sordo
vede e sente tutto, anche le formiche
hanno un’anima.

*

lontani tuoni
arrivano i suoni
tu vai al lavoro
t’aspetto come nel sogno
ricordi i baci e le parole
che sfumate tremano?
ricordi il bel tempo
ti tenevo nel grembo?
mai masticare i secondi
rimarranno nel gozzo
come un riporto
di capelli trapiantati.
lontani tuoni
io son qui fermo
alla finestra, arriveranno
faran tremare la casa
non me.

*

questa terra sa di noi
delle debolezze radicali
del sole mancato
e della maestria
nella deviazione dell’anima.
nei richiami delle rondini
i nidi recuperati
ancora abitati.
il suolo vulcanico
ricco di humor
e la selvaggina
costretta in argini di potere.
i fiumi d’opportunità e i laghi
periodi stagnanti, oasi
dopo deserti di rimpianti.
e poi ciechi sordi muti
con le stelle tra le mani
l’esasperazione della professione
quanta passione nel tramonto
e nei corpi illuminati
dal sole calante.
dignità. rara.

una recensione mentre fuori piove

togli una bella immagine
resteranno le parole
e tornerai all’immagine
che te lo farà venire duro
(si fantastica e si sorride quasi sempre)
le parole te l’avevano
ammosciato e stirato.
i brividi vengono dalle labbra
e dagli occhi
con tatuaggi obbligati
(il miglior inchiostro
del circondario cartaceo)
le parole mentono
e nemmeno bene
e girano attorno
a qualcosa
come i moscerini da vino
ma il bicchiere
è vuoto da un pezzo
e non sei nemmeno brillo.
io non sono quel che vorrebbero
io fossi
ma nemmeno loro
sono quella propaganda
sfacciati narcisi recisi
(sintetizzeranno la loro
mancanza di sintesi?)
in incognito festeggiano
vanagloriosi
il decesso su carta.

Né amare.

Ci sono arti che si spacciano
per uomini e capelli per ricordi.
Io t’ho emancipato, t’ho messo
due gambe e sei partito
verso un bel panorama
con tutti i nomi giusti.
Io oscillo. Tu ti avvolgi
come un vecchio nastro
o il sesso verde dell’edera
bocciolo di gloria e fallo.
Ci sono arti artificiali
e bocche di plastica
e occhi di gomma
che non possono invecchiare
né amare.

*

son stati bene assieme
un attimo
prima di prender strade diverse
l’ideologia ed il portafogli.
sciocchi i paesani
issarono rosse bandiere
e credettero all’opera
di bioingegneria
credettero d’inventarsi possidenti
senza perdere i denti.
urto terribile
non l’orgoglio ferito
persero il braccio
e il dito.

barbone al market

sta accoccolato a terra
il barbone, testa in giù
come avesse veduto il terrore
ha visto le tasche buche
ed i calzini lerci, capelli
arruffati e nelle mutande
piattole vigorose. certo
non ha nulla da pagare
se non la sua libertà.
libertà di dormire e defecare
ogni sporco giorno
in una angolo diverso.
nell’universo una creatura
può non aver utenze
e contratti vari intestati-
ai margini sopravvive
senz’acqua senza luce.
nel buio, nel gelo lentamente
strisciando si conduce.

dolo

ci sono pieghette discrete
sulla fronte, vicino agli occhi
testimoniano un po’ l’incuria
dei giorni, i freddi e i sorrisi
che spalancano e gettano
petali di fiori sbocciati di fresco.
la tua mano sulla mia, il calore
l’aroma delicato del tuo respiro
la treccia dei capelli capricciosi.
fungo da manovratore. in realtà
siamo ciotoli sul letto del fiume
rotoliamo assieme per simmetria
e bon ton. è un racconto di vibrazioni
un’assunzione di responsabilità.
potresti denunciarmi per dolo

e dedicarmi anteprima d`un volo.

entusiasmo

m’è sempre nato dentro
l’entusiasmo come un miasmo
aspettativa poi d’un coraggio scorato
l’aspetto non ornamentato
d’una attesa, uno senso dell’alto
che poi precipita come un bicipite
dopo un lungo accorato esercizio
di vanità scodinzolante. dissuadente
e brumosa è un ostacolo a viverla
come si deve, senza servili piacimenti
l’esistenza senza referenza obbligatoria.

poeta in ammore

venne l’amore
ti fece schiavo
ignaro baro.
poi i versi
che il poeta
senza calamaio
non sa stare
come senza luce
l’albeggiare.
poi gli schiaffi
il disonore
il malaffare:
il poeta è vivo ancora
ammalato
l’amore boeing
malguidato
s’è schiantato.

vorrei incamminarmi sulle braci ardenti

vorrei dormire per una settimana intera
vorrei scrivere più difficile
(come si diceva? ah, ermeticamente)
in modo che il lettore d’alto livello
non capisca tutto alla prima lettura
ma nemmeno alle seconda o alla terza
ed il critico ideologico s’impressionerebbe
e mi prenderebbe sotto la sua ala spiumata
scriverei in endecasillabi ed enjambement
troncamenti e preziosismi
vorrei mantenere le distanze
e vorrei che non ci presentassimo
dovremmo restare sconosciuti l’uno all’altra
non chiamarsi per nome ha un vantaggio
non ci si potrà intestare un conto bancario comune.

*

nella notte vibra il frigorifero
la televisione a basso volume
il muro maestro si friziona
e rumoreggia seccamente.
i tubi dell’acqua, il camino.
tutto si muove, si sposta
scivola. l’indomani troverai
apparentemente tutto uguale
ciò che è tutto differente.

sto

sto tra la tangenziale rombante
e le case silenziose
piccoli angusti bilocali carissimi classe aaaa++++
sferzate da un vento gelido
inusuale ma bellissimo
a maggio
dopotutto andiamo verso una glaciazione
ci sono tutti gli indicatori
a parte i media
quelli hanno altri padroni
che non sono i miei.
sono sereno
e la strada è indifferente
silenzioso guardo
guardo i mattoni quadrati delle case
guardo strani fiori gialli
eroi nel gelo
guardo il cielo che non mi vede
e la tangenziale ancora
dietro di me, oltre il parco disabitato
poveri che tornano a casa
uno dietro l’altro
in fila indiana
cinque chilometri all’ora
dopo il lavoro triste.
il sole cade addormentato
lentamente come niente
ma io urlo dentro di me
tutto il dolore
tutta la rabbia, la mia insoddisfazione
e la mia gioia, ma sono impassibile
ed intirizzito
urlo tutto me stesso
e me ne torno a casa.

tavolata

fanno finta d’essere amici
si stringono al tavolo uniti
con gli stessi poli trattano
la resa. sarà poi una sorpresa
prendere atto della tragedia
nell’incompiutezza nell’astrattezza
nella risolutezza del’occasione
un matrimonio, un compleanno
una comunione una fine anno
una volta all’amo del sociale
si perde il senno della stagione.
i rapporti son contratti a ore.

la libertà degli uomini

dove latita tutta questa
libertà, dove risiede
recalcitra, sboccia
o è tuttalpiù esangue
indistinta. dove ruggisce
dove coagula, dove copula
col vento ed il cielo
per crear giganti ed infiniti
mondi. quell’apertura d’ali
agognata da poeti
schiacciati dal potere,
oggi a tutti indifferenti
tra le strade, camminando
in una folla cieca, indistinta:
l’egoismo di classe
fa altre vittime
e non le colora
le disvalora sino
all’inconsistente trasparente.

stasera alla solita ora

dalla socchiusa  finestra
esce l’odor della cucina
mentre sui vetri schizza
l’insistente pioggia
e tu non sei qui. sbuca
il basilico, le timide spezie
come al solito t’aspetto
(ti cucino uno spaghetto)
goccia dalla grondaia, dal tetto
la canala è colma. non la misura.
non questa schiva chiusa.
forse di maggio delusa.
non certo di te: se t’amo
è anche per sorridere
di nubi e dubbi umidi.

il morbo sciocco

l’ideologia porta con sé lacchè
furbastri e segaioli di partito.
a lor piace dirti cos’è degno
cos’è indegno. sentono
da sotto er culo d’imperio
scivolar via il fazioso impero.
ti dirò col sorriso tu leggi
tutto quel che ti pare, pure
i maestri cattivi non evitare.
la politica di ‘sti sciatti mediocri
è frigida scorza da dimenticare.

nubi d’olio combustibile

nere come cattivi pensieri
nuvole armate di furia
incedono e stazionano
frullano e rombano.
sbiancano, s’inquinano.
ed io primaverile spero
ma non intendo. fiero
e partecipativo. schivo
e affretto la voglia di prati
margherite e soffioni.
vivo nell’ombra del pino
che non vede stagioni
ma ad ogni anello di tronco
una ruota, un giro.

tenebroso

non sono mai nato
le fabbriche ho frequentato
e schifato con tutto il cuore
ma il cuore non era già più mio
ed io non sono mai nato
l’ho detto già, ma debbo
ribadirlo ripetendo come il grillo
nella notte tenebrosa
quando dolore, a iosa.

*

franca è la notte
notte di sibili
e nani poderosi
sotto coperta.
vibrano i muri
come corde
di violino.
la musica è stramba
come un vinile
al contrario -assomiglia
a certa musica contemporanea
nono o altri compagni.
la nettezza del sorgere
distrugge tutto
il glacial cristallo:
con parsimonia
si ritorna a vivere.

secondo concerto per pianoforte

prokofev nel secondo è un funambolo
il poderoso monumentale preambolo
regge da tronco il vorticoso proliferare
di note a grappoli. in marcia il finale
col nel cominciare il gorgheggio tuba bassa.

*

ancora piove e tutto si sfalda fradicio e la vecchia pallida esce di casa senza dentiera
va a buttare la pensione nel vicino bingo, non vengono mai i figli
figuriamoci nipoti, sono lontani. il marito crepato
nel salotto lucido e perfetto senza libri -era sempre incazzato
e distribuiva querele a destra e a manca, come caramelle
sui confini, sulle fogli, sul rumore, sui parcheggi
ancora i muri bagnati, dopotutto non ha piovuto quando doveva
per 3 mesi il secco dei fiumi faceva paura e gridava vendetta
i cortei di nullafacenti per le via del centro coi cartelloni stupidamente blasfemi (moda dell’impegno selfie)
il femminismo, la battaglia climatica, senza saperne un cazzo, come pecore.
meglio in casa a masturbarsi con la tv accesa o spenta -ora le vere battaglie le fanno i social, nuovo ordine nel disordine (loro tracciano e sospingono)
non mi raccapezzo con questa generazione frivola, monotona del tutto e subito
ahi, il futuro, il futuro. ho pensato di farla finita col futuro
vivo piano piano, come una lumaca sul vetro, un rallenty di qui e adesso
fotogramma dopo fotogramma senza lotta, tettonica a zolle comatosa, mentre il sole in garza ha il glaucoma.

*

lontana eco
il dialetto
la stanza oramai
immensa, stupidamente
conforme.
le note dolci del fieno
della campagna.
mio nonno nell’orto
fra le canne
deportato nella spelacchiata
periferia del ’50.
i bambini ora dormono
al caldo
del metano,
c’è la fibra
che tiene in contatto
senza la pelle.
lontana eco.

il sole alle 19

il sole alle 19 ha reso tutto squisito
i muri che s’asciugano accarezza e sfiora.
dopo il lungo invernale acquazzone
sui fiori, ci s`accorge di maggio. e basta.

un uomo

un uomo conta
sul ragionamento piano
della bocca piena
e su sbalzi ormonali
che plasmano il tangibile.
un uomo solo
che s`inventa la narrazione
del bene. un uomo
sicuro della manualità
che scorre nel tempo.
e non ha aiuto dall`alto
solo consolazione,
accettabile?
lassù il cielo
con stelle e gas e vuoto.
quel voto che non compete
nemmeno a dio
e neanche a quell`io
che pretende ordina
offende. e dà ordine al caos
o non lo redime.

è un operaio

è un operaio
perché il padre era un operaio
morto di cancro
subito dopo la pensione
e prima del brutto male sempre il padre
è stato badante 24/24 della nonna
morta di cancro e inferma a letto
merda e piscio a fiumi e pannoloni
in sacchetti della frutta verdura coop
era meglio continuare a lavorare gli diceva spesso
mentre aveva lo stomaco che gli usciva
pure dagli occhi rossi, stremato dalla chemio
e scorreggiava come una vecchio trattore
36 anni nella stessa azienda
una specie di figlio degenere, senza regalo per i 18
una azienda distrutta dallo stato
è un operaio
perché la madre era un’operaia con le elementari
addetta a sterilizzare gli aghi
in una caverna nel sottosuolo
con chimica malsana, cancerogena
e radioattiva
la costrinsero ai turni
anche se aveva appena partorito (sindacato in minoranza, fabbrica fascista, dicevano)
spesso nella pausa si trovava una letterina
del caporeparto perché aveva fatto un minuto in più in bagno
e c’erano tante ruffiane spione
era sotto controllo, ogni movimento, ogni parola, ogni sigaretta, ogni pisciata
è un operaio
perché era circondato da operai
la mela non cade mai lontana dall’albero.
però può guardarsi allo specchio
e non vomitare.
imparò l’arte
e la mise da parte.

*

frigida europa
d’ancien régime
la nuova plutocrazia
aristocratica ordina
al popolino cretino
una sostituzione
ordine diretto
come si fa col bambino
discolo: confida popolino
nella forza del continente
pulito e ordinato, delocalizza
non si nazionalizza
e vota bene: la democrazia
è una via irreversibile.

la battaglia

dobbiamo fare questo
dobbiamo fare quello
tutte le battaglie del mondo
ed un vuoto interiore
deserto senza figli.
pare per far sentire gli altri vivi.
invece tu sei moribondo
anche con tutte le carni, i polipi
i tumori benigni, i fibromi
e tutti i litri di globuli
che puoi affittarti.
vedo che miete vittime l’impegno.
le battaglie puoi anche vincerle
ma la guerra no. la guerra
ne fa milioni. è il giorno
della pulizia. tutto il sangue
si sputtana in piazza.
e non importa più
se il salmone ha la forza
di risalire.

*

ognuno ha ciò che si merita
davanti alla tv, la sera
dopo 8 ore di sgobbo
una trasmissione fiacca
una frequenza sghemba
un abbraccio di figlio
un bacio sulle labbra
o un’anatomia rigor mortis
ognuno ha le sue candeline
sulla torta, ognuno promette
e dismette. ognuno ha rughe
e pianti e gioiose deflagrazioni.
ma resta il brutto spesso:
la sua immagine tiepida
come non aver piantato
chiodo, né piallatura, un piano
saturo di segatura. ognuno
ha ciò che si merita la sera
nella doccia, con lo specchio
opaco di condensa.
che di traverso non si vede
la vita non fa una piega
non si vede non si vede. no.

il latrato della specie

nell’anonimia sta il disperato
latrato delle specie, il tentativo
nel mondo che ci fece, la ritrosa
manovalanza della creanza,
il rotolio delle membra,
dei lunatici pratici pensieri
che si dispiacquero dei nativi
declivi, perdite, originali orditi.
e così sia dissero e sostennero
senza preannunciare vennero
si lasciarono ordire dalla corrente.

malcelato

guarda là in fondo
quegli orti che bruciano
le negre che fumano
gonne e short che bestemmiano
nello slang fradicio
dello sperma sprecato
salato lago in condom.
e là sotto il ponte crepato
un cliente affamato
lì c’è una slava con la siga
labbra gonfie come wurstel
andati a male, tette e culo grosso.
ogni incubo va sfumando
è tutto reale il creato!

*

la pioggia copiosa
bagna cielo e terra.
pozzanghere come laghi
imputridisce il legno
le radici. non monderà
peccati: tutti chiusi in casa
a vivere seguitando.
coi dolori e auspici.
con errori e miti.
col macchinoso e fazioso
entusiasmo d’élite asciutta
che ci controlla come sovrappiù.
la pioggia copiosa
bagna cielo e terra.
con gli animali che c’osservano
curiosi ed imbalsamati.
nel tempo che scorre
dentro le ore, i minuti
i secondi. attimi.

il male

il sabato mattina era il giorno
dell’esame del sangue, t’accompagnavo
ed aspettavo paziente in sala d’attesa
con la faccia stanca e tesa delle 7
dopo i bagordi del venerdì sera.
zampillava violento il sangue perfetto
vitale, incontaminato, stabile
non perfettibile, di vita essenziale
ancor esigente, ma tu consapevole morente
non lo davi da vedere alla gente
calma e sangue freddo, mentre il male
le cellule imprevedibili e folli
già contaminavano la carne tua
gl`organi vitali, avvitati nel male
che ti cancella dalla coordinata astrale.

i vivi, i morti

i vivi guardano coraggiosi
nella cassetta della posta
attendono una raccomandata
una tassa, una réclame, i morti
hanno aspettato tutta
la vita e ora silenziati
ricamano l’eterno.
le ossa fanno rumor di vuoto
gli occhi non vedono
orecchie non sentono.
la lingua è ricordo di parola
e nei vivi il chiacchiericcio
dell’esistenza svuotata dal lavoro.
i vivi potrebbero abbracciarsi
ma s’odiano – il vantaggio
dei morti è la non volontà
l’assenza nel ricordo
i loro pugni non stringono
non offendono.
ancora i vivi
non chiesero né di nascere
né di morire, ma temeranno
del dolore gli strilli, di quel scemare lento
del vaneggiare della memoria
perdita della coscienza
oscuramento dei sensi
in un magma d’entropia
evanescente, polvere di terra
brusio di testimoni, fatui.
ebbero tutto il tempo
per sembrarlo, i vivi.
avranno tutto il tempo
d’essere, i morti.

multipli

nel parco ognuno
col suo recinto
etnie non si sfiorano
attraverso veli e giudizi
narrano d`un mondo
multiculturale che non c`è.
forse nelle idee rosè
d`una politica lontana
con colf e bianca settimana.
forse in un`esistenza
pacificata e livellata
a forza. forse
negli orgasmi bagnati
d`ultrà democratici.
eppure per ora
la coesistenza forzata
funziona, oppure
lo scontro rinviato
si perfeziona.

*

il bimbo cresce
a vista d’occhio
ed io non ricordo
cosa sia crescere
dimentico l’ovvio.
m’hanno cresciuto
nella convenzione
la società è un lusso:
l’imprinting un timbro
innaturale dato per quietare
ogni avvento di ribollimento.
il bimbo cresce
e non esce dal seminato.

senza perché

senza perché
entriamo in gioco
con sforzo grande
statistica, caso un poco
la tenerezza dei padri
la dolcezza delle madri
una lunga gavetta:
scuole giochi litigi
un’interminabile opinabile
forza nostra trascorsa
per rendere felici altri
quindi a svuotarci
per riempirci di merci
e strani specchi refusi
fraintesi malintesi.
e quando viene
il momento di fermare
il movimento osservando
col cristallino
oramai rigido, opaco
deformato il set
come incominciato
a sé già concluso.

maggio

amare quiete parole
sui prati di maggio
pensieri s’arricciano
al sole, sembrano
erbe aromatiche
che crescono per luce
amore di cosa non so.
il giorno è stato sfrontato
quasi vulcanico, baccanale.
la sera e d’una bellezza ombrosa
con la sirena dell’ambulanza
rumorio di foglie e aerei
tutto si placa e si richiama:
dipinge il sole una città
diversa. povero di cose
ma non d’invisibile
e perché vedo
e perché sento.
vedo l’invisibile
l’imponderabile.

*

il sindacalista è venuto
per la terza volta forse in un anno
a piangere in sala riunioni
che nessuno più è interessato
nessuno più segue il sindacato.
persino i miei due figli, dice
non sanno che mestiere faccio
non votano neppure
o forse votano l’odiato avversario
(o finto antagonista).
poi parla di “migranti” e di tesseramento
a quel punto gli sguardi già annoiati
dei dieci su 110 che son venuti
cadono istantanei nel buio vuoto
come quando a teatro il tenorino sgonfiato
stecca ed il loggione sparecchia nello sconquasso.
parla di scioperi al fine turno
del venerdì -due orette spicce
che non si faccia troppo rumore

ci sono diversi mutui da pagare

ci son silenzi muti da rispettare

un’apparenza di lotta da conservare.

condivisione

condividi per anni anche
l’anidride carbonica esalata
dalla pelle poro per poro
cartina topografica dell’amore
condivisione di sudore e piccole
vittorie senza indirizzo, col nome
volta in volta divelto, svelto
nel fare economia degli scambi
negli affetti, effetti di condivisione
affezione, contraccezione dei vincoli
delle successioni, aggettivazioni
semplici in coppie banali sempre
perché chi si cerca non può
restare solo con se stesso, soltanto
pregare e temere una solitudine.

ama la fabbrica

la fabbrica ti mangia dal di dentro
come un verme la mela
tu sei il verme che s’infila e striscia
tu sei la mela che col tempo appassisce.
ci sono uomini che non hanno più il cuore
dopo ore di straordinario e culi leccati
ci sono uomini col cuore d’eternit
i polmoni di catrame e stomaci radioattivi.
l’operaio che non dorme la notte
sogna un prato e una casa grande in collina
non un quartiere di cemento e ferro arrugginito
non un massaggio cinese e una sala scommesse.
donne senz’unghie e coll’istinto di sopravvivenza-
piccole sveltine nei bagni da primati, vestiti attillati
sguardi languidi e complici e indifferenza totale
i piani alti non sanno dei sottoposti, solo mail e richiami e sorrisetti.
dal lunedì al venerdì e il sabato che chiama
qualche ora solo al mattino, fai felice il padroncino.
la domenica di riposo, però non riposi e sogni molto tremando:
hai ancora la pressa nelle orecchie
la polvere nel naso, l’olio e la saldatura sulla pelle.
dì sempre sì, dì sempre sì. dì sempre sì.

che non ti venga in mente di esser perfetto.

*

non ho pretese
non voglio fama
ho solo fame di verità
e la verità fa male
perché non si critica
non si discute, è.
non ho pretese
se non pochi euro
al mese, uno per scrivermi
l’altro per mangiare
un altro per passeggiare
leggendo poesie: non grido
a bassa voce
il pensiero non scuoce
rettile vorace
assemblea d’uomo solo.
si doma.

felice

a volte son felice
mi capita. mi sveglio
al mattino presto
con tutta la forza
ed il respiro buono.
a volte son felice
e vedo il cielo
e un pettirosso
zampettare.
mi capita quando
non mi sento unico
al mondo e quando
m’hai lasciato il pranzo
nel frigo, col bigliettino.
allora mi vien da cantare
e non indosso
più i guantoni-
boxer acciaccato
in pensione.
a volte son felice.

*

strade mezze vuote
fendo il silenzio
lungo ponte d’aprile.
market aperti sempre
costa poco il lavoro
il consumo spinge.
barboni coi cani ai lati.
turisti in fila infoiati
come formiche.
la routine del popolo
il sole è alto, incurante.

ospitale

l’ospedale illuminato
nella notte è vivo
come un verminaio.
tranci d’arti, tumori
sangue rappreso ed escrementi
nei dedicati contenitori colorati.
nel triage barboni, baldracche
tossicomani e bastardi
senza gloria. c’è
un’infermiera così così
e un poliziotto terrone
col senso dell’humor
maneggia uno sfollagente
l’agita come Charlot-
un altro si lamenta, ma senza
fretta, tien le mani
al ventre: son piccole le ore
ci vuol poco nel malore
bestemmiando di vedersi
innanzi il Signore.

*

gioia e mestizia
sotto il sole accecante.
prati di margherite bianche
bambini spensierati ballano
la vita. io penso a mio padre
in bicicletta sui pedali
m’ha lasciato d’estate.
frusciano tutt’assieme le foglie
come un concerto di vivaldi.
s’infiamma la malinconia
è un giorno dolceamaro.

erotismo

i giochi erotici
son filantropici
bocche su bocche
salive nella gola
palmi sui rigonfiamenti di lui
lei che crema come uova e farina
lei che fa da grotta
alle antenne trasmittenti dell’uomo.
quindi i desideri
si montano in ormoni
pulsano arterie e vene
al suono del possesso.
bocche e mani
bocche e ani
pullulano anfratti
di sudore e pene
glande e vagina carina.

quando sorrideva mio padre

quando sorrideva mio padre
non era solo leggero incresparsi
di labbra, come discreta richiesta
sull’immediato da farsi. comprensione
era e la delicata visione del futuro mio.
famiglia è questa futuribile apprensione.

zeitgeist

quattro soldi di salario
valgono una giornata di festa
giornata briosa e gelata
con le nocche incenerite dal gelo
rinsecchite come egon schiele
con anche un poco più di fiele
per sentirci tutti amati
da una madre che c’ha dimenticati
schifati ai margini sozzi delle strade
senz’arte né parte si resta qui
dove altro andare? immigrare
denigrare pazientare deflagrare.

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Marco G. Maggi - Nuova Itaca

Se dall’onda del pensiero riaffiora qualche indizio riportami voce nei luoghi immemori dove nacque l'idea

Quanto basta...

Riflettere, condividere pensieri. Senza esagerare. Quanto basta...

UNO STRANO POETA

Quando la poesia incontra la vita di un ragazzo

Giuditta Michelangeli (tra versi e prosa)

Scrivo per passione e per noia, scrivo per passione annoiata. Lo pseudonimo è uno strumento ed è confusione, è uno strumento per confondersi. ("Sii sempre un poeta, anche facendo prosa.” - C. Baudelaire)

Unterwegs

In cammino

sovrasenso bisbigliato

"quando ti sono postuma ti ritrai negando il nesso tra suono e pensiero pensato." (Anna62)

Brezza d'essenza

Quando scrivo dimentico che esisto, ma ricordo chi sono.

ilcollomozzo

FU ALL'INIZIO UNO STUDIO. SCRIVEVO SILENZI, NOTTI, SEGNAVO L'INESPRIMIBILE. FISSAVO VERTIGINI. A. R.

Parole & Carriole

Poesie D'Amore e Trucioli Di Libertà

amilgaquasino

A.A.A. Cercasi (un modo vecchio come il mondo per mettersi sul mercato)

Sogno Diurno

(la poesia è sogno diurno)

Neobar

"Noi non siamo mai esistiti, la verità sono queste forme nella sommità dei cieli." Pasolini

contro analisi

il blog di Francesco Erspamer

Rosa Frullo

Rosa Frullo. Un poeta e un filosofo tra Spleen e Masochismo

Angela Francia

LA DITTATURA PERFETTA AVRA' LA SEMBIANZA DI UNA DEMOCRAZIA, UNA PRIGIONE SENZA MURI NELLA QUALE I PRIGIONIERI NON SOGNERANNO MAI DI FUGGIRE. UN SISTEMA DI SCHIAVITU' DOVE, GRAZIE AL CONSUMO E AL DIVERTIMENTO, GLI SCHIAVI AMERANNO LA LORO SCHIAVITU.

formavera

rivista di poesia e poetica

Non di questo mondo

Nel mio taschino c'è tutto quello che va conservato per non andar perduto.

Michelangelo Buonarroti è tornato

Non ce la fo' più a star zitto

Un cielo vispo di stelle

tentativi di prosa e di poesia

Memorabilia

Mille sono i modi di viaggiare, altrettanti quelli di raccontare.

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scritture immaginali

blog di Giovanni Baldaccini

Paolo Valesio

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salone del lutto

«Se tutti moriamo o ci perdiamo è perché il meccanismo del mondo si basa sull'estinzione e sulla perdita».

STEREONOMONO

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Musica & Musicologia

Musicista non è chi solo suona ma chi anche pensa in musica

Irene Rapelli's writing

(Il cielo stellato dentro di me)

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Fanzine online per la diffusione della poesia

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Cultura? Pop e piano, sir.

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Rivista culturale on line

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All'infuori di quel che manca, poi c'è tutto.

alessandrasolina

il mondo non è tondo

Zonadidisagio

Blog diretto da Nicola Vacca - In redazione: Luisa Bolleri, Gianfrancesco Caputo Patrizia Caffiero, Martino Ciano, Salvatore Marrazzo, Geraldine Meyer, Roberta Manfredi, Fabio Orrico, Roberto Saporito, Alessandro Vergari

Musica classica ieri e oggi

La qualità viene prima dell'esistenza stessa.

Controvento

“La lettura della poesia è un atto anarchico” Hans M. Enzensberger

Poesia Ultracontemporanea

Un'antologia permanente a cura di Sonia Caporossi

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