filiformi


temprata dall’albume dei giorni
ti strizzi i capezzoli
palpebre serrate
e mi stringi le palle
la tua lingua setosa
sulla cappella scava sentimenti
l’uccello sarà la tua penna
per i prossimi minuti:
l’infinito è un volume stantio
che s’assottiglia e geme
come gomma da masticare
tra il tuo palato -lingua
e cuore meccanico. la saliva
è un lubrificante filiforme
il tuo sguardo non c’è più:
il buio s’appropria delle immagini
e forse la statura dei corpi
non è che un momento
di gioia tra loro o mutua
come maree e aurore.
e vengono e cantano.

con occhi e gusto

la tua mano calda e viva
lungo la mia schiena curva
scende in mezzo alle gambe
cercando il mio cazzo sull’attenti

l’amore vibra all’una di notte
sotto le coperte spesse
di una giornata invernale
poco prima sognavo

poi s’è incarnata l’idea
e sperma colava in mezzo
alle gambe tue tremanti
s’è fatto notte il tempo

la mattina ti chiamo
non ti nascondo più
e siamo forse tu ed io
sufficientemente felici.

in strada gli uccelli cercano
briciole e non cantano
nella neve si scava il solco
eppure la città prova una luce.

manto

la carica è sbiellata
il tocco felpato
il manto consumato.
ci son giorni magri
come ragni appesi
alla luna a metà
e pomeriggi infallibili
come una carie:
sottesi qualunquisti
per eroi di carta
e straccia la tua pena
insatura e magagna
la tua maglia: ago e filo
a rammendarsi la sera
sotto gli occhi sfiatati
del potere immaginato.
era meglio scegliere
altro e paese
che contrattaccare
senza popolo.

telelavoro

pomeriggio emorragico
anfiteatro dislessico
ti scaravento a terra
come un lottatore
greco romano
scopro il terrore
del vaniloquio terrestre
del cicaleccio invertebrato
delle menti rumorose.
pomeriggio decerebrato
pianti il chiodo finale
sulla mia bara: occhi aperti
io dormo e vegeto
mentre la città grigia e perfida
s`inventa una nuova malattia
davanti allo schermo
divento scherno ed eresia.

censura

s’appropriano del cielo e della terra
ora esigono l’ossigeno e la libertà
della passeggiata ed il cuore tace
ché s’è occupati a guadagnarsi il pane
e lo sguardo è miope, ché il mondo
non abbisogna d’altri peccatori ed ignavi.
la carie si mangia il dente e tu che fai?
la testa giri dall’altra parte -il viso una foglia
l’albero è secco. le gambe giacomo giacomo
vibrano le sirene ma ancora non esplodono
di furore. notte dei tempi c’abbracci e ci svieni.
sugli occhi è stretta una censura di menti.

bastone e carote

ora gli eremiti sono felici
i soli sopravvissuti alla schiera
di morti ipotetici che deambulano
e frignano e passivi subiscono
i nuovi ignavi e ruffiani
che legano l’asino
dove il vento soffia.
bastone e carota!
bastone e carota!
eppoi solo bastone
ché la dialettica è frigida
e gli eroi sono impagliati
lascito di un mondo cremato
come il pesce nell’acquario
un mondo sfranto ed effeminato
che si vanta del sua impotenza.
puttane e papponi
vanno a braccetto
per l’ultimo servizietto.

viaggio nel cosmo

disoccupato del cielo e del sole
schiaccio i punti neri della modernità
il totale controllo delle menti e dei desideri
siamo munti dal padrone! perdonate
la semantica se è la piaga e la poesia
che non serve a far di conto
e non imbratta più i muri
delle città fantasma -ciniche e stronze.
perdonate il gioco del consumo
e l’idolatria del singolo. così falcidiate
la fantasia e un futuro dignitoso.
si spreme come un’arancia il tempo
per vessare e intimidire.
ma il seme volato lontano
dopo l’ultima improvvisa folata di vento
germoglia nell’isola imprevista.

fuga

la carne in frantumi
è un allunaggio affranto
un cimitero di sensi
e una cordialità soffusa
un abbraccio disfatto
una caserma d`ordini dall`alto
che non servono a guarirci.
mi schiero col sentimento
ed il vagito animale
non col gregge senza qualità
l`istinto esadecimale
che non eccede nel calcolo.
vorrei dormire a mare
sul bagnasciuga
con un senso di fuga.

la gazza

salta la gazza
di palo in frasca
sulla gronda tamburella
in quell’estate eterna
che è dell’anima.
e neppure la bugia
del sole perpetuo
ti sgancia dalla terra
umida e ferma.
salta la gazza
tu fermo alla superficie
linda pinta eternit
piegato dalla sberla.

chiusa

la città è morta
la gente in casa
non c’è pietà
nella chiusa
il preludio è stata la vita
anche quella schifa
da disoccupato
oppure dell’operaio
dimenticato nel seminterrato
occhi a palla, fisico stirato.
è stato bello vis-à-vi
entrarti nella testa
vederti ballare
di fiori e tango.

resiste

hai timore d’essere vago
di captare un guaito lontano
oggi il sole alto e accecante
risveglia i sensi contriti.
ci sono tanti detriti
la gola secca ed il nodo
e qui nello stomaco
un peso rappreso.
le vaghe stelle
non vigilano, prega:
forse l’anima resiste.

stazione

la luna in cielo
come un lampione.
si stacca il freddo
dalle stelle. siderale
e profondo come il nero
il ghiaccio si sposa
col silenzio -precipita.
notte di tutti -barlume
la stazione è un deserto
d’anime e le poche
coscienti dormono
un sonno profondo.
non credo all’astrologia
né all’astronomia:
sono un uomo profondo
in attesa di uno sconto
che s’è scollegato dal mondo.

giorno di pioggia

il giorno è di pioggia
il cielo s’incurva
in nuvole e pace
io ti credo e affermo
che il silenzio ci cinge
e neppure un respiro.
nessun fiore guaisce
il tempo inveisce
tra un attimo e l’altro
ci troviamo soli.

se il giorno

se il giorno è lieve
se la nuvola goccia
ed il rumore tiene
sospeso come piuma
dirottata dal vento
è come un tormento
l’attesa ti svena
e una carezza che non c’è
differenza farebbe.
se il giorno è lieve
se la nuvola goccia
è un’attesa. un’attesa
di terra e di mare
niente da aggiungere
niente da dire.

emozionale

scopare col metoo
è diventato opzionale
quasi un nodo scorsoio
di una pena capitale

le donne tengono
al solo fattore emozionale:
prima ti voglio
ti pretendo
poi ti spenno.
certo ci sono uomini
infami ed ingordi
grassi, brutti e porcini

oppure in forma perfetta
gonfi maneschi
tatuati e stronzi
ignoranti i più desiderati
i più celebrati

e persino pudiche maestre d’asilo
che s’immortalano nel coito
coll’emoticon porcina
di un giorno da leonessa
salvo sentirsi fessa
il giorno dopo
nella fama temporanea
del segaiolo indefesso

ma pure donne balorde
perché generalizzare
diventa tutto tiro al piccione
quando spari alla croce rossa
spargerai così tanto sangue:
col sangue il capitale
ci fa le scranne.

attendo

è panacea l’oscurità
d’ogni bene e d’ogni male
notturne imbalsamano le luci
i corpi sui muri nelle ombre
obbligati a starsene fermi
tutti a dire che bisogna
muoversi: andate, andate pure
io sto fermo. v’aspetto qui
nel mare anoressico del cemento
coi quadri dei defunti prego
un lungo sospiro di sollievo.

*

ed intorno mi guardo
c’è solo silenzio ed un mare
di normale ch’insegue
e fa paura come l’orma dell’orso
nel cittadino vacanziero.
ed il pensiero annoia
e lo sguardo alla casa
in mezzo alla nebbia.
le nuvole grigie e nere
spavento del vento
e moria della vitalità:
non giunge il sogno
s’io neppure sono.

*

continuano con la poesia dei sentimenti
imperterriti come martiri, incoscienti
distratti come malati di parole di miele.
continuano con la retorica del mondo
come fossero organo di partito
propaganda di stato.
come un gioco malato
il mondo si sfalda poco a poco.
e chi glielo dice quanto
stanno sbagliando?

spietato

spietato il giorno nebbioso
col grigio che non è solo cielo
è una bordata catarrosa
un reflusso acido di colonia
una carie dolorosa che svergina
e annichilisce. conto le pecore
una ad una per dormire
e sognare di giorni abbracciati
senza sguardi diffidenti
e battute fiacche fuori luogo.
ho costruito e forato e faticato
per il mio umile orto di carne
famigliare. ho sentito il silenzio
del dì di festa e non c’è festa
è il grigio che s’inerpica
e stringe come il boa o l’edera.
giorno di merda che mi sfianchi
e non so a chi mai telefonare
per sembrare umano.

Si sta

Si sta nel mare degli affetti
come una gondola a Venezia
s’incanta lo sguardo serio
nella navigazione degli odori
della pelle e dei sapori di bacio
nel cuor tuo c’è ancora il paesaggio
e quelle strette al cuore
singhiozzi delle mani dei capelli
sapore lontano e liberatorio.

in paradisum


non mi vieni a trovare
oggi poesia, non ho santi
in paradisum né fuochi d’artificio
né un’anima pia, auscultami poesia
tacciami d’interferenza ed eresia
poesia anima pura e baldracca
sudario ed ematoma, strozzami
percuotimi di scarna punteggiatura
e mania di grandezza. poesia
che mi stracci le vesti, m’inganni
e mi temi. sputtanami e redimimi
inventami e ammaestrami
plasmami ed incantami
insomma accendi il fuoco e deflagra
poesia e non indurmi in interpunzione
liberami dalla nebbia e dalla magia nera
dalla menzogna e dalla gogna dei buoni.

parlami

parlami e annientami di belligeranza
la frizione continuata riaccende speranza

spruzza di scintille l’acqua cheta come mercurio
penetra nelle crepe che come sentinelle

impacchettano lo schema e lo vendono
lo vendono salato, colla fortuna tra le gambe

che hanno -vengono e vanno. a volte restano
senza la putredine dell’affanno. a volte

non alimentano l’inganno. a volte.

non m’onoro dell’uomo

non m’onoro dell’uomo
provo vergogna profonda
antipatia. al bisogno
affettuoso e parzialmente umano
stringo al passante la mano
tuttavia spero sia viaggio
comunque d’andata sola
repentino. spazio non c’è 
per generosità e nemmeno
per pietas. di circostanza
il fortuito dialogo: si cela
l’insetto coprofago
sotto la foglia di fico
lo specchietto per allodole
s’ingozza e caga mangia.
mi ricorda l’uomo disteso
sul divano. spaventato
inane -dimissionario
spellato San Bartolomeo
nell’universale giudizio.

ferocia

il tonfo delle lamiere
la fabbrica si svuota
svaniti gli operai:
tramonta il sole
se ne vanno
i pochi rimasti.
esco dal mio vuoto
di otto ore e mi chiudo
in auto -il silenzio
mi placa: nessuna ferocia
nessuna pena
nessun sentirsi inesatto:
la flora s’adatta alla luce
la fauna implora l’ombra
le foglie sono i segmenti
di un rebus. la nebbia cala
cela i peccati.

bisogno

c’è bisogno di cose
di cui non c’è necessità
così ci scoliamo chilometri
di corridoi e merci
i supermercati e altri
cimiteri d’operai sfatti.
innumerevoli volte
si piange sul latte versato
ed è chi lo versa
più o meno consciamente
un collaborazionista.
cioè il piccolo azionista
la pecora o l’agnello
indifferente agli altri
sacrifichiamo il sangue
per non essere più che nulla.

politica

cresce improvvisamente
l’unghia dopo il taglio
o l’incidente come minuta crepa
nella colonna di straccia periferia
ed io che non pretendo il controllo
né la fuga m’adatto e rassegno
le mie commistioni: è un giorno
buono solo per silenzio ed interiora.
soggetto e complemento oggetto:
politica anche l’inazione.
contumacia dell`esasperazione.

le auto

le auto poche scivolano
nelle vie sgombre e le sirene
anomale nell’aria come api.
ci cercano in casa
uno per uno
si stanano così
i nemici. non c’è patria
né dignità
né un novembre sereno:
chiuse i negozi e le fabbriche
il reddito un contentino
e la poesia se la sono portati via
o non c’è mai stata
non c’è mai stata un’era
di guerra non dichiarata.
è il progresso dei popoli liberi.

*


il gioco al massacro
non è indesiderato:
resta il più forte
a menar fendenti
a destra e a manca
non c’è: uno
la serenità agognata
due
la libertà dal ’45
desiderata.
è una derrata
già digerita
disincantata
svuotata.
comprata da corporation
e dirigenti competenti
dal frigorifero
al conto corrente.

memore

la ribellione è il più puro atto
della conservazione -i nati ora
non sanno nemmeno levare
un pugno. nemmeno dissentire
fissi su lcd ch’emanano figure
posticce e frizioni elettromagnetiche.
si scatena soltanto la fame -alimenti
industriali raffinati -una fame nervosa
molto poco rissosa. endovenosa
d’accettazione a buoncuore. s’accétta
e non si risalta -risultato del cono gelato
del supermercato. dell’acqua calda.
del termosifone. dell’intenzione
di cambiare gestore.

autodidatti

sono seri i servi
ti guardano senza guardarti
t’incatenano nel vero sereno
di un’occupazione
o davanti al bancone
nel logorio della scelta fittizia.
sono sereni i servi
non pensano a se stessi
e negli altri vedono specchio
il ritorno d’un viaggio
mai andato e mai tornato
e zitti non s’incupiscono più
assenti ingiustificati
principianti del mondo.
e ti rigiri e rigiri nel letto
sudato e affranto dal tempo
-ce ne fosse
ce ne fosse ancora.

C’è una notte

C’è una notte che incontri
sulle scale svenandoti e
sottraendo. Un’emulsione
delle effetti e degli affetti
come un balsamo sugli ispidi
come un guanto sui calli.
E stagioni morte e svenate
incuneano il rutto della nausea
su una stanza ammobiliata
chiusa in un torpore di tende
spesse e illogore come canapa.
E’ allora che il cielo cade
e rimbalza negli occhi stupiti
ma assenti per contratto:
chiamasi esperienza
o statistica del sociale.

s’allontana

la città s’allontana
e vuol vivere oltre me
divaricato astratto
di capelli e ossa.
la città vuota che sferraglia
i pochi treni scivolano
su binari lisi e gli uomini
incapaci d’unità:
salgono sui mezzi
disarcionati di bellezza
e la levità è una lattina
ammaccata ai lati della via
un rumore di cocci
che non s’incollano.
e chiedo perdono
perdono per tutti loro
con le mani legate
ed il dubbio macerato.

evirata

la fabbrica evirata e scossa
dal vento forte che s’incunea
nel mare di foglie autunnali
lo scheletrato degli alberi secchi
come mestieri abbandonati
come stropicciate buste paga
cadono gli occhi in un mare
di silenzio e lineamenti immobili
la gente abbandona i visi rassegnati
in casa e scendono nella periferia
svuotata dai corpi. e una sorta
di malinconia mi prende
ed il cuore smette di battere.
è finito per sempre
il tempo bello. resta
crepuscolo e nebbia.

festa

ho conosciuto la morte
sotto mentite spoglie
sfiorato da vicino
il declino
svenati avi
neppure gli ignavi
si son conservati
nessuno resta
a far festa

ho conosciuto
e ho dimenticato:
son stato assunto
da un datore astuto
che usa carne e pensieri
non per andarne fieri
per quel pollo
il pollo delle statistiche
oggi si mangia
quello di ieri

ho conosciuto la vita
e non ne ho potuto più
farne a meno
tanto quanto
un ricco e forse più.
sono ricco dentro
sono vivace a tratti
e ci sono le azioni

restano quelle?
e poi niente
come suonare alla porta
e andarsene via.
come sorridere
senza dire.
come quando sfiori
ma non sai amare.

sciocco

sono sciocco: credo in pomeriggi
senza fine con un non so che di magico
le nuvole uniformi mi credono inerte
grigi strati d’isteria collettiva
solleticato forse nelle zone basse
da pruriti fantasiosi
ma sono pur sempre un uomo
e i suoi occhi opacizzati da cataratte
di un mondo che non si comprende
vedono più in là la natura e scoprono
in universi magici e profondi crepacci
strani unisoni o tracce di luminescenza
come minerali pressati da una fede
indefessa. è questa spinta motoria dà un senso
un inizio ed una fine ad ogni cosa.

c’era una volta la realtà

mi son chiuso in casa
ho buttato la chiave
mi multano se cammino
se respiro una boccata

l’aria è mancata
improvvisamente
come una derrata
sai in guerra non si scherza

ma chi è il nemico?
è il mio vicino?
è il governo alieno?
o lo stato di delirio?

più passa il tempo
e noto uno scontento
avvampare nel latente
sopito popolino.

verrà il giorno del giudizio
allora l’aria avvamperà
ma sarà respirabile
nuovamente per la gente

accecata da una bolla di sapone.

Ed io

La luce si cerca pure nell’assolata
prateria del dì che si vuol trascendere
e bonificare. Ed io che inconsapevole
mormoro un suono piccolo e schivo
in alto osservo ed in basso: mediano
il corso attraversa la vita intera.

Si stringe

S’insabbia la sera
in un grigio ectoplasmico
sgorga ed irrora
d’evanescenza senza sole
il reliquario spoglio
della giornata rarefarsi.
E’ un momento d’annata
tutto ha il medesimo colore
come una spianata d’insapore
un surgelato disapparso
al suo scheletro inabissato.
E si stringe così in un pugno
dannato l’inverno serale.

Povero

Ci sono giorni delicati
come pelali di fiore
scivoli su di loro come rugiada
delle cinque

sei povero
ma ricco di spirito
non ti abbattere
domani qualcuno o qualcosa
cercheranno di stringerti
nella morsa
metteranno alla prova
la tua molle fibra

guarda il sole fuori dalla finestra
è una palla di fuco
lontana milioni di km
quindi rassegnati
e non frignare
come un bimbo
a cui vogliono togliere
il ciuccio.
La libertà è un regalo
sempre troppo caro.

Alcuni non s’accorgeranno

neppure d’averne.

Notifica


Le fighe belle vogliono il macchinone
l’orrida musica a palla
i soldoni e lavorare poco
puntano in alto e vogliono bei bicipiti scolpiti
e pompati come gomme di un suv
tatuaggi tutti uguali per uomini insensibili
vogliono l’arroganza e la violenza del pugno
l’ostentazione delle stronzate che le fanno bagnare
il romanticismo è un pompino meccanico
in qualche bagno scolastico -è la formazione.
Eh, non ci sono più i matrimoni di una volta
adesso bastano 15 minuti di celebrità
ed uno smartphone. Revenge love.

Predati

E’ un peccato che il tempo
si sprechi in diffidenza, paura
e visi celati. Ci si muove per strada
come formiche soldato, ci si sgambetta
chi è più forte e chi più furbo
ed ora chi è più responsabile
pare una stretta del carnevale:
ci s’attacca e non si piange
i denti digrignati dei predati.
Depredati di luna, sole e poesia
scavati di sale come scogliere
dove non cresce più nulla.
Disgregati e furenti come furetti
in cattività. Ed i giochi non si svelano
velano il mondo e ammutoliscono il senso.

E’ il dissesto delle menti e dei fiati.

Campagna

La campagna è il non luogo
a procedere di fossi e tronchi
stagni fumosi e rampicanti.
Mi chiedo la vita là lontana
dalla follia dell’aldilà ed io
qui sognante e balbetto
come un matto la solitudine
fardello mio di cittadino
modello che sforna un’ipocrisia
una frustrazione buona per tutta
la stagione. E la nebbia
che nasce dai canali e la vittoria
rimandata a data da destinarsi.
Ti vengo a cercare nei maceri
dove il legno imbrattato
e le fronde dei salici
marciscono e scompaiono
gas liquame e muffe.

Per futili e immotivati

Per futili motivi
disprezzerai i padri
nostri signori
guide spirituali
e legislatori insensati
io giuro sul fiore
e sul ghiacciaio
io giuro solennemente
di fabbricarmi l’urlo
per spazzare via
la menzogna.
La menzogna è la metastasi
purulenta dei giorni democratici
butta la menzogna
manda un segnale al sole
ed anche se è ottobre
e le zanzare vanno scemando
e non c’è più odore di bucato
stampa la tua moneta
recidi i fili di bava
che ti fanno marionetta.

Ciak

Intarsio il mio nome disadorno
sulle costole di un vertebrato
che si guadagna il pane.
Impenetrabile ed ermetico
come un elvetico: mi garbano
i soprammobili che emettono
suono e io sono e per questo
penso il meno possibile. Per difetto.
Ho imparato nella scuola del mondo
senza maestri e senza diplomi
che spesso un’idea afona
senza polpastrelli e cuor di leone
nasconde il corpi dietro il tendone
si affila così la nozione di teatro.
Ciak si giri con maestranza
e l’ingegno e l’onore di un non padrone.

Cantiere

È preoccupante questa scelta
di me e di te. È un cantiere
senza vele, un tugurio
con la vista mare. Onde
delicate si stancano sulla riva
ne accettano la sfida.
Candidati alla caduta
vediamo dall’alto la vita
(in un certo senso ci scruta)
non ce la meritiamo
o invece sì, alla grande!
È una muta continua
che confuta e accerta
che insabbia e rivela.
Così immaginiamo i mondi
e scaltri e stupidi
c’offendiamo e c’amiamo
per sempre. Per sempre.


Sottile

Nasce il cielo ed il sole
per tagliare in due il muro
diagonale d`ombra
perentoria astrazione
d’incuranza maestro.
Da qui la città disumana
non pare: sono i colori
e la voglia di vita
che senza suono
la chiamano per nome.
L`uomo ci gira attorno
ma si sa che un piazzista
mai va per il sottile
come il brontolio della fabbrica
dopo l’imbrunire.
L`ombra vuole luce
e viceversa: non è così
persa l`illusione.
Né cancellata
un’impercettibile
remota allusione.

Automatismo

La mareggiata delle automobili
ed un cielo in via d’oscuro
come una pennellata di bitume
e i lampioni inceneriscono
un già tramortito tramonto
s’inventano le case alte
un ritmo inesistente: si vive
lì dentro per automatismo
per sguardo corto e inflazione
ci sono poche bellicose intenzioni
è sera. S’è sfatti e distanti
con nelle orecchie la macchina
la fresa, il computer la ventola.
Si dirada così il tempo. A morsi.

Tatuaggio

Cammini sui cocci di vetro
e stanco col sorriso spento
sai che tutto viene al pettine
come un sordo procrastinare
empio il ribordato trastullo
il tempo che rimargina ed offende
scuote il cielo e i rami
e maturo cade un frutto:
dolce e liquoroso
fu aspro e duro.

Abete

Spuntava fallo tra le case
i tetti, l’abete. Ora non più.
Ho agito da bravo chirurgo
con diagnosi e sega
nei palmi la resina
come a coprire l’atto
misfatto dell’umanità
che plagia e adatta.
La parcella è il cielo sgombro
e la curiosità del vecchio
il vicino ficcanaso
i tagliaforbice fuggiti
le cimici ronzanti
schiacciate a muro.
Di quell’abete ne faccio
bonsai per portarlo con me
con indulgenza sempre.

Terra

La terra ti è lieve come una ceretta
auscultando i pistoni e i motori
nel tremendo girovagare
tra queste savane di capannoni sfitti
e amorevoli cure statali
ed il libero scambio di capitali
che non sfiorano mai chi
il ciel osserva e non reprime
mi domando la forza insana
nella processione lenta
che c’è data per disseminare
bonsai ed arbusti con trama fitta
per non capitolare e cremarsi.

Gioco


Il gioco al massacro
non è indesiderato:
resta il più forte
a menar fendenti
a destra e a manca
non c’è: uno
la serenità agognata
due
la libertà dal ’45
desiderata.
E’ una derrata
già digerita
disincantata
svuotata.
Comprata da corporation
e dirigenti competenti
dal frigorifero
al conto corrente.
Ed il popolo bue
non da meno
è al novanta per cento
un infame collaborazionista.
La festa è finita
ora vedremo il rovescio
della medaglia.

Scuoiato

L’operaio è un guerriero stanco
guarda i suoi simili incipriarsi
e sperare in un allunaggio radicale
sognando un patrimonio di niente
che li sollevi dalla melma quotidie
quella tendenza ad edulcorare la merda
vedere i capelli sciogliersi in piume d’uccello
un ultimo volo padrone: il lessico decanta
le manette e sospende la catena
oh, operaio eretto di nulla: l’ingranaggio
ti chiama e ti spoglia. Oh, operaio
di calce e martello. Operaio scuoiato
e fardello. Sei paglia e non fuoco.

Sul paradiso ed altre questioni di forma

Dicono che gli operai andranno in paradiso
io ti dico che sono troppo schivo
per regalarti un sorriso mentre la macchina
salda e sbuffa come nelle catene di Ford
l’inizio secolo delle magnifiche sorti e progressive
mentre il collega rantola e le api muoiono sul cornicione
dell’azienda in cassaintegrazione per apoteosi d’influenza
qualcuno mi sussurra qualcosa all’orecchio
è lo spirito di Steinbeck che m’incita alla rivolta
sangue sui tappeti e nei tombini delle strade
i padroni universali ridotti ad una poltiglia informe
con i loro piani di egemonia diventati cibo per piattole
e c’è Bukowski in stereofonia nell’altro orecchio
è tutta una stronzata il grasso brucia e brucerà
vaffanculo io mi chiudo in casa
gli scuri serrati e una nuvola di fumo
sorvola la mia confezione da sei
domani le porte dell’inferno si spalancheranno
amico non ci puoi fare nulla
pensa a tuo figlio alla tua donna
nel caso di una guerra o una pandemia
scava una fossa profonda
butta via la televisione e la radio
portati un selezione di grandi compositori
Vivaldi Mozart Beethoven Schubert Verdi
Mahler Strauss Respighi Shostakovich
e qualche libro di poesia che non ti annoia
già ai primi due versi scritti
per fare le veci dei grandi uomini
che non vegliano su di noi
e mai lo faranno.

Ti macina


La fabbrica ti macina le carni
e i nervi scoppiettano
come tocchi di lego alla brace
mi ricordo l`ansia della produzione
un collaudo all`ora
ogni giorno tutte le settimane
i mesi e gli anni che non conti più
ogni secondo minuto all`opera
la serie si moltiplica sugli scaffali
impari ed impari ogni attimo
diviene uno scontro. La produzione
la sola religione e gli occhi
si sciolgono in una luce scura
mezzogiorno si mangia
si mangia così in fretta
si trangugia in un batter d`ali
si butta tutto giù
ecco alla fine si caccia tutto giù
si alimenta la macchina
che produce macchine
e non è ancora finita:
la macchina ti possiede
ma il danaro vola via.
Prendi l`uomo e strozzalo
prendi l`uomo e castralo
prendo l`uomo e intingilo nel petrolio
nella limatura nel fumo della saldatura
prendi l`uomo e strappalo
piegalo torcilo
non resta che l`ipnotico
infinito ruotare del motore brushless.

Piacere volgarmente suo

Non devo esser volgare
come se la poesia
la dovessi portare all`altare.
Non essere volgo
ma sai troppo di popolo
il popolo truce bue
che da di picche il due
a chi tentò e ritentò
di cavalcarlo, anarchico
paleolitico, straccione.
Popola i miei sogni
popola i miei incubi
il popolo coglione.
E fui io e chi prima di me
una lunga fila di pensatori
a dargli questa e tanta altra
o assai poca significazione.
Rende ladri l`intenzione.

Digiuna

Nel mare ondivago
dei vivi e dei morti
una musica di cristallo
intarsia la fonte
schiuma sull’alba
raschia il tramonto.
E tu macchia che s’incatena
ulula alla luna metà
scempio il dondolio
degli occhi in lacrime
ti accendi ti incendi
e macchi di stelle.
Sempre quelle:
luci ed acque
e inizi e conclusioni
posticipi anticipi
il rallenti è un’occasione
di studio che abbevera
o un fotogramma ghiacciato
che illude la presa.
Si fanno così gli anticorpi
con le pecore tutte
al pascolo. Il lupo nero
e nessun padrone
all’orizzonte. Salvezza
alcuna. Digiuna di pena
e allusioni. Occlusioni.

Spizzichi

L’America è lontana
arriva l’eco, litania
d’impero. Emula il popolo
senz’anima, non sa
d’esserlo. Annaspa
e s’illude di una massa
critica, un gruppo ch’incide.
Invece annega senza il sapere
senza la storia, senza memoria.

Ah, l’anima

L’anima è coperta da una coltre di foglie morte
non cercherò di farti rinsavire
ho visto tante teste schiantate su muri poderosi
e non voglio farti da maestro
i maestri sono pagati così poco.
La temperatura dell’aria è attorno ai quindici gradi
non c’è il sole: la coltre di nuvole
tarpa le ali alla città
un agglomerato d’anime penose
che non vogliono espiare peccati e salassi
hanno rimosso la morte
ed al suo posto ci hanno messo il partito o Amazon.

Non venirmi a dire

Non venirmi a dire che il bicchiere
è mezzo pieno e Babbo Natale
è nascosto nel camino
non sono più un bambino
non posso permettermi di sognare:
ho il conto corrente
e l’identità digitale.
Sono quel cittadino modello
che però non ha più la forza
di stare sul palco truccato
facendo finta d’aver vinto.

Presagio

La rassegnazione piove oggi
sulle foglie degli alberi morti.
La pioggerella sfila solitaria
fuori dalla finestra, da lì
non entra suono che non sia
certificato. La burocrazia
rende grigia una giornata
già autunnale. Il potere
prevale dove il dente già duole
Per quel che vale Mozart ha deciso
di regalarmi un minimo sorriso.
Cerca la quiete dentro
anche se l’esterno disegna
un tetro presagio.