a cosa serve la poesia?

a cosa serve la poesia
la poesia serve a niente
serve a scriverci su le note
far quelli che sanno aprire le porte
serve ad occupare il tempo
e negarsi l’accaduto
incespicando e silenziando
il fuoco fatuo
un quadro futurista
un’esposizione di blatte
la televisione che inghiotte
una puttana con la candida
un mazzo di fiori intirizzito
dal freddo delle mani
una vagonata di concime
un aborto clandestino
il fiato marcio di un politico
l’albume e la senape
il virus con annesso il vaccino
la flatulenza del vicino
il gioco del bambino
una paletta un secchiello
la scuola chiusa
i negozi chiusi
il lavoro svanito
i parchi chiusi
la cecità e l’ignoranza
è tutto questo la poesia?
c’era una volta una poesia
talmente frangibile
che non serviva il pavimento
a frantumarla. la poesia
è la svalutazione dell’usato
un coro di morti. un ascesso
controverso. il trapano
insanguinato del dentista-
lui non sa d’esser poeta.
è l’esteta della dentina
un suppliziante che non s’inchina.
è un’illusione. certo. un’illusione.

nicchia

che nicchia la poesia
ed il poeta sempre
o quasi prossimo la meta
un esteta senza beltà
nella periferia seria e faceta
orrenda come una fabbrica
escrescenza della dinamica
fattuale come la statica.
eccentrico poeta
affettato dal traffico
difettato di plauso
assente tra le persone
importanti. deportato
per elezione. nauseato
dall’umanità in scatola.
efferato nel suo acume
dolorante addolorato.

decapitato.

dopo il sesso

dopo il sesso
avrai voglia di buttare
tutto lo sperma ed il sangue
nel crepaccio, spegnerti rinsavendo
non aver bisogno di niente e nessuno
dopo il sesso non c’è nient’altro:
né lui né lei. furono cosa sola
per astrale concupiscenza
per battito di ciglia vogliose
muscoli del bacino abbacinati.
rabbioso ricongiungimento
temporaneo approvvigionamento.
il sesso. questa intromissione impudica
nel sacro graal dei morenti.

lui se la ride

una passeggiata la vita
che va qua e là rischiarata
con sense of humor ingentilita
con abilità inumana imbastita.
e c’è la sua linea a zig-zag indefinita
mai retta perché di fretta rapita
il tempo svanisce: ricco o povero
della fine c’è il rimprovero muto.

*

la nostra condizione subita
è l’arma che brama il potere
oggi con tutto il sole
la splendida lucentezza dei perimetri
io non posso distrarmi un secondo
se si è sin dalla nascita mal distribuiti
non avrai il potere d’essere felice
di tutta questa massa raggiante
energia dalle foglie dal cielo dai muri
ogni direzione di gioia del mondo
può essere il cul de sac, dietrofront
dell’ottimismo, sinossi del viaggio.

mortacci

grande ipocrisia
invece diteci la verità
come ci volete
passivi
lascivi
trasparenti
da spolpare
ingozzare di merda
ci volete in forma
a sudare e sudare
ma non troppo
belli ma vuoti
screanzati ma saggi
ci volete morti.

*

spesso non basto a me stesso
cupo, rancido, arcigno, non proprio uno spasso
ma a te basto, a quell’insopprimibile
risorsa che è il tuo sorriso
e quelle manine da pittrice
che scavano come pale d’un escavatore
idraulico. a tutte le ore giungere può
quel desiderio e refrigerio delle pelli
una sull’altra come come fondo
e pittura, antiossido e presa di coscienza
conoscenza di te e di tutti i tuoi spiriti
conoscenza dell’assenza di limiti
anche quando amorevolmente mi delimiti.

 

le finestre ancora

le finestre ancora
non si aprono ai nidi
e alle cicale. il disegno
astrale è insito nel cielo.
io guardo in su ma vedo
solo stelle. le luci tremanti
vengono da anni lontani.
se c’è un senso al buio
e a quei piccoli punti
di luce ci sarà anche qui giù
dove fango e polvere
contaminano la forma.

i pollini

dalla finestra il polline dei fiori
ed il rombo nefasto
dittatura dei motori
lo scoppio e la combustione
brucia lenta la nazione.
ho il coraggio di fare
ma non di disfare
come a cinque anni
con le mani tremanti
non di terrore ma fervore.
le mani creano sicure
è il cervello che non sta in moto
sfascia, frantuma, disordina:
e tutti quei pensieri liquidi
svaniscono come limone
sulla carta a carbone.
comunque una tendenza
la bussola non conforta
una qualunque direzione
meglio della stagnazione.

trafitto

pensavo alla splendida idea
di vivere ai tempi del rinascimento
quando l’italiano era genio compreso
ed espresso in luce aeterna
incrociando per strada il michelangelo
impolverato di marmo e scontroso
come un animale ferito
non sarebbe bastato un balzello
per rovinare tutto
distruggere il senso
non potersi involare
verso il sole mattutino
quello caldo abbastanza
per incominciare bene
fiorire e sfiorire.

2 poesie per il canto del cigno

vuoti

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di mano

senza troie le vie
sono infami gatte buie
collassate meringhe amare.
scuotono gli animi quelle puttane
coi loro bei culi al vento
labbra ventose di goldoni usurati.
e gli uccelli non volano più
se non di mano.

per dettato

difficile vedere uomini
in questi giorni
non solo per fisionomia
-già il sesso va scemando
in una sottrazione
o somma chimica
androginia delle metà
del cielo. molti murati
nelle proprie case
domestiche per senso
dello stato panico.
difficile credere
che lo facciano
per un bene comune.
difficile dire se
siano accecati
o muti per docilità.
sanno gli eremiti
della democrazia
che è meglio perire
che non vivere affatto
o per dettato.

capitalismo femminismo – atomi

la notte si è fatta sola
emaciato il giorno
gli occhi neri
livide pelli
buio silenzioso
nulla è prezioso
tutto è utile
se c’è guadagno.
ogni legame
è pretenzioso
vorrebbe condurre
all’utile, tra i soci
son gli unici scopi.
non c’è amore
tra uomo e donna
forse nemmeno carne
perché il sesso è colpa
peggio del cattolicesimo
perché nessuna vita
verrà generata.
ma quanti ne gioveranno
di un istinto primordiale
oramai stinto?
abbiamo i coglioni
per le vecchi bandiere
i saluti franchi
i rapporti non opportunisti?
guadagneremo abbastanza
per non vederci vuoti?

effetto

inavvertitamente scorgo
le parole dolci delle canzoni
coni gelato mielosi
per natanti in vena di calori.
si tingono i capelli
per giorni così, ci si depila
e si ricorre a qualche
punturina. l’affetto non c’entra
è l’effetto che si cerca
come andando a pesca
abboccarsi.

cadere in basso

avevo appena perso
l’amore per me stesso
perché volevo solo scoparla
infilarle tutto l’uccello
nella sua cavità tiepida
non te ne accorgi subito
sei troppo preso
da lei
dai suoi occhi le sue tette minute il culo sodo
cagna spietata
ero finito in cantina
a dividere cena con scarafaggi
e topi con le pulci.
la dignità la perdi
soffia via come elio d’un palloncino
non lo vedi involarsi nel cielo rosso tragedia
solo che tu sei pesante come pietra
affoghi maldestro come un’ancora
arrugginita
sul fondo accidentato
con la faglia lavica
in ebollizione
solo poche creature ardimentose
con le palle fumanti
possono sopravvivere lì
tra gas malsani
fuoco delle viscere
dell’inferno.
e quale amore
e parole dolci
e mazzi di rose
e dopo anni
pensi alla figura di merda
e ti convinci
che anche quella è stata un’esperienza
ora sì
che sei maturato
sì sì certo certo.

moulin rouge

l’asservimento non è stato
di grazia né equilibrio
della specie. sdilinquisce
la mascella la retorica
il manto di neve sul sogno
e le natiche moulin rouge.
ma la sostanza negata
è un striscia di sole aspro
su un giardino di periferia.
con le mani legate
ed il cervello in pappa
vengono sospesi ai lacci
corpi che di coscienza
han perduto persino l’odore.
cangianti i premi di carta straccia
ti terranno al caldo
con una pacca sulla spalla
un osso un giardinetto
un’illusione di gruppo.
un buffetto sulla guancia.
alla chetichella un contentino.

quando

quando il tempo viene
e l’eterno e per sempre
è solo un frangente
come onda solitaria
sul bagnasciuga
quando il silenzio
s’appropria di tutto
quando aggettivi
divengono minori
quando il bilancio
non è slancio
ma ammanco.
quando ti chiedevo
e rispondevi
e ora non più.

scultura di carne

quei lontani corpi greci
bronzo e marmo
sono sexy e sono
corpi di presente modulato
e desiderato. curvi e sensuali
come donne sotto i riflettori
dell’erezione, ecco
che primeggia la scultura
e forse una melodia
accompagna meglio
l’estasi che cola
e sottende l’eterno ritorno.

 

impigliata

s’impiglia la notte
all’albero di melograno
è un rombo d’auto
che ricama il creato.
la città ha un’anima
spenta. assonnata
d’espansi cuori invalsi:
notturna la brezza
scuote il fiore arancio.
il sangue circola
in strade inesplorate
cerca una via
che non basterà.

carnaio

mi faceva male
sentirla parlare
le chiusi la bocca
con qualcosa
di carnale.
purtroppo la poesia
non è mai qui
è manchevole e stucchevole
è ideale, più surreale:
vuol far la romantica
come una scienza quantica.
quando è tutto fermo
agli ormoni
che fan i padroni

dall’infanzia

tutto il bianco puro
dell’infanzia, la luce.
l’armonia angelica
del tempo uguale
a se stesso. e sé
che non insegue
ma accorre placido
senza trottare.
eppoi la vita
nei suoi obblighi
a mutarci muti
e loquaci. interi
e voraci.

cà de frati

ieri son venuti
due miei vecchi amici
a pranzo un risotto giallo
affettati e formaggi
un dolce caffè
una bottiglia di dolcetto d’alba
una di lugana cà de frati
una di grappa morbida e caffè
abbiamo spazzato via tutto
nemmeno le briciole sul tavolo

prima del blackout finale
ricordo le risate
e i discorsi sprofondati
poi nel coma etilico

è bello
dopo mesi di galera
abbracciare un vecchio amico
e notare che il nostro bene
non è quello del potere.
il potere umilia
e distrugge.
il potere inganna
e plasma. ed io
sarò acciaio
anche per i soldatini inetti
che eseguono
consapevoli o no
la morte del pensiero critico.

budello

so che menti natura.
sei matrigna puttana
perfida e sei cattiva.
sei barbarie e dolore
vince l’entropia.
natura bella
dei fiori e dei liberi
animali. della malattia
e l’uomo nel tentativo
d’opporsi con cateteri
iniezioni placebo.
desiderio immortale.
rivedo all’infinito
come un fotogramma impigliato
in un attimo di sfregio
il mio povero padre
giallo come una foglia secca
ammalato di cancro allo stomaco
steso sul letto
come un pezzo di legno tarmato.
gli sollevo l’uccello
un budello raggrinzito
per cambiargli il pannolone
gambe secche piegate
ginocchia di Schiele.
ecco: ho visto la natura
all’opera. ho abdicato
all’odore della morte
che non si vince. un padre
e un figlio. terribile
e avvilente. non c’è
nessuna bellezza
in questo. ne sono 
certo.

cosa mi piace

cosa mi piace di te
è una lunga lista d’infrangibili
e lo sa il vento dei tuoi capelli
l’alito della tua bocca
e ci credo che il tentativo del tempo
di toglierci lo sguardo
resta per un attimo sospeso
come un buffo malinteso.
e ti guardo andare via
una volta ancora
sapendo che ti ritroverò
con tutte le tue curve
lo sguardo litigarello
quel diavolo per capello
questa sera in punto
alle venti. è una sicurezza
di quelle che ti tengono in piedi
di quelle che ti danno la forza.

s’è stati

s’è stati bambini
un tempo limitato
una volta soltanto
tra le pieghe delle stoffe
e un urlo d’un compagno
a giocare nel campo
col cappio del tempo
le ginocchia mammaccate
i gomiti sanguinanti
concitate urla di mamma
stanza di cielo e alberi.
e ci sente differenti
giorno dopo giorno
ma non più come fu:
ciò che è stato
è quel respiro
quel suono datato
il color autunnale
dell’avvenuto.

luce conduce

la luce conduce al buio
infine nero di seppia.
tutta la strada fiorita
resa ispida dal tempo
dell’illazione portento
dalla tensione dei fatti
dalla macchinazione
delle spoliazioni di senso.
il campo arato ed il mattino
dei doppi sensi e la clausura
quale scelta? un’abiura
è tentabile? la scelta
desiderabile? cum grano
salis, errare humanum est
ego te absolvo
as peccatis tuis.
tempi bui.

i poeti più interessanti

i poeti più interessanti
scrivono nelle cantine
e sono osteggiati
non li troverai mai
nelle brutte librerie
moderne
dei bestseller
delle combriccole
egomaniache
che si sbrodolano addosso
come bimbi col bavaglino

i poeti più interessanti
hanno fatto i lavori
più orrendi
più stupidi
i lavori più fisici:
hanno fatto i garzoni
gli operai metalmeccanici
i truffatori telefonici
gli spazzini
e i facchini per i signori
con la villa sui colli.

ho conosciuto puttane da night
con la sapienza
di baroni universitari
e nessun barone universitario
per mia fortuna.

i poeti più interessanti
ogni tanto useranno
la parola cazzo
figa (non sono sessisti)
e negro:
non sono cattivi
non sono sudici maiali
né razzisti

vedono solo la realtà
per quel liquame che è
scolo nero non depurato.
i poeti più interessanti
sono bacarozzi saettanti
negli interstizi: schivi
e solitari

ogni tanto li scorgerai
immersi nel buio
della notte lunga.
salutali con affetto
e immergiti 
nel loro delirio tenebroso
o nella loro
ascensione lucente.

niente male

starsene tutto il giorno
a guardare fuori dalla finestra
non è una occupazione niente male
almeno sino alla follia
che ne segue prima o poi
è inevitabile
come il cancro o
un virus o il delirium tremens
sottofondo ora Keith Jarrett
concerto osaka novembre 1976
alle 8 sveglia con calma
colazione minimale
3 albicocche un kiwi
poi una grande cacata fumante
cosa c’è di meglio di una bella cacata?
che soddisfazione!
poi alla finestra:
il sole che va e viene
le nuvole
i fiori del melograno
i passeri e la gazza
la guerra col gatto
il cane che caga nel giardino
sottile come un budello
la magia della riproposizione
tutto uguale a ieri
piccole pennellate leggere
tinte pastello
il vicino che gioca col nipotino
il bimbo urla la voce
prova già a lasciare un segno
fatica sprecata
baby.

l’aria della notte

l’aria della notte calma
la città pare ancora sveglia
non dorme mai la città
dicevo dell’aria fresca
dopo una giornata di sole
entrano i fiori il polline
quest’odore dolciastro
mi riempie la testa stanca
petali riversi sulla terra
api vespe e mille altri insetti
svolazzanti e ronzanti
penso ai prati lontani
alle colline con vista smog
e alla campagna intrisa di chimica
e morte. i fossi scavati
per drenare la paura
le spolette abbandonate
vorrei ardentemente
addormentarmi e fare
anche un sogno piccolo
modesto. e banale.
senza fantasiose
interpretazioni freudiane.

papà

quando un padre muore
non sei più felice
come eri prima
un padre buono
e amorevole.

alle pareti spoglie
non s’è in grado
di appendere quadri
insostenibili
i chiodi e i ganci.

una parete di cartongesso
spoglia
come le mani
e i pensieri
quando hai imparato a guidare l’auto
o la prima volta della bici senza rotelle
avevi lo sguardo di lui
posato come un sacrario.

t’arrabatti

sono tempi
duri
per gli esseri pensanti
cazzo
(ma quando mai
non lo sono stati
almeno ora
ci sono le fogne
e l’acqua corrente
ma bisogna poi
ciucciarsi tutto il resto
pacchetto completo)
chi l’avrebbe detto
che la democrazia fosse
un regime come un altro
dove vogliono incasellarti
frantumarti perquisirti
chipparti schedarti
livellarti piallarti
incanalarti e vessarti
e multarti e schiacciarti
tu piccolo stronzetto
sovversivo
che t’arrabatti con lavori stupidi
e le rate del mutuo.
il pensiero unico
è la morte civile
la tomba sociale
(altroché i limoni e il male di vivere)
io dichiaro solennemente
la mia totale
estraneità.
non mi avrete
mai.
fottetevi.

amorevoli disattenzioni

non aveva tette
erano piccole con dei grossi capezzoli
le piaceva quando li strofinavo e succhiavo vorace
nera come la notte e i denti bianchissimi
era dominatrice le piaceva stare sopra
e cavalcarmi: gemeva e s’inarcava
flessuosa e ribelle. un culo da favola
lo afferravo con le dita che vi affondavano
come nel Bernini.

pancino piatto
la mattina mi piaceva abbracciarla
e accarezzarlo appoggiandomi voglioso
alle sue natiche senza cellulite e alla sua schiena
progettata da dio. il sesso fu fantastico
scoppiettante. ma l’epilogo non troppo edificante:
ricordo vestiti e perizomi che volavano in aria
la notte buia. nero su nero. fine.

l’amore era già finito da un pezzo
forse non incominciò mai
ma un’altra bella scopata
(niente culo, però) con tutti quei fluidi
carezze e baci
me la sarei fatta volentieri.

lavoro dentro

gli alberi coperti dalla piuma dei pioppi
come l’abete verde scheletrico dentro
impiumato di fuliggine farinosa e resina
piangente. sotto milioni d’aghi un merlo
e un gatto. la sera torna a casa l’operaio
che lavora negli ospedali oramai vuoti.
torna a casa l’impiegato che non è mai
andato: è restato in telelavoro lo schiavo
di sempre. sembra progresso: non si sposta
dal tavolo della cucina o dal sofà coi bimbi
che giocano e urlano sul tappeto ikea
fa dieci o dodici ore filate. o più. non si lava
neppure i denti. ora la famiglia è il suo lavoro
oppure no. il lavoro è la sua famiglia
poco importa: non sa o non se lo ricorda più.

non

mostra i segni del delirio
il cielo e gli artigli ignobili
della specie dei santi ingiusti.
cromosomi appostati agli angoli
delle strade corrotte e la smania
dell’eternità artificiale. surreale.
poche gocce d’antidolorifici
e una respirazione pompata
che non sana e uccide.
svengono in un tripudio
d’insani mascherati: non sanno
di che soffrire.

aria leggera

il fiorito che la grandine
ha disfato, spezzando le gambe
al creato. l’ironia non ha seminato
neppure il suono ha radicato:
viene lo scricchiolio del ghiaccio
gelido abbraccio del dettato:
questa sera l’aria più leggera.

il suono delle parole

sono stato furioso
come una femmina folle
non emettevo parola
eppoi la rabbia è sangue
è l’antidoto momentaneo
alla bruttura sconcia
al greto ruvido e impervio.
tuttavia fa male non pensare
ci si scontra immediati
con anima e cervello:
conta la matematica e quello
così messo da parte il furore cieco
ho deglutito e dalla lingua
impastata è fiorita consapevolezza sana:
attendere tutto il tempo necessario
per sentirti finalmente parlare.
come in un sonno all’aperto
sotto il cielo ed il sole sconfitti.

come Shosta

l’umida arsura toglie il fiato
e non è mica agosto
densa melassa di smog e riscaldamenti
t’annoda la gola e lo scroto.
ti verrebbe da urlare tutto l’odio
ma avresti la voce di Farinelli
mischiata a quella feccia di trap.
scendi da casa con un senso di vuoto
torni a casa con un mazzo fiori
del supermercato sempre aperto:
c’è una fila rispettosa. i tempi bastardi
lo esigono. puntini rossi
e bianchi con tocchi vivi di giallo.
hai fatto tutto ciò che ti hanno detto di fare
sei un cittadino modello, hai pagato le tasse
ora hai un salario ammalato da morto di fame
metà del fatturato andato
ma in fondo non te ne importa un cazzo.
vivi le ore come certe note di Shosta*
sei beffardo lo vedo dal tuo sguardo.
alla fine malgrado tutta la merda
che ti buttano addosso
senza premio sarai vincitore.




.
.
.
.
.
*il grande e geniale compositore sovietico D. D. Shostakovich

sgonfia

la città si sgonfia la sera
l’autostrada romba meno
e piccole luci s’accendono
nella povera periferia.
cucine appartamenti
dove si vive in solitudine
e ristrettezze ottiche.
la notte profanata dai led
sgocciola di angoscia
e combustione di tir.
il giorno tarda ad arrivare
ma ci sveglieremo tardi:
non ci sarà nulla da fare.

giustizia

quand’anche giustizia vi fosse
al declino atemporale
non c’è presunzione
di non infierire.
neppur coi guanti
ci si può garantire:
ogni passo i petali
pressati a terra
distrutti. hai tu un bel dire
che riservata c’è
dopo vita, sforzo, pensieri
salvezza: a dettarci fretta
sarà l’imprecisa scaletta
le regole nuove:
oblio, fuliggine.
conclamate qualità
per medio uomo
ma pure per il talentuoso.

cataloghi

siamo disgraziati.
abbattiamo i muri
a testate. come altri
non ci fossero e i cieli
e i mari fossero un paniere
universale. cataloghiamo
umani in sottoinsiemi
per rasserenarci meglio
e darci illusione di libertà
e apprendimento. le stelle
purtroppo virano seccamente
e non c’è faro né bussola.
si scivola ai vespri
si varca incerti.
il dubbio incatena al panorama
ma l’alba sfuma e i soldatini
fanno sentire i loro
fiumi di sospesa menzogna.
sputtanati e rintanati
dalla nascita con le mani.
in preghiera.

temporale

non crescono più sugli alberi i frutti
sono lozioni per capelli e le creme
cancerogene. ma non era il sole forte
ad ammalare? o era più l’idea di crescersi
con la forza sugli altri, quella che seleziona
il più tenace? si vive oramai di sentimento
semplice ed io non voglio sembrare
né colto né ignorante: pretesa dell’anonimato
ma pure delle mie idee forti, da non sputarmi
addosso. riflesso mio, come un baro amaro.

la gabbia

ci tengono in gabbia
bambini sciocchi o cattivi

ci vogliono remissivi ed ubbidienti
ci avranno disubbidienti e bugiardi

il virus raccontano
è un mostro che s’apposta per strada
aspetta la preda
con la televisione accesa.

il terrore viaggia nell’etere
con le fasi sfasate
impregnate d’untori-
i vecchi per strada
urlano stai lontano
indossa la mascherina!

la democrazia è una scatola vuota
non la riempe nemmeno il timor di dio
con le chiese vuote
e i preti pedofili
è tutto vuoto attorno
c’è l’eco. l’eco

della depressione
del suicidio
delle botte.
visi di sangue.

ci hanno salvato dal virus?
ma con qualcos’altro
ci puniranno ugualmente.

senza clamore di media.

sirene

non mi va d’imbastire
vestiti che solo a voi garbano
fatemi urlare il magma
con la tensione delle stelle
io sono il mio personaggio
ma non conta: i versi
sono di parole astratte
posseggono l’infinito.
verrà il canto delatorio
delle sirene? io non so
e voi? le vie buie
insegnano.

salita e discesa

non sempre in discesa
c’è una resa arresa.
neppure in salita
un raggiungimento
una meta. la calca
è fatta d’illudersi
e poi concludersi
nel segno della ricerca
nel segno complesso
del girarci intorno.
nel magro ottenuto
o nel polposo desiderato.

s’e andati pei campi

s’è andati pei campi
oggi col sole in faccia
ed una brezza tenera
e fresca. indugiando
nella linea irregolare
dei fossi -promiscua
per bordo e crescita d’erba
grano ed infestante
gramigna. bastante
ed immenso il cielo
in fila indiana un padre
una madre un figlio
col sorriso contenuto
nella linea delle labbra
semiaperte di respiro.
sudato il figlio arzillo
con guance rosse
e a tratti un pianto:
tornar sui passi
stanco stanco.

*

ho tentato la dieta
il contenermi di me
l’appannarsi dell’appetenza
cinta, divelta alla svelta.
ho tentato il contenimento
del doppio mento
ma a stento, sempre
il dimenar di gola
come di lucertola la coda
insonnia di manicaretti
culinaria violenza.
ho cercato, tentato
provato e sconfitto
col ricettario
di mano in mano
fame potentissima
volontà stringatissima
la cessione del quinto
per un ossobuco
un arrosto
una pummarola.

immunità di gregge

il gregge crede
e bela la giornata intera
spia e dela
crepa di sguardi
ai giardinetti fiera.
nel ventennio
eran così della stessa pasta:
sbraitavano incauti
levavan mani in alto
al grido dell’unanime
poi comunisti in pugno
oggi svaporati
d’idoli maschi e idee
antimperialisti odierni accoglienti
rivoluzionari manichei
viva la rivolucion
a forza smaniano rabbiosi
sforzandosi sino alla follia
d’essere totalmente
democratici impenitenti.
non guariranno mai.

*

il silenzio che non è:
fruscio di foglie
urla di bimbo
eco di gioco
odor di cuoco.
mezzogiorno di fuoco
senza piombo
nella peggior
delle ipotesi
con la bocca piena
senza parole
in attesa del pomeriggio
con sentimento.

tintinnio

apprendo a tintinnare
come il cristallo
vibra e suona e non si spezza.
solo ad una frequenza certa
si frantuma e geme la materia
nell’atmosfera rarefatta
della pena. è nella pace
che il seme germoglia
e figlia. la radice s’interra
penetra e dirama la forza
il fiore dirà della bontà
del diradarsi. nel continuare
della fuga. pare fortunosa.

non vedo

non vedo natura ma strazio
e cosiddetta cultura.
una nebbia che malsana
incute il marcire: intonaco frusto
mobilio marcio. ed ogni mattino
un tentativo di stupro
una violenza moderna
dalle fauci della retorica.
strambo il netturbino
ripulisce per mansione
eppure la missione
sarebbe il colore della rosa
ed un cogliere lontano
il timbro dell’usignolo.
non la sirena della fabbrica
e neppure il fetore delle discariche.
l’uomo è brutto e non redime.

 

carta velina

bisogna ordinare poesia
anche sotto la luna piena
quando non necessita lo sforzo
ed il piacere gongola
bisogna chiamare i padri
e le madri ad una coabitazione
leggera ma non effimera
più carta velina che carbone.
bisogna ricordare le azioni
per i giorni senza senso
quel tepore ch’infiamma
quel manico che alza.
lascia i tuoi cappotti
le tue interferenze fuori scena.
non c’è spunto migliorabile
né spettacolo pirico che s’avvicini
appena. è tua la scena
fanne scempio o empio
paradigma. ma fanne cogito.

azzurro azzurro azzurro

oggi ho preso la bici
impolverata
l’ho lubrificata
l’ho accarezzata
e sono corso veloce come un siluro
in centro
(ho fotografato bologna
come fossi il suo tenero amante)
e non c’era molta gente
sono ancora terrorizzati
da una classe politica indecente
tuttavia questo non mi meraviglia
anzi i morti non sono ancora morti
in realtà
camminano imbellettati da maschere
filtranti da otto euro
e sguardi furtivi
sono andato da un pakistano felice
ho preso due moretti ghiacciate
e dopo la prigionia imposta
me ne sono bevuta una
gustandola
come fosse una scopata
dopo un lungo ritiro spirituale
dove non s’impara nulla
sul cucuzzolo di una montagna bassa
l’altra il mio vecchio amico
in sella ad una bici
ancora liberi
di pensare
sembra
in un parco minuscolo
col sole che sembrava l’occhio di un dio cattivo
che saltuariamente diventa compiacente
e il cielo azzurro
azzurro azzurro
come non l’avevo
mai visto
prima.

salumi e affettati

entro orizzontale
nella sala operatoria
incisiva l’arte oratoria
dell’infermiera
con braccia forti
luce m’acceca
come una mosca.
i neon puntati
soli artificiosi
il telo verde:
tutto rende
più emaciato
il corpo addormentato
raffreddato tremebondo
il taglio di soppiatto
deciso e vigoroso
va fino in fondo
il chirurgo gran demiurgo
mi ricatta con lo sguardo:
io t’affetto di gran fretta
come una bistecca
ma poi ti leverai dai coglioni
veloce come una saetta
questa è un’azienda seria
che fa la differenza.
m’aspetto tra mezz’ora
di ritornare vigoroso
col pezzetto in meno
diligente e operoso.

non ho peso

non ho peso
e mi volgo alle stelle
che nella luce insulta
della città notturna
svaniscono insolentite.
non ho udito: non sento
grilli. non ho vista:
scomparse le lucciole.
i polpastrelli non cingono
che un niente. il vuoto
preme sui polmoni:
respiriamo un solo accenno.
moriremo tutti
alcuni di noi distrutti.

l’ironia

stempera l’ironia
la ferocia del meccanismo
che nel palmo ti schiaccia
come ragno
esterna l’intelligenza
che sembrerebbe combattuta
dall’ottusità
ma è eterna ed illumina
con un gancio destro
allo stomaco molle
dell’avverso di converso.
non metterla via
l’ironia: serve al servo
per acquisire colore
come il banale arcobaleno
apparendo più del meno
carezza di padre
nel riflesso. della vittoria
il verso.

sanatoria

non so cos’è la mediazione
non spicca nemmeno per ripicca
questa diavolo di politica
che dicono ci tenga in vita:
l’esternazione dell’azione
è un rompicapo bislacco
un’intonazione approssimata
e invidiata della media calcolata.
non so cos’è il compromesso
nemmeno la conciliazione
in una mutua concimazione.
sono il terrore dell’arrangiamento
dell’aulica versificazione .

leggero leggero

son leggero
come elio
non vedo ingiustizie
non vedo politici e amministratori
burocrati e portaborse
son leggero come un pensiero
passeggero senza biglietto
senza destinazione.
anche se
la destinazione
c’è
ed è la più buona
tra le azioni incivili:
scivolando lascivo tra gli ulivi
con le mani nel verde
senza tempo
con tutto lo spazio
tutta la libertà.

cielo stinto

cielo stinto
scie chimiche o pianto
feroce. il pungente
gasolio spalmato sul bitume
e l’accelerazione dell’auto
crea una nuvola condensa.
sgarro di poco e osservo
al largo: solo tetti di case
lampioni e baracche sfrante.
un cumulo di sciocchezze
confondono il nostro odore
d’animali incattiviti:
quella porzione di cervello
ancestrale violenza cieca
vivi ci rende in pandemia
di lamiera e arcobaleno monco.

miele

sai di bucato fresco
e miele. labbra carnose
e ricci. sfioro e m’aggrappo
alle tue gonfie natiche
come il mappamondo di charlot
vorrei visitare ogni paese
scaldandomi abbandonato
nei tuoi capelli morbidi
sul collo tuo che modigliani
non trasferì su tela.
ci saremo amati entro sera 
quel tanto per affrontare
la nuova sfida. o rintuzzare
la marea. rasando
la crosta di sale.