poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Categoria: poesia

*

mi cerchi tra le tue cose
in fondo come un belletto
nella tua borsetta vezzosetta.
siamo una coppia fashion
come un capo firmato.
oppure solo tu al centro-
precario equilibrismo
per l’innamoramento.
femmina accentratrice, vorace.
o un rapporto in continuo
virtuoso aggiornamento.
con affetto. al momento. 

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*

ci son altezze
che non sono parafrasabili
e accumulazioni posticce
opinabili. e da un luminoso
e accaldato mattino
costringono ad un declino-
pomeriggio che schiaffi vicino
il declivio lento verso sera
vespri di spettri ed incisioni
apprensioni e gioie silenti.
altalenante il fluido dei corpi
il dispiegarsi sino al sonno
che avvolge e stempia.

mors tua

a volte penso di morire improvvisamente
come son nato, di punto in bianco come un santo
e al mio funerale
dopo le pulizie di rito
merda piscio sangue bava e la manicure
come le fighe di oggigiorno
che debbono per forza avere le unghiette fatte
e disegni fashion sopra, lunghe e coloratissime
da sfoggiare nei social
festival delle ipocrisie e del frivolo sott’olio e sott’aceto
senza mai aver tentato di lavare un piatto o una forchetta
per timore di scheggiarle o al peggio spezzarle alla radice-
le unghie fra l’altro continuano a crescere anche dopo morto
come i capelli, tutto il resto si contrae come il peso
l’uccello ridotto ad un foruncolo purulento
la sacca striminzita come una prugna del sole californiano
vedrò degli stronzi contriti, pochi
a dire il vero (due o tre), seri e meditabondi
attorno alla mia grossa rigida salma
truccato e vestito di tutto punto
come un damerino
o un venditore
di truffe telefoniche
o contratti elettrici e affini
puttane dell’economia di mercato
schiavi impenitenti
mi guarderanno nella bara economica
legno di balsa
e zincatura di proletariato espanso
eppoi via nel dolce forno
per trasformarmi rapidamente in polvere grigia
sì, io voglio la cremazione
voglio abbandonare questo mondo
in una grande
unica fiammata
di gas metano comunale green
rimanendo per ultimo
nei filtri antiparticolato
una ultima memorabile fiammata
in mors mea
polvere alla polvere
chi è stato è stato
scordiamoci passato e futuro
adieu
mon dieu
amen.

*

viene al mattino
un vuoto di bottiglia
star di lato come arrampicato
non sgualcire.

la notte è affacciata nell`eresia
dell`invenzione
a volte chiara
a volte tetra e fiabesca.

ci s`alza per convenzione
con tutte e due le scarpe
sul pavimento
girate nell`esatto verso

la macchina automatica strimpella
l`ingranaggio oliato evapora.

s`ingroppano due cani

s`ingroppano due cani
non sembrano sapere
che son dello stessa metà
del cielo. i diritti son diritti.
il marciapiedi è pieno.
crateri e sabbia e ghiaia
a lato la sterpaglia.
più in là merda di cane
o di un disperato spiaggiato
che si decompone al sole.
i muri son scrostrati
le crepe profonde.
guardo il cielo
ed io solo.

brucia l’estate idiota

brucia l`estate idiota
brucia di forno e pane secco.
brucia e la combustione
tiene tutti in casa, cercatori
d`illusioni. imbrattati di news.
vero o falso domani in silenzio
ligi al dovere, svegliarsi e andare
a guadagnarsi il pane. tutti in marcia
con l`obbligo morale. e intanto
grandina. come la fine del mondo.

pacem libera tutti

fatti le canne
scopa con maschi
scopa con femmine
scopa con tutti
fai l`eunuco
l`eremita
fatte le pere
in un angolo
o nell`attico
tatuati dalla testa ai piedi
bucati il naso come una vacca
colorati i capelli di viola
gonfia labbra tette e culo
strappa l`uccello
prendi gli ormoni
cuciti la passera
fallo spesso
fallo raro
sei buono con tutti
tolleri e non vuoi regole
vietato vietare
ingozzati come un porco
e vomita
smetti di mangiare
tutti fascisti
tutti comunisti
tutti qualunquisti
tutti idioti
cura il tuo corpo
come se fossi solo un muscolo
imbratta muri e scappa
risorgi e crepa, viaggia sempre
alla fine sempre per restare
sei padrone
sei operaio
sei barbone.
sei ancora in trappola
amico.

sei

ancora

in

trappola.

concerto

cicale in concerto
il mio sconcerto
semplice natura
osservo nuvole a sud
ammassi grigi di panna
dal vento caldo smontata
come un dono
tutto al suo posto
non smotta: nell`entropia
altri fiori sbocceranno-
si studi il passato
il dono dell`arte
dell`intelletto.

*

ci si vede lì la sera
per far scomparire il mondo
sentendosi parzialmente umani.
un bicchier di vino, una patatina
un salatino: se un moderato paradiso
esiste, ha un`insegna al neon
è un posticino tranquillo.
è qui vicino. le idee qui non pesano
e se si fissa il vuoto
non è per paura del silenzio.

muta

ti conosco
sino alla pelle nel fondo delle rughe
sino alle profondità liquide dell’occhio miope
probabilmente per empatia
ma capita non ti comprenda
ieri per esempio
tornata a casa
hai alzato la voce
inacidita m’hai sorpreso
mentre avevo le mani sporche di cucina
la testa concentrata sui fornelli
per una sciocchezza subito rappresa
io che ti dico di stare calma
tu non l’hai presa bene
il dramma da consumarsi, questa la scena
ti sei chiusa nel tuo solito mutismo
l’autodistruzione è un particolare
come il suono della lavastoviglie
pare che a volte l’incanto finisca
nell’impercettibile sforzo
d’apparire agli altri normali
pedine consapevoli
o no. e mi dici t’amo.
sì e hai ragione. è amore.

*

il male
ha la bandiera
del moderno progressismo
e la tolleranza sbandierata
non è che
un lasciapassare
per le peggiori nefandezze colorate.
urlano i bambini
e i diritti requisiti.
urlano le mamme sole
e i padri
depotenziati e sviliti
come mai nella storia-
la virilità è sconcia.
i poveri sono cavie
del potere democratico.
i poveri schierati
come tanti soldatini
nel conflitto
che ci tiene lontani.
eppure siamo
della stessa materia
plagiata.

*

via se n’è andata
la luce, il buio
a che conduce?
alle foglie secche
che mulinano trottole
al lontano borbottio
del tuono. un uomo
timorato chiude gli scuri.
la casa è l’ultimo
baluardo, oltre c’è
imponderabile
silenzio. e violenza.

roulette cancro

il cancro t’assottiglia
t’ingiallisce
t’istupidisce
cancella le tue impronte
anche se non sono pronte
è il male del secolo
uccide più della sifilide
nel diciannovesimo secolo
più dell’aids sommata
ai fulmini, al deficit d’odio
alla caduta cocchi
agli squali killer, allo scolo.
t’afferra subdolo
a tradimento
e ti lascia sgomento
quando ti prende
stai sotto vento
ma senza ossigeno.
il cancro è l’avvenimento
nefasto
che ti rende amico
del camice bianco
impotente, forse empatico
farà il simpatico
con ago e lettino
ma sarà ogni giorno
il medico
tu un altro malato terminato
apatico, patetico da consolare
che malinconico
osserva il mondo tirare avanti
dal finestrone opaco
dell’ospedale.
roulette cancro.

poesia per i romantici

datemi un salario dignitoso
devo comprarmi il pane
e magari un bicchiere di sangiovese
-dove sarebbe lo scandalo
io sono lo scandalo:
ho due piedi e due mani
ma non m’appartengo
voglio ascoltarmi bach
l’arte della fuga
il clavicembalo ben temperato
senza pensieri neri
e gioire
vorrei uno sguardo dignitoso
so che tutto ha un prezzo
dalla tessera del sindacato
al mio tempo svuotato
voglio che mia moglie
possa avere mio figlio
rivoglio il mio tempo
la lettura di un libro
voglio sentirmi uomo
e libero per quanto

*

la notte è una crepa sul muro
camion sulla tangenziale
grillo, un urlo di gufo.
una talpa che sbuca e s’imbuca
un riccio affamato
che sfrega e s’arrotola.
di donna un verso muto
uno sputo il combusto
gomma di copertone che frena
la notte fradicia di vapore
umidità che strangola.
la notte lunga e polverosa.
l’estate che latra, il cuore
che sincopa, inceppa
s’incricca. i polmoni
seguono a ruota. una nota:
voglio addormentarmi
non sognare. rifiuterò
niente posso, senza fiato- 
è il mio fiuto, notte mia.
scrivo e testimonio.

*

matura conoscenza
assieme impazienza
normalmente d`esserci
ed operare -quando poi
uno sguardo o un cenno
elidono o scoprono.
e la rimanenza discreta
la noncuranza celata
il minimo indisposto
il manuale dell`opportuno
il guanto nel pugno.
e così s’è, per questo
ci si scopre, s`ammanta
si depone cordolo
si trasla e non v’è più a vista
una svista, un`alba svampita.

non meno uguale d’altri

non meno uguale d’altri
con la sabbia scavi la vita
con le tue dita, le unghie
ma con serena delicatezza
perché l’impeto a volte
non s’accetta, non strega
il fascino dell’impulso
nel quadro globale insulso:
la casistica, la statistica
scienze che studiano
l’accadimento, mentre
l’umano strumento
è del lordarsi le mani
dimenticarsi dei mali.

*

resta la sabbia
sulle lamiere, sui vetri.
piove di giorno e di notte
la sabbia scompare.
come i segni sulla carta
parole di silicio e odore.
odore di cose passate.
odore d`un reale
più o meno discreto
almeno inconsueto,
mansueto il tempo
scompare. desueto
un uomo vorrebbe
restare.

*

le tensioni torcono i capelli
e tu vieni e vinci
tra gli assetati.
mostri gli artigli
e passi la mano
dito dopo dito
all’uso. abuso dei tempi
lusso dei ripetenti.
abluzioni in periodi fertili
si piega e non si rompe:
è il desiderio.

le formiche

ho letto poesie brevi
d’un poetone
così minuscole
che neppure
van lette

*

la miniatura
è per natura
una gran scocciatura:
servono lenti.

*

la società liberale
ti costringe a schierarti.
ed io non posso
faccio quel che voglio!

*

parlano d`amore
parlano di bellezza
la baruffa dell`intellighenzia
la truffa della fuffa. muffa.

*

l`accoglienza totale
è la scienza radicale
della percentuale di popolo
che poi il fine settimana
spensierata va al mare

*

i rosè
han pensieri osé:
non ci liberano del lavoro nero
ma sol del suo pensiero osceno

*

il poeta vero e tronfio
ha la verità in tasca
delle riviste il siero
e degli omologati
lacchè che valgono per tre

*

i versi d`amore
son come il sudore
scivolano via poi
con le corna, l’onore.

*

la mia partenza
è stato sempre rimanere
il continuo viaggio pigro
di un operaio in cantiere.

*

la fuga dei capitali
a seguire i cervelli
arriveranno ai bidelli.

*

i giovani tornano alle terra.
la cosa inevitabile -bene o male-
è che lo faran due volte.

*

era molto intelligente
così intelligente
era di sinistra…
no, era solo mancino.

*

dicono ai giovani
abbandona la tua terra
gira per il mondo
non figliare
pensa a lavorare-
la carne da cannone
ha un solo nome:
prostituzione.

*

ah, finalmente son socio
di una cooperativa
che felicità! pagato poco
sto andando alla deriva.

*

papà è cattivo
in cucina c’è la muffa
il frigo è sempre vuoto
mi han portato via da bambino
hanno inventato il trauma
mi han rivoltato come un calzino.
è un potere occulto, disumano, ialino.

*

sono versi umorali
svaniscono in rugiada
dopo i temporali

barile

gli uomini raschiano
il fondo del barile
e vivono di minuti
rappresi al caldo giugno
come un agosto qualsiasi
sboccato e odioso
al bar osservano
con occhi luminosi
e già bagnati
le gnocche passare
se ce n’è una passabile
appena
grugniscono vociferano
ed esprimono la primordialità
della specie, la leggerezza
sopita dei quarant’anni
la tumulazione dei settanta
ma c’è sempre la pillolina
azzurra-
alcune soffocano
la gioia d’essere vive
e piacere, altre scontrose
s’incazzano come il tempo
ieri furente grandisoso.
alcune temperano un sorriso
poche dirai
nel 2019 il metoo
ha fatto gli ultimi danni
prima dello scioglimento
dei millenari ghiacciai
groenlandia e alpi e pirenei
(molte fighe fredde).

*

si scatena la sirena
oggi son tutti malati
sarà disidratazione
e sconvolgimento
interiore. ossidazione.
l’interiore è una gomma
appiccicosa- la fossa
ti scava prima che tu sia
carne appassita
per vermi golosi.
l’interiore è questa manovra
rischiosa dell’uomo
per sembrar superiore-
alzando la testa
alla festa dei nomi.
quando ti chiameranno
tu fai finta di niente.
esponi alla gente
la penetrazione della luce
ed un calore qualsiasi-
la luna ed il sole
e quei momenti strani
di flessione
come oscurati da nubi.

lasciate stare i bambini

non si tocchino i bambini
angeli che non chiedono
che essere amati. non si estorcano
i bambini, non si barattino
per un soldo o un egoismo
di classe. non tutto è dovuto.
ristabiliamo dei limiti sensati.
non si trapiantino in automi
alieni. l’amore è il perimetro.
l’amore ed il buon senso
non i tecnicismi asessuati
di laureati traviati.
non si regredisca
a spregevoli subumani
alla conta dei denari.
sento ancora lo strazio
dei bambini, le mani loro
collegate ad elettrodi

d’una strana ideologia.

una giornata come altre

il ponte dell’autostrada
suda catrame e anch’io
secerno veleno dai polmoni
di smog e umido, conservanti
addensanti, coloranti, correttori d’acidità.
cavalcavia uno scheletro
d’arterie arrugginite
a vista pare di morte naturale.
il caldo africano è pure giunto
per non far dormire la notte
per farti assaporare la morte.
i cinesi coi sacchi di riso
parlottano sull’uscio
han preso una multa
qualche giorno fa
c’erano i nas con le biro ad altezza uomo
i documenti, son stati attenti
pignoli con le scadenze.
i paki stanno sull’attenti
vegliano la frutta
i pomodori cotti in vetrina
le zucchine barzotte
i finocchi al pride.
salvatore scava nel bidone
ha i pantaloni arrotolati
la camicia strappata e nera
i sogni belli nella differenziata.
il circo dei media occupati
non resta confinato negli lcd appesi nei bar
con eroi e salvatori di carta
manipolazioni ed interpretazioni.
il centro asociale sfila per le strade
una cacofonia di libertà ed impegno assente
l’importante è sballarsi
l’importante è disfarsi del lavoro.
le negre che fanno marchette
arrivano tardi, verso le ventuno
mangiano una pizza sul 27
scoreggiano e latrano fra la poca gente
lanciano fuori al volo la scatola di cartone
appena il bus sbuffa e gorgoglia e sibila furente
s’apre come una cripta ai sparuti fantasmi
storti, contraffatti e sudati
urlano slabbrate e svogliate
hanno il vodoo nel sangue
la formaggia nelle mutande.
in riviera a farsi bruciare dal sole
sacrificio dei liberi
i palazzi arsi nel sacramento
le terrazze vuote
i cortili silenti.
i condizionatori che vibrano.
tutto si vede
niente si vede
col sole così alto
forno microonde del libero mondo.

*

son tornato a casa per restare-
donare la mia carne ancora
al peggior offerente? ancora?
era tutto come l’avevo
lasciato. ho mangiato e digerito.
una cosa alla volta. una dopo l’altra.
osservavo le gazze bisticciare
coi merli. eppoi ho pensato
alle ore del mattino, più fresche.
ho fatto un caffè, migliore persino
di certi espressi del bar. ho perso
tempo pensando al tempo passato.
ho intrecciato le dita più d’una volta
cercando di ricordare un episodio
di cui non vado proprio fiero.
ho chiuso gli occhi. era già sera.

sterco di una non nazione

l’orrore di una classe dirigente
arrogante e spudorata.
la malignità verso i bambini.
il cinico sprezzante
disprezzo per le “classi subalterne”.
dei propri sottoposti, della propria nazione.
oligarchie mafiose volgari
e perenni, accumulo di capitali.
docenti, dottori, direttori, funzionari.
magistrati, speculatori, banchieri.
avvocati, medici, psicoterapeuti.
assistenti sociali. impuniti. onnipotenti. avidi.
il bene comune un’astrazione dimenticata.
una sciocca leggenda metropolitana.
una fiaba per oratori ancora ingenui.
l’onore aria che vola.
lo stivale affonda nella melma
del personale. affonda
nel disinteresse generale.
e così sia.

*

l’operaio è un sogno infranto
la luce fioca che la falena attraversa.
quei giri a vuoto tra la doccia
ed il letto. il dormiveglia tra le cicale
che non dormono e tutte ad un tratto
come ad un vuoto teatro all’aperto
tacciono. ora che mi guardi attento
vedrai il senso opaco, il germe
della discreta malinconia e i calli
sulle mobili mani, come segnali.

*

è sempre il cuore
in tutte le storie
affidiamo a lui
il fardello dell`umanità
già sfilacciata e petrosa.
e tra il cuore e le mani?
tutto un cingersi e aggrovigliarsi
si tessono lì -tessuti stopposi-
non solo i capillari
ma anche tutti i diradati
respiri di primavera.

*

sono stanco e annoiato
la sera è il termine dell’imbuto
la giornata è stata pianificata
dall’alto, il mio striminzito salario.

avrei ragione da vendere
ma chi la comprerebbe?
il gran caldo che agli altri piace
va combattuto col condizionatore

passano i minuti a maneggiare telecomandi
leggo un libro di un francese, mi piace.
metto tutto in ordine sul tavolo
ed in cucina, do la varechina.

ora l’aria è un misto d’ospedale
e bianchi petali di fiori.

rabbia versatile

nella poesia apprezzo
l`ironia, la rima, il suono
non sempre nel porto
l`approdo, anzi.
una giravolta, un conguaglio
un abbaglio e lo sbaglio-
va evidenziato il lapsus
finemente cesellato.
quindi s`arriva alla rabbia
che viene all`animale in gabbia-
la poesia senza rabbia
non morde, non abbaia
boia, è melassa, una noia.

poesia dell’insolazione

sempre più spesso
penso
che non abbiamo peso
alcuni palloni gonfiati
son solo flatulenze

t’ho immaginato sola
con un braccio sollevato
quasi a cingermi
ma io non ero lì

e mai saprò dirti
tutto ciò che ho da dirti

morte ai nostri franchi tiratori.

temporalaccio

il temporalaccio
inciampa sulla mia bici
spericolato corro a casa
inzuppato

la strada è di schiuma
il calore accumulato è un dromedario
affamato, io cresco
e lei mi scioglie alle piante

le macchine clacsonano
e rompono i coglioni
io sono uno di quelli
che sempre vanno in coppia

cascano anche dal cielo i suddetti
palle di ghiaccio rotonde e profonde
rompono e disgregano le foglie
s’accoccolano sulle macchine

c’era una volta l’estate
ecco l’estate.

*

è finito il lavoro
e la politica sceglie
un oceano di diversivi
non è più futuribile

il presente è un conto corrente
e si fa un quarto d’ora alla volta
la celebrità ha un peso a fine mese
la femminilità è nudo senza maternità

devi essere per forza diverso
solo che tutti lo sono
alla fine è tutto un blob
rumore rosa indistinto

una ruota di spettacolo
solo che dietro le quinte
ci stanno gli stessi di 100 anni fa
e hanno l’anima spenta

qualcuno vince al gioco
i più strisciano per strada
e non vedono l’alba
si legge per sognare

ma si legge poco
io leggo
ma mi interessa solo
la sporca sudicia realtà

non mi piace sognare
lo trovo stupido
ho bisogno di terra ch’inzuppi le vesti
l’uomo è un passo falso.

*

ho dato il meglio di me
nella noia
nell`attesa e nella discreta
affettuosa noncuranza.
le moine sperticate
non sono priorità né dominus
dei miei zigomi-
ho l`aria del pensatore
e comunque fa comodo
avere specchi che rispondono-
ad un cenno, una clausura.
ho posizionato dei paletti
e mi sono serviti-
la proprietà privata
è la condanna.
i poveri come me
sono essenzialmente
romantici.

calor e tempera

il sole pieno spezza le reni
alle plastiche ai metalli
resine bitume e profilati
s’ingrassa di calore la materia
freme vibra attecchisce al creato.
a lato i viventi all’ombra:
meglio un tono pastello
che la lente allucinata
starsene a riva sotto gli arbusti
immolati alla discrezione temperata.

*

c`è solo un`idea
di pupazzo di neve
è un`ora d`apparizione.
i giochi si fanno al chiuso
e l`aria condizionata a manetta
sfrigola e c`inorgoglisce
di più potendo vivere
senza lavorare
e con origami notturni
sogni di pece
e arrancamenti di buio
con gli zigomi generosi
e la mania per le ore piccole.
nostradamus aveva torto.
i miei occhi non credono.
non ho collane al collo
né ammenicoli piccoli piccini
ingenerosi per il corpo.
il corpo luminoso
il corpo mio.
il corpo.
corpo.

*

so e dimentico alla triste
velocità del demone senile
squarto i ricordi di tara
ammennicolo il credo stanco
esco e rientro e lascio aperto:
la polvere è riversa sulle cose
le cose son dentro me
ed escono ogni generazione.
i vecchi non hanno fame.

*

il caldo marziano
accelera la morte
e le tue distorte
maniche di mago.
eccedono i soli
perché più d’uno?
no, no. osservati meglio-
da lontano
ti si vede di più.
come altarino della vita
ahi, ahi che calda superficie!
con tutta questi chilowattora
sprecati
potremmo inondare una foresta
di fiori vivi.
terra ai vegetali!
è lo spietato decollo
tracollo ornamentale.

pungenti

i pensieri son seri nella sera
di penombra. un’orda di misteri
metà ridicoli metà severi
come i violenti schiaffi
dati per educare involgarendo
purtroppo tutto l’affare.
scomodo assai esser veggenti
il fare contraffacendo.

cabala

mi parve di conoscerla
quiete e silenzio d’estate
la domenica, di lavoro
per qualcuno nei commerciali
centri di malessere.
mi parve d`aver ascoltato
il goffo verseggiare della gazza
alle prime luci, nel rimbrotto
al gatto o alla ricerca d’uovo
tiepido ancora del passero.
mi parve che fosse tutto
perfettamente allocato.
la casa linda. i muri puliti
asciutti. mondati tutti i peccati.
i piatti in cucina destrutturati
come alla moda richiede.
parve ad un osservator distratto
l’involuzione della spirale
una sciocchezza, come una cabala.

alito lacerato

sassofono gridi
come laceri,
adoro metalliche
gioie d’oro!
diurno grigiume
tien basso,
come un masso
fulgore inespresso-
non è strambo tuttavia
di luce un pandemonio
sotto l’obeso
pastrano.
capto in alto
ancora alito.

*

ho i coglioni girati
ho lavorato fino a tardi
tanti tempi morti
per morire lentamente
lontani dai propri affetti
da un’idea qualsiasi
di tempo liberato.
il tempo della fine giornata
arriva tardi e con lui
noia e irresolutezza.
ho fatti tutti i sorrisi richiesti
e ho detto sempre sì.
giù c’era un foglio faxato
dell’inutile sindacato-
ci passan davanti
come davanti ad un lutto
infilano il badge prima di tutto.

daccapo

daccapo senza un capo
lo stato è restato al palo
la democrazia tracima di voto
non votato e dopo?
i maltolti dei ponti delle strade
dei porti i rifiuti tracimati
in fatui fuochi di giorno
con solfatare di sterco ed avidità.
la cultura non è mai servita
a redimere l’uomo danaroso
nemmeno nel suo inesploso decoroso.

*

le voci la sera d’estate
son echi lontani, bisbigli
riverberati. questioni silenziate-
alla stessa distanza siderale
il treno nella notte avanza
come un’efficace mattanza.
è una notte di stelle malate
scendono come acini d’uva
su una vuota tavolata.
la sera d’estate mi piaceva
salire sul terrazzo e sotto
un grappolo di stelle
ricordare il passato
intravedendo il futuro.
un giovane uomo
con le spalle forti, deciso.
un giovane uomo
che sperava nel silenzio.

*

son andato al supermercato
per sentirmi anche un poco amato.
ho spiato certi troioni, occhiali da sole
strani accenti dell’est ed altri nostrani
poco eccitate di fare le mamme
e le mogli premurose. tutto immobile
sulle scansie -colori vivaci per creature
smarrite: le idee son lontane, siderali.
è tutto lo smarrimento violento
di un altro secolo troppo celere-
così rapido! qui pare tutto fermo.

gigantografia

una bellezza dignitosa cerchiamo
in ogni cosa una bruciante attualità
come immortalità acerba. costringiamo
la natura al bonsai delle nostre cognizioni:
non è tutto civilizzante il mestiere degli uomini
c’è una invisibile carezza che ci chiama alla terra
perciò prima o poi le pause s’uniranno
nella gigantografia del galleggiante nulla.

il gadget

zombi deambulano
sotto i portici
e stazionano nei parchi
armati di smartphone
imbambolati e reclusi
volontariamente elusivi.
mentre il verde e i fiori
crescono in armonia
coll’ossigeno e l’anidride
una generazione e più
è schiava d’un corpo
morto come i servizi
segreti auspicavano.
reale la fantascienza
più di tant’altra futile
letteratura modaiola.
s’illudono di farne parte.
stupidi democratici.

occhiuto ed ricciuto

il mio piccoletto
ricciuto ed occhiuto
che mi sta davanti fiero
e col sorriso del bambino
in una giornata assolata
di febbraio riscaldato
mi guarda stupito rapito
e m’assolve sempre e comunque
per lui tutto l’amore possibile
voglio proteggerlo
a qualunque costo
so che là fuori i pescecani
hanno sempre fame
vorranno ridurlo ad un atomo
di polvere, lo scoraggeranno
lo mantecheranno per distrarlo
e comprarlo col silenzio
o con 20 euro di aumento
e 100 ore di straordinari in nero.
è la melassa acida del potere
che dà l’impressione d’accudirci
ed invece sempre ci sculaccia
ci prende a pesci in faccia.

*

così tanto tempo per tornare
un uomo medio è la metà
di tutto. senti lo sbroglio del mare
che cinge la riva? ricamati
i tuoi dolci bisbigli e le mani
dove metti le dita?
sulla terra che trema, sul gozzo
impercettibile prima della parola.

lisboa II

nella pancia della città congelata
oceano d’olio indifferente
sobbolle la metro ed il palazzo
trema, controllato terremoto
vibra il letto, il mobile fa tic stac cic.
qui nella via celata ai turisti
fronteggiano i poveri cristi
come possono la notte-
uno coll’amico s’incazza
di mezzo c’è una donna
(come sempre parrebbe)
per qualche ora calma piatta
una sirena, un clacson, una blatta
poi suona la campana otto volte
la colazione è servita.
la mattina s’ingrossano incattiviti
come un fiume in piena
coi sacchetti della spesa
i diperati soli derelitti.
la gente dormiva e sognava
ma ora ci si sveglia
incominciata è di nuovo una pena.

*

a praça do comércio
si vede l’oceano
sferzato dal vento gelido
sotto l’arco di trionfo
pietra bianca
come marmo di carrara.
c’è un zigano
con la faccia dipinta
di bianco e un giovane
con la barba ed una gamba
deforme -sembra un sacco
di patate, un zampone
di maiale gigante.
l’oceano è una lama
seghettata d’azzurro
e ha visto grandi esploratori
veleggiare ai confini.
oggi il mondo è così piccolo.
oggi il mondo è tanto banale.

castello moresco

saliti sul colle alberato
del castello di são jorge
bagnati avevamo il fiatone
da giù non sembrava
una sudata missione.
la curiosità era tutta
per strette vie cinte
d’appartamenti piccini
scalette impervie, maioliche
e lustrini per la festa
di santo antonio
ovunque pastellerie
e ristorantini -l’odore
forte delle sardinhas grigliate
sposate al sale grosso
l’aroma delicato del baccalhau
morbido e polposo, patate
dolci. a metà strada
la fame era già tanta
la cima ferma attendeva
ma un vin tinto no.
il turista capitolava.

lisbona

c’è freddo a lisbona
non si sente il fado
solo musica americana
la vecchia vestita di bianco
vive nel sottotetto
un’antenna storta, un comignolo ammaccato
2 fili tirati di lindo profumato bucato
il vento gelido è una lama d’acciaio
temperato -taglia le carni
giunge alle ossa
e al posto del midollo
ci mette il ghiaccio.
fa così freddo a lisbona
non si sente il fado.

buuuurqa qua

genitori che vedono lungo
usano figli problematici
per mire speculative
c’era una volta
una folla di fancazzisti per natura
non avevano un impiego
avevano perso l’ideologia
avevavo perso la lotta
ma avevano molto tempo da buttare in immagine
padri benestanti da mungere
madri moderne col cane, il burqa e 3 amanti
col pisello piccolo, ma moderne femministe
come le musulmane che si rifanno l’imene
nelle cliniche svizzere
e guardavano molta televisione
e leggevano 2-3 giornalacci faziosi
e forse aprivano certe pagine in rete
di complottisti negazionisti sovranisti
(nessuno è perfetto, nessuno ha la bacchetta magica
in tasca o infilata chissà dove, maramao perché sei morto)
o forse no, mi sono sbagliato, questi sono diversi
sono dell’altra sponda, sono conservatori, sono reazionari
c’era una volta una mandria di giovani di belle speranze
che si facevano le canne e pippavano cocaina
tagliata 10 volte con bicarbonato nel migliore dei casi
ecco i giovani rampanti che vanno a figa
ma a cui piace tanto farselo mettere nel culo
senza vaselina
ma che non si sappia. non si sappia, no
chi sono io per giudicarli. chi sono loro. chi sono io.

vento e rami

la brezza a mezzogiorno
scuote delicata le foglie
precipitano le secche
alcune macchiate stanche
resistono. le formiche
sui tronchi salgono
ruvida pelle del legno
d’ottantenne, il ramo
crede ed al sole tende.
compio gli anni all’ombra
tra poco e mi meraviglio
come un neofita tutt’ora .

fatica

si vede la vita
morire ogni giorno
ed ogni ritorno
tornarsene sabbia.
la vita s’incunea
come l’erbaccia
nella roccia.
sboccia il fiore
nell’impari sforzo.
e non è sempre
giorno, ma una lunga
fredda notte di lotta.

*

rapida l’anima s’insapida
nella coltre dei giorni affollati
di vuoto e d’altre amene attività
accanto cammina
coll’aria sbarazzina
cauta e birichina
l’anima un’alzatina
per vedere più in là
come il bimbo curioso
chioserà? anima mia
che appendi al cielo
ogni possibilità
vedi chiaro ogni
fraintendimento.

la parola

la parola chiama
è chiara nella sua aria
e depone a suo nome. la parola
chiarificatrice, la parola
affrancatrice. chiama
e coglie all’amo
il richiamo dal passato
dal futuro: è qui
e non è qui. il lume
della ragione e della compassione
irradia le spoglie sue
e del creatore spogliato
di cose e rose: vien l’eterno
del poema, le parole.

*

mi faceva leccare la sua giovane fichetta
io ero bevuto ed affamato di labbra
succhiavo tutto come una sanguisuga
buco nero del piacere, dei dolci secreti.
mi faceva star bene, ero d’una felicità
momentanea ma acuta -come un animale
tutto istinto e pulsioni, dove il sole non batte.
là sotto m’inturgidivo tutto e da solo venivo copioso.
per altre venti euro m’avrebbe dato pure il culo
ma allora ero schizzinoso, così m’accontentavo beato
e succhiavo, succhiavo. era l’unica cosa che mi facesse
sentir vivo. ero una macchina su di giri
motore sbiellato, attendevo -speravo
la vita si mettesse in moto, s’involasse:
doveva accendersi pure una scintilla
in qualche modo e questi bagliori di carne frollata
m’illudevano di qualcosa e qualcuno.
è bello sbagliarsi poi. da lontano
sembra tutto più piccolo. effimero.

gatto grigio

il gatto grigio
s’infila sotto l’auto
nella sua placida
inconsistenza.
eleganza la sua bandiera.
cerca qualcosa
non so che
m’osserva:
occhi luminosi
attenzione
quatto quatto
gatto sornione
arriva una macchina
schizza via!
passa un aereo
soffia un alito
di vento.

post

diamo lustro agli occhi stanchi
obesi d’informazioni postille
che non si rivolgono. maree
di notizie stampate a bacchetta
dal potere subdolo rabdomante
che all’oscuro della manualità
vuol restare ed arrestare la coscienza
dei poveri diavoli, indiavolati
svalvolati inviolati acerbi rivoluzionari
sol perché vivi e consumatori incalliti
incalcolabili derivazioni post.

*

sono morti i candori d’un tempo.
arretrata la magia di quel canto.
nascono oggi i vecchi di domani.
ho conosciuto l’alternanza del potere
col male, come una conchiglia
sballottata dall’onda. dalla cresta
ho notato la vastità. e me la sono
messa nel cuore. per non cadere più.
non fare la vittima. ritirandomi
a vita privata. l’ho risentito il canto:
sarà musica d’insieme. o silenzio.

il caldo è arrivato

assetate zanzare vorticose
sulle caviglie banchettano
disordinate e ronzanti
eppure quest’anno maggio
è parso turbolento e freddo.
arroccate nelle pozze
nei tombini fanno ora
capolino, del bevitor l’arsura
sazierà il rosso dei globuli.

oggi

non c’è il mare
né la montagna
un’immensa distesa
di case prati campi
fiori dove capita
fabbriche strade
alta tensione e auto.
e la mente -rada-
si ferma a volte
a contare i colori
e m’ama non m’ama.
il cielo azzurro
ed il sole rotondo
e pieno: mi viene
voglia di felicità.
che sia, allora.

di fuoco e amore

metà realtà metà sognando
quel salto in alto che non è sbadato
più sbandato e decantato: prude
il taglio che sgorga sangue
vitalità ed apprensione alla guarigione:
se stati in prigione una fessura anche
è libertà di fuoco e amore.

aforismi distici

le considerazioni finali
lasciamole ai becchini

il giorno è come la notte
ma al buio non abbisogno d’occhiali

le passate stagioni
rinverdiscono nella contemporanea serra

ho vagliato quasi tutte le possibilità
meno quella che funzionerà

salgano i becchi degli uccelli
oltre il volo sui tetti

ho conosciuto il sesso
prima dell’amore e vorrei tornarci

un figlio ti segue sino alla dipartita
eppoi escogita il ricordo delle carni

una distorsione al canale sinistro
era ora: tutto troppo perfetto.

piccoli

la poesia è piccola piccola
perché l’uomo è minuto
allora rassegniamoci alla mortalità
alla poesia scadente
che tenta d’essere ciò che non è
(magari sogno e canzone e illusione)
la medicina non esiste
non siamo malati realmente:
andremo chi in terra
chi dentro le urne
allora saremo reali
ci conosceremo
per quel che siamo
e siamo stati.

*

le piante grasse
sono eccellenti:
si dimenticano
di te, delle tue mancanze.
l’avversità non è la sete.
ma la consapevole indifferenza.

*

tutte le partenze portano
a non arrivare, tutte.
così l’aereo che si ferma
alla pista d’atterraggio
così l’uomo che si crede
turista. l’ansia dell’esploratore
ansia da prestazione.
che è il cervello a decorare.
il corpo approssima, improvvisa
sfiora soltanto l’alta definizione
il particolare.

*

bastò un caffè
per esfoliarmi il sonno
una volta per tutte
due occhi spalancati
tuorlo fresco in albume
obiettivi saturi
vidi le scie d’auto folli
in corsia veloce
e i lampioni sfaldarsi
in rivoli di sangue
e moccio. sentii
il russare generoso
dei fiati sfiatati
dei corpi supini
e di lato prostrati.
ed incominciava il giorno
col suo silenzio
l’immagine fissa.

*

non posso dormire
nel silenzio assordante
mi guardo allo specchio
vedo come sfondo mio padre:
non ti imito, dopo anni
ancora ti ricordo. come presenza
a volte guidi il rimbalzare
tra luce e tenebra. vasta
la terra che non ha bisogno
d’esempi, splendido il mondo
che s’autogoverna.
il bene non si rammenta
il male vanga così a fondo.
lacrime percorrono un pensiero
il pensiero si stinge
scolora svapora, è bruma
occhio lucido che più non sa.
più non crede.

*

pieni di regole
vuote le piazze
gente silenziosa
in fila ai market
la notte chiusi in casa
non s’esce più
per vedere facce
le facce sono brutte
i dialoghi sono segni
braccia che scardinano
una saracinesca.
il quartiere è pigro:
non sa abbracciare.

distici rustici

ci stupiamo del buio
ma non c`è tempo per sofismi.

la cassa piange.
le periferie decotte.


si stupiscono della politica
lanciano strali e maledizioni


al popolo che piu o meno sceglie.
sfottono, disprezzano la propria gente.


è notte. la notte di marx e gramsci. 

ma dal buio sorge nel mare piatto

 

un’onda nuova. è dinamica dei fluidi.

arroganza della carne. lava di muscoli.

 

impulso del seme. 

amor celato amor costato

parlami d`amore
fammi del male
lo puoi fare
puoi lanciarmi le parole
come frecce
già insanguinate
nettare che il cuore innamorato
secerne lussurioso
dal costato
ed io assentirò
come un indiano allamato:
perché son io
uno degli ultimi.
quell`ultimo che baciasti
e sentisti tuo.
ma io non sono nemmeno mio
figuriamoci
se posso appartenere.

*

non ricorderò le date
non farò congetture.
il rischio delle cuciture
è che non tengano.
il rischio delle cuciture
è che non servano
a congiungerci
come due placche
che sfilano ad opposti
cardinali. dimenticherò
i visi piacevoli e spiacevoli
con gli incubi è meglio
affrancarsi, coi sogni belli
pure, perché non si realizzano.

parole

la prosa non fa per me
troppe parole buttate al vento
per dire quasi nulla o poco
faccio fatica a buttarne tante sul foglio
e rivedermi specchiato accuratamente.
preferisco il mistero di una rima
un salto logico, un accenno:
ecco l’accenno secondo me
è il miracolo dei miracoli.
è come l’acqua di un ruscello
che precipita con la gravità.
con tutti i pesci dentro.
che non s’accorgono del salto.

3000 metri

quando qualcuno mi guarda
fingo.
quando qualcuno mi parla
fingo.
quando mi fa gli auguri
non son io.
quando è festa comandata
vorrei ritrovarmi
su una nave
nell’oceano Pacifico
seguendo la balena di Melville
cercando il pesce con la luce
sul capo
a 3000 metri sotto il livello
perchè il blu
è il colore che amo
e la collera
non è la mia coscienza preferita.

*

il mistero raccontami
l’acqua che scivola tra le mani
la rugiada che svanisce nell’infinità
il seme che veglia la primavera
il torsolo che rivive rotolando
raccontami accostandoti a me
come fratello e sorella
ci sono notti piene di luce
e giorni di luna piena
ti prego, sospira nell’orecchio
il segreto dolcemente.

*

hank sosteneva
è meglio essere romanzieri
che poeti
i poeti non hanno le palle.
forse aveva ragione.
io aspetto sempre la notte
per saperlo
ad un palmo d`alba
il buio porta consiglio
inonda di pace le viscere
rilassa i muscoli
protegge il miracolo
conserva i colori e i moti
abbevera l’esplosione serena
allontana i conati vigorosi
della schiavitù accettata
nel lavoro, nel ruolo del sociale.
allento la ferocia degli sguardi
la frantumazione dell’io
in milioni di stelle
distanti e indifferenti
e provo la solitudine
della meraviglia.

immaginarsi la vita scarica

immaginarsi la vita scarica di santoni
che ti giudicano dall’alto della cultura
un nozionismo settario, censurato
da menti fuori dallo tua lunghezza d’onda
immaginarsi di camminare scalzo
nelle vie di catrame e smog e mercatini
sotto una pioggerellina fuor di stagione
immaginate d’essere essenziali a voi stessi
senza segnalibri, un flusso ininterrotto
una fontana, un torrente, un’elica di dna.
e poi spacciarvi per leoni, eppoi bradipi
tornare alla luce nell’oscurità e cantando
arenarsi nella banchina e senza ciabatte
entrare nella sabbia, gioirne senza condizionali
né gli arretrati del mondo. occhi d’universo
nel commento avverso riconciliarvi, non indugiare.

immaginarsi scalzi, ma senza padrone.

cosa manca?

la sera è scatola vuota
l’acqua poca
il pesce non nuota
la pianta disidratata
non è mai stata rinvasata
le domande son ancora
lì tutte ferme
le risposte arretrate
come mancate entrate
breve il giorno:
si consuma lieve o greve
a seconda del sentimento
imprevedibile che viene
come candida neve.

luce invernale

c’è luce anche in inverno
quando il freddo assale
la carne, penetrando sino
al midollo, attorno non c’è
nessuno, le parole son poche
i significati sempre quelli
quelli radi che non hai incrociato.
i pianerottoli son deserti
le vie testimoni del gelo
tutto sotto un velo
che raramente svela
un sotterfugio, spesso
un’assenza, un refuso.

titolo

non ci si ferma davanti alla finestra
non ci si ferma davanti al ruscello
voli d’uccelli ed insetti mobilissimi
non ci si ferma alla casa, alla cantina
all’odore del pane appena sfornato
la mattina. non ci si ferma.
e s’adora il canto e l’armonia
il ripieno delle parole e il manovrarsi
al chiaro schietto di luna.
non ci ferma al camino spento
alla ritrosia dell’umorismo.
non si cede al ricatto della pece
alla vischiosità del bitume.
alla rarefazione dell’aria pura.
neppure alle parole disabituate
all’incantamento, drenate di senso.
nemmeno al ricatto d’un bel viso
che mai potrà esser fiore.

apologia del culo

c’è culo e culo
ci sono culi debordanti
culi fulminanti
culi che ridono
culi che vivono
culi flaccidi
culi intraprendenti
culi marmorei
culi slabbrati
altri sfaldati e burrosi
a volte i culi risalgono
sulle spalle e parlano
a volte i culi
sono il più grande spettacolo
oggi lungo le vie del centro
in una primavera accennata
sono sfilate donne spavalde
con le natiche più belle
ho amato quelle carni deboli
sottoposte alla legge di gravità
non era necessario parlassero
persino la sarda del pub
aveva il giovane culo fasciato da jeans strappati
così stretti che potevo seguirne
il senso sino al sesso esibito
con discrezione
lei parlava e parlava
ma io non ascoltavo.
ci sono culi
che bastano
ci sono culi
che regalano un sorriso.

insufflare prego

il suffragio universale
splendido universo
sogno inverso
per alcuni assidui democratici
da limitare. luminari
delle luminarie
esequie strutturali
dei sacri istinti. dà l’illusione
della partecipazione:
luce accecante per il popolo
che guarda quella fissa
in fondo al tunnel
e s’acceca. dova va
e da dove viene
forse conviene
e s’appoggia bene.
e i sudditi
sembran contenti.

*

libera la bestemmia
il proletario va in scena.
è un teatro assurdo
nessuno più ascolta
più nessuno in linea.
uffici vuoti, alberi alti
come croci, capannoni
vuoti. ho notato
che la fine del mondo
arriva piano piano
come il gatto quatto quatto
sotto al divano meccanico.
ultimo primitivo relax
del metalmeccanico.

salute!

donne e uomini sono chiusi in casa
negli occhi miopi di una nuova serie inverosimile
l’impero americano non avanza più
coi cannoni e le portaerei
ma nei cervelli occupati
di socialità estinta
e ve lo dice
un quasi misantropo.
tuttavia la fantasia
cava conigli dai cappelli
e nei giorni di un voto
ad un’entità imprecisata assetata di sangue
o alla propria povera nazione
la fantasia zampillante e caotica dicevo
coglierà tutti di sorpresa
come un’aurora boreale all’equatore
spalmato di frammenti di plastica e becchi
e stomaci e colli di polimeri frantumati
accoltellando l’uomo nero
come nei cartoni animati
edificando la casa di marzapane
metterà giochi di legno nella zampa del lupo cattivo
evviva i riflessi di luce in una mente malata ma candida.

*

l’atmosfera cambia il viso mio
stento a ritrovarmi. nebbia e smog
m’avvolgono in uno strano giro di valzer.
mi pesta i piedi la città e il suo cinismo democratico.

silenzio dopo cena

il silenzio che c’è qui dopo cena
è un silenzio davvero speciale
finito il rombo dell’autostrada
si sentono piatti e bicchieri ogni tanto
dialogare. gatti prendersi a pugni
per una femmina o per un passero.
è una quiete profumata
di fiori che non conosco
e che mi piacerebbe conoscere
piantando in giardino, vicino le rose.
un vaso speciale, come il tuo viso
la mattina assopito che non vorrebbe svegliarsi
la sera più rugoso, che l’esperienza ha un costo.

seduto

seduto sulle scale
come una commare.
davanti il giardino.
l’albero vecchio
risale i tempi, salmone.
vecchio, bitorzoluto.
davanti a lui son poco e
niente. son gente che va
e viene. solo silenzio
di cui s’abbevera
il crearsi silente.

ferro

carica ancora di luce è la notte
che si gonfia in quiete e riflessione
tra le mura si tende il copione
degli attori dietro le quinte
abbandonato il sipario
sudario di spinte e contrazioni.
mi guardo le mani e più rugose
le rivedo mie e legnose
come stanche. queste mani
che difendono il mondo
e lo plasmano. queste mani
di sapone liquido, saldatura
polvere e lucido da scarpe.
non sanno pizzicare
le corde d`una chitarra.
hanno tantato il piano, dita
note con poca convinzione.

*

l`uomo sproloquia luce
e accende iridi di sole
andiamo all`aperitivo serale
per sedare definitivamente
un mancare. con l`alcool
pure moderato non ci si scanna:
ci si siede, ci si guarda.

*

nel secolo dei lumi
chi era ricco
era come eletto da nessuno da dio
col mondo in mano
e tavole imbandite
e caviglie plumbee di gotta.
i poveri maturavano odio
nelle campagne.
ora le campagne sono vuote
bagnate di pesticidi tumorali
e l’odio se ne sta in città
coi reietti e i proletari
mai uniti di un tempo.
ma anche l’odio non è gratuito.
che lo sappiano i censori
e i spasmodici democratici
che vogliono insegnare
l’ovvio. e bannare l`eretico.

bocciolo

semini e non raccogli?
forse. rinvasi. i rami
con margotta. la vita
s`inserisce festosa
e contorta con mastice
e legatura. si forma.
si plagia e risorge.
s`innesta con la cura
profana e l`improvviso
schiocco di luce -tramontana.
è nelle primavere lasche
che il bocciolo rimbomba
più forte. ed il bombo ronza.

ogni giorno

ogni giorno
faccio la stessa strada
in auto
la mattina mi sveglio
e vado al lavoro
ti saluto, un bacio eppoi vado.
ogni giorno
faccio le stesse cose
come se il copione
fosse stato scritto a macchina
da jack torrance alterato
in uno strano hotel di montagna.
però non ho paura
come la moglie e il figlio
seguito ad imparare coerente
le battute.
ogni tanto canto.
l’orchestra pare intonata.

la mattina

la mattina mi sveglio
e trovo il tuo corpo
vicino al mio, sotto le coperte
ne sento bene il calore
lo stesso che m’allontanerà
da te luglio ed agosto.
ma tra ottobre
e quest’anno pure maggio
saremo così vicini
da sentirci bisbigliare uno
nei sogni dell’altro.
può sembrare eccessivo
al latin lover
o a certe femmine moderne.
sta di fatto
che anche uno sbadiglio
è complicità.

femmine contro

ho sempre visto
donne nei luoghi di potere
più arroganti degli uomini
più zelanti, più severe,
più determinate, più precise
più stronze, sempre di più
forse per sentirsi più uomini
degli uomini, più forti, più acide
più intelligenti dei maschietti
che ora arrancano nella trappola
così come dopotutto
l’altra metà del cielo
che ora s’illude d’esser
padrona dell’intero.
la femmina è virilizzata
non veste più gonna e collant
più pantaloni muscoli e potere
ma non è una novità nuova
è il maschilismo più terribile
e becero che mai si sia visto
su questo pianetino azzurro
insignificante e malandrino
in una delle miliardi di miliardi
di galassie d’uno dei miliardi
di universi disponibili
nell’infinito spazio degli anni luce
in tutta l’oscurità che tutto questo sforzo
conduce

quando il mondo non t’appartiene

quando il poeta è triste
si vede dalle parole che usa
non vedrete la sua faccia sconsolata
il poeta è comunque un guerriero
vive di quotidianità, non dei versi
non li pubblica, non è vanitoso
vive di un lavoro noioso come tanti
altri cristiani. non è cieco, né sordo
vede e sente tutto, anche le formiche
hanno un’anima.

*

lontani tuoni
arrivano i suoni
tu vai al lavoro
t’aspetto come nel sogno
ricordi i baci e le parole
che sfumate tremano?
ricordi il bel tempo
ti tenevo nel grembo?
mai masticare i secondi
rimarranno nel gozzo
come un riporto
di capelli trapiantati.
lontani tuoni
io son qui fermo
alla finestra, arriveranno
faran tremare la casa
non me.

*

questa terra sa di noi
delle debolezze radicali
del sole mancato
e della maestria
nella deviazione dell’anima.
nei richiami delle rondini
i nidi recuperati
ancora abitati.
il suolo vulcanico
ricco di humor
e la selvaggina
costretta in argini di potere.
i fiumi d’opportunità e i laghi
periodi stagnanti, oasi
dopo deserti di rimpianti.
e poi ciechi sordi muti
con le stelle tra le mani
l’esasperazione della professione
quanta passione nel tramonto
e nei corpi illuminati
dal sole calante.
dignità. rara.

CONCORSO NAZIONALE UN MONTE DI POESIA

CONCORSO NAZIONALE UN MONTE DI POESIA - poesia in terra d'Amiata -notizie sul bando e archivi poesie premiate

Francesca Dono ilgrovigliodeirampicanti

al poeta l'ignoto e un'ombra nascosta in ogni stanza

LIMBRANAUTA

Il Funerale della Letteratura!

Pino Soprano

La neutralità favorisce sempre l'oppressore, non la vittima. Il silenzio incoraggia sempre il torturatore, non il torturato.

CRITICA IMPURA

LETTERATURA, FILOSOFIA, ARTE E CRITICA GLOBALE

"...e poi Letteratura e Politica"

La specie si odia. E mi permetto di aggiungere: "A volte di coppie non si può parlare, ma d'amore sì; altre volte di coppie sì, ma non d'amore, e è il caso un po' più ordinario". R. Musil, 'L'uomo senza qualità', Ed. Einaudi, 1996, p. 1386. Ah, a proposito di 'relazioni': SE APRI IL TUO CUORE SI TRATTA DI AMICIZIA. SE APRI LE GAMBE SI TRATTA DI SESSO. SE APRI ENTRAMBI E' AMORE

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Rosa Frullo. Un poeta e un filosofo tra Spleen e Masochismo

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«Se tutti moriamo o ci perdiamo è perché il meccanismo del mondo si basa sull'estinzione e sulla perdita».

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