ditemi che siete umani
nei vostri tagli netti
e nella magrezza ostentata
nei vostri arzigogoli spicci
e dietrologie scalze ad arte.
ditemi dei vostri piani
sin dalla nascita randagi
con le pieghe delle leggi
così fatte per impietrire
e scollegare morti dai vivi.
foste una summa di santi
poeti navigatori. ma ora
sulla strada di poesia
nemmeno l’ombra.

tra i ceppi odora
nauseante un’aria
di restaurazione.
siama stati fatti
per contraddire
od ubbidire
come bambini
appena nati.
tuttavia non si toglie
la giovenezza
come fosse un mantello
e non si fa la rivoluzione
così dal niente.
più facile e nutriente
consentire il sacrilegio
e corrompersi
come ossidazione lenta
fra spettatori indifferenti.

catafratto

non sono mai stato
molto fortunato
coi miei occhi
una forte miopia nel destro
e più mite nel sinistro

mi hanno offerto di darci un taglio
col laser
ma non mi sono mai fidato molto
di dottori integralisti
infermiere megere

quasi quasi ho amato
quei contorni sfumati
e indefiniti
sono stato sempre costretto
ad avvicinarmi e toccare

e ho voluto frequentare poco
ospedali e ambulatori
ho voluto stare più lontano possibile
dal dolore della carne
dall’arroganza statale
e

la cataratta è una malattia dei vecchi
così dicevano
mia madre l’ha avuta ai sessanta
io ho precorso i tempi del disfacimento
irreversibile: la biologia chiama
il cristallino risponde.
vita sfumata
vita complicata
è vita: la sento ancora bene
con le mie orecchie sane.

non siate fanatici
siate empatici
il dolore si divide
non è assoluto.
siate insicuri
non di tratto
ma di capienza:
ogni scienza schiaccia
ad un certo punto
l’assunto. l’assurdo è
che ci siano schiere
di chierici sanguinari
invasati criminali.
l’assurdo è non trovare
nel guado il confronto.
poi c’è il potere
che sconvolge e schiaccia
indifferente pure al consenso.
il senso è smarrito
l’orrore infinito-
resta lo scontro?

giacciono a terra
i petali dei fiori
fuori un vento triste
di nenie sconsolate
lo stato è un buldozer
che gioca d’azzardo.
l’azzardo diviene vivere
con l’illusione negli occhi.

sulla spianatoia
tutti gli ingredienti
ma manca la forza

in cielo le nuvole
il vento e il sole
ma manca un volo

nella piazza
tutti gli uomini e le donne
di buona volontà

ma manca la coesione.
infine: io e te assieme
il nostro amore.

due in cerca di niente

—————————–“Mi concedo un unico grande lusso: quello di rifiutare.

deputati all’oblio
snaturata natura
d’uomo silenziato
e scorticato come il Buonarroti

dove sono gli dei
e le materie umanistiche
e dove sono pietas
e naturale comprensione

non si lavora più fino a tardi
perché non amiamo il lavoro
non si comprende più
perché s’è abiurata la ragione

non si osserva il cielo
perché non si guarda
che ad un palmo dal naso.
e allora che fare?

imparare ad ascoltarsi
anche quando non si pronuncia
ridere di gusto come un fanciullo
bere un amarone del 2015

restare inascoltati all’alba
quando cantano gli uccelli
mentre qualcuno sussurra
‘la vita continua’.

*********

ho le palle sode come mandarini
e gonfie come cornamuse
mi cacciano la mente in prigione
e plagiano la mia mortalità
con esche supine e volgari.
tuttavia
la natura umana è multiforme
e può stupire anche il burocrate
più indefesso. anche la morte
potrebbe essere un inizio e
multe e lasciapassare merdosi
ariose coscienze civili. luce e buio.
buio e luce. si rimbalza e si cozza
fra queste due come falene
impazzite e docili e sovversive.

non rinunciare alla luce
al fenomeno della libertà
ai suoi incauti avvicinamenti
non prostarti al pugno flaccido
dei burocrati affamati. non credere
allo stato delle cose romanzate
dal potere e amplificate dai media
finanziati per l’ipocrisia e la schiavitù.
non cedere alla tentazione
del possesso: pensa all’amore
alle persone che ami. le terresti mai
assetate di spazio e a te imbavagliate
come docili animali da intrattenimento?

profonda disperazione
spunta nel giorno che scatta
come una macchina automatica
tic tac tic tac ogni ingranaggio
è una sospensione del giudizio.
ogni leva una catapulta
ogni cinghia un laccio emostatico.
l’ampio sole che urla ed io
nella corsa ad ostacoli
salto e mi sforzo. attendo.
strategia dell’anonimato.
emorragia del silenziato.

chissà cosa cercano quei poeti
vorrebbero scalare everest e monte olimpo
ma sono delle merdine secche:
rimescolano l’ombelico d’ipocrisia
e melliflue pinzillacchere
scambiano il fare col dire
senza sapere del mare.
è notte del mondo e per questo
anche dei poeti -testimoni
della loro pochezza
dei loro scambi di nulla
in prima pagina i servi
si ravvivano di lucine posticce.
non si salveranno belanti
noi sì nel loro silenzio.

fui unico. calato dall’alto
o dal basso ventre
come si voglia credere
prodotto genetico
o pezzo unico artigiano
la prova del nove e dieci
avviene dopo. ogni giorno.
col volto e le mani. le idee.
niente fragore e richiami
dall’amministrazione.
il sole bianco di oggi
è una serra di cemento
sporge l’anima di ferro
denti arrugginiti.

so che il campo si spoglia
nell’inverno rigido
e che l’aria s’inpenna
in un urlo di bimbo:
dove sono gli sprazzi
e gli schiamazzi della vitalità
che schiuma? dove sono
i tagli di quelle forbici
che sono giudici del vivere?
rendo a me la mia vitalità
la mia torsione vitale.
la mia forzosa inquietudine
d’uomo vivo. vivo. vivo.

cagano di fresco
i benpensanti
quei poco santi
ma adoratori di simboli
che il mondo ne è governato.
son morto e son nato
nella linea di produzione
e sono inciampato nell’ego
abnorme del normodotato:
chi si loda s’imbroda
chi si lorda poi ne resta
l’olezzo. è lo stesso
che piaccia o no
è amore o odio dolore.

dovevamo essere migliori
confessarci e non masticare
caramelle dolci. siamo sfiniti
in strade diverse a far di conto
spezzare le unghie e sentirci
fuori da una comunità.
abbiamo sbagliato indirizzo
mancato recapito d’unghie
che scivolano sul vetro
appannato. consapevolezza
dolorosa e precisa come puntini
sulle i e millimetri d’area
sacrificata ad una consuetudine.
salario d’abitudine o ruolo sociale.

provo a sfuggirmi ed impedirmi
come difronte allo specchio
e il bollito emana un odore
che è memoria, riverito nella pentola
sotto pressione come gli uomini
bambini a filarsi sfilarsi infilarsi
ingenui manichini. ed io saprei
quale tasto premere ed accedere:
le note a margine e la trama
una lama trafigge il contenuto.
e m’innamoro ancora e parlo solo
mi rivolgo a nessun altro eremo
o spazio vero se non a me stesso.

ho voglia di un orto
di smuovere la terra
e spiegarlo ad un figlio.
sono stanco del tratto
algido della tecnologia:
ho cuore forte e fegato
per non morire a comando.
ma dimmi quando l’odio
si tramuta in sangue
di un cuore buono
quando la materia
incomincia ad un senso
se le mani sono salve
gli occhi si levano da terra.

questa poesia non è verso
è stato d’ansia
un terremoto una vuota stanza
una emerita stronzata
una scure calata dall’alto
una nemesi una fine infinita
e la noia e il vuoto di una cantina
e di un parcheggio interrato agostano
è una forma di niente senza lati e area
questa poesia si cancella da sola
alla fine della rima o di una stima
è una poesia ansiogena
mentre ascolto la sinfonia 20
di weinberg e non m’aspetto nulla.
non aspetto nulla. nulla. poi
so qualcosa della felicità
e m’aspetto qualcosa
che chiaramente non è tutto
ma va bene così e sorrido.

“Dio non è senza peccato, perché ha creato il mondo” (proverbio bulgaro).

non ho pace
e l’ansia è densa pece
solo gli occhi possono
nell’inganno operare
come sempre. e la pietà
raschiare il fondo e le foglie
gialle arancioni e marroni
cadere come d’uso
l’autunno scrolla.
non ho pace con quest’unghie
recise e le pellicine incise
ed il tuo calore lontano.
una prestazione nell’ansia
la mia prigione di senza nome.
non ho pace perché
il pensiero è il mio siero
e la follia su una nave di folli
poca cosa. poca cosa.

nato un giorno qualunque
pioveva ma gli occhi
vedevano benissimo
come nei lombi raggi x
giorni ad accarezzare
latte e derivati. poi
e poi la quadra e la tonda:
un treno di parentesi
la poppata lo studio
l’alfabeto corrente:
il corso s’arena stagnante.
è vero che la fonte è una
è capita il reflusso. è vero
che l’imperativo scuote
è spesso i suoi angoli
vengono limati.
eliminati i dubbi
le affissioni e le mance.
intimati i confini e i sensi
affini. nell’attesa
il precedente è vita.

si restringe la pletora
dei lavoratori e dei ‘malpensanti’:
gli eversivi dei sovversivi
dei reprobi degli eretici.
danno gli ‘euri’ ai capi chini
ai signor sì. sì -punizioni agli altri
non corporali ancor per poco
perché lo stato s’offende
se non s’esegue
se non s’apprende
il lavorio più antico
dell’uomo. nuovo.
quanto un atomo di carbonio.

spariti i fiori
cadute le foglie
timido è il sole.
poi una finestra s’apre
nel cielo e cala la vista:
accecato e meravigliato
colmo di meraviglia.
qui sotto i ricami amari
degli uomini assopiti. è
tensione infinita la vita
osservarla e non sminuirla
coi dubbi e la miseria.
mi spaventa l’ansia e l’acredine
di questa conoscenza.
si paventa una conversione
a tutto ciò che è bellezza.

tentennano gli alberi
sulla via illuminata a led
set di un’operazione sempre
rischiosa: si dischiude il cuore
matto dell’uomo moderno
sull’asfalto crepato. ne esce
un distratto ‘in cuor suo
ebbe tutta l’umanità
che non si fece tratto’.

strozzati col tuo fiato
e immagina la libertà.
quel senso d’aria cantata
quel colore che li raggruppa.
tagliati le vene ed attendi affamato
il nuovo ossigeno dei globuli voraci.
spacca il cranio a colpi sicuri
e prestati al buio illuminato.
fu notte per scelta e fu vita
non per delega.

l’autunno non porta sorprese
né apoteosi di fabbrica
e spirito di rivolta
la quota d’assuefazione
è completa e suggellata
da contratti orali e anali
completi come carnevali
bipensieri e lingue lunghe
la maschere e i codici
i comportamenti dementi.
nulla muta nei secoli
tutto resta invalido.
certo un tetto ed un letto
va be ne -ma l’intelletto?
perfido e negletto.
e non so se tutto il sentimento
è tutto furore o disperazione
mezzo un terzo un quarto.
la morte viene a guardare
i filati e sgonfia i gomitoli
con la sua ferma mano
gli occhi freddi
come parcheggi vuoti
del centro commerciale.

mi fanno la guerra
io sono guerra
e tempesta di fiato
ed esplosione di nulla
squasso di niente
eremo -punto fermo
albero sempreverde
e campione di sarcasmo
ti mando anche affanculo
senza tanti giri. antiche
le parole sono centrini
e sotto l’immobile
pesante e inquartato
sotto la cappa pesante
di un mondo disumano
fatto di non vita: la natura
dell’uomo è questo pesante
fardello e queste ali
d’immaginazione
sacro e profano
Mozart e Schönberg

cosa sono gli uomini
non so. ed il sole coperto
di nuvole e poche parole
confinate in soffitta.
non conosco poeti
se non per fiato
ed una clamorosa
omniscienza. alcuni
infedeli della vita
e stanchi dello stato
delle flaccide bugie
d’ufficio. diseredato
per salario e sfida.
si copre il sole
come ho detto
eppoi svela il fiore
l’armonia del vero.

non è santo il poeta
anche se si porta dietro
leggio scranna patibolo
e panno rosso
non è giustificato
può essere che non capisca nulla
di quello che gli sta attorno
tutta la sua sensibilità
sarà una frase di stato
una frase d’affetto
per il potere consolidato.
ho visto poeti perdere
i superpoteri davanti
alla loro dose di criptonite
le parole diventano
eccellenti ritratti al buio
ho visto le loro
trasformarsi in conformismo
in un ammuffito insapore.
ho visto l’uomo non essere
per niente ciò che non è.

.

ci han riempito
d’inutili cose
come cantine stipate
dove non si entra più.
metri quadri costosi
per sociopatici ombrosi.
tu conoscevi
l’aria tra i rami
e i giochi nel vento.
oggi assapori la stretta
del cuore come se ti volessero
operare e operare
ma senza una soluzione.
girano col lanciafiamme
e tu sei legno: fatti muro
con muso duro
e le mani ferme:
da qui non si passa.
non si passa.

una bella congrega
di nazistelli in erba
senza sole e molta merda.
tuttavia il tempo
è galantuomo: è un serio
maestro che con estro
diffonde la morale
che i primi estraevano
come granitici principi orali
comandamenti ora emendati
mondati e scartati
nella prigionia infinita
dell’emergenza. il sonno
della ragione partorisce
fanatici demoncratici
si sapeva. non lo sapeva
chi faceva propaganda
d’essere paladino della minoranza.
le prime paggine dei giornalacci
sono state sature sempre
d’eroi di carta straccia.

i becchini riportano i corpi
nel fuoco: spariranno così
gli orrori calcolati e i disguidi
burocratici. cenere alla cenere
menzogna alla menzogna.
il teatro è lardo potente:
quattro saltimbanchi statali
girano pollici e si fanno malefici
padroni del discorso. in soccorso
giungerà mai un sorriso puntuale
quelli ironici, che non hanno scopi
eroici? ettolitri di piagnistei
per costringere un uomo
a non esserlo più: un numero
una tacca una sacca una cassa.

non faccio propaganda
di scriver versi al sole
oppure sotto la luna calante
mi sento fuori posto
coi scaricatori di porto
e i drogati che escono
dai cessi puzzolenti
dei bar cinesi in periferia.
e pure coi semicolti
che sfoggiano i libri
come assuefatti uncinetti.
nessuno trova interessante
la parola tornita. le parole
sono appendiabiti ineleganti
per anonimi di passaggio.
coaguli dittatoriali
e fughe indietro
dove postumi dei filosofi
sono in stallo. eccomi
mi potete tenere sul banco
degli imputati. interrogatemi
tutta la notte. insistete
insistete pure e senza sosta
non avrete risposta.

scusa ma cosa c’entra
la poesia con la marcescenza
dei tanti lardi tecnologici
quanta scienza buttata
che rientra dalla finestra
e dal portone della cantina
questa mattina raccoglievo fiori
dai tanti colori e m’incipriavo il naso
ma non riuscivo a farne miele:
forse perché tutta la conoscenza
che prima era territorio e coscienza
ora chiama arroganza e derisione.
talora non si fa più chiamare religione.

sei un bastardo
anzi no. un brav’uomo.
sei nostalgico. nel passato
vedi saggezza e bellezza
anche nella scabbia
e nelle piaghe su mani.
godi in primavera a sera
quando rondini fugaci
scrivono corsivi pellegrini
nel cielo rosso sangue.
la notte dormi
e di questi tempi
è già molto. perché
i criminali si vestono
da vicini e persino parenti.
le pantegane ed i serpenti
le puttane che fanno la morale.
si salvi chi può: è incominciata
una nuovissima panzana
e non c’è ritorno
alla normalità che sana.
ogni noiosa pereregrinazione
nello spazio interiore
mor sua vita mea
anzi no forse: ci sono
quelli che lo fanno per te
per salvarti da una vita non vissuta
sì proprio per te
che non t’hanno mai visto
né sentito. né amato
né redarguito. anonimi
e assenti in pianerottolo.
un abbraccio monetizzato.

non vi comprendo e non v’attendo:
le foglie cadono una sull’altra
come pietre di comandamento:
eremi le nostalgie oggi primo ottobre
con i capelli sciolti nel fresco mattutino
le mani svolte a corrompre il tempo
e ogni accento nel neutro avanzo.

se questo peso
che chiamano vita
scende come pioggia
e bagna la strada
ed io mi sento terminale
come il legno bagnato
l’odore del fungo
che libera spore
e non è offesa
ripartendo dal silenzio
trovarsi scorciatoia
senza ingerire la pillola
senza privarsi d’ego:
siamo grati alle piante
ed alle nuvole
del loro ballo vitale
che domanda luce.
ma siamo esitanti
e legati alla corrente
viene meno l’intelletto
si dimentica che non c’è
eletto né anima sola.
legatevi con le mani
protervi animisti
e azzannate questo fango
che ci porgono come miele
sputatelo veementi
sul loro piatto arrugginito.

questo potere infame
che abbandona per strada
stringe il cappio dell’indifferenza
dell’odio del disonore
l’inutilità della cultura
e la frode dell’intelligenza
dove bivacca il conforme
l’abnorme truffa di una scranna
ieri sera m’accanivo sul buio
senza accorgermi della luce dentro me.

l’arroganza è una piccola stanza
non ci sono finestre
c’è solo un televisore
le belle immagini
contengono fiele e demonio.
si condivida l’inferno
col sorriso e il badge in mano.
ci vuole forza e coraggio
per sputare in faccia al potere
sentirsi di nuovo umano
con le colline alle spalle
i fiori e le antiche cantilene
le poesie il miele.
riascolto il nonno in cantina
con le mani callose
faceva le scope.
prendeva la paglia
una cosa morta
le ridava vita.

i mostri fanno propaganda
e filano la tela
e sfilano la cena
da sotto gli occhi
gli anonimi hanno
il campanello rotto
gli indecisi non vedono
il futuro è incerto.
erano quelli buoni
che scrivevano canzoni
quelli terribili
che riscrivono la storia.
lancia il sasso
nascondi la mano:
il popolo dorme
ha il telecomando invano.

cresco e invoco
nella fresca aria
sono stanco e non libero
ho la stampa divina

nei miei ferri del mestiere
nel mentire al mio re
che mi scava l’oblio
e mi tempra di fame.

poco decidiamo
pulci d’acqua sulla corrente
resitenza dell’acqua
ma non delle carni
tessuti mutevoli
d’arcana memoria
un getto di forze
e atti in cancellarsi:
dietro le quinte
il demiurgo smuove
acque ed ossa.
prima d’ogni fossa
quanto diffidenza
quanta differenza
quanto dolore.

deriviamo

deriviamo dal vento
dagli orti dei nonni
in guerra e tumori.
l’estro inganna mente
e stracci di sé: sai e no
non sai -è come il gioco
puntare e puntare
sdentati e spuntati.
dividiamo il parto
dalla croce. il fiume
dalla foce.

il delitto è servito
e gli operai -pochi
i superstiti dell’era
del vapore- scodinzolano
impauriti e scavano la fossa
dove non ride e piange nessuno
dove non c’è tesoro
né una forma nuova d’oblio
e più in basso il calore
il centro della terra
per primo non è nostro
nemmeno il resto che vacilla
al peso funesto dello scomparire.
il vagito del bimbo non è più
vanagloria e la speranza diffida.
gli operai se ne vanno
la nebbia riempie l’atmosfera
è giunta una nuova era.

c’è uno strano odore
di morte e c’è l’operaio
che è costretto a non avere
un salario. l’operaio ha le sue idee
quando l’operaio è forte
non esiste nemmeno la fine.
c’era il salario ma non l’operaio:
troppo poco specializzato troppo giovane
troppo vecchio o troppo morto.
c’era il sangue coagulato
che bagnava la sega
il cervello spappolato
nella pressa o nella distesa
schizofrenica delle otto ore
prima che il sole tramonti
e nasconda la pena.
l’università non serve
tutti i libri non servono
a farsi un docile affarista
che si mette primo della lista
canta le lodi del datore sfruttatore.
se otto ore vi sembran poche
ora bisogna pure certificarsi:
un codice malato
di una società discriminante.
giochiamo alla minoranza
che ha meno diritti
eleviamo alla massima potenza
la nostra impotenza di derelitti.

non c’è più spazio
per le idee degli altri
tutto quel che pensi
è colonizzato

un prestampato di memoria
capitalistica. un padrone delle carni
lo è anche del pensiero
del volo dell’uccello

che ha fame e vuole
scritto nelle sue stelle
perpetuarsi e cinguettare.

coloni di una maceria
agonizzante: la natura umana
è un sacchetto di cibo iofilizzato
stampante 3d nel sottoscala
dell’anonimato.

ho indovinato la stazza
del nostro dolore
un abbraccio che punge
e non lascia sapore
eppure il sole sbianca
la plastica e ritira le pelli:
ferite non fanno più male
e le metastasi concedono
un amore. si tenta
anticipando una via
tacendo un bacio
esprimendo un abbraccio.

nell’aria la benzina verde
sol nel nome il colore
riparatore e auspicio
i fiori alle finestre
testimoniano tuttavia
la vita che tace e osserva.
protervia della base
ostinata e disinteressata
base che d’inerzia e virtù
s’ostina alla finestra.
base aliena a se stessa
come d’inerzia e apatia.
l’eresia sarà rimostrarsi
alla luce. col sole alto
imperatore e legge.

strazio e dazio
dei pensieri cinetici
carni addentate da controllo
obliterazione dello sfruttato:
sfruttamento univoco
intercessione dei corpi
estranei alla luce del sole.
nei capannoni e uffici
sale il fetore. l’ulcera.

freddo il carbonio
eppure fa carne
e rimpianti. blackout
degli sguardi
deturpazione del paesaggio
cancrena delle forme
e del potere. strapotere
dell’arroganza e danno
annunciazione dello sfratto:
sciatti i cerebrolesi
e gli indigenti
creeranno carovane
di senza dio. corrotti
e smargiassi tumuleranno
la foma vuota
della democrazia
questa smembrata
scioccante e militare
escrescenza tumorale.

tutto falso a parte i tetti
sghembi e i comignoli
di fuliggine e i versi di gazza
e i campi spogli e i barboni
col carrello della spesa.
tutto falso come i nomi
poggiati sui simboli
e le notizie: esterrefatti
e fatti di buio sgambano
su marciapiedi di silenzio
facce tristi e sconfitte.
domani c’è il mutuo
e la frenesia del prodotto.

nero. nero come catrame
l’imbocco d’aria condizionata
metallo polveroso anticipato
di rombo. l’abisso è la felicità
intima di sale e sole su cielo
arroventato. ed è il corpo
che tace e sviene. tramonto
o alba. inizio o fine. nero.

il vento d’ottobre quanto è freddo
alle ossa giunge senza l’inverno pieno.
ossessiva e tardiva nostalgia del mentre
d’ogni maremoto iperventilazione:
credo al tempo alla torsione. al senso.

quanti morti han perso la parola
quanti vivi la perdono altrettanto
offrendo il proprio tempo ai prati
al cielo che si rasserena alla quiete
che è protesta. oggi non è festa
anche se vogliono i lavoratori 
in strada far fronte alla tempesta:
è incominciato il gabbio
non puoi metter fuori la testa
è incominciato il gabbio
tutto quel che è concesso
è solo il posticcio contentino
perché tu stia buono e zitto.

stremate le parole scontano la vita
sono giorni che guardo il sole
quando c’è il sole le ombre
non sono buie e la scatola
si riempie di colori e riflessi
la riflessione è una congiura:
non ti permette d’essere libero
quanto un sassolino sulla strada
o una lucertola che guizza.

pretendiamo felicità
non l’arroganza dello spazio
vuoto. immoto strazio e dazio
immatura decisione dall’alto
crema la tua visibilità:
poderoso astruso gioco.
tutti gli estremi descritti
tutti gli eremi inflitti.
era malthusiano ingaggio
né ci furono allusioni:
si credette alla naturalezza
dell’emissione: invece
era tutto smaltato
d’una profondo servilismo.

la notte vedo stelle nuove
e il mio respiro s’increspa
una strana resistenza
si dipana nelle mani

e dilata nei sensi
lo sguardo una lama
il pensiero un laser
s’accresce a strattoni

batte più forte sotto 
allo sterno. allora è vita.

ho fatto tanto

ho fatto tanto
o molto poco
non importa. dicono:
importante è partecipare
ieri con le nuvole spesse
sopra di me e la morale
assente sotto di me
ho avuto tutto quel poco
tra le mani e ho scoperto
ancora l`attesa
la sopportazione
il farselo scivolare addosso
come un unto
dal signore mai giunto.

col costrutto s`insabbia
ematoma e subbuglio
eritema e sfratto
carie e ascesso.
col costrutto dicon tutto
tante tante volte
quanto noia e nausea.
hanno tutto e ancora
avranno denti e fiato
sfiato dei dominanti
sui dominati dannati.

mi sfuggono ragioni certe
d’eresia e il macro è così stupido
avrei voglia di sconfiggermi
sul campo e nel solco d’aratro

nel sudore e callo c’è quella porzione
di cielo che l’esistenza rende conveniente
e non solo operazione di somma
o sottrazione. operazione. azione.

vorrei cacciare il mio odio
nell’indifferenziata a fianco
della culla spaccata e del topo
di fogna con gli occhi mattone
mi fissa e si compiace della sera
che avanza a tentoni tentacoli
lungo i marciapiedi e i palazzi
scheggiati e privati di sensi
coi balordi del vino tetrapak
e i vecchi lenti come la morte
strambo pensarmi diritto
come una idea non riciclata
conscio del delitto e dell’inverno
avanza il freddo che punge:
geliamo abbracciati al sole d’ottobre
una confessione statica
ad un prete demoniaco
ad un infame politico
con la bocca che straparla
e vomita orrore e terrore.
saremo morti certamente
ma ora fateci vivere ancora
nel niente del sistema corrotto.
siamo popolo di sovrani.

non si dimentica più
c’è il rotolo di pellicola
e ora i bit che s’incastrano
nella metastasi del controllo
nuovo dio elettrico che m’ascolti
non donarmi nuovi occhi
e l’ubbidienza sintetica
io non ho padrone
né guinzaglio.