poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

così buia la sera

così buia la sera

non s’accendono stelle.

la naturale compostezza

sfibrata dal ghiaccio

ogni anelito di vita

come uccelli dormienti.

s’e fatta religione

dell’economia, mercato

sacrario, ora ossario:

punge l’individuale

nei tratti oscuri del creato:

e non vi fu luce

dove si poteva accendere.

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telefonami ora

telefonami ora
aspetto il tuo respiro vivo
riprodotto morto dal microfono
attendo i tuoi puntini sulle i
la tua follia imprevedibile
illusa d’unicità.
l’elettronica simula il contatto
potremmo chattare
o venire di sospiri
e mai saremmo vicini.
lo sai che siamo differenti?
lo sai che potremmo stare bene
assieme? e se già lo siamo
(assieme intendo)
parliamoci ancora ed ancora
al telefono, mi piace:
anche lontanissimi
siamo uno di fronte all’altra
piante della serra
che debbono impollinare

ed assieme sfiorire.

dominatevi

dominatevi allo specchio
e non cedete alla tenebra.
il solitario canto funziona
in una terra di solisti opportuni.
scaldano la sedia e mutuano
discordia e insolente anestetica
apatia, ma cercate sempre il suolo
e di sopra il puro cielo
delle rondini e i canti.
non c’è nulla di male nella caduta
e risalendo la gioia del soliloquio
in un’agorà anche ingordo
opportunista e licenzioso
ma che incarna la carne di festa
libra l’anima all’eterna fusione col mondo.
eterna sia la collaborazione
coi fiori, le piante, gli esseri tutti.

anche se diluvia sarà vita che splende.

anticchia

soffre il fiore reciso
ch’abbandona a forza
il suo giardino, la siepe
strappata, le radici.
o per miraggio
d’un abbondante satollo
complemento oggetto.
non radica la pianta
nel lontano suolo:
plastico delle periferie-
le comunità s’isolano
autoreferenti: si scannano
o s’ignorano.
un odio viscerale
di nere mani, schiacciate
lese e callose
che solo il povero sa.
egli solo sa bene come s’odia
sin dalla preistoria.

annoso

ho notato lo spaesamento
la tortura metodica
il furore rapito dalla noia.
s’accendono lumi
altri si spengono-
l’ambiente decade
il cielo rosso
non di vulcano
ma d’umana mano
imprevedibili silenzi
non scalfiranno l’infinito
neppure un richiamo:
un’era è sulla terra
miliardi di testimonianze
spiccioli nel conto finale.
e noi un passaggio
sempre a far di calcolo
come ragionieri.

falci e martelli

esternazione di virtù senili
i quarant’anni. e i difetti
si ripongano nell’interesse
d’altri inumani delle catene
di montaggio, dei raccoglitori
degli allevatori, degli imbonitori.
falci e martelli fusi e sbiaditi.

la casa

era una vecchia vecchia casa
costruita intorno al 1940
fu un fienile
mattoni poveri
ma fondamenta solide
poi l’hanno divisa in sei parti
intonacata e fatti i doppi muri
per coibentare
per scaldare i poveri
il fieno è sparito
sono apparsi gli uomini
venivano da lontano
dalle risaie
dalle campagne
erano stati in jugoslavia imprigionati
erano sopravvissuti
ai bombardamenti intelligenti
alle malattie
erano stati quieti e lavoratori
sposati e figli
anche in guerra
(anche ora siamo in guerra
senza carrarmati chiaro
ma di figli pochi pochi)
poi
è arrivata la luce elettrica
ed il gas metano-
c’era una volta una stufa di ghisa
in fondo al corridoio
pesante e spartana
con la legna da bruciare
poi l’antenna per la tele
fuori i tempi erano cambiati
così velocemente
tutto diverso
ma la casa è ancora lì
qualche terremoto
qualche tempesta
urla e liti
ma la casa è ancora lì
forte, testimonia la pace
fra gli uomini
anche se lo scontro
non è mai finito.

yesss

erano diversi giorni
che non scrivevo nulla
tutto mi pareva diarrea
tutto un albume sbattuto e sbattuto
per non consegnare che l’acefalo vuoto
frasi opportuniste su catrame di democrazia
la merda lessa del lavoro
il rantolo dei media servi
sicuramente il cosmo non abbisogna delle mie scoregge favolose
erano giorni di freschezza e fancazzismo
mi piacciono i giorni che non chiedono nulla
non significano un cazzo
e c’è quel cielo terso-
voglio il mio tempo per niente
il silenzio tra un preludio e una fuga di Mitja
e l’assetata mania dei poveri in canna. yesss.

mano a mano

avrebbe voluto
leggersi il meridiano
7 romanzi sette tutti in fila
o la silloge poetica
della poetessa intimamente progressista-
oddio che full immersion-
se ne andava in bagno
la sua sala di lettura preferita

isolato dal mondo
provvisoriamente
ma finiva sempre
coll’uccello in mano
a masturbarsi

avrebbe voluto essere un lettore
coi controcazzi
invece la sua attenzione scemava
neanche troppo lentamente
alla fine preferiva del sesso solitario
o una sciocca rivista di pettegolezzo
nostrano.

la mano non ubbidisce sempre
l’ispirazione invece
si palesa verticale forte.
forse tra un anno o due
il meridiano…
questione di tempo
e selvaggia determinazione.

*

nel concentrato silenzio
del domenicale mattino
le mie povere cose raccolgo
nella semplicità del sole
e della terra nebbiosi.
i giorni irosi terminati
una placida quiete
dopo la calca e non c’è
vergogna, né la gogna
dei sacramenti. le menti
meravigliose all’attacco
giocano e s’infervora il presente
di delicate fiori, fragranze.
nemesi del male un’oasi
di fresca beatitudine.

*

non vedo
corrispondenze ma affastellamenti
ammassarsi deliquescente
mito dell’intreccio dei fatti di muscoli
che sobbollono e sul vetro freddo
e trasparente ad ogni agente,
ialino che scorpora, brume intangibili
sfumature tenuissime, barlumi di fede
come l’alito impuro e tiepido
diviene macula di vapore e verbo.
eppoi aggiustamenti per eccesso
o per difetto, secondo la stagione
e comunque sia ad acceso cervello
che a incidentale black out e vespro
non verrà a mancare calcolo e ragionevoli
funzioni. quindi il tempo cicatrizzerà
ed irrorerà d’accresciuta accettazione
più d’una volta, perché duce assertivo
ma avviluppante come padre, eremo di festa
e congiunzione.

*

dovo son stato non ti dirò
a meno d’uno scambio:
un nuovo percorso a ritroso
verso il liquido amniotico
un senso unico verso il buio
per ritrovarla la luce
e sembrare eterno.

*

l’inverno radicato è inoltrato
anche se starai fra la gente
sentirai un freddo pungente.

*

il mio mondo felice
eppure io sento
da là fuori i lamenti
dolore, le grida
le unghie che scavano
ansimanti respiri.
i corpi sulle rotaie
gli spari e i veleni.
le voci negli ospedali
quando il ferro della notte
li chiude. lo stato 
delle cose, l’abbandono.
eppure la democrazia
tutela non curando
e se fosse pur questo
eterno oblio all’ombra
dei filosofi, dei poeti?

*

la giornata breve è stata questa
divorarsi implacabili a vicenda.
chiacchiere leggere come piume
ma nessun volo. tergiversano
gli attori della commedia, altro
non v’è, come tanti svaporati
nell’eterna commedia, svanendo
nel crepuscolo senza scrupolo.
ma poi è notte, riposo dovuto.

*

l’insperata qualità della vita
rivalutata da un cicchetto di jameson
sul bancone
di legno pesante e scuro
la vita sussurra all’orecchio
parole chiare limpide come sorgente
quando il suo livello
è lo stesso tuo
con gli occhi stampati sulle bottiglie
fiammeggianti e policrome
la santità dell’alcool
la fede dell’uomo
nella sua metà di vita
il rito delle parole stropicciate
il barista è il prete moderno
è universitario
ha letto hegel
e altri intellettuali graditi o tollerati
dal potere
ti confessa con un bicchiere
non ti chiederà mai la recita del buon costume
delle buone maniere
il carniere delle bugie.

25 pochi giorni

pochi giorni al 25
mi chiede se sono
più nervoso del solito
ma io non mi sento
nervoso. eppoi
sono in ferie -quando
sei in ferie ti riposi
non sei più sposato
al lavoro. ti puoi
leggere un libro
dimenticandoti
della realtà, sazio
temporeggi
non salti le pause
le virgole, puoi
guardarti in giro
(osservare il soffitto
di legno, le crepe
sui muri, la ragnatela
nell’angolo) è che
si vuole il punto
sempre troppo presto
ansia da prestazioni
innaturali, ablazioni cardiache.
invece sono puntini puntini
puntini puntini.
puntini puntini…

menomale

come mosto ricordi sedimentano
altri come sabbia si cancellano.
l’avventura ha il potere micidiale
di plasmarci ed armarci di sogni che illudono
e pazienza. il calcolo è approssimativo
il dogma grottesco e spezzato.
l’avanzamento ricco d’ostacoli
pulsioni d’avanspettacolo
e spunti interiori come grotte
inesplorate. e si cambia, si cambia
così tanto: nel colore, nell’odore
nella sostanza. si cede una stanza
un’altra sopravanza, come una folle
corsa ad ostacoli: l’esistenza ha questo
di fenomenale, menomale.

*

e mentre le multinazionali
corrompono saccheggiano
rubano distruggono avvelenano
(però sono buone perché danno lavoro)
la macchina della propaganda
sforna uomini buoni e guerrafondai
disposti a tutto pur di raggiungere
la verità assoluta nella lotta senza quartiere
per la libertà dei popoli occidentali.
il sangue è una bibita gassata
il mio giardino sarà rigoglioso
lo spazio di una stagione
ho paura e credo a tutto.
lo giuro.

oscura materia

l’universo è materia oscura
nero di seppia per uomo
che tenta di penetrarla
e tuttavia non vede.
per la natura umana
limitate e breve
ciò che non emette
non esiste: è questo
buio d’anima
che limita.
insicura creatura
permanente di luce
e scura.

la notte quieta

la notte quieta
il lavoro che scema
lo stress che sfebbra-
ho odiato il mio tempo
la professione di otto ore
al giorno, ho odiato
chi non ha alternative
vive coi ponti in cemento
ad un centimetro dalla finestra
ho odiato l’uomo separato
dormiente dentro l’auto
e i poeti tronfi
puttanelle nei salotti
gli amichetti orgasmici
in sullucchero da social.
e la lingua artefatta
dei sentimenti al mercato.
la meglio gioventù morta
per ascoltare musica di merda
ho odiato la loro ignoranza
glabra e bulimica.
e tutto l’apparire calvo
di pavoni frangibili.
io sono alieno
prenderò l’astronave
vi saluterò dal finestrino
addio, addio.
ho nostalgia d’un gioco puro
a carte scoperte
d’una mano amica
d’una faccia pulita.
della notte quieta.

Uccello

ieri sera
ho viso il cielo
come un uccello
che plana
come Uccello
maestro misterioso
lo dipinse
e sfondo di un mondo
come incompleto
Leonardo lo immaginò
dipingendo:
allora io penso
che quando si dipinge
si finge
un orgasmo.

alcolemia falciforme

ci sono gli estremi
per i treni di scavalcare
i binari, non per scelta
per incetta di voti
e corrotta rotta statale:
vennero gli alieni
senza moneta
a studiarci.
ricomincerranno
pure loro
coi sesterzi
(vai a sbattere).

remi

come un aratro
scorre il tempo
e tu mi dicesti
e tu mi facesti
risi e piansi
collocai in alto
ciò che preme
in basso scappatoie
soluzioni.
vivrai per questo
l’albero mi disse
vivrai di quiete
e mare avverso
di te e i tuoi polmoni
come un figlio
d’un figlio
e per un figlio
d’un altro.
e ti facevi sentire
ed amare, sentire
ed amare
come un’onda.

*

com’è penoso il passero che si nasconde
saltella in cerca. l’autunno è pur nella testa
caduche gialle foglie ai piedi della ressa:
uomini depredati desideranti festa.

*

pensandoti mia
soppeso il tempo-
il tempo del dovere
(il letto, il lavoro
il bagno, il solitario)
meno il tempo
dell’interazione: un amore
si poggia su piedi
come il corpo -le gambe
orgogli che si debbono
incontrare
per farsi quel busto forte
che non si piega al vento
come banderuola
o come nel cielo l’aurora
scivolato luccicante riflesso
nell’orizzonte profondo
antistante crepuscolo.
è la storia
di cui s’ha memoria.
la storia ch’innamora.

alza l’asticella

fuori è freddo
io gelo al contempo
di fronte al creato
l’abbraccio e lui lo stesso
è mutua appropriazione
io ipotecato a vita
fino al momento
magico in cui
rifarò parte del mondo
atomo della materia
polvere alla polvere
germoglio d’inconsapevole vita
muto ma nel brontolio del vulcano
cieco ma nell’aurora boreale
sordo ma nel canto d’uccelli
freddo ma nel raggio di sole.

gelo parabolico

quando muori
digrigni i denti
e non c’è nessuna luce,
al funerale
c’è gente opportunista
coi culi alti
dopo la cerimonia
vanno la bar a giocarsi
il salario
e tu
resti
solo
nella bara
al freddo, mani congelate
coi fiori appassiti
e un trucco leggero
sul volto
per coprire
i tratti della morte.
chi ti ama non ti rivedrà
più
tu non saprai
delle conquiste della scienza
della stazione spaziale su marte
della coltivazione idroponica
del me too
delle religioni in guerra
della grande europa
della macchina elettrica
della lotta al tumore
del gender libero
della felicita zero virgola
del neoliberismo
della coesistenza pacifica
poi il buio della bara
chiusa saldata
ed il lento liquefarsi
i batteri i vermi
alt
fermi tutti
è un sogno
con gli occhi aperti chiusi
forse non sei affatto morto
non rassegnarti
prima o poi scomparirai
senza un significato preciso
così come hai vissuto.

si spremono

ricordo seri operai al mattino
prendere dormienti l’auto o il bus
e nella nebbia alle cinque sparire.
si nutre già dalle prime ore
d’anime belle il capitale
alle prese coi conti
mutuo e rate.
sono bestie notturne
che si spremono
diurne esistenze
di nicchia.
quando gioiscono
non si sente nulla
né uno scricchiolio
né un tremito.
oggi nemmeno
quando soffrono.
persino il respiro
attutito.

erba

acerba come la prim’erba
sotto neve, t’incantasti
fra astio, libidine e sorprese.
lo scontro tosto
delle visionare opposto
novità d’aver presa nella tua
la mano mia, mai di noia
germoglio. eppoi le attese
le mie risposte tese
poi banalmente stese:
è l’esser cosa sola
di corpo separata
ci fa copula assetata.

dolce e malandrino

ho sempre vivo il tuo sorriso
dolce e malandrino
nel mio mentale teatrino
lo spazio più sicuro
e inscalfibile dall’abile
strizzacervelli. ho sempre vivo
l’angolo delle tue labbra
col tuo naso a patata
acuto di gioia, lontano
mille anni luce dalla noia.
quando ti guardo son Pitagora:
fondo teoremi ma nella pratica
a tentoni proseguo e a spizzichi
e bocconi t’inseguo
come un poliziottesco anni ’70
disarmato però, fronte all’amore.

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