codice bianco

non c’è poesia
nel pronto soccorso alle 3 del mattino
la cerco come Diogene, ma non la trovo
bighellonando pensieroso
nel corridoio

attorniato da vecchi bendati
giovani col viso bianco come latte
stranieri dormienti
su sedie a rotelle
barboni sudici
pazienti dolenti

qualcuno ha vomitato nel bagno
alcuni dormono sdraiati sulle sedie di metallo grigio
altri vanno avanti e indietro
come fantasmi
vanno a fumare fuori sotto i grandi alberi
accanto le luci violente delle ambulanze

i passeri cominciano a meravigliare il mondo
cantano una bellezza che pare opaca
infermiere coi fogli in mano
pronunciano a voce alta
cognomi a volte impronunciabili
scherzano col poliziotto all’ingresso
qualcuno ha bevuto
e ha lasciato bottiglie deformate per terra
assomigliamo così tanto a quelle
la plastica è eterna
ma è così debole
i bagni sono luridi
ma c’è l’acqua calda, il sapone e la carta assorbente

la luce dei neon
fa sembrare il tutto un freddo esperimento
molti avranno sempre meno
cercheranno il riscaldamento del pronto soccorso d’inverno
la comprensione d’un anima buona d’estate
un’esistenza nel pareggio di bilancio

poi un uomo mi fissa
mi dice
non preoccuparti
ogni parte del reale può diventare poesia
basta guardarsi attorno con umiltà
basta lasciarsi alle spalle il dolore
cosí ho fatto
aveva ragione
ho scritto questo
e non me ne vergogno troppo.