vederci chiaro, smaltire la sbornia

tutto infittisce, s’insabbia

nelle fondamenta stratifica

poi alla luce  qualche fiore

più che altro steli,

peli di noia, fieri, neri

strati, inerti -strati di torta

logora. e la materia tace

le parole non servono-

nemmeno la voce, che l’angelo

stanco tace un giorno

un’eterna notte.

all’acquisire

così alto il cielo

potessi raggiungerti

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legami potenti

c’è la bruta forza muscolare
che spiana la strada ai sentimenti
ed una forza molecolare ch’allontana
e attrae a seconda che il fiore del tuo viso
sia ambra o inchiostro nero d’infuocato polpo.
questa natura magnetica che studia
i movimenti, li appiana come un magistrale
mattarello d’azdora, li amplifica come un corno da caccia
intonante cuciture e legami chimici furenti, milioni.
così la rete tra simili fa come la spugna e la lamina:
si stende, diviene silenziosa, discreta
ma violenta, mutua reale realtà intramolecolare.

fiore reciso

ebbra di vitalità calda
la giornata, ritorna la notte
alla ragione polare. si fa
soffiata canzone, sussurrata.
merita il buio carsico
il fiore colto reciso.