"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Tag: luce

la pendenza quell’accecante luce

lo so, vai cercando il mistero
l’aria esile delle altezze
quelle cime invitanti
ma invivibili. e tutti i segni
lasciati terminare come polvere
lungo il viaggio, non sono
che il corpo tuo, vanno rassegnate
addormentandosi un poco a riposare.
vai cercando tempeste
del sangue vivo partecipe, vitale
protagonista inguaribile
e su prati fioriti finestre
d’una serena visione inestinguibile:
vedi, questi sobbalzi
strapazzi d’estremi insanabili
sono la vita che s’impara loquace
ti scuote d’ammanchi, ti grava di pesi
ti monta di carichi e avvitanti
picchi svettanti. quell’innevate cime
da dove la gioia rischiara scivolando
non ti giudica, t’illumina, brilla vampa
e la pendenza quell’accecante luce.

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giochi di luce

mi son dato

la svolta

quella volta

che no ero in me

facevo il re

valevo per tre:

l’ego è un pallone aerostatico

più ti sollevi

più la macchina fotografica

si stacca

dai tre piedi

e così infine non vedi

non senti non credi

un carro armato

poco amato.

luce

nati alla luce buia

della luna, ancora sempre

per ritornare nell’esatto lampo

del sole cocente. il principio

è fine e viceversa, parte

avversa è nota ed interna

la luce nota ed opposta

sempiterna. precisa l’alchimia

non c’è: si chiama vivere

e basta viverti vita

per cercarti ogni volta.

nella malinconica luce dei neon

e così si chiama amore

anche quel distratto confronto

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riaccende la luce

accende la luce

un cuore di silenzio

scolpito nel tempo

incanta il luccichio

di fotoni sfarfallio

lucenti su boccioli

mezzi dormienti

e l’odore dell’esserci

nei tessuti, cortecce

e osmosi silenti.

si chiama vita

si rincorre, mai ferma:

al centro c’è la voce

ma non c’è parola

la coscienza della terra.

semplicità

cerca la semplicità
fanne tesoro.
la semplicità
non puoi comprimerla
né dissimularla.
non la prendi per il culo
non la tratti col fondotinta.
cercala in casa, sotto il lavello,
nella dispensa, sotto il tappeto.
arrampicati sul tetto, poi scendi
è forse nel prato, tra i fili d’erba
in un bicchier d’acqua
o nel dentifricio, la sera
tra i denti.
sappi che una volta trovata
non te ne accorgerai:
inconsapevole eroe di carta
farai parte del sospiro
tutt’attorno, un’unica luce.
cerca la felicità
fanne tesoro.

riconsegne

al picco segue la radura-
la spianata brillante
mediocre linea grigia
piatta razza incolore.
alla luce l’ombra della notte
eppoi di nuovo. all’ingiuria
la benevola rassegnazione.
così si può sopportare
a gonfie vele, vivere.
e se stessi, morire.

questa poesia senza titolo

notte. solamente da solo e
la musica di dimitri shostakovich
tra il pensiero ed il cielo stellato
fra il toast ed il prosciutto cotto
(tenero filante spuntino di mezzanotte).
sarebbe tutto più difficile senza le sue note grottesche
la sua schizofrenia eccitante. così studio, memorizzo
ogni nota ed anche il silenzio nero tra
e l’acida ironia del brutale delirio.
la magia ripropone se stessa così come la bellezza
si rende evidente, tangibile
all’incapace, al politicante.
anche all’agnostico infreddolito,
al dittatore, al capitano d’industria
all’operaio stretto nella catena di montaggio.
ed anche ciò che è spuntato e malato
inumano contro natura, è reso vivo
vibrante di luce.

opposti estremismi

basterebbe così poco
per vivere tanto.
non v’è luce al largo:
lontano il faro
lontano il centro
fuori la scena
la mano trema.
invece
spiaggiato sul lato
troppo vicino
così dentro
per l’insieme:
non v’è respiro ampio
elegante cavata.
nel mezzo
possibilità a ventaglio,
manierismi, colpi
di genio, eleganti sofismi
slanci, pinzillacchere,
battimenti… pentimenti.
basterebbe
così
poco.

in esecuzione

tradotto solido attraverso pioggia
nebbia densa, srotolo forme
convenevoli, prologhi. tra me e me
dialoghi vespri e lodi.
quindi arrotolati come bandiera
all’alba di canto, perchè la luce
è cara, colma d’avvertimenti seri.
trasalgo in differita come anima
e come pensante subito: prima
sono etere, poi sentimento.
poi cometa. con lungo strascico.

lunga esposizione

la luce notturna
della luna
dribla
terra e cuore
come l’allunaggio del ’69
il monolito di a. c. clarke;
certo non spero
in qualche tardivo
riconoscimento;
nessun segno.
fredda gelata distratta
scopro un tetto
lontano da lei.
proteggo
la mia vacillante
presenza
da -pur improbabili-
scottature
premeditate.

barcamenarsi

le continue speranze
soffocano la luce
del presente
(naturalmente
se essa esiste).
vivere senza fermate
è dissoluzione.
nemmeno il carpe diem
è regola irrefutabile.
tutto sta
nell’amalgama
di passioni e sconforti.
e soprattutto
quest’ultimi
si spacceranno
per fantasmi
-creditori
affamati.

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