cittadino del mondo

la città è un motore ingolfato
indossa un burqa suo malgrado
cresciuto in metro quadro d’asfalto
ho fatto tutte le scuole tra un parco
e negozi d’alimentari che ora son altro.
e non riconosco nessuno
anche se guardo negli occhi ognuno
sono mio malgrado
cittadino del mondo
se almeno l’avessi voluto
ehi, non lo dite a nessuno.

davanti al terminale dietro il mondo

son davanti al terminale
son giunto forse al finale
non ho nessuna voglia di lavorare
per far arricchire
quell’uomo capita sorridente
che ogni tanto si scorge
senza accorgersene
nei corridoi bianchi spogli
son davanti al terminale
vedo il mio viso specchiato pallido
assente senza evidenti pensamenti
non mi piace, non è il mio è patente
me l’hanno trapiantato
per sembrare tra uomini beato.

tutto nel mondo è burla

baluardo la crescita
millanteria più delle volte:
la caduta dietro l’angolo
e l’esposizione al pericolo:
tutta una vita davanti
dietro un deposito polveroso
d’uomini che hanno fatto
hanno tentato, hanno creduto
hanno odiato.
è tutto un grande bluff
e tu assecondalo
maturando senza capelli
con l’ernia, il cuore debole
la gastrite, l’artrite
l’insonnia, la pelle macchiata
il tumore. oggettivamente
una pacchia, non c’è che dire.

il mo(n)do là fuori è terribile

desiderare l’indesiderabile
morti e sepolti ci rende.
il premio pospone, l’idea gioia
è la macelleria del desiderio
che ci vorrebbe vivi ed invece ci snatura
preclude ed allude.
è così dal prima al dopo
non ci rendiamo più conto:
tutta pubblicità
servizietti per ricche corporation
morti che camminano, giganti nani.
questo il mondo che vogliamo?
ce lo teniamo bello stretto
sino all’orizzonte ampio
del senzatetto.
è qui la festa?
no no, neppure nell’alto dei cieli.

il paese più bello del mondo

la mignotteria d’un paese
che occulta la bellezza
è schiaffo forte, vero, annichilente.
dolore d’appartenergli potente
pure nel baratto:
continua ricerca di moneta
privo del tutto d’una meta.
sprofondati ed affondati
nel profitto ad oltranza
voce unica, aspirazione, pulsione
privi di carattere, sostanza.
lerciume nel costume
riempirsi la bocca di promesse e inesattezze
occultando patrimonio nelle cantine
sotto braghettoni, baldacchini e tendine
estingue la bellezza
non si libra più da terra
resta solamente monnezza.

mondo robotico

non guardi più dalla finestra

origli, spii

solo piatti d’asporto

tanta tanta televisione

calma piatta, rassicurante

fai l’autolettura, i bonifici con internet banca

muri, intercapedini, isole di dietrologie

dai qualche indicazione dietro la cancellata

sempre fioca voce citofonica

relazioni via cavo

guardi gli aerei passare

scie chimiche restano fuori da casa, pensi

qui sei al sicuro, niente ti turberà

niente t’impressionerà

sembrerai quei cartelli ammaccati lungo le strade

piegati ed arrugginiti

quelle poche cabine telefoniche

e uomini ingobbiti e sporchi

con le tutacce arancioni, gl’occhi stretti come fessure:

indicazioni e inversioni continue

per arrivare nello stesso posto di sempre

senza ammaccature, graffi, battibecchi

piacevolezza, spiacevolezza, ambizione

qualsiasi.

 

giro giro tondo casca il mondo

ci rigiriamo le dita

è che manca una meta,

tutti gli esploratori

hanno una finalità

terrena. c’atteggiamo

ci scontriamo per un annullamento

ed ogni sisma è meritato.

quando ci muoviamo tanto

convulsamente

schizofrenici avventori

allora penetriamo in noi stessi

come chilotoni ammazza cristiani

e incontriamo simili

per cancellarli.

non c’è tanto spazio al mondo

per tutta la violenza, l’arroganza.

beviamo una pinta

l’unica consolazione

ed una sciarpa, là attaccata, dimenticata

qualcuno si deve essere dimenticato del gelo

per una volta.

tutta la carica del mondo

tutta la carica del mondo
addosso cade
come fredda acqua piovana
furente tagliente tramontana.
scivolato sulla bella carta muta
l’inchiostro nero
schiude nell’impressione
come quel liquido, intemperie
calda. è verso sincero.

*

ho un attimo grande come tutto il mondo
per l’acqua ritornante (tutto ridiventa:
come il sangue dal donatore
l’ispirazione dal quadro fisso secolare
il colore dall’arcobaleno appeso, liquefatto come Dalì
le interiora in un pasto senza tempo, senza danaro) sembro
questa nuova consegna dall’alto
anche se prima o poi sarò, come regola, beato commiato-
oggi, giorno fulcro di schiamazzo temporale:
precipita l’acqua
ticchetta, preme
sulle foglie, i tetti,
idrata le rosolate marsigliesi
in fretta, picchietta;
sfiora per sua presenza
gli assi cartesiani del tempo, tormenta
per peso e sostanza.
forma corolla di puri umori fulgidi tardivi
corona turbolenta di vapore freddo, pigia sulla capoccia
calda, non fa
ch’evaporare qui: pioggia riconsegna
il sorriso candido
la mano umida di pace
che la terra da sola m’ha tolto
abbandonandomi
tra un’idea di cielo
e la radice bitorzoluta del seme nel fondo denso
ferroso, di lombrico.
ed io non sono pianta,
non dico-
anche se nessuno
crede. apparendo
e dormendo farò
l’idea che serve
a farmi ritornante
nella mente fredda.

algebra infantile

se mi chiami
non rispondo:
rotolo piano
dopo affondo.
il mondo si smonta
senza saperlo.
io ne sono il tarlo
mi basta volerlo.