non tacere

lentamente il sole
ottiene libertà
ma gl’uomini no
trafitti da uno sterco
che infanga ed è
subito prigione
il grigiore che stempia
e la notte che fa paura.
piove sulla bagna
periferia di fame
e la secca campagna
oddio, il sole m’assale
sarò capace in mia pace
d’un atto di forza
una luce che commuove?
libertà che non taci
e tu uomo medio
sordo che non fiati.

non ne ho mica conosciuti

non ne ho mica conosciuti io di poeti
devo guadagnarmi il pane
arrivo alle 18 con la testa assente
come una mongolfiera
fluttua in un presente sradicato
un futuro anteriore
un passato in calore-
quando mi fanno lavorare
ed il potere non s’inventa
fantasiosi diversivi
per fare la rivoluzione
e alla fine non cambiare nulla
il grande reset il distanziamento artificiale
le balle con le ali e i mastici attacca tutto
dai diritti ai rovesci.
non ne ho mica conosciuti io di poeti
devo pagarmi le bollette:
luce gas telefono acqua pattume casa
stanno in agguato come predatori
dagli occhi rossi. è il thriller di serie b
che va a mezzanotte -coi grilli
la luna e le puttane africane.
non sono un filantropo
sono un operaio povero:
mangio mandarini
freddi vicino alla finestra
e alla vista della condensa
potrei pensare a spiagge lontane
dove donne facili mi massaggiano
i piedi e qualcos’altro
che ora è tenero e sconfitto
ma che sarà barzotto
un’apoteosi di sincerità.
io i poeti li guardo con sospetto:
abili mistificatori oggi sono il potere
raccomandano ma alla file
comandano. sono morti
sono sul podio
balbuzienti oratori:
ti fanno gli occhi dolci
ti incartano cioccolatini
menano il can per l’aia
ma ahi che noia
pulciosi barboncini.
la poesia non inizia
con l’io ipertrofico
e non finisce coi merletti.
la poesia non inizia e non finisce
la poesia non sono i poeti
ed io non li ho mica conosciuti
‘sti imbianchini mistificatori.
ho la faccia come il culo
anzi come il mio minuto deretano
non devo render conto
sono uno e non sono nessuno.

non ha

stratificati come millenni
pesci e mammiferi in roccia
decapitati dalle ere lontane
terminati gli spazi
affondano nella terra
sono ricordi immemori
meritano un’ascensione
e non una riduzione in polveri.
così il tentativo accresce
qualcosa che si perde nel tempo
qualcosa che non avrà nome
nessun interesse. il volgo
così come si diceva
immemore sta.

Non venirmi

Non venirmi a parlare
d’ogni grumo di neve
sui campi lisi da polvere
e ciarpame. Non sono
come voi biascicato
e lastricato di punti fermi
attenti a scuotervi
come polmoni tossicchianti.
L’eremo è sulla punta
della lingua non biforcuta.
Scannarsi per i frutti
la natura non approva
un’azione penale implora 
un circoscritto mutuare
di forma. Esegeti di voi!
mordicchierete solo il bordo.

Non so se la poesia

Non so se la poesia è assertiva
o asservita al mondo innocuo
dei poeti esteti -so che è guerra
là fuori nelle strade scoscese
nei piani e nei sotterfugi, intrugli
psicotici della classe digerente
tutta quella gente che crede
d’esser sovversiva fra la riva
e l’ansia della deriva. Tanto
quando si trapassa resta una scritta
ed un vuoto bagaglio in soffitta.
Una lista e un conto corrente
e una svista che fa sembrare
innocuo tutto l’affare.

Non conosco

Il quartiere è tutto di cemento
l’asfalto si sgretola e retrocede
d’erbacce. E’ quarant’anni
che sto qui. Non conosco nessuno.

i più deboli (non vorrai mica…)

improvvisamente con un virus
scoprono i più deboli
come non ci fossero
stati mai. i più deboli
hanno la loro voce
falsificata. la loro
aura santificata.
muoiono ora
latrati dei tiggì
e morivano prima
ma prima nelle camera anecoica
colle braccia spalancate
le parole di circostanza
del fine vita.
è cambiato il predicato?
il complemento oggetto
è sanificato dall’ipocrita?
dovremmo dimenarci 
nel terrore come aracnidi
stufati? dovremmo
prostrarci alla fantascienza
della scienza statale?
avete tolto Dio per obsolescenza
ora ne abbracciate un altro?
più carnale, meno ancestrale
capovolgimento fenomenale.

non è

non è poesia questo mal di testa
che mi spezza
non è poesia né la merda d’artista
né questa merda di cane
sotto la mia suola vietnamita
otto ore di lavoro chiuso nella fabbrichetta
la mia disfatta nervosa
impietosa deriva di carne
e lo spirito defecato
non lo è dire sì al padrone
sì sì sì
perché hai paura di finire male
con una casa di cartone sotto al ponte
di cemento armato che scricchiola e geme
acque nere reflue topi e psicopatici -no
non è poesia questo fottuto caldo
che s’incolla alla pelle
come bitume liquido
o una spray rancido
per pelli delicate
non lo è il mio dito medio
tra il giardinetto e le scalee mobili
l’asilo nido vecchio e scorticato
c’è stato benigni lo sapevi?
un’era e mezzo fa
e la coop per i vecchi del quartiere
crepato e stanco
col negro che pretende l’elemosina
la zingara che maledice il prossimo
suo come se stessa
non è poesia
non è poesia
questo lancinante grido d’aiuto.

no, non vogliamo

non vogliamo la guerra
sangue disperazione
odio e cancrena
ma non vogliamo la pace
questa malsana stagnazione
questa morte cerebrale
striscia grassa di cocaina
che stringe la bocca dello stomaco
e non fa neppure rimettere.
ci odiamo come lavoratori
ci odiamo come disoccupati
bastardi e rozzi e dementi
ignoranti come indigeni
senza la coca-cola
inopportuni e vessati
ingrati ed indifferenti
sorci da laboratorio.

non mi conosco

non mi conosco ancora abbastanza
per dirti se son matto come un gatto
o un isolato coglione come tanti 
seduti sul divano a divorarsi.
ingozzarsi di spazzatura e dare la colpa
ad una ronzante mosca ventura.
non posso dirti se le zanzare sono utili
ed il lavoro nobilita l’uomo.
nemmeno se uno stato deve farci da padre
o deve lasciarci peccare.
se le preghiere ci fanno apparire umani
ti dirò che questa giornata tellurica
è urticante come acido di batteria
che le vespe e i calabroni hanno fatto
un nido nel soppalco. ed io vorrei
della brezza mite sulla faccia
sudata e provata. ma c’è
il silenzio delle cose
a tenermi per le palle flaccide
il respiro breve ansimato
la tachicardia sincopata.

la gente non è quel che sembra

non è mai quel che appare
la gente
la gente è buona
comprensiva ed includente
la gente piace alla gente
lavora dieci ore al dì
per la famiglia, fa grandi
sacrifici negli uffici
oppure si sveglia alle quattro
per pulirli
va a lavoro in bici
e risparmia fino all’ultimo
centesimo perché
non vuole più l’affitto
vuole la proprietà
lasciando ai figli
qualcosa di tangibile
l’eredità ed il debito
la gente com’è brava
ligia al dovere
poco al piacere
si sveglia presto
prende un treno
oppure la macchina
e resta all’interno
delle gabbie d’acciaio per ore e ore
perché si deve guadagnare il pane
eppoi al sabato
nei tabaccai
a sputtanarsi la pensione
vedi la brava gente invecchiata
come è cambiata, s’è trasformata.

no, non posso crederci

————————–da un’idea di Al

non credo a c’è il sole
tutti i giorni di sole
al mi piace purché piaccia
al rutilante baraccone
della pubblica commemorazione.
non credo alla poesia rosa
ed alle intermedie sfumature
d tedio e grigio dei versi
con bianco nero cartolina,
al se fossi stato un uomo
non sarebbe successo
da starnazzanti miliardarie urlato
non credo ai benestanti fruitori
dei diritti universali, benpensanti
e agenti malamente
non credo alle ideologie son tutte
manifestazioni dello stesso
luciferino e mostruoso potere
che sangue e grasso vuole
e ogni giorno ha
complici fanatici disposti
al martirio degli altri.
non credo al magico mondo
della concorrenza nuova
straordinaria scienza che tutto guarisce
non guarisce nulla, i ponti crollano
lo stesso, non credo a tutti quei volontari
anime belle manipolate tatuate bucherellate
non credo a tutte questa perfezione diffusa
che se la canta e se la suona
non credo alla chirurgia estetica
che brutalizza tessuti vivi
e cuori morti
non credo ai buoni sempre
campioni umani con villa sui colli
non credo al capitale
alla finanza internazionale
anche perché sono povero
il mio tempo è donato pressoché gratis
al datore di lavoro, ai suoi manager superiori
dovrò lavorare sino al disfacimento del corpo
e della mente, se non mi ammalo e muoio prima
riceverò un orologio e una pacca sulla schiena
(un tempo: ora non ti danno
l’orologio). non credo nello stato
che si elegge da solo, ai burocrati laidi
che sopravvivono anche alle guerre nucleari
non credo a tutta questa capacità di renderci umani.
eppure del capitalismo non saprei farne a meno
della santa possibilità di uscire di casa e dirigermi
al primo supermercato anche la domenica
e i giorni festivi e la notte
trovarmi di fronte all’apoteosi di colorato e splendido scatolame
a basso prezzo, tutto perfettamente impilato
organizzato come in nessun altro luogo
l’ordine e il fresco sovrani
l’inconsistenza del personale:
all’acquisto felice e soddisfatto
sprizzo entusiasmo
persino lussuria
sono uomo libero
che andarsene a letto vuole
dormire sognando e dimenticarsi.

non si sfugge

mozart inizia
a tre anni
ma poi muore povero
finisce in una fossa comune
dimenticato
van gogh incomincia tardi
e muore povero
folle o sano senza un orecchio
picasso è quasi sempre ricco
modigliani spende tutto in alcool
e non vende un quadro
bukowski diventa famoso a 40 anni
poi deve comprarsi una bella casa
ed una bmw nera
per le tasse
beve molto prima e dopo
burroughs ha sempre
la scimmia sulla schiena
e spacciatore non solo di sogni
jim uno poeta stronzetto acido
che fa un’ultima gita a Parigi
pergolesi enfant prodige
si paga le rette del conservatorio
col suo enorme talento
napoli capitale della musica
chet drogato marcio senza sordina
e labbro spaccato
carver, dylan Thomas
sempre col bicchiere in mano
celine nazista e genio al termine dei giorni
pound fascista per non essere inghiottito
dal conformismo
artaud squilibrato
campana schizofrenico
electroshoccato sino allo spasismo
all’ultima cena
pavese sexton levi mishima
l’elenco infinito degli esausti
invece noi qui inesausti e determinati
siamo più forti
più ricchi
più creativi
viviamo tutti i giorni
uno alla volta
aggiungendo qualcosa o nulla
non posso illuminarvi
posso tranquillizzarvi
trovate voi un senso
non ho altro da dirvi
ah!

se non ci fosse l’amore

ci siamo lasciati male
urlando l’uno contro l’altra
perché siamo molto diversi
ma già lo sapevamo
fummo consapevoli delle discrepanze, degli scogli
ma lasciammo che le cose
andassero per il loro verso
rotolassero: è il bello delle scommesse.
poi è passato sornione il pomeriggio estivo
i pochi sono tornati dal lavoro sottofondo di cicale
con le macchine piene d’aria fredda
nell’appartamento vicino martellavano con insistenza
come se un nuovo inquilino stesse per arrivare
a minuti, a secondi, ora: la pacchia è finita.
poi alle diciotto circa
ha suonato il medico della mutua
sembrava un burbero boscaiolo con camicia a scacchi
gilet da pescatore, la faccia da stupido burocrate
tre autografi, il suo lasciapassare e via, buonasera.
quando sei tornata martellavano ancora
il cielo era buio o quasi
io avevo già mangiato i resti del pranzo
e non avevo dimenticato
di mettere sul tavolo
un piatto, un bicchiere, un pezzo di pane francese
prosciutto e melone, tovagliolo. una bottiglia
di pignoletto ghiacciata.
e le mie scuse. subito dopo le tue come dessert.

non s’insegna il potere

non s’insegna il potere
a chi potere non ha avuto mai
a chi ha sognato coi piedi interrati
e tutti i giorni paiono uguali
malleabili al profitto minimo
senza ampi margini. inimmaginabile
la libertà vagheggiata, le pulsioni
della linea che divide et impera.
impensabile la destinazione buona
i sentimenti facili, la busta paga
dei lavori intellettuali
e una eventuale umile riscossa
anche senza bandiera rossa.

18 non sono haiku

*
sale in pentola
sale in zucca
la sapidità oggi è reato.

*
il servo di nessuno
si dedica all’aria allo spazio
io non son mai sazio.

*
voglio scrivere ciò che voglio
la libertà non si scuce
io rammendo ogni buco.

*
dicevano il jazz è morto
poi col sax è risorto
con Kamasi ha rilasciato il porto.

*
mi fascia la panciera
assai mi prude la pancia
mi finirei con una lancia.

*
il gufo dà occupato
come lui insistente
mi ripeto: ho riagganciato.

*
l’allusione al popolo
l’illusione di contare
i numeri parlano chiaro.

*
temporale violento
foglie dappertutto
la mia furia pure sparsa.

*
l’indiano sbaglia civico
la pizza si raffredda
mi mette inappetenza.

*
ernia ombelicale
mi metto a passeggiare
mi segue la luna.

*
ammesso e non concesso
io esco lo stesso
sfiorano le parole.

*
vecchia noiosa la vicina
trascorsa è la mattina
l’ape sempre in cerca d’acqua.

*
appeso il bucato stremato
il filo rigido come metallo
pizzicato dal plastico ciappetto.

*
passo il tempo
stupro haiku
mi cade la penna.

*
penso a volte alla pensione
allora vedo Dante in purgatorio
la commedia va a cominciare.

*
il vicino mi porta la fattura
la strada ora è rammendata
tutto il tempo senza acqua.

*
l’acqua non esce
la strada è sbrindellata
la bolletta arriva lo stesso.

*
indossiamo una maglia rossa
intasiamo di gattini i server:
il nulla oltre l’arcobaleno.

non si invecchia facilmente

lavoriamo tutta una vita
spesso un lavoro che non amiamo
e non capiamo
poi ci ammaliamo
e finiamo in una stanza
con un dottore
ci lega al letto
e ci picchia duro perché
è incazzato nero
o per altri motivi personali
che qui non staremo ad indagare-
forse l’odore di vecchio delle stanze
e dei pannoloni pieni lo disturbano.
cerchiamo i figli
di quei padri e di quelle madri
rinchiusi in queste strutture solidali:
sono andati al mare
hanno pure loro dei figli
e magari una moglie
son cresciuti bene
sono civili consumatori
non hanno tempo da perdere
perché il lavoro ti prosciuga la vita
e quando torni a casa
vorresti solo dormire e sognare.
andate a prendere
i vostri padri
le vostre madri
siete ancora in tempo
portateli al parco
e parlate con loro
oppure non dite nulla
sedetevi e guardatevi negli occhi
sarà sorprendente.
o avvilente.

io non so

io non so
per certo
quante cose potrei
dire
forse dovrei starmene zitto
e
tollerare
l’azzurro del nostro cielo
le vibrazioni delle foglie
nel torpore
dell’autunno pensato.
ma non ho voglia
di questa poesia scadente
che è la realtà apparente:
datemi sangue
e
quell’odio atavico
che fa sentire giovani
e vivi
come a due anni
di fronte all`intero mondo.

vederti non vederti

non amo vederti diversa
t`ho conosciuta come roccia
e la roccia resta ferma
attorno il fiume
il mondo abbraccia il fiume:
come una filastrocca
ci si spezza cautamente
si giunge al buio con luce
si giunge alla luce
dopo tutti i tornanti delle notti
che la vetta giace:
è l`eroe che manca
sulla vetta la bandiera.

certi uomini non sono

certi uomini sono lavoro
e qualche birra la sera
i fine settimana esausti.
appendono i loro camici
solo la domenica sera
quando gli sguardi
son vuoti dal venerdì
fine turno. gli uomini
sono il loro lavoro
che ha fagogitato
come uno squalo affamato
vita figli cervello.
quando vanno in pensione
termina l’ultimo turno
finisce la vita
senz’essere mai principiata.
non è cosa buona
ma è l’unica cosa
altre non ci sono
nella società ognuno
ha il suo ruolo
anche uno solo
anche nessuno.

la classe operaia non ci va in paradiso

ho le mani sozze
so di tanti mestieri
che son pure miei
infermieri: quando
triste appaio
un chiodo pianto
come la chiave
nel bagagliaio
l’apro:
sotto che trovo?
trovo un nodo
un intreccio storto
di cappi, tanti, al collo.
il collo dell’operaio
distorto proletario
nascosto sotto al tappeto
del mondo
schifato oggi peggio
dell’usuraio.

non credo proprio

io non sono bravo
non ho nulla da insegnare
sul piedistallo
non mi sento a mio agio.
difficilmente
mi sento a mio agio:
in silenzio
con una sinfonia di Shostakovich
una birra ghiacciata
in una mano
calma, serenità
nell’altra
sempre a distanza di sicurezza.
l’equilibrismo
del mondo conosciuto
la comprensione schiva
di quello sconosciuto.
il mare non mi interessa
le auto, lo sport.
la bellezza
mi fa sentire
qualcosa di più.
credo nella fantastica
eccitazione dello
stile
della fantasia al potere.
non credo in una missione.
credo nell’abitudine
nella forza dell`acqua
sulla pietra.
sento
che abbiamo l’obbligo
di non essere
troppo tristi
dispersi
e sconosciuti.

non finito vagheggiare

nel distacco mi compiaccio
credo e son soddisfatto
che tutto sia eterno blù .
vedo rosso quando soffro
dal nero trafilato
e se rido giallo, viola, azzurro
di toni tutto un defilar .
eppoi tutti si fondono
mi confondono, ridacchiano
come finito il temporale
i merli: tutti qui saperli
ridanciani mi dovevan
cospargere di terriccio
ed in compagnia del riccio
radicare e alterarmi
di bocciuoli e rami.

non mi credo capace

non mi credo capace
e alla luna non sospiro.
figlio del tempo mio
sotto tono e sotto vuoto
come l’esalazione
gassosa nello stomaco lesionato.
non mi credo neppure
non mi specchio e spero:
spero nella luce migliore
in un angolo che non sia superfluo
illuso. incapace e freddo
come titanio
a far la storia, scriverla.

teologia del non credente

tutto è sacro
anche le foglie secche
sull’asfalto.
la percezione
il colore rosso
di ciò che sento
sotto e sopra gli alberi
dormienti.
abbiate cura
dei sentimenti
persino le azioni
li coinvolgono
pure quando e persino
se non amate.

chi ha tempo non aspetti tempo

questo tempo
che chiami speranza
ma la speranza
è del potere emanazione
bluff incoerente
fallimentare in terra
perché illusione.
questo tempo che segna la gente
talmente violento
questo gioire di un non terreno
che non avremo
davvero un gioco estremo.
il potere non vuole
una soddisfazione qui
vorrà ciò che non si vede
perché non c’è
ne qui ne là
né dove
né quando.

non c’è piú, è venuto a mancare, passare di là…

nostra sorte comune
la morte.
immaginarla
non è dato: una postura
un black-out
un soffio a mancare
forse.
nero seppia
tunnel senza sbocco
pace o inferno
chi sa
non può dirlo
chi vorrebbe
deve aspettare:
che di bello
ancora qualcosa
ci sarà da fare.

il tempo non esiste (?)

mi chiedo a che serva
questa inumana resistenza
alla macchina che tutto
sputa, macina
(mai e poi mai si sfugge alla macchina)
il tempo che non esiste per i fisici
ma per i lavoratori sì
denti digrignanti, fauci in tensione
produzione. mi chiedo
se la pulsione arginata dal verso
vita, sia una liaison tra carne e cielo

se povertà sia davvero dignità.

nel mentre il consumo fa

ciò che deve fare e non

ci rende immortali: ci si ritroverà
nel fondo della bottiglia
con la chioma ribaltata

occhi lacrimati:
chi ci guarda ci vede piccini
noi all’opposto sempre Dei cattivi

astrologie

salvatori straordinari,

esequie di ragione

piuttosto illusioni.

primordiali non liberi

lo sguardo fioco dell’operaio

la stragrande maggioranza silenziosa

Continua a leggere “primordiali non liberi”

vangelo

non strade

ma percorso

Continua a leggere “vangelo”

m’autoassolvo

sei coro di no
sculacciata continua
ma io non so darti via
anche se sei già ora
non più mia.
non sei stata
appartenenza, piuttosto
convivenza,
in contemporanea d’amore
singola mania di sicurezza,
indipendenza,
confusione di ruoli
e gioco di dadi-
che di strada ne hai fatta poi
tra appartamenti,
presunti miraggi,
sogni sfatati…
va bene, va bene
ti lascio libera
così che di libertà pretesa
non saprai che fartene.
ed io capo di me stesso
tra me e me
nuovo vecchio
darmi ordini, lenire.

non luogo

l’approdo non c’è, è un non luogo.
piuttosto una marcia lenta: a volte
sfianca, a tratti esalta, a volte bianco
o meglio trasparente. come niente.

non finito

all’incontrario
disegno l’incontro -memorandum d’occhi-
inchiostro come notte nero, perpetuo cielo
e pensiero snello. che posso rifarlo – gesto,
riaverti ogni volta per non risentirmi sola
carta del mazzo. ed ogni volta li ricavo
dal pieno i tuoi gesti, come non finito
michelangiolesco. perfetto infinito.