la stanza senza lei

la stanza senza lei
è solo un pavimento
un soffitto e quattro mura
pure storte. pare che anche
i geometri s’innamorino
e gli operai edili. per questo
alcune trigonometrie son sbilenche.
la scienza non s’accorda coi sentimenti
ma lui la rivuole lì
subito, immediatamente
vicino alla pianta di limoni
(a proposito: bisogna spostarla
dove c’è più sole, come d’altronde loro due)
accanto ai suoi morbidi e romantici sermoni 
per far quadrare la vita sua: perciò
lei porterà con sé squadra, martello e pennelli.

amatevi, ma senza sesso e senza figli

ti compiaci
dell’orrore del mondo
ne partecipi via social
con magliette, proclami
appartenenze a preti
vip, santoni e padroni.
ti compiaci d’empatia
col dolore sacro del mondo
ma abiti in un paese
più o meno civile
con l’acqua calda, scuole
e perfino televisione
internet e pensione.
sei bello caldo
t’infervori e alzi la voce
con gattini, petizioni
firme e mobilitazioni
usi colori dimenticati
fino a poco prima
sei vivo, gli altri
lo debbono sapere
lo sapranno dal pallino verde
sul tuo faccino, bravo cittadino.

pomeriggio senza metà

afferro la carrozzina
la riempio
investo la mia felicità
in un sano tortuoso
lungo tragitto nel verde cittadino.
e il mio bimbo
gode e poi si addormenta sereno.
a volte la terra mi manca sotto ai piedi.
cammino senza la meta
che tutti vogliono.
non rispetto il tempo
che pochi comprano-
l’immersione è nella luce potente
primaverile: la luce
tutto monda
l’indicibile anche,
l’irragionevole.

senza tetto

domandami chi sono

non lasciarmi andare:

sono tutte particelle e atomi

leggeri e materia oscura ed il bosone

di x, y e zeta; sono stato e sono

andato. accarezzami il viso e

non invidiarmi: mi deprimo e

mi sconvolgo della mia fallibilità clownesca

con le mia mani fabbrico il dolore

ma il dolore è la mia sciarpa

(il mal di gola ci fa tutti uguali

e lo siamo, giuro). domandami chi sono

finalmente, non lasciarmi andare via.

…senza titolo…

risplende di mano in pugno

accenno di versi

sui muri sale

umidità mattiniera

s’inerpica nella valle quieta

della calma domestica

infittisce di mistero

verso la sera tiepida

che accenna già

sorriso di commiato

scarpe legarsi.

…senza titolo…

il ricordo d’un padre è in una serratura al tramonto

nel temporale estivo (preferendo la montagna fresca)

nelle note della sinfonia di leningrado

nello sguardo del vicino assonnato

nelle riviste d’hi-fi

nel corpo

nelle mani

nell’idea di lavoro

(quant’era orgoglioso del suo lavoro)

in una mini cooper verde e bianca elaborata

nella potenza sportiva della golf gti prima serie

nella casa che abito nata dalla sua vivida intuizione

stamattina al bar col croissant ed il cappuccio

il ricordo del padre mi  rende piccino piccino

grande grande di commozione, struggimento, inazione

perché ultimamente passo così il tempo:

faccio ciò che penso e penso ciò che non posso.

*

sciapi su alberi
stanno nostri mali
vengon giù
come nebbie
secchi rami
appaiono nel giorno nuovo
senza uno sfogo
o altro segno
seno coseno
baleno.
e viene nel sogno
la mano che leva il cappello:
buongiorno, buonasera
la convenienza è una scienza
un senso l’orpello
ampia magrezza
doccia fredda.

tutta col cuore, senza pensarne

tace così

anche il profondo silenzio

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al gatto senza topo

il gatto gioca col bandolo e non trova

che la coda schizofrenica della lucertola

in anfratti e ghetti d’erba confinata.

i passeri e i merletti giovani caciaroni

nell’aria son alti: gatto hai fame, lo so

ma porgi ancora l’altra guancia

fai come coll’uva la volpe:

digiuno si ragiona a metà.

questa poesia senza titolo

notte. solamente da solo e
la musica di dimitri shostakovich
tra il pensiero ed il cielo stellato
fra il toast ed il prosciutto cotto
(tenero filante spuntino di mezzanotte).
sarebbe tutto più difficile senza le sue note grottesche
la sua schizofrenia eccitante. così studio, memorizzo
ogni nota ed anche il silenzio nero tra
e l’acida ironia del brutale delirio.
la magia ripropone se stessa così come la bellezza
si rende evidente, tangibile
all’incapace, al politicante.
anche all’agnostico infreddolito,
al dittatore, al capitano d’industria
all’operaio stretto nella catena di montaggio.
ed anche ciò che è spuntato e malato
inumano contro natura, è reso vivo
vibrante di luce.

dormiveglia senza sveglia

dolce, dolcissimo far niente
lo giudica male la società:
controproducente. ma
oltre il sole che albeggia
e poco, poco altro, nel palmo
non c’è di più.
perciò non m’ alzo-
acèdia come la casa sulla cascata
a sbalzo-
e quando m’innalzerò
sarò scalzo.
pigrizia bella
nel futuribile balzo
m’hai preso al lazzo.

senza coscienza

lontani cento mille
un milione di chilometri
amici, conoscenti
non provo nulla,
lontane assenze
prevaricate da rette parallele
che non si incontrano all’infinito.
come un vetro
anti sfondamento
tra me, me
e altro ed ancora
me
mastico la gomma
della mia indifferenza
spoglia
come una puttana.