Mitja insegna

Mitja mi insegna la grandezza mahleriana
del tragico. mi insegna il dettaglio psicotico
il ludibrio dei legni e la possanza degli ottoni
la schizzata zizzagna dell`ottavino. il torpore
depresso dei violoncelli. il woodblock celestiale
lo sconquasso della grancassa. la celesta fatata
l`etereo vibrafono. ogni volta il viaggio
è segnato da violenti e voluti fraintendimenti:
qui sarà pomposo, la sarcastico, qui sarà comunista
là dissidente, nel mezzo acido e volgare
eppoi figlio di cajkovskij, schumann. elegiaco
o alla disney. franco o enigmatico. ogni volta
si accende una lampadina differente
ed io gli sono immensamente grato
brillo violentemente di luce riflessa
come la vivifica fratellanza terra luna.
.

Mitja, diminutivo di Dmitrij Dmitrievič Šostakovič

sonata per violino e pianoforte op.134*

linea aspra, cantilenante

gioca a nascondino

il violino, mentre il pianoforte

scheggia note gravi come colonne

di passacaglia… melos puro

che candeggia l’aria ed il mio umore

in basso si placa, decade

gratta il fondo l’armonia

incespica e costruisce

prende 12 suoni

ne prende 8, struttura -sipario.

sei ancora speranza

melo

dia.

.

.

(*trio per violino e pianoforte di D.D. Shostakovich)

shostakovich

dmitrij dmitrievic ha la fronte madida di sudore freddo

muove la mano angolosa ad intermittenza

pare cantare le note

digrigna i denti nella sua maschera triste

tenendo il capo piegato ed una mano secca secca

a sostenerlo per quello che può fare.

nella grande sala dei compositori si tiene

l’ennesimo esame alla sua arte

la musica plana, non toccherebbe terra

se non ci fosse meschinità, livore

quell’enorme invidia ad appesantirla

come quando s’ingrassa fegato d’oca.

tuttavia l’armonia pervade l’aria

il lavorio sui temi si fa incandescente

la perorazione piange, il lirismo è grottesco

fragore, minimo cenno tutt’uno

ogni volta accade:

il genio vince sempre nell’eternità sulla meschinità

morde il creatore, sviscera le sue creature di terra

le inebria di bellezza, senso

vive anche me ora

con la penna in mano, la quindicesima

quel suo finale così tremendamente controllato, legnoso, terso, definitivo

nell’impianto audio (lacrime mie testimoni).

che tutti i politici ed i burocrati

vadano a farsi fottere.

questa poesia senza titolo

notte. solamente da solo e
la musica di dimitri shostakovich
tra il pensiero ed il cielo stellato
fra il toast ed il prosciutto cotto
(tenero filante spuntino di mezzanotte).
sarebbe tutto più difficile senza le sue note grottesche
la sua schizofrenia eccitante. così studio, memorizzo
ogni nota ed anche il silenzio nero tra
e l’acida ironia del brutale delirio.
la magia ripropone se stessa così come la bellezza
si rende evidente, tangibile
all’incapace, al politicante.
anche all’agnostico infreddolito,
al dittatore, al capitano d’industria
all’operaio stretto nella catena di montaggio.
ed anche ciò che è spuntato e malato
inumano contro natura, è reso vivo
vibrante di luce.