pace della domenica
dei mobili freddi
del giardino spoglio.
pace degli ordini
delle prese di posizione
delle ideologie. dei passi
falsi. si è riposato dio
mi riposo anch’io: leggo
scrivo. mi creo una immagine
che non sia troppo volatile
credo in ogni passo. ogni tremore.
stento a credere. a dedicarmi
una frazione di tenerezza.
mi dichiaro colpevole e innocente.
e non serve a niente.
lo spettacolo s’infrange
sulle aspettative.
Mese: novembre 2025
timone
datemi un pensiero che sia vero
una forza sovrumana che vuole silenzio
un ambiente sereno. scavate piano nella mente
cercate l’assolo di brutalità più pieno
il canto esterrefatto. il ciclo vitale estremo
così come l’esistenza è già prevista e programmata
dall’asilo alla specializzazione. mi dedicherò
al mio giardino. ai miei frutti artigiani
alla carezza sgarbata dell’esperienza. datemi
una tolleranza che non sia facciata
arzigogolo infingardo. estetica del falso.
problematica della socialità ipocrita
del calco acritico. datemi un progresso
che non sia imposto sino al midollo
da una istituzione che non è votata
sconosciuta come un trattato
una resa. datemi la piena convergenza
mi costruirò una casa col tetto
e tutte le pareti. le dipingerò col sole
incanterò il tempo con le mie storie
voglio tenere saldo il timone.
la città ed il bosco
la città è una stanca megera
sclerotica e offesa. tutti vogliono
starsene qui nei soffocanti monolocali
negli antichi negozi ora residenziali
persino in umide cantine e garage
tutti amano la città blasfema e amena.
tendiamo ad una socialità che però
non si spiega. è una perversione
per sociologi e psichiatri: vanno in tv
la raccontano ai rincoglioniti invasati
pontificano tiranni. chi non sta con noi
è contro. affermano che la città è tutto
socialità e gravità d’intenti. eppure
qui non si conosce nessuno e ci si odia.
c’è gente che non parla neppure la lingua
c’è gente che ti schiaccia a terra
chi t’asporta il cuore e gode alla finestra.
le parole sono dolci e flebili e irretiscono
il giorno è buio. la notte rischiara.
ma la sorgente è eco lontana.
lo stato
———————-“La maggior parte delle leggi non sono che privilegi, cioè un tributo di tutti al comodo di alcuni pochi”.
(Cesare Beccaria, Dei delitti e delle pene, 1763)
*
lo stato ci ama
lo stato ci cura
lo stato ci tassa
lo stato ci multa
lo stato ci educa
lo stato ci vuole
medicalizzati
sull’attenti
siamo il suo gregge
belante e tremante.
lo stato ci brama
vuole soldi e fede
vuole cuore e mente.
oggi e ieri vuole tutto:
sangue genetica
e i figli. i bambini
sono pericolosi:
devono essere
programmati bene
sono i mattoni del castello
il castello potrebbe crollare.
il castello ha delle fondamenta
fragili e temporanee.
alla fine è soltanto
una convenzione.
riduzione di pena mai
———————–La società “chiamata buona” ci obbliga, per armonizzarci con gli altri, a impicciolire o addirittura a deformare noi stessi. In tale società noi dobbiamo quindi rinnegare dolorosamente noi stessi e abbandonare i tre quarti di noi, per renderci simili agli altri.
Arthur Schopenhauer, Parerga e paralipomena
*
abbiamo ridotto ogni cosa
la vista il pensiero la vita
cercando un’insipida resilienza
una bassa esposizione
un’infima sostenibilità.
separando accuratamente l’umido
dalla plastica e dal cartone
infilandole in piccole bocche
di bidoni intelligenti
per l’orgasmo malefico
dei nostri insipidi governanti.
decenni fa hanno esaltato la maternità
ora tutto contro sino all’eutanasia
unico avvenire (danza macabra
del compostaggio dei corpi
in apparati radicanti). esecrato ogni anelito
ogni vitalità in becchime per bestie
da zoo. da soma. abbiamo ridotto
il campo dello sguardo. alterando
l’immagine ed il suono: creatività
da signor sì per non intralciare
non perdere il salario misero.
siamo allo stadio larvale
ma non c’è mutazione dietro l’angolo
nessuna alterazione del destino
c’è una sorta di speciazione soltanto
per pochi elementi parzialmente disposti
parzialmente liberi. ci siamo rimpiccioliti
fino a diventare piccoli piccoli
quasi microbi sparuti e spauriti
insignificanti bocche da sfamare
con bolo velenoso industriale.
rasata la fertilità ed il testosterone.
eppure io so che nella frustrazione
l’odio cova e la rivalsa è una medaglia.
eppure io so che ogni libera iniziativa
inclina lo stivale che preme
riforma i massimi sistemi
rarefa il cianotico asfissiante stato
crepa l’ampolla opaca della costrizione.
“Alcuni poeti sono anche operai”. Intorno all’opera violenta di Luca Parenti
Una bella recensione di Luca Ormelli sulla mia raccolta di poesie:
alzarsi armarsi e partire
m’alzo senza sfarzo
col grigio in gola
lo zincato d’autunno
che scende dalle canne fumarie
scintillanti d’acciaio
lapidi d’industria ch’evapora
siam saturi di servizi
applicazioni anche per respirare
codici codicilli e postille
spesso siamo il prodotto:
virtuali nelle carni
i pensieri s’inspessiscono
rassegnandosi: il cappello
del potere ci copre
ci coccola e ci distrae.
ci dilata e ci restringe
come polimeri nella stampante.
l’illusione di aver il mondo
in una mano ed il collo curvo
come sottomessi.
compostaggio
se non produci più
tutto il giorno
tutta una vita
come uno schiavo
o un cittadino bravo
se non produci più
non servi più: sei un peso
sei un contagiato
ti ammali e fai ammalare
poi muori. vota pure
servo della gleba
cavia sperimentale
così in cielo così in terra.
sei stato resiliente
accondiscendente
tollerante. hai abbracciato
i fantasmi del diverso.
nessuno ti crede
nessuno ti ama
non hai una famiglia
hai il gatto.
sei depresso? sei vecchio?
ti senti inutile? una iniezione
un avvocato un testimone.
levati dai coglioni
sei carne che non desidera
sei anima che si svuota
involucro depredato.
sole umido
il sole risplende nelle foglie gialle
del fiero melograno: lunghe e forti ancora
sembrano bisturi appesi a mezz’aria
cederenno. molte precipitate in massa
addobbano il cemento infermo.
tutto è umido e bagnato: anche i pensieri
sono acciaccati e tremano. s’apre il cielo
alla luce potente. dopo il temporale
tutto si rasserena. a parte la fretta delle cose:
necessità d’anima che trascende materia
necessità d’avere comunque direzione.
mi chiedo da dietro
io mi chiedo
se siete parte belante
o parlante. se partecipanti
coi vasi sanguigni lividi
avete speranza minima
di restare atomatizzati
sulla pellicola. se siete scarto
di lavorazione industriale
con la testa pesta di nulla grafico
vuoto postscenico. assenza di getto.
cigolii di porte chiuse.
mi domando l’evidenza
di una comunità non comune
che svanisce al supermercato
s’invaghisce di un’urna
solo col metadato.
e un tempo che fu
l’usavate o avevate l’aratro
ora siete solo usati a perdere
sacche di sangue per esperimenti
esangui. c’impongono
un sovrannumero
una cinica esperienza postindustriale
un salto d’accademia
verso una evanescenza
che non è scienza. né artigianato
una sapienza. una insipienza
di marionetta con infiniti desideri
ma nessuna casa. nessuna via.
nessun orto. né porto.
shock o resa
la nebbia fluttua sulla terra tiepida
sembra gas planante sulla nostra guerra
quotidiana: piccoli affetti frangibili
e tempo occupato dai padroni
stiamo scomodi in trincee d’asfalto
beviamo acido di batterie sfiancate
respiriamo miasmi di media telecomandati.
mangiamo scarti d’animali meccanici.
i padroni non sono mai morti:
acquistano le menti e tutto il tangibile
le corporation sono mondi impossibili
tumori metastatizzati. hanno fatto i confini
e tu non ti muovi. resti immobile. in attesa
di un nuovo shock o della resa.
un poco porno
ci sbattono in prima serata
come pornografia del dolore
pornografi del senso zoppo
e noi assecondiamo narcisi
pentiti forse a lato
quando vergognosi
non recitiamo. demagoghi
egocentrici e figuranti
stanchi e strattonati
compiacciamo il potere
perché ne raccogliamo
i frutti. ma distrutti
tagliati a fette.
esaltiamo un cottimo
che svuota. un dovere
che non premia.
la retorica dell’accatto
la zona di conforto.
il gruppo belante
che non inquieta
non turba. disposti
a tutto per un mutuo.
una lenza. una catena.
scomposti.
decomposti.
gemiti
gemiti di fabbriche vuote
il vento si spegne nelle turbine
arrugginite. i tubi scollegati
come canne d’organo soffiano
una sinfonia dolente:
da potenza industriale
a requiem di produttività
terziario e paillettes.
spariscono i calli e i cortei
le bandiere sono solo calcio
e indotta propaganda
bislacchi arcobaleni
paesi stranieri
per ipocriti esattori di lacrime.
il capitale umano non crea interessi
surplus d’anime che non interessa
bocca da sfamare che farfuglia.
verremo masticati
e spezzati dall’alito
dei padroni vecchi e nuovi
bolo indigeribile
acido reflusso.
la storia è questo ondivago
macello che ricama i forti
e rasa i deboli.
atomico anatomico
anatomia di una carie di stato
io cammino per la strada sfatta
e gli autobus s’incastrano
nei cantieri flatulenti.
gli stanchi orologi
hanno lancette piegate
dal torpore. dal maligno.
dal sostegno alla duplicazione.
tutto è fermo e traffico
tutto un serpente meccanico
che sputa gasolio e particolato
che si incolla alle pelli squarciate
dalla tecnologia dal salario
dall’inflazione dal terrore.