oggi

vorrei leggere soltanto
non voglio vivere
sporcarmi le mani
fare il padre
né studiare le stelle
voglio legger leggere leggere
impossessarmi della cellulosa
e vibrare come l’ancia di un oboe
respirando ciò che è già stato respirato
voglio lanciami dalla rupe con un romanzo in mano
come una sinfonia di mahler
i capitoli movimenti
o un racconto breve intimista
come un pezzo per bambini di webern.
io vorrei leggere
che la mano s’è mossa
non voglio azionare i neuroni
non voglio responsabilità
né ineffabili complicazioni.
leggerò del mio funerale
ironicamente parlando
tutto bene. tutto ok.
è stato un brav’uomo
ora non c’è più.
e voglio scherzare
fare ridere. ridere.

rosa

è una rosa abrasa
un po’ emaciata
oh, rosa disseccata
a pagina 147 riposi
con tre foglioline
oh rosa spacciata
tuo è un segnalibro
che fu profumato
sei legenda oramai
di questo tomo
l’epilogo te lo dono:
ti prendo e ti riabbandono
magari rifiorissi
per un altra donna.
oh rosa delicata
oh rosa emaciata
rosa riciclata.

espiazione

non hai bisogno d’eroi
né di bandiere
né critica d’uomini
hai le palle piene
di tutte le sovrastrutture
ed i muri di gomma
l’indifferenza dei cosiddetti
piani alti. è che devi respirare
e tutti gli altri fisiologici.
e sorridi ogni tanto
quando ti lecchi le ferite
o ti fai una tisana
o fatichi nel merletto.
hai bisogno di zucchero
capita
e d’empatia disinteressata
senza esagerare.
senza strafare
sei il primo attore.
e allora disegnati
con un po’ più di cura.
ché una battaglia
non fa la guerra.

essere o (sì) essere

alzarsi ogni mattina
muoversi dietro una vetrina

l’acquario è spontaneo
un accelerato costruito
attorno a sé come un inscatolato
desiderio centellinato

i sogni sono desiderabili
segni inesplicabili.

oggi sul mezzo

oggi in mezzo alla strada
il traffico ed il bus
carico d’anime smorte
e contorti addendi
che non dan risultato.
oggi attraversavo
con imperizia e lassismo
del caso: anticipavo
il destino? applicavo
la sorte dei numeri interi
cercando una frazione:
quell’attimo che illumina
una via di grandine
un massetto di ghiaia
quel frame che luccica
e le pupille piccine
si chiudono in un tremendo
e solare alleluja.

ostinarsi

se siamo cosa sola
perché t’ostini
a contraddirmi?
vuoi dirmi che
sono imperfetto
che non vado mai a letto
quando vuoi
tu?
ed io ti precedo sempre
e per stuzzicarti
cambio il lato
del letto
mi metto di traverso
eppoi arriva nostro figlio
tutta la notte
mi tira calci.
tu arrivi tardi
coi piedi freddi.

sul pezzo

dovrei domandarle se le piaccio
se a me piace, ché pare un arredo
più che un desiderio ed una antipatia
una scoscesa impresa andarle appresso.
e che già so cosa non fare
ed al limite sognare.
ha una durezza contratta
estratta a brutto muso
la freddezza del mezzo.
l’indifferenza di un certo contenuto
che s’affanna a reclamizzare
solo una attrazione estetica.
che poi non è nemmeno un pedinamento
piuttosto un curiosare sul posto
in punta di piedi, assai educato
nulla in difetto, smielato
una sensibilità da voyeur
una live eccitazione che m’assale
come poter avvertire
un battito d’ali nel maestrale.
niente in sovrappiù, niente di personale.

sob

altro non voglio
a questo punto del foglio
illudermi e scrivere
la sete della zanzara
con la libertà del bombo
altro non chiedo
che la penombra serale
un angolo del sogno.
non chiedo e non tremo
son l’asso e la meraviglia
di me stesso. incedo
come un Cat
imperioso come un arredo.
eppure rassegnato
d’esser parte dello spiedo
m’ingegno ed ahimè concedo.

inverno

l’inverno è una cupa pratica
di penombre un incedere noioso
il gelo che scortica ed occhi
che piangono anche in un privato
dolore. coperte e scarpe
buttate per terra
lacci arrampicati e sfibrati
il suono del becco che scava
il gatto che miagola invano
un passero rigido già
una solitaria via e tersa
spazzata dal vento
piume che svolgono il tempo.
l’inverno è un momento
d’annichilimento e rami spioventi
come le nocche di Schiele
e quel sangue latente
che colore non dona
neppure calore.
mozziconi sfatti di piante
che spuntano dal suolo compatto
è quel verme che dorme
nella fredda terra profonda
che d’estate si rivela gioiosa
nella cicale che ossessa suona.
è un ciclo che scarnifica e risuona
una campana sorda e un lombrico
che trema. è un grigio pastrano
all’angolo -tempo immoto
un cane che si rivolge affamato.
l’inverno è questa coltre
una densa nebbia ingorda
eppoi si chiudono le porte.

ancora alle ventitré a scrivere di me

dovrei scrivere di sol cose belle
ma non posso, il passo mio
è in contrattempo. tip tap
di germogli e rami secchi
la fuliggine sul viso
nere unghie e scheggiate
tutto va bruciato e nel solco
la puntina ancora scava
e non suona più
come un tempo
alta distorsione
terza armonica che stona.
scoraggiato? no, no
depresso? nemmeno
non son solo qui
nel caseggiato a stendere
i panni -chi si mette nei miei
ride e ride e lo mantiene
quel sorriso tenue
come una palpebra che freme
un geco che geme.
si montano i giorni
si catturano le farfalle
quelle splendide di colori
e immense ali di seta
nei tempi morti.

dichiarate scaduto il contratto

dichiarate scaduto il contratto
lo sterco avanza di scatto in scatto
come il tic tac dell’orologio antico
che sbatte in faccia la saggezza dei vecchi
l’irresponsabilità dei dirigenti laureati
che posticipano i debiti. disonore agli uomini flaccidi
stucchevoli figurine di drogucce e alcool.
allora le parole possono indignare e ferire
più dell’uranio impoverito. auto mietere
giovani vittime per procura. ingrassa i polli
la guerra. gli altri ingrassino di junk food
e perseverino nel rincoglionimento globale.
marionette dell’actors studio. botte piena
e moglie ubriaca. buon anno. sicuramente.

vendensi

vendo talento vergine
sconosciuto in buono stato
in libera patria
(o almeno così dicono)
unico proprietario
mai usato.
per il contatto
s`usi il tatto:
non c`è contratto
astenersi perditempo
perché in abbondanza
non ne abbiamo mai
abbastanza. e buona
creanza.

*

a volte gli oggetti
sono la cura
a volte una prigione
eppure l’umanità
cresce nei corpi
inanimati anche.
può splendere il sole
anche accudendo
anche nella pigrizia
di spolverare un quadro
nella lettura di una pagina.
leggo dieci pagine al giorno
e paiono tante, o nulla:
l’eterna lotta
per trovare un posto
un porto sicuro
nel mondo.

gatto e topo

che cosa ci può
far stare bene almeno cinque minuti
di vittoria
al largo della gloria
e i tuoi occhi
stanchi sono la più grande dimostrazione
d’amore
quando ti incazzi
mi dici è finita
sono stanca
non posso andare avanti così
nella terra dei soprusi
abusi
cervelli flaccidi in disusi
popolo di lavoratori pochi
vecchi impoveriti
truffaldini eleganti
finanziarie
cementificazioni carcerarie.
quando ascolto musica
allora mi sento santo
ho la certezza della bellezza
anche in questa periferia
di sharia fascista comunista nazionalista
sindacalista ambientalista opportunista
inutilmente populista
inutilmente globalista
i fascisti non ci sono più
ma li vogliono vivi
i comunisti(?) con le mani nel salvadanaio sono al potere
i cattocomunisti illuminati
da antiche e fioche
lampade ad olio
bruciacchiate e sedate
ma la società è sempre solo un dovere
imbrigliati negli interessi
votanti fessi
dove s’è sbagliato
dove stiamo camminando?
radenti al sentiero
o al centro
brillamento a pochi passi
o nella nebbia segatura?
lungo la riva
dove il sale brilla
ma poi svanisce
s’insabbia come la scabbia
in superficie.
tuttavia la mistura è larga e poliglotta
c’è questa tortuosità
d’alti e bassi
sublime e terrestre:
non mi dipingerai disfattista e piangente
forse nemmeno tonitruante
pomposo esoso scabroso.
dipingimi alto sobrio
pratico equidistante
equilibrista e onnivoro
eppoi io non ho briglia.
si sbecca lo schema
a ridosso della depressione
e dell’entusiasmo.
ogni schema s’infrange
è fatto per franarsi addosso.

palcoscenico

il tempo rinsavisce lo stolto
dolorose purulente ferite risana
sciacqua la bocca di fornicanti
batteri genitori di carie e anatomie
distorte, dicotomie contorte
d’un dado biologico antropologico
che vede lungo, dopo i malanni
le distrazioni le aberrazioni
le involuzioni. le questioni
vengon meno, domande e risposte
tutto va a sfumare nel mare nostrum
come schiuma arricciata sulle onde
che si combattono per il palcoscenico.

*

tutto non si può fare
imparato a mie spese
con le grandi rese
mani e mente accese
nelle imprese così arrese.
e quando diranno forse
è vissuto senza aiuto
allora tutto compiuto
il momento sarà
di serrare il palcoscenico.

e c’era anche il sole

silenzio per le strade vuote oggi
chiuse finestre, pochi uomini sparsi
tra le auto in sosta a scansarsi.
di gomma gli auguri, come ciechi.
i bus scarichi si dimenavano fili
su rotaia. ed era un dì di festa:
paillettes, lustrini, sciocchi riflessi.
e c’era anche il sole alto e sodo
a farci più soli. noi già sfranti.

deceduto se n'è andato non c'è più mancato e scomparso

non parliamo mai abbastanza di morte
te ne sei accorto?
la vediamo tutti i giorni in televisione
artefatta, drammatica e finta come le tette delle vip
sovraesposta ed artistica
splatter e violentissima
tuttavia non ne parliamo mai veramente
col cuore aperto e sezionato
sul bianco e congelato
banco di lavoro dell’anatomopatologo.
i vecchi ne parlano sulle panchine sfatte dei parchi freddi
straparlano della morte degli altri
la morte non esiste
è un alto tabù in questa società che non ha tabù
che ha i diritti inutili e ridicoli
perché i fondamentali non li riesce a preservare
il sesso è più scandaloso della morte
una scopata è sacrilega
una scopata è per la vita
perché tutto verrà fatto in vitro
tutto tutto tutto
tutto per procura
a distanza
con una percentuale d’utile
come si studiano le muffe
e gli atomi
eppure tutti si muore
di cancro e crepacuore
perlopiù
(la stragrande maggioranza
per attacchi di diarrea cronica)
mentre fuori e nei bar
si parla di vacanze, lavoro e stronzate
la morte è bandita
ha già vinto la partita
eppoi è la più democratica
non ha bisogno di elettori
e di urne.
più non se ne parla
più la morte ha la strada spianata
che lo si voglia
o no.
no. vedi
ora hai voglia di fare l’amore
o scopare (è lo stesso)
d’infilarlo e ritirarlo
e ancora e ancora
col ritmo circadiano
come la marea sulla battigia
o il germoglio
che si tende al sole
cioè
forse
ti ho dato voglia di vivere.
indica il sole e dimmi.

sine qua non

non rimediare alle rime
confuta l’inedia
conditio sine qua non
del decelerare sulla strada
fermati di fronte agli androni padronali
cortili di palme e rampicanti
stupore d’un mondo in amore
incedi coi guanti
disseccano le mani
nelle prospettive distanti.
la miopia è quella cosa bastante:
tutte le cose restano
imperfette sull’attenti
e scontornate
da una deformazione
metafisica
meta agnostica
un quarto nota
un quarto ignota.
è la svolta del paesaggio:
non lo puoi avere
non lo puoi contenere.

*

sul bus schiavo del tempo
misuro lo strabiliante portento
del movimento. altro non chiedo
che una cesura -mi darà la misura
della rassegnata censura dell’uomo
d’essere soddisfatto o buono?