poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: luglio, 2018

a te. e a me

le mie carni pronte a te distese
la tua teatrale centralità dei gesti
la mia cura a cercarti e cercarti
anche quando non sei che illuminazione
l`essere tuo corpo a corpo
quando i nostri occhi non si cercano
perché buio e sacro son tutt’uno
noi due plastici arrovellati e infiniti.

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rosso di sera

fu passione
ma anteriore
come sogno
a ritroso: l’antico
furore del rosso.
hai mai raccontato
il rosso? l’abbiamo
celebrato. fai e pensa
quel che vuoi
or che raffreddato s`è
come lava per l’isola

in mezzo all’oceano.

medioevo ideale

pensavo al medioevo
come ad un’era nera
ottusa e delinquenziale
soggetta ad una mediocrità
come il polline sospeso
dal vento della storia
come se noi coll’era spaziale
fossimo arditi pensatori
mediamente colti, vivaci e sagaci
invece fu epoca originale
di sommovimento
ricca di pensiero e arte.
oggi invece, starai sul sicuro
pensando al benestante
come sconosciuto
alla biblioteca deserta
sotto casa. prevarrà la tivvù
tutti i suoi mestieranti
leggenda dei 15 minuti
di celebrità a sé stanti.

1% di disoccupazione = 40.000 morti in più all’anno

un paese brucia
nessuno ci fa caso
perché è vandalismo
perché sono stati cattivi
perché è indebitato
dovrà soffrire
espiando i peccati
il debito è un fardello
qualcuno invoca
del sano satanismo
per sconfiggere
il volgare populismo:
più la gente vota
contro i signori globalisti
più comunisti e fascisti
e clericali s’assomigliano.
eppoi c’è la nazione
il baluardo, faro
del progetto ritentato
che impone e gasa
a dieci euro l’ora
il prossimo acquirente
di una utilitaria diesel
che dovrebbe salvare l’ambiente
predatore che dopo due guerre
perse ne vuole vincere
una terza. Ritsos
piangerebbe amare lacrime
canterebbe del mito
e delle tenebre
ma poi impugnerebbe
un kalasnikov, lotterebbe
su quelle colline bruciate
in quel mare bollito
senza pompieri senza cultura
senza pietà senza stato
tutto venduto senza niente.

parentado

non amo i parenti, lo sproloquio
si versa una sorta d’ipocrisia
che poi non va più via
come una macchia sul bucato
un baco che ha dimenticato il filato.
come una bava di lumaca
che pontifica su scelte
ed esige correzione:
tu già adulto, istruito, saggio
ma t’indicano, ti porgono
il dito come fossi da aggiustare
ed invece sei libero splendi
sei soltanto da lasciar stare
come la bella conchiglia
sulla spiaggia, a mare.
per fortuna il parentado
prima del tramonto
s’è opportunamente accasato
prima ancor dell’inesplicato
dell’annebbiato, dell’inrugiadato.

pentecoste

tu mi credi qui prostrato
cosciente fra i doveri
impassibile al mistero
impossibile al diniego
ma io già son fuori
come il padre
scomparso d’un male
incurabile: nuoto
fra i pesci grossi
affamati e disumani

come lui seppe
e tacque accondiscendente
in quei lunghi 40 anni di lavoro
ora una chimera. ma si muore
lo stesso, nei modi più atroci

anche senza un’occupazione:
la generazione millenial
ne ha sicuramente sentore
e può restare il rimpianto
d’un non aver mai stretto un giunto
col grasso gocciolato sul guanto.

complottisti negazionisti nazionalisti

domani quanti saremo?
saremo tanti tanti
così tanti da non contarci
faremo lunghe file
tutti sudati
ancora più lunghe di quelle postali
o di un concerto pop
rock metal hard techno rap di merda
in fila al pozzo dell’acqua
a scannarci la faccia
pestarci i piedi
linguacce e bestemmie
per quel centimetro di umanità
che c’eravamo conquistati
con due guerre mondiali
due bombe atomiche
imperialismo
una guerra fredda
1000 Vietnam
per un solo padrone
lo stesso potere.

manieristi

poesia è nostalgia di casa
è un vaso impolverato
un reliquario d’impronte
sul vestiario, una macchia
di sugo sulla camicia
un calcio al muro
il tubetto del silicone
schiacciato. è la marea
delle cose belle e brutte
senza distinzioni pregiudiziali
con una marea d’intenzioni.
è questa mano d’operaio,
impronta delle tue
già in pasto ai vermi
e liquefatte nella terra
di tutti.

senza qualcosa

c’è la trappola del colore
la tensione dei corpi sociali
che creano scontri ed attriti
per il potere degli altri
che razza di conquista
la razza e i suoi miti
le sue battaglie e la politica
perché la massa esige
a giorni alterni
ed è comandata
e dorme ora
il sonno del secolo
il sonno dei morituri
non biologico: aumenta
il numero dei senza vita.

carattere di me

immancabilmente la luce
lo sguardo riduce
come acqua che vive
riluce, ma scuoce: e allora?
verrà un buio che cuce
la sensibilità alla vita
ed il sentore di riposo
come la domenica
che io non lavoro.
è question di stelle
ma pure di radici:
ti puoi flettere al vento
ma non spostarti di casa.
nemmeno la fiamma
ha quest’esodo.

la scopa del sistema

la retorica bella sui migranti poveri coglioni come operai garzoni barboni
sballottati dal sogno sbagliato, attratti dall’idea di gente come noi
buoni e bravi per finta o i ‘tanto piacere, mi presento sono buono:
oggi farò un po’ di volontariato
domani scriverò in bacheca con la lacrimuccia-
solidale, umanitario e globale- vedi quanto sono giusto e buono?!’
gente col rolex in villette faraoniche sui colli
gente coi soldi che si sente come tutti gli altri
gente buona coi danari e padroni del discorso
e gente in appartamenti incivili sfitti e occupati
coll’intonaco scrostato e sollevato
con tutte le antenne storte cadenti
zingari sozzi che s`infilano nei bidoni
il pensionato o l’operaio che butta il salario nel gioco
l’africano che vende lusso finto lungo le vie dello shopping
l’arabo vestito di bianco, inciabattatto, con lunga sudicia barba
emulo di Bin Laden, che s’infila nelle cantine a pregare
gli strafatti nei vicoli coi pantaloni calati
le puttane che fanno bocchini dietro le siepi dell’infinita periferia
gli spacciatori neri indisturbati con gli occhi bianchi come spilli
rimpolperanno le file di un paese che scopa poco e non fa figli
che svende quelli intelligenti e laureati, uno staterello che fu allegro e semi-democratico
di raccomandati in fila nemmeno indiana, ma creativa-latina:
file al sindacato file dal caporale file al centro dell’impiego file in agenzia
questo l’idilliaco paradiso a cui andranno incontro col sorriso televisivo
non avranno nemmeno il tempo di pensarla la decantata libertà
il mercato avrà già dimenticato le nuove leve del cambiamento
con un striminzito merdoso salario, nemmeno il contratto e legge
urleranno razzisti, siete tutti razzisti schifosi, voi qui non ci volete
vaffanculo culi pallidi, dov’è la ricchezza, dov’è la felicità promessa?

accanimento terapeutico della poesia estiva

una poesia per funzionare
o per essere poesia
deve avere almeno:
un cuore
del dolore
il male
un altro cuore
ti amo
anche amore
tipo talk
e rimescoliamo
rimescoliamo
ancora
ancora
e ancora
eppoi una foto
un poco sfuocata
con della nebbia preferibilmente
tanto sentimento …assenza…
delle foto in bianco e nero
del sentimento in aggiunta
(non basta mai
come la panna)
pathos
empatia
contro questo mondo cinico
e orribile
molto peggiorato
negli ultimi tempi,
noia. che noia.
tanta noia.

se non ci fosse l’amore

ci siamo lasciati male
urlando l’uno contro l’altra
perché siamo molto diversi
ma già lo sapevamo
fummo consapevoli delle discrepanze, degli scogli
ma lasciammo che le cose
andassero per il loro verso
rotolassero: è il bello delle scommesse.
poi è passato sornione il pomeriggio estivo
i pochi sono tornati dal lavoro sottofondo di cicale
con le macchine piene d’aria fredda
nell’appartamento vicino martellavano con insistenza
come se un nuovo inquilino stesse per arrivare
a minuti, a secondi, ora: la pacchia è finita.
poi alle diciotto circa
ha suonato il medico della mutua
sembrava un burbero boscaiolo con camicia a scacchi
gilet da pescatore, la faccia da stupido burocrate
tre autografi, il suo lasciapassare e via, buonasera.
quando sei tornata martellavano ancora
il cielo era buio o quasi
io avevo già mangiato i resti del pranzo
e non avevo dimenticato
di mettere sul tavolo
un piatto, un bicchiere, un pezzo di pane francese
prosciutto e melone, tovagliolo. una bottiglia
di pignoletto ghiacciata.
e le mie scuse. subito dopo le tue come dessert.

sangue

sento il bisogno di sangue, l’odore dei globuli
è nell’aria assieme allo smog, all’amianto
alle onde del wi-fi, alle scie chimiche, ai diserbanti
inesplicabile e potente
la gente non vede l’ora d’impiccare
il proprio capro espiatorio
più velocemente possibile
senza domande senza risposte
non c’è ragione a tutto quest’odio
eppure c’è, è cera tangibile, olio
è nelle fabbriche -le ultime-
negli uffici dei colletti bianchi inamidati
nelle mascelle dei dirigenti
nella santificazione dei capi di industria
una sete di sangue primordiale
da scimmie appena appena carnivore
con clava, canini e incisivi affilati
il popolo social vuole ogni giorno
carne della propria carne
eppoi azzannerà se stesso
nell’ultimo mostruoso impeto dei benestanti
lontano anni luce dal potere dei padri.

tuono lontano

avverto il tuono lontano
qui c’è un superbo sole che acceca
e ci sono le cicale
immancabili.
la luce ha invaso ogni interstizio
ma il rombo lontano
s’avvicina
come l’intingolo versato sul tavolo
lungo la pendenza
cade gocciolando
sui miei pantaloni non nuovi.
non importa
se le macchie persisteranno
anche alla possente centrifuga:
il colore
su una tinta unita
è sempre splendido e regale.

devo conoscere la tua anima per dipingerti

il barista riscalda
cornetti industriali
alle 6 del mattino
c’è già odore di pasta dolce
aria densa di crema
il nero dorme sulla panca
il bianco rovista nel cassonetto
il pakistano ha perso le braghe
il cinese puzza di fritto e vuole gli occhi diversi
il rumeno chiede l’elemosina e una sigaretta
la ragazza con le treccine
appena scesa dal bus
con tutti i preservativi fa l’occhiolino
il transessuale chiude l’auto
col trucco sbavato
il mattino è un catino ammaccato
dolce e annoiato
credo d’averti visto
ieri con le solite asprezze
principiante inizio gioioso di giornata
l’intontimento del sogno
che non è più buono
ma c’è il dolce
dello zucchero
e un caffè così così
basterà a svegliarmi.

non s’insegna il potere

non s’insegna il potere
a chi potere non ha avuto mai
a chi ha sognato coi piedi interrati
e tutti i giorni paiono uguali
malleabili al profitto minimo
senza ampi margini. inimmaginabile
la libertà vagheggiata, le pulsioni
della linea che divide et impera.
impensabile la destinazione buona
i sentimenti facili, la busta paga
dei lavori intellettuali
e una eventuale umile riscossa
anche senza bandiera rossa.

dubbio sistematico

naturalmente scrivere
la rabbia incanala parzialmente
esplicita rende come rosolia, morbillo
al contrario di queste tuttavia cura non c’è:
è il dolore che non contratta
maltratta, si stende vicino
e scolpisce, che la carne debole
l’anima non esiste ed i ciarlatani
si scoprono nani che capita
raccolgano frutti: ingenuità
ellissi, eclissi… di luna, però
che la luce è della scienza
gaia, come la ragionevolezza
col dubbio sistematico.

la storia che pare

la storia
è una striscia di coca sul tavolo
una linea di polvere per terra
un unguento per capelli usurati
un elastico che riporta allo zero
un tedio lunghissimo e pesissimo
la diatriba fra classi subalterne
uno sfiancamento senza vittoria
un secondo classificato sempre
un concorso di bellezza per cani
ammaestrati, narrato da infingardi:
chi ha lo zuccherino e fa l’acchiolino
è il vero padrone dominatore
starà dietro le quinte quatto quatto
con le partite già vinte nel piatto.

luglio ti vorrò bene

le cicale sono dappertutto
le persone no
le cicale cantano
le persone stanno in silenzio
aspettano l’autobus
a capo chino
immerse nello smartphone
i vestiti leggeri
quasi vivaci
ragazze con l’intimo risicato
i grandi e bei culi
labbra di sole rosso carnoso
occhi furbetti e sbarazzini
gesti leggeri
quasi accennati
il trambusto della via maestra
traffico, tra poche ore
il caldo sarà così intenso
che i cavalletti degli scooter
lasceranno una testimonianza
sulla strada bollente
il bitume è la nostra storia
i graffiti di una cultura
che si compiace
e si dispiace
e si distrae:
tutto il benessere
sta nel paniere
dell’istituto nazionale di statistica.

sognatori

spacciatori nord africani
con vestiti sporchi logori
le vie del centro storico
allevano come biscie
incantano i serpenti
strambi ipovedenti
gli occhi strabuzzano
pieni di foruncoli
facce strafatte
bocche sfatte
corrono su e giù
l’eterno giorno sa di solvente
il sole benzina rovente
la notte in una latrina
pantaloni bagnati
maniche attorcigliate
vorrebbero scappare
restano inebetiti
tronchi di cono dove sono.

viso diviso viso decisivo?

non si scrive poesia
se non ci si mette
la faccia o come qualcuno
il corpo del poeta
e la sessualità sua
i necrologi, il pulsare
problematico, ormoni
complicanze e mercato
dell’emozione usato
è l’illusione nostra
(come non considerarlo
romantico Mendelssohn
perché solare e gaio)
esibita come mestruo
al contrario io la faccia
non la desidero: ho già
così tante maschere
che io voglio sol leggere
possederle mie la parole
per l’attimo del battito
crema amara di caffè
vibrato d’abete rosso.

libertà di a(r)marsi

obbligato alla libertà
non so più che pensare:
ogni giorno è uno sforzo
ogni giorno cercando
d’appartarsi con la morale
pomiciando con gli influencer
fantasticando di reddito.
posso venire con facilità
davanti allo schermo del pc
votare e scandalizzarmi.
trovando le parole adatte
per l’ennesimo massacro
ma a me non frega nulla
però farò finta di niente
perché starò con la gente
con gli occhi bagnati
le mani alzate eticamente.
hai tutto quello che vuoi
ma desidererai ancora.

rassegnata

rasserenata sol ora
appari che rassegnata
non sei, guerriera
nell’intemperia
con gli occhi decisi
come certi gambi recisi
più per bellezza
che biologica sensatezza.
decifrando l’affronto
della vita a posteriori
esser si può vincitori

(metabolizzandolo).

a tratti

a tratti
credersi immortale
per essere immorale
attardato di giudizio
mai sconfitto e mai preda
la società dei consumi consuma
ed annette di prepo
esserci per esserci così molli
arrendevoli come polli d’allevamento
ho dimenticato la rivolta
anche se dentro il mio sole
non ha satelliti
è il big bang della mia volontà
di ferro e carbonio
in percentuale da valutare, certo.
incastonati siamo
nel precipizio del lusso
degli altri.

angoli

tutta la bruttezza
lo squallido, il povero
attorno, cemento sfregiato
ferro battuto e sbattuto
lerciume dei cittadini
pattume dei desideri
repressione nei piccoli
orrori della periferia
l’accaduto, lo sperduto
il dimenticato, tutta la flessuosa
gradazione del grigio
dal topo all’intonaco
imbevuto di piscio
pittato di brutti murales
testimone minore
degli angoli imperfetti
crudi e bui. tutti i segreti
impilati negli angoli
e noi terrestri in fila indiana
maleducati ignoranti
in cerca come formiche.

le parole belle, i visi brutti e l’eterna fiaba

ti vorranno
far credere
d’esser morali
giusti, etici, paritetici
e fratelli.
che i colori
son tutti
non diversi
immersi negli universi.

ti farà un dono
quell’uomo buono falsario
feroce come il tuono:
della sua illusione
macellaia visione.
poveri dentro

con l’esaltata ragione
anche nel furor
del vento violento
storia che non dimora
in alcuna fanatica

parola esatta.

quale senso

l’inquietudine ritmata della cicala
la mia cara amica nell’estate odiata
non spaventa l’acqua che bolle
e fa corolle telluriche nella pentola.
la pasta è la beatitudine nell’indagine
un punto fermo prima d’ogni presunta
apocalisse e di lì a venire ogni diritto.
i poveri mangiano poco ma bene
o forse il padrone non troverà l’asino
legato: il totem del proletariato.

lenitivo

il tempo lenitivo
un contrattempo
che viaggia su altri
ignari barbari binari.
i secondi che bari
rotondi come ruote
circolano nell’atmosfera
come cosa strana e vera
soltanto una vaporiera:
sulla maiolica il vapore
svapora lascia un segno
a chi torna sul luogo del delitto
coll’alito ed il vizio: la verità.

*

l’esplosione sonora
della cicala sfrontata
belata di sogni sgonfi
tragitti brevi ed infinite
mute abbandonate
in ogni parete. fuori
è tutto il dentro
al quale anelare
e il temporale buio
è il metro di paragone
spessore, fra male
ed incamminarsi.

*

il tuo manifestarsi placido
come il pane in forno
la tua delicatezza affranta di panna.
in un nano secondo ho compreso
la pasta di cui sei fatta
e tiepida e soffice e ladra
di sole. quando la guerra
si fa sotto le coperte
e la mattina seguente
tra bollette e appuntamenti
per la dichiarazione dei redditi
l’asilo e un qualunque puntiglio.
poi la pace non dichiarata
tra cena e l’acquasanta
del sentimento: intingi
le mani tue con le mie
pennelli del quadro mutuo.
e tutti i dipinti si completano
con l’ispirazione e l’inspirazione
d’armonia consonante.

Quanto basta...

Riflettere, condividere pensieri. Senza esagerare. Quanto basta...

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Scrivo per passione e per noia, scrivo per passione annoiata. Lo pseudonimo è uno strumento ed è confusione, è uno strumento per confondersi. ("Sii sempre un poeta, anche facendo prosa.” - C. Baudelaire)

Unterwegs

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