poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: febbraio, 2016

imponderabile

non esisto più nello sguardo tuo
nebbie e fantasmi. eppure
sono tuo soltanto e anche solo una nota
a margine. manteniamo la promessa:
che sia gioia perdutamente.

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ehi, una volta sola parlerò d’amore

hai lasciato le tue ali in cucina

amore, sui fornelli

dell’antica stufa.

non c’è scampo:

solo al principio

dee lievitanti

palloni aerostatici

di cuori ingordi, maturi-

combuste nel crematorio

delle incomunicabilità

delle immaginifiche banalità.

idee riposte ed implose

in pace dei sensi, altre

in poche, poche cose.

amore

nella tua ricerca

del fuoco, hai trovato

l’incandescenza vera

con la luce bianca, neutra

delle sconfitte arbitrarie,

irrisolti poemi, sfratti.

amore ingordo

bulimico comandante

analcolico.

perpetuum mobile

per me sei sempre ciò
che sei stata:
sostanza non cambia
come squadra che vince.
eppure capita la sera
in cui la scommessa è perdente:
basta un briciolo
di nonsense
un concatenamento di ridicole
e supposizioni
che si spezzi l’equilibrio
la corda si tenda
poi hai voglia
di scuse, recriminazioni, aberrazioni:
evanescenti impertinenti
si tagliano le azioni
quando son solo pensieri, gretti.
tienili per un tempo di rinascita quei pensieri
vai a fare la lavatrice
lavali mondali stirali stendili
ultimi screzi sedimentali
nei passati petali
del m’ama non m’ama. m’ama,certo.
la supposizione non è creato
è femmina, lunatica con le poppe!
tu, maschio disgraziato
infatuato conclamato.

perentorio

due vite già vissute
tessono rugiada
come se il cielo fosse terra
radici i pensieri.
le maree giovani
passionarie onde anomale
un ricreato sentire
incendiano e sparigliano:
noti sono i giochi
intuizioni e sospiri
pure. ma con rinnovato
fulgore tutto appare, di rigore. ammaliatore.

buone carte

nell’intimo chiarore
s’impenna il cenno
di stupore. si chiama gioia
non nel lamento, eversione. è ricordarsi
sempre da dove
si viene. e dove si va.

sensibilità

non si spegne la vita nel clamor
o per acceder s’ usa la spinta.
è la vitalità nel rumor di rami
nel chiaror di luna. e poi buio
ma mai troppo. che non occulti.

reddito

chiama la stanchezza la sera
e una delusione sottile
che esce per il tempo dal tempo morto.
scricchiola la schiena
piegata in un arco disattento
alla natura. e non ci volere male
se non cantiamo lodi sperticate
al lavoro non sociale
piuttosto reddito banale.

supposizioni

una mela non è mai mela
se la si guarda da lontano, come qualsiasi.
ed il mio sguardo sul tuo
e i tramezzi, le colonne e i controsoffitti
e tutto ciò che nasconde la verità
presunta ed il contrario: mai
ciò che sembra, mai. oppure sì. oppure credimi.

dualità

mi riempi di baci
potremmo poi esser distanti
mi strapazzi
poi ridiam come pazzi infoiati
tu mi stringi
io ti pizzico
tu mi dici
io ti dico

tu mi sfidi

io ti credo
poi le parole tutte
non servono ad un fico:
sfiorarti la carne
ecco la vera arte
dell’amante.
poi mi dici non affranta
ora è finita:
come dura poco
un bellissimo gioco
che saprebbe di dopo.

sera nebbiosa

sono seduto, tu non guardi
il tempo passa, sto cercando qualcosa, ma non ricordo cosa. i vicini
stanno ancora sbattendo sui muri vecchi
è un lavorio incessante
anche nel silenzio poi.
si provvede agli antenati
mettendo al mondo nuove creature
non c’è una vera fuga dal reale:
le porte si chiudono lente
il mare è lontano
anche la montagna: di realtà
si può morire.

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