nuovo giorno a braccia conserte

il giorno è lungo come le sue 24 ore
il tempo non è più l’inganno della produzione
non ha il fiato corto della frenesia
della macchina, della meccanica
claustrofobica serialità dinamica. soffia il vento
settembrino e la serenità del primo
pomeriggio è un premio piccino come i brusii
dei vicini al sicuro, con l’assegno della pensione
puntuale, il dialetto pacato, il pranzo che si fredda, il cane
che importuna l’uscio legnoso della cucina. allora
l’uomo si fa alcune domande senza risposte
dialogando col frigorifero e le posate fredde
non stancandosi mai della leggera brezza e degli schiamazzi
dei bimbi, tutto il resto che conta ed è un pò di più
o un pò di meno. si basta. origlia, appoggiato al muro secco
concedetegli l’appartenenza ai mattoni ed all’intonaco
non è né stremato né affranto, ha solo
tutto questo tempo per sé
per il sole, il cielo, il vestito buono
la domenica di tutti i giorni. tutto il tempo
per non fare niente.

*

quando in cielo non c’è, allora
il sole si carica d’emozione:
tornerà quel giorno, quel tepore.
nemmeno possono restare fredde
le ore: quanto luminosa
sulla terra la promessa radiosa
anche nell’inverno che viene.

il giorno libero è andato

capita di essere sopraffatto dalla paura
accendersi alle cinque del mattino come non aver mai dormito
senza aver ma sentito il cicaleccio gioioso
degli uccelli svegli prima della sveglia del mondo
accorgersi lentamente di essere vigili e forse reattivi
con la mascella bloccata su un ghigno sotto tono
come la voce afona e non tridimensionale del telegiornale
capita – come dicevo- di non essere preparati ed arrancare
come un rotolo di sterco appallottolato dallo scarabeo stercorario
invece rotolare pesanti pesanti come cemento disarmato
ma il giorno è così vicino e le stelle così lontane
vi prego, non svegliatemi più a quest’ora: è il mio giorno libero
e non sopporto le interruzioni fuori programma
ed avrò tutto il giorno nuovo un’espressione
tra la meraviglia e la cocciutaggine e non mi crederanno sobrio
disattento e noncurante
e lo sarò sicuramente, alla faccia dei benpensanti
dei colti, dimostrerò la mia intelligenza cinica
la mia disumanità spicciola, insicura
mi malediranno, ma creerò il mio mondo
alla faccia di tutti gli antenati e dei loro padri morti e sepolti
come piante perenni da esterno rifiorenti.

giorno di notte

col vaso d’eco il fiore secca

voci scompaiono nuovamente

come stanotte nebbia

si chiama dormiveglia

col sudore, rughe, a terra

bianchi capelli.

e viene cielo,

che non solo agli occhi miei

basta.

tempo al tempo non rimane tempo

tempo svuota
cancella al dunque
croste, batoste
giravolte. l’oltre
-mani, cravatta
piani. tutti gli inciampi
i dolori. tempo
castighi memorie
e fandonie, tremori. mi chiami
all’appello, senza nome, giorno
per giorno -mi serve
l’ombrello, so soltanto
quello: ti faccio
da sfondo,
come al camposanto
freddo tufo traforato.
ecco l’immondo:
dimenticarsi
persino di dimenticarmi.