canta ancora per me

la cicala viva si rifà
alle 20 e 12 opplà
come appuntamento
al buio e quasi notte
è: tutte le orecchie
anche quelle strette
non sono nell’abbietto
inutile servile tigi
sono volte all’attenzione
dell’insetto, sembra
sotto lenzuola nel letto
per quanto appresso:
l’insetto è più nobile
del veicolato intelletto.

a te. e a me

le mie carni pronte a te distese
la tua teatrale centralità dei gesti
la mia cura a cercarti e cercarti
anche quando non sei che illuminazione
l`essere tuo corpo a corpo
quando i nostri occhi non si cercano
perché buio e sacro son tutt’uno
noi due plastici arrovellati e infiniti.

carattere di me

immancabilmente la luce
lo sguardo riduce
come acqua che vive
riluce, ma scuoce: e allora?
verrà un buio che cuce
la sensibilità alla vita
ed il sentore di riposo
come la domenica
che io non lavoro.
è question di stelle
ma pure di radici:
ti puoi flettere al vento
ma non spostarti di casa.
nemmeno la fiamma
ha quest’esodo.

dilaniato povero me

oggi sono dilaniato tra il pensiero

rivolto alla rosa in giardino

e a ciò che penso in salotto

di me stesso, strafatto di pollini

e nostalgia. senza occupazione

e distratto dalla gazza barbina sfido le mani

al prossimo intarsio, c’è così tanto

divario fra il mondo e l’unico personaggio

che conosco a fondo. colui che fa come il salmone

rimane marmo, imperterrito eterno

sfiamma, luccica ed il sublime accarezza.

noia tutto resto, anche qui

senza sbattimenti e varie ed inermi.

apparendo scomponendo

vedi, ecco… non sono quel che appaio
(quel senso di benessere cucinando
facendo la lavatrice e via discorrendo
appago); dentro di me c’è qualcos’altro
vieni qui, te lo spiego a parole sulla carta
la carta è finita? che sia benedetta:
la fine ha in serbo ancora delle sorprese.

piccole fratture

mani in mano
tuo è un incedere lento
senz’accento.
permane il fermo
non l’avanzamento.
capitò
anche a me
l’ostruzionismo
mal celato
del non calcolato:
estromesso tacito
per non cascare subito.