"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: dicembre, 2017

amore andiamo all’Ikea

col muso nero all’Ikea
scoppiano coppie
con sibili e brontolii
inseguendo il superfluo
per un tocco dar di geniale
al menage collaudato
in realtà più che paludato.
l’amor confezionato
è venduto nel commercio
a prezzo stracciato.

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colpo al cuore

la morte arriva al mattino
un mattino di sole, marmo
e granito, di tante persone
a far pulizie
a far la spesa
a dir idiozie
ti prende solo senza proclami
abbandoni chi ami
nel silenzio più tetro
ti abbranca da dietro
la morte silenziosa
se ne prende così a iosa
il cuore che si inceppa
di cristiani si fa incetta.
morte clamorosa
se qui tra noi sempre
attendi l’accidente
come se fosse niente.

domani che fai?

silenzio delle campagne nebbiose
stanno per lasciare la città persone
un altro anno è divenuto obsoleto
sconfitte hanno compreso oppure
vivono assenti un sogno irrequieto.

i sogni a fette son desideri interi

spero che tu un giorno cresca
e crescerai crescerai fuor di dubbio
eccome se crescerai, più alto e forte di me
più veloce, intelligente e colto
manderai affanculo quei bastardi
padroni assetati di proprietà
e danaro. spero che giunti lì
io vecchio o già polvere nell’universo
possa vederti trionfante creatura
pensante tolta indifferenza
onanismo di classe sopraffazione
spero che il futuro sia un presente
tolta la violenza a chi è singolarmente
posseduto da questo demone
furente totalizzante che chiamano vita.
potrò allora del mondo non vergognarmi
guardarmi attorno con tenerezza e sorriderti.

bruciare le tappe

son morto e non me ne sono accorto
ho visto mio padre con la mini minor
mio nonno col trattore in campagna
mia nonna che sforna le lasagne
son morto e non m’hanno riconosciuto
m’han detto che troppo presto son arrivato
non ho diritto di stare dove han già consumato
tutto il tratto dato. chi se ne va prima
era già in vita alla deriva.

lo italiano medio

lo italiano medio
è talmente medio
che i libri non li conosce
non li caga
non li legge.
va in palestra per diventare
bello
dall’estetista per rimettersi il capello
ma per trasformarsi nel verme viscido
senza pelo
va al bar per bere
così tanto
da non capire più un cazzo
ammesso che prima
fosse un genio
e va nei bagni
dove si tira delle belle righe di coca
nella speranza di addolcire
questo mondo merdoso.
sta sui social ore e ore
a parole è molto aperto
pretende di comunicare
però senza vedere l’interlocutore
son banali, puzzano forse
oppure l’odio non ha viso.
sente la musica che sentono tutti
quella che lo fa sognare, non lo fa pensare
nei cessi pubblici, nei parcheggi
dei sempre più grandi centri commerciali
nuove chiese. lo italiano medio
ha sempre bisogno di figa
perchè è nato lover
e morirà latin.
lo italiano medio
guarda i reality
perchè non ama la sua realtà
magari è disoccupato
va al cinema ogni 25 dicembre
con tutta la famiglia
per vedersi un film leggero
perchè ci sono già tanti problemi nel mondo
vuole ridere, ridere, ridere così tanto
da dimenticare quando è ruffiano
cretino mediamente
vuole ridere, ridere, ridere così tanto
da dimenticarsi
quanto è medio. e ci riesce, cazzo!

a quell’età

la scorbutica vecchia signora
non c’è più, immobile nella buca
fredda come il mattino d’inverno
ora non saluta. per la verità
nemmeno prima. si può a quell’età
notare tutta la vastità del silenzio.

Michelangelo Buonarroti

Michelangelo non amava nessuno
non si fidava di nessuno: i blocchi
di marmo li andava a scegliere personalmente
li vegliava sino al taglio
abitava mesi sulle montagne
isolato come un eremita
era intrattabile ma spaventosamente
determinato, una furia, un dio collerico.
si preoccupava del trasporto
della conservazione della sua integrità
dalla cava al committente.
Michelangelo non amava l’uomo
probabilmente non gli piaceva
nemmeno scopare
ma questo è gossip
non interessa molto, pruderie.
eppure, come un classico greco o romano
ebbe la grazia, la bellezza
nelle mani nella mente
come un possente fendente
un fulmine nell’insana oscurità dei secoli.
accecato dal denaro
visse come un disgraziato
accumulò senza godere
tuttavia pur nelle auto privazioni
divenne più vecchio
di tanti altri vecchi
più giovane di tanti altri giovani
la sua mente sempre precisa, lucida, tagliente
proiettò verso un futuro di perfezione
la sua tremenda terribile immaginazione.
Michelangelo non c’è più da tanto tempo
dopo di lui Bernini, Borromini.
oggi molti artisti fanno gli sciocchini
non dovrebbero nemmeno definirsi tali
brillanti showman:
artista e una parola pesante come il marmo
che viene scambiata
colla frivolezza del successo
della fame di fama
oppure mi sbaglio io
loro sono geni ricchi
io soltanto uno povero stronzo.

quartina

dicembre di plumbeo tiepido cielo
i ghiacci si sciolgono senza freno
plastica è l’isola, l’uomo è nero
sparirà indecoroso forse in un baleno.

il compito del verso

alludo e non escludo
includo ed allora aiuto:
democratico, inclusivo
ed allusivo: corrosivo
come un rapper rapido.
il verso di traverso
la parola che centra il centro
non allappa ma straccia
tutte le pagine delicate
prima, tutte le minime
facezie, inezie, pinzillacchere.
è compito della poesia stupire
non alleggerire, spingere
la pillola giù nel fondo
nello stomaco stracolmo
a forza come un siluro
al cuore del contenuto oscuro.
rileva la leva che non solleva.
il compito del verso:
rimanere di traverso.

dubbio diffuso

giungono laboriosi i dubbi
come formicai, le larve
nel formaggio scavano e
defecano. e in essi la viva
intelligenza dischiude
non preclude: c’è comprensione
vera quando sol non v’è sicurezza
giunzione non troppo serrata
all’umanità amata, consolidata.
poniamo nel refrigerio del ghiaccio
le battaglie nostre, inchiniamoci
umilmente all’eterna di sé
messa in discussione.

positivo obbligato

il buio arriva
retrocede la luce
come la fede.
io non credo:
vivo e vegeto
però son positivo
padre e sopravvivo.

compleanno di Jesus

freddo pungente fra la gente
che si vuole divertente.
è il compleanno di Gesù
poi sarà come prima
anzi anche qualcosina in più.

l’ambulanza

venne l’ambulanza in tutta la sua
fosforescenza invadenza, col suono
periodico dall’andamento distopico.
non si seppe cosa fece finchè
gl’infermieri un poco seri ma fieri
non decretarono la fine dell’attempata creatura
poco incline a soffrire, ma certa di morire.
venne ben insachettata e portata al bruciatore.
vedi? fece quel che fece, bene o male
approssimando o affondando
generando e splendendo
d’una persona al fine rimane
un pugno di mosche e polvere
la stessa che si raccoglie nell’appartamento
dopo una giornata d’efficace igienico affaticamento.

*

sonore le baldorie la sera.
anche gli uomini sotto alcool
son cose, rabbiose. nemmeno
nuove appaiono, spariscono poi
con la notte. agli incidenti
sopravvivono poche sole note
quelle storte, biscrome stolte.

mercatini per i bambini

io al mercatino di natale
non ci voglio andare
non voglio incrociare i falsi
impachettati sguardi insoddisfatti
con l’ipocrisia di chi vorrebbe
andar via, non voglio strafogarmi di malanni
non lo voglio questo rosso
che ebbe tutt’altro nobile fiero
significato. non siamo pacchi
le merci non mi avranno
non è nemmeno il mio compleanno.
che si fottano in gruppi di quattro
ed il resto di due venga spedito
in una magica calda fonderia
per il resto produttivo apatico anno.

il natale degli effetti

il natale degli affetti
dei regali, neve
che non c’è, s’immagina
come l’anima dietro
le vetrine nei centri storici
gioielli immobili
senza tempo, senza il momento
d’apparire vivibili
oltre le feste, con le teste
gli sguardi in basso
senza un traguardo
uno sguardo almeno, intanto
senza rimpianto.
anche se nelle mani
hai tanto, non è poco
basta, rindondante, è quanto.

certi uomini non sono

certi uomini sono lavoro
e qualche birra la sera
i fine settimana esausti.
appendono i loro camici
solo la domenica sera
quando gli sguardi
son vuoti dal venerdì
fine turno. gli uomini
sono il loro lavoro
che ha fagogitato
come uno squalo affamato
vita figli cervello.
quando vanno in pensione
termina l’ultimo turno
finisce la vita
senz’essere mai principiata.
non è cosa buona
ma è l’unica cosa
altre non ci sono
nella società ognuno
ha il suo ruolo
anche uno solo
anche nessuno.

*

tutto nella città fredda e di nebbia
vien messo da parte, tutto ciò
che non ha valore, ai lati della tela
come esausto colore. al centro
il capitale, ogni giorno più forte
l’uomo più incolore come un errore.

*

il senso della giornata
già dietro l’angolo, appena
dopo un non ricordo
ricordo appena, presente:
ciò che è dimenticato o trascurato
va messo necessariamente
a lato, come pregiudicato.

il deambulatore

hanno rubato il deambulatore
al vecchio
qualcuno ha affisso sulla scala
un foglio del tipo
spero che tu muoia di cancro
soffrendo come un cane
perché mi hai rubato
la cosa che mi permette di camminare
come le persone normodotate
e tu, chiunque tu sia
m’hai rubato la vita
o quel poco che ne rimane
come farò adesso?
chi porterà fuori
il mio cane di taglia piccola
che tossisce come un bambino malato?
come incontrerò le persone là fuori
che mi fanno sentire meno solo
e non potrò
sedermi su mio muretto preferito
ad osservare le macchine sfrecciare
il viavai della gente
sentendo lo sfrigolio
dei loro pensieri innocui
l’idea del freddo pungente
il 25 dicembre che avanza
senza idee senza colore
come un odore
in una stanza grande.

il riso nel piatto

mangia tutto il riso nel piatto
bambino mio
che grande e forte diventerai
ti troverai di fronte
malignità malvagità
invidia follia
avrai bisogno di un’enorme
forza fisica
e perseveranza
anche di speranza
brutta parola sì
ma utile nella difficoltà
meglio d’una religione qualsiasi
nel buio dovrai trovarla
quella fiaccola, seguirla
con braccia forti
e gambe intransigenti e spedite
impara ad ascoltare
e tacere quando gli altri
hanno qualcosa di importante
da dire e ascolta ancora
ed ancora e ancora
memorizza ed ascolta
tutti sono bravi quando
la bocca s’apre
la via è più facile
raro il solco
nella testimonianza
la franca decenza,
bambino mio.

ottusamente capillarmente

fallimento è la catenina
del cesso che ti fa inabissare.
non c’è altra soluzione pare
non il pianto, il rimpianto
non il dirupo ed il cupo
canto: sonoramente si precipita
con leggerezza e prontezza.
con eccitazione, folgorante
emozione. cadi, cadi col furore
dell’ultimo, come la cometa
che lascia lungo strascico
viatico: beati gli ultimi, tali resteranno,
sai. ma con tanta, tanta luce
attorno, folgorante fondo nell’affondo.

e le buie strade son infinite

e le buie strade son infinite
l’abbraccio tuo un tepore infecondo
lunga sarà la notte strabica e glaciale
priva di quel tuo splendido odore
che ancor delle vesti emana il cotone
se non sei più qui una ragione irragionevole
pur deve esserci: imparerò a cucirlo
con le mie mani di sole il rosso fiore
che un tempo radioso ti regalai
quando parvero lontani i guai
e il destino a giostrarci come funamboli
non ebbe pietà alcuna.

sogno d’interpunzione

viene a te un segno
d’interpunzione
parrebbe una porzione
di ragione: il resto
lo fa caso ed illusione
casa per casa
scova l’embrione
d’un principio
perchè consapevole
che ad ogni inizio
ci sarà termine e un di nuovo
effetto della valanga.

il gioco del bimbo

gioca tenero e vivace
nel suo catino, il bambino
si compiace, schizza
sbrodola, cola, inzacchera.
bombi, api, vespe
a suggere son leste
l’acqua potabile
convivono tranquille
all’umano mediate: il bimbo
è temerario, mai paura
vorrebbe anzi un faccia
a faccia più garbato
quasi educato: mani
e piedi incontrano
da poco il mondo
isterica fornace oggi
tra luglio ed agosto.

vinile

il vinile sfrigola e rumoreggia
persino il radioamatore interferisce nel palladiano nitore
il solco è sottofondo di glitch e rumble
pedale monocromo che ottunde
sotterraneo non troppo come della passacaglia l’ostinato:
il suo fascino rotante rende bambini
lui il gioco prediletto eccitante.
le notti passate ad ascoltarti vinile
sino al canto dei merli ed al concilio aggettante delle cicale.

che ci delizia

il prolasso mi garba
del significato grasso
decadente fracasso
del lemma che rotola
dalle scale indiavolato
che le scale son sorrette
da vocabolari, strette
ed oscure quando
non si scorgono origini
gli argini degli inizi
gl’impulsi degli onirici
e son allungate
come gomma da illusioni:
illusioni come speranza
tutta vuota stanza
come l’intelletto
terminata la fattanza.
buona creanza
il senno inventivo
ha già ingannato
le menti, allacciato i lemmi
generato quegli incidenti
che non sono accidenti
ma son i veri portenti
d’un arte all’inchiostro
che vien da lontano
deliziosa sa portarci via
per mano, andiamo.

sol giocare vogliono i bimbi

sol giocare vogliono i bimbi
nel sole strabordante, rosso obeso
giallo splendente come un fendente
al cristallino, la gioia buona pudica
del bambino. giocano e fremono
nel creato smembrato dai grandi
quelli sempre assorti, in guerra
col cuore per crear gratis dolore.
al bimbo non frega nulla del vuoto
dell’adulto smemorato, sgambetta
la palla e della sua d’ombra risacca
uomo che sei stato molto più utile
di quel che alacremente sei diventato.

ci si scopre a dicembre

la città si ricopre di gelo
plumbeo il cielo
non è interessato ad alcuno
di comprare il più possibile si cerca
per contarsi lungo le corsie
create dalle cose
cose che non parlano
non scaldano
scoprendo di non contare nulla
come prima
quando vi era il sole
le nuvole anche
fame, sete
intelligenza, futuro.
sono futili soprammobili
la parole, ma se usato il cervello
ossigena i luoghi
illuminati artificialmente
ed io debbo scrivere
e non so che altro fare
non so dove andrò
forse nel supermercato vicino
dove conoscerò qualcuno
che parla una lingua differente
di me meno esigente.

grigior di neve

il grigiore è sentore
di neve, i rumori attutiti
come una camera anecoica
idem. anche il silenzio
dell’uomo e delle altre
creature, come affini
increspature nell’encefalogramma
dell’universo infinito.
l’esser qui finiti ci fa
ed in più, come nell’ortodossa
ricetta il non rispettato q.b.

la complicità è una tara

il tempo ora mite
le stesse cose
sempre e ancora ritrite
io non mi scaldo
il cuore, tu lo stesso
perchè l’abbiam messo
dove non si doveva
con zelo fuori al gelo:
buon sistema
per restar assieme
in completa solitudine.

il fiato che siamo

il fiato che siamo
la leggerezza, una lacrima
l’incessante processione
dei tratti accennati, gl’imbarazzi
gli strappi, le violenze incalcolate
le ossessive composizioni
d’accenni ed evoluzioni:
l’avvicendarsi degli atomi
che improvvisano un sorriso
o una nota colorata,
lo sforzando, come latrato notturno
dei mutui cristalli sanguinolenti
le pulsioni violente che accarezzano
sfiorano radenti, il copia ed incolla
dello spettacolo giornaliero
l’infinito oblio
che ci compete
nei fiori spenti
dei camposanti.

il racconto

la vecchia m’abita di fronte
quando esco la mattina
per andarmene al lavoro
lei casualmente sbuca defilata
dalla sua casetta finemente arredata
dove non c’è l’ombra d’un libro
ma tutto è al suo posto
precisa come un laboratorio d’un cesellatore
ed incomincia tutta una solfa su questo
che ha fatto quello
su quello che avrebbe detto dell’altro
ma tu hai visto la signora anziana lì vicino
ma è ancora viva?
come va il lavoro
sai sono sola
i miei nipotini hanno 4 anni
ma i miei figli non vengono mai a trovarmi
cosa ho mai combinato
ogni tanto perdo la memoria
e ieri ho lasciato le chiavi di casa nella porta
ho lavorato una vita e forse anche due
ora non mi rimane nulla
se non queste braccia disfatte
e queste gambe che non mi sorreggono
ho bisogno di una badante
che mi aiuti
non ce la faccio
sono sorda e l’altro giorno
uno mi ha seguita sino alla porta
ma io mi sono chiusa dentro
e dietro al vetro scuro ho fatto il dito medio
ma lui non mi ha mica visto, sai
io la stoppo brutale come un camionista
perchè devo andare a timbrare il cartellino
il primo mattino
è uno spasso
qui
mentre io non ho voglia
di raccontare niente
non desidero empatia et similia
non voglio sapere del dolore di nessuno.

pigro bradipo

sono orrendamente pigro
lo so, un pigro maledetto
anche adesso
sto facendo tutto con indolenza
inganna l’apparenza
ed il tempo
la nonchalance
del pigro bradipo
che non ammette stress
movimento disattento
tanto per.

sparire are ore ere

gli accordi non accordano
si finisce per stornare
chi ti dice dove arrivare
in filigrana un’operazione
di sfinito disapparire.
un’occasione dolce sparire.

attenderti dopo cena

attenderti dopo cena
alla fine d’una giornata piena,
il segreto sarà questo:
dominarsi sino al termine
d’un cammino ch’è obliquo
saliscendi senile come del mare
il moto sull’arenile? difficile
a dirsi, impossibile a farsi
d’ogni immagine disfarsi
creando illusioni, alterazioni
palloni atmosferici
puntini piccini piccini nell’esosfera
un nulla, più di poco
in un’era, attorcigliarsi nell’edera.

*

il rombo dell’aeromobile
zittisce i discorsi immobili
impiegati per offuscare il buio.
nella luce di domani c’è già oggi
ciò che è progetto nell’assenza
di luce. eppoi non è gratis l’albore:
ha un costo proporzionale all’intelligenza.

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