poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: gennaio, 2014

mortalità

mio padre nell’urna nera sul mobile in alto, la guardo

sono persino felice, scoppierei a piangere

(lui mi leggeva, non parlava).

stiamo assieme ancora con la musica,

un buon libro, l’intelligenza del silenzio:

come continuasse lo scambio.

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semplicità

cerca la semplicità

fanne tesoro.

la semplicità

non puoi comprimerla

nè dissimularla.

non la prendi per il culo

non la tratti col fondotinta.

cercala in casa, sotto il lavello,

nella dispensa, sotto il tappeto.

arrampicati sul tetto, poi scendi

è forse nel prato, tra i fili d’erba

in un bicchier d’acqua

o nel dentifricio, la sera

tra i denti.

sappi che una volta trovata

non te ne accorgerai:

inconsapevole eroe di carta

farai parte del sospiro

tutt’attorno, un’unica luce.

cerca la felicità

fanne tesoro.

viso terso

c’è il tuo sorriso

nel cielo. alcune nuvole

coprono i denti.

quelli che m’hanno

portato via

tanto sangue.

recordare

se non v’è più istinto è perchè stesi un velo d’incognite

secretai desiderio, fisiologiche. è stato ciò

che si dimenticò tra i bisbigli della storia

perduta memoria. forse è stato sbaglio.

e tentato tentativo, certo. abbaglio.

riconsegne

al picco segue la radura-

la spianata brillante

mediocre linea grigia

piatta razza incolore.

alla luce l’ombra della notte

eppoi di nuovo. all’ingiuria

la benevola rassegnazione.

così si può sopportare

a gonfie vele, vivere.

e se stessi, morire.

pensierino morboso

nota a margine: barlumi baluginanti

fra migranti e astanti, siam stati

bastando, non ingombranti.

nostalgia d’esser passati

decisivi non più, sfilacciati

bearsi d’ineffabili presenti

rassegnati, così siam assai

inefficenti, parenti ripetenti

dei già apparsi immortalati

assenti.

delicato tornito

mi ricami un sorriso di carta da forno

e mi chiedi se mi ritrovo nel delicato piegarsi di labbra

tenere, ma io ti ascolto -non ti guardo

perchè oramai, cosa sola, non posso rivedermi

se non allo specchio del nostro io.

questa poesia senza titolo

notte. solamente da solo e

la musica di dimitri shostakovich

tra il pensiero ed il cielo stellato

fra il toast ed il prosciutto cotto

(tenero filante spuntino di mezzanotte).

sarebbe tutto più difficile senza le sue note grottesche

la sua schizofrenia eccitante. così studio, memorizzo

ogni nota ed anche il silenzio nero tra

e l’acida ironia del brutale delirio.

la magia ripropone se stessa così come la bellezza

si rende evidente, tangibile

all’incapace, al politicante.

anche all’agnostico infreddolito,

al dittatore, al capitano d’industria

all’operaio stretto nella catena di montaggio.

ed anche ciò che è spuntato e malato

inumano contro natura, è reso vivo

vibrante di luce.

baciare la rima

il portento

stando sotto vento

cadere lento.

perchè

tempo al tempo

attendere

non lascia scampo.

parentesi nella nebbia

armonia sincera

non ossidata ancora,

miele di cuor giovane.

la sera già nel mattino

presagio di quiete, adagio

cantabile -desiderio

malleabile, serenità

desiderabile. nello slancio

praticabile.

apparendo scomponendo

vedi, ecco… non sono quel che appaio

(quel senso di benessere cucinando

facendo la lavatrice e via discorrendo

appago) dentro di me c’è qualcos’altro

vieni qui, te lo spiego a parole sulla carta

la carta è finita? che sia benedetta:

la fine ha in serbo ancora delle sorprese.

esserino affamato

caro riccio notturno nell’ore piccole

giunge il brusio asciutto del piatto sgombro

di lumache ed affini molli, ancora vuoto.

s’io credo ad un ladro maldestro

nella notte nera sprofondo,

rammento allora che sei tu esserino

affamato e puntuto, il pasto brami

al secco. sorrido – ti trovo incarognito

digiuno, maldestro, stremato dentro

un secchio, arrotolato. riccio

ti sei proprio cacciato

in un bell’impiccio.

tutta la carica del mondo

tutta la carica del mondo

cade addosso

come fredda acqua piovana

furente tagliente tramontana.

scivolato sulla bella carta muta

l’inchiostro nero

schiude nell’impressione

come quell’acqua, intemperie

calda. è verso sincero.

Quanto basta...

Riflettere, condividere pensieri. Senza esagerare. Quanto basta...

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FU ALL'INIZIO UNO STUDIO. SCRIVEVO SILENZI, NOTTI, SEGNAVO L'INESPRIMIBILE. FISSAVO VERTIGINI. A. R.

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