Minimalismo di classe

Cicaleccio mantra senza note
inodori vuote pulsioni estive
mi chiami, non rispondo. A casa
col bucato… No, libero
dal comando, tempo al tempo,
rido e sorrido e manco.

Provo con le parole

Provo con le parole
ad andare oltre il muro
piantando chiodi lunghi
che i vicini non sentono
non ascolterebbero
hanno i media accesi
le placche nel cervello.
Il regime ha le tasche piene
di leader e ribelli
coi campanelli
ed il popolo gronda indifferenza
si stacca dalla terra come un missile
spuntato. Catene per i volenterosi.
Tento con le parole
di sentirmi parte della radice
e faccio capolino nel ramo.
Vedi quel bocciolo sparuto?

A penna

Aspettando, riposato come uno stelo
accanto a me la cicala ed un sogno,
mi ritraggo non solo per canicola.
Che pace nei respiri non trattenuti.

La mia bilancia

Ho messo sul piatto della bilancia
quello che mi rende felice e nell’altro piatto
ciò che mi rende infelice:
la primavera assolata
la sinfonia numero 15 di Shostakovich, la marmellata di fichi,
lei, il sarcasmo, le orme degli uccelli sul terreno,
mi rendono felice.
Ebbene, tutto questo si mantiene terribilmente
in equilibrio coll’altro piatto, ogni giorno
che passa ha la stessa incantata ambiguità
non è né terribile né unico
perché il funambolo ne ha fatto un mestiere
dell’equilibrio
perché tutti i giorni si ripresenta
il miracolo dell’anomalia intatta
mistura di pece e candido
dimenticanza e centro.
Ed allora il felice
complementare al triste
e naturalmente viceversa
appare come un poderoso terrapieno
così ho pensato con la bilancia in mano
e quando l’ho finalmente posata nella sua realtà
è balzata agli occhi anche la mia realtà con la sua
innegabile semplice semplicità.

Ecco ancora lo stile della primavera

C’è luce, sole per l’eternità
in casa e fuori, come vita tra le mani
ed i pensieri, luce che acceca e rinnega
il ghiaccio ed i silenzi degli abeti…
Oh, ecco a cosa serve tutto questo gesticolare
questi versi assopiti sotto l’humus:
servono a non dimenticarci delle rivincita vitale
del seme germogliato e oltre…
di quei sogni che si fanno in vita
per non sembrare tutti uguali, altrimenti muti.

Altra via nella luce e nel buio

Non mi pesano oggi le mani
sto qui vicino alla finestra
con Mussorgsky ed i suoi quadri
un andirivieni di gazze e un pettirosso
più curioso di una donna, ho pensato
con delicatezza, ad immagini di vita e serenità
come fosse un presente dorato e tutto il resto
senza bruciature, bisturi, seghe:
ho sbeffeggiato la gravità,
ho fatto finta di niente,
come se avessi dormito
sonni beati, senza frange scorrette
intoppi sfavorevoli, fraintendimenti.
Come se tutto fosse irreale e posticcio.
Come succhiare la crema del gelato
fermandosi alla cialda, preservando
la dolcezza per sempre
appoggiando poi la cialda
sul legno più caldo.
Come non fossi mai nato, né gli altri
morti e sepolti. La favola dolceamara
del far parte del gioco. Ancora ed ali.
Le mie mani
oggi non mi pesano
e le tue?

Lordo cenone

Intero appare
infine infranto
all’avanzante luce
scabra della distanza
affranto.
Già occhiali
m’allungano
come lordo cenone
e più, aria e
pulviscolo, persuadono:
giocator sì
ma con lavorio imponderabile
meccanica avvocatura
scrocchio d’ingranaggi-
in taluni
estrema unzione-
mai sazio, nero post.

piagnucolio

cade vita negli occhi lucidi
scioglie come lievito
di modo che poi, come pulce d’acqua
scivola e regge, possa
riattivarsi, pasta madre,
quando è passione, canto. per questo
tante lacrime versate, a fiumi.

*

Bimbo mio ho la mano
sul tuo cuore
giovane e bollente
il tuo respiro avverto
quando deglutisci
e prender sonno vuoi
giochi con la peluria
del mio braccio
poderoso ti cinge.
Tuo padre ti vuole
un infinito bene
e tu t’addormenti.
Dolcemente.

Ferocemente vitale

Son inciampato diverse volte
predicavo nel vento
arrivavo dopo, con scarto.
Diritto come un fuso
un treno a tutta velocità
un missile sul terreno.
Arrivavo all’obiettivo
a tutta potenza
col trapano nello stomaco
ma felice -dicevo
o la va o la spacca
e deve per forza
andare alla grande.
M’accorgevo poi tardi
del degrado – facevo
della coppia una copia
del solitario. Capita
all’impulsivo, a chi si butta
avanti tutta! L’utopista
della vita interventista.

Al figlio

Sei una scimmietta
schizzata e vorticosa
scorrazzi in sala
e nella tua cameretta
in bagno, in tutti gli spazi.
Non mi senti
non mi dai mai retta.
A volte alzo la voce
a volte sbuffo
sembro stufo
sono un padre
sono in pace.

Ehi

Ehi dolce amore
hai il trucco che cola
ne assaggio un po’
ce l’ho in gola
come la parola.
Dai miei sogni scansati
onnipresente sei
di liberarmi ho tentato
catalessi come in estasi
sotto l’acquazzone
sul creato.

Relapso e pertinace

——————————-Occorre che la gente impari a non collaborare, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha.

Luciano Bianciardi
.
.
.
.

Ricordo
la gran rottura di palle
della messa
e del racimolare peccati
gravi possibilmente
bugie onanismo bestemmia
per il colloquio tutto contrito
nella tetra cabina elettorale
col prete
ricordo i miei compagnucci seri
nell’umida eco della chiesa
vestiti bene bene
bravi bravi
coi genitori orgogliosi a fianco
come nelle belle occasioni
ricordo la speranza
che tutto finisse al più presto
volevo andarmene fuori
a giocare a correre
a gridare la religione è l’oppio dei popoli!
Ribellatevi e cominciate
a pensare con la vostra testa
pecoroni!
È tutta una presa per i fondelli!
Se siete buoni nella vita di tutti i giorni
non avete bisogno
di abbracciarvi ad una sovrastruttura
arcaica e bigotta.
Vedo che col tempo
le cose non sono affatto migliorate
al posto della religione
disarticolata e masticata
da nuovi illuminati vertici
ve ne sono altre
che prendono il posto dello spazio vuoto
come fa la luce del sole.
La minaccia del significante nulla
crea mostri
e i mostri si fanno pilotare
coi fili
come feroci marionette.

La farsa della sostanza

Volevano il pianeta pulito
ma col libero mercato
si sentivano immolati
ma avevano alle loro spalle
i politici tutti, gli stati.
La chiamano riconversione
industriale -la desiderano ancora
coloro che son già ricchi
e sfondati. Un profano
direbbe far finocchi
coi culi d’altri-
la storia è piena
di questi dettati.
Il cane guaisce, latra
sbotta, si morde la coda
tira e morde la corda
ancora ed ancora
strappa impazza salta
è il grande show del capitale
crederai di fargli male
in realtà gli darai
altro carburante per bruciare.

Diretto di cronaca

Sì, il calore della stufa
il cibo a profusione
ad agosto la vacanzina
la promozione nel lavoro
di testa che occupa
che invade ogni via
ogni piazza, ogni interstizio.
Lo stipendietto, l’educazione
il sacrificio del tempo.
Non si sputa nel piatto
dove si mangia. Né
si critica, a che pro?
Quale alternativa?
Il tentativo oramai passato
del livellare, d’equiparare.
Tutti uguali, tutti poveri
tutti dignitosi
il tallone di ferro
della burocrazia, lo stato
che si fa inferno, la mattanza
della rieducazione, i campi.
La follia del potere
il sangue che gronda
senza senso. Senza senso.
Il dolore. Non siamo
mai stati così distanti
da un qualsiasi dolore.
Penso sia un bene.
Nessuna lotta
per la sopravvivenza.
Nessuno stacco
dalla ripresa dall’alto.
Nessun tumulto
né increspatura.
Una linea diritta.
Niente di niente.
Nulla. Hai fame e mangi
Hai freddo e ti scaldi.
Basta pagare.

Beati i primi

Oggi sono andato al lavoro
tutti eran seri seri
sfrecciavano muti nel corridoio
avevano una funzione
come le formiche nel formicaio
ho recitato la parte dell’uomo retto
mi han chiesto cose
io ho detto sì sì sì.
Ho faticato e non poco
per trovare un senso
eppoi ho pensato al piatto di pasta
alla tavola imbandita
alla caldaia a metano
alla tassa sui rifiuti.
Gli uomini di buona volontà
erediteranno la terra
nel frattempo che si trovi
un salario dignitoso
per gli ultimi.

*

Distillerei gocce
del tuo profumo
se fosse importante
se fossi in grado
di prevedere
e oltre i dossi, le frenate.
È tutto molto complesso
è tutto molto semplice:
il calore, l’abbraccio
lo scatenarsi del caso
affetto dopo affetto.
Ti rendi concentrato
per un obiettivo
e quest’obiettivo
come un’ancora
t’incaglia all’intro.
Te lo dico perché
casualmente ho il tuo numero
e te lo volevo dire.
Vis-à-vis.

vita eroica ironica

l`ironia se l’è portata via l`idolatria
l`ironia se l’è portata via l`ipocrisia
l`ironia se l’è portata via
chi non ce l’aveva
l’ironia è bene farsela amica
non scuoce non s’ammoscia
coltivate l’ironia
sulla sopraffazione
l’unica azione
che non andrà sui giornali
né in televisione
l’ironia è sempre in discussione
anche un’istantanea
momentanea delusione.

La mia poesia

La mia poesia
è la mia mano sicura
che trema
e la piuma che svolazza insicura
lo stagno fuso che ribolle
l`ingranaggio che grippa
la pressa che impone e sfianca
la tranciatrice che mozza
la fusione che dissangua.
Il tornio che modella ed urge
di lubrificante. Il peso del piombo
della rovinosa caduta.
Ho creduto sempre
che il visibile
fosse qualcosa di superficiale.
Un impasto di sì e di ma. Forse.
Insondabile la polpa
che cresce come un tumore
ai lati del credente
e delle manierate sciocche
e risapute
teorie sul mal di viversi.
E quando vien sera
incomincio a guardarmi
scivolato dal mattino
con le mani nelle macchine
la secca gola
di polvere ed inquinanti.
Quelle macchine
che non ci amano
quelle macchine
che ci parlano nel sonno.
Quelle macchine
che cancellano i sogni
ed altri ne inventano.
La mia poesia son quelle mani di calli
le dita schiacciate
il tempo di casa
la pace.

Il rumore della pioggia

Il rumore della pioggia
a volte
è una legge che annienta.
Il suono vuoto delle lamiere.
La sabbia del dopo
sui vetri.
La notte vigile
corrompe i cristalli di sole.
E non c’è collante
che tenga.
Ti sciogli nel niente
polvere silente.