"poesia" yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Tag: poesia

accanimento terapeutico della poesia estiva

una poesia per funzionare
o per essere poesia
deve avere almeno:
un cuore
del dolore
il male
un altro cuore
ti amo
anche amore
tipo talk
e rimescoliamo
rimescoliamo
ancora
ancora
e ancora
eppoi una foto
un poco sfuocata
con della nebbia preferibilmente
tanto sentimento …assenza…
delle foto in bianco e nero
del sentimento in aggiunta
(non basta mai
come la panna)
pathos
empatia
contro questo mondo cinico
e orribile
molto peggiorato
negli ultimi tempi,
noia. che noia.
tanta noia.

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come si scrive una poesia oggi (senza foto sexy)

Ho la sigaretta in mano
oggi ci siamo lasciati
per ricominciare. Eppure
il giorno era luminoso
eppoi tu hai il mio sorriso
che col buio non si vede.
Io ricomincerei anche senza te
ma attorno al mio ombelico
non hai importanza
se non tieni i miei sogni
a bagno come una pianta
avrò bisogno dei tuoi nei.
Se son rose fioriranno
salice piangente, una all’anno.

turpe poesia

—————————————————————–a Davide

mi si chiede d’esser
meno volgare (o meno politico?)
come andando all’altare
senza scopare
un rapporto platonico
senza lacrime, sudore:
il rapporto si fa in due
e uno più uno
non fa mai coppia
se aggiungo togliete
se tolgo mettete:
la realtà non è sogno
è tremendamente reale
anche se il verso alla Penna
che tra parentesi io adoro
è sempre equilibrato e musicale
sotto sotto c’è carne
eiaculazione passionale
processione all’orinale.
è fattuale.

un’impressione è una poesia

la poesia è una mercanzia
senza scontrino
l’evasione d’un moto immoto
è un gioco al minuto
che corre veloce
come un bimbo felice
sulla bici
senza amici

quando s’inizia
non pare
quando termina
non finisce
si respira
sminuisce il sole
l’amplifica.
quando nasce
è una fantasia
perchè rigenera
come nella primavera
l’edera

oppure nuoce
perchè scuoce
come pasta all’asta
senza compratore.
mai urlo è una voce
ammenoché non sia buio tutto
e i castelli siano rovine
ed un quarto di bue di Soutine non basti
le fabbriche alcove
i monolocali solisti
non per artisti.

il verso scende dalla montagna
dalla materia grigia come slavina
diventa dei colori del prisma
raggio laser
un delitto dei Borgia
un’orgia di bagordi balordi
potente mai deferente
la poesia buona
non domandarmi mai
di tradurla
non saprei che dirti
non costringermi a mentirti
la poesia è una eresia.

ha un sesso la poesia?

la poesia è disimpegnata
intimista osserva tiepida
dallo spioncino
è lo zerbino del carino
del pastello, dell’intimo ritrattino.
lineare non canta non incanta
non armonizza, non sussulta:
spiace e compiace, è pecora
rosa rumor ch’annoia.

poesia atmosferica

come una furia
a piovere incomincia
c’era la penuria
dell’umida palandrana
che stretti ci tien nella tana
come creaturine timorose.
non ci son rose
ma pose d’occhi e fiati
del conto salato
d’un giorno distratto
d’un giorno bagnato.

poesia popolare

per forza banale
la poesia popolare
non so come
scherzarne nella bagarre
dell’istante, non so
se conviene esser
crudele: della semplicità
non se ne fa una fiera
perchè il timido e schivo
vuol apparire ciò
che non è: colto e loquace
anche quando tace.
il verso è così sbagliato
un senso unico arretrato
come un risultato
che non s’è bastato.
è la meraviglia straripante
dell’arte: acculturati
senza i dati. abbeverati
senza liquidi. pìngui
senza lipìdi.

poesia per gli idealisti e le idealiste

le donne
pensano di essere migliori
degli uomini
gli uomini
pensano di essere migliori
delle donne
quando si saranno
rassegnati
alla mediocrità
alla fine
ne saranno consapevoli
definitivamente
e sapranno
del vacuo nulla
della fine
un nero profondo
addormentato
non letterario
non sognato
indifferente
persino alla media mediocrità
di prima
allora saranno tutti uguali
come lo sono
ora
davanti a Cristo
Maometto
Buddha
Dostoevskij
Mahler
Michelangelo
Borromini
Palladio
davanti a tutto il vuoto
delle parole
e non.

poesia del silenzio

degli altri i silenzi
io non avverto, anzi.
amo le pause
dal rumore costante.
perché continuo
è il vuoto contenuto
e la barbarie. non cresce
solo il buon cuore
né mutuo dialogo.
la novità si narra
pur non emettendo suono.

poesia scritta di getto

io l’amore non l’ho mai capito
e forse le donne non hanno capito me
non le posso biasimare per questo
non mi piace il calcio
mi piace cucinare
e ho la nausea quando gli altri vogliono
che io la pensi come loro.
sono un bastian contrario e non mi piace
in linea di massima
mi piacerebbe essere come tutti gli altri
e gioirne
come una maggioranza silenziosa
soddisfatta
china sul banco di lavoro
testa bassa
e nessuna vittoria
però a volte mi tolgo qualche soddisfazione
mi sento vivo
perchè ciò che non è come tutti
è destinato come tutto il resto
a cancellarsi e perdersi nell’infinito.
mai una gioia.
ma vi scrivo e spero.

poesia

non ti rincorro
m’accorgo d’esser fermo.
nessuna frenesia nessun colore
il vivo è spento. la mattina
al lavoro. il pomeriggio
è ricordarsi d’una sera
a misura d’uomo.
risalendo il fiume
come il salmone
che dove nato va a morire.

la poesia cresce come il mare

la poesia non serve a nulla
come l’architettura del Borromini
le teste del Medardo,
la pittura nera di Goya.
il poeta è superfluo
inconcludente, imparziale, neutrale
abbellisce il giardino
come i nani, ed il giardino è già bello. il poeta
è una dieta.
il poeta crede in sé
il lettore nel reddito
nel calcio
nell’alcool.
il poeta è asincrono
sincopato
deteinato decaffeinato.
qual’è quella bellezza
che dovrebbe salvarci?
la bellezza del suono della parola?
il timbro? il segreto?
quale significato recondito?

ancora sulla poesia: sei un fottuto egoista! – (di getto)

la poesia non é gomma

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come la poesia

che cos’è questa cosa che chiamano

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poesia per mitja

la serata s’allunga

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poesia come fatto privato

visi segnati dal vento

dal coro capitale, Colorado

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silenzi

quando hai lasciato la tua voce sulla lavatrice stamattina

ti sei accorta che io ero lì

con una rete d’appetiti andati a male e non domande nell’aria fredda

che non ci sono passeri e merli

(è novembre, anche se mite e leggiadro, folle come una libellula drogata)

che la pace non è sempre una cosa migliore

che il tempo si ferma – a volte – per liberarci

quando hai lasciato la tua voce

ero lì

pronto ad ascoltare come un novellino, un bimbo stremato, offeso

non posso conservarla nel frigo come una pesca

non c’è più

della tua voce

mi sono accorto che è rimasto solo il suono

ed è

ricominciato il silen

zio.

i rebus non mi piacciono

non mi piacciono i rebus

nemmeno i ribes. è che sono

troppo terreno per questo mondo

di rossetti e lustrini:

un bel camino in campagna, galline, mucche

qualche oca… ecco mi vedo a capo

di un progetto di rinascita-

a lunghissimo termine, certo.

giorno di notte

col vaso d’eco il fiore secca

voci scompaiono nuovamente

come stanotte nebbia

si chiama dormiveglia

col sudore, rughe, a terra

bianchi capelli.

e viene cielo,

che non solo agli occhi miei

basta.

numeri come gioielli

i numeri non salgono in alto per vederci
di più e meglio di ciò che saremmo
i numeri sparigliano, concludono
sono memoria di un passato futuro
che non ci ritrova, senza memoria.

tre

l’aforisma trattiene lacrime
più del viso capace
di sorridere senza darlo a vedere.

lavoro

s’è pensato per decenni

di liberarsi dal lavoro

con le bandiere i comizi i pezzi grossi di partito.

ora dell’uomo

s’è liberato il lavoro.

come lo eri prima del denaro

uomo torni povero

soltanto ora non sai più che significa

amare senza un tornaconto.

dove sono finite le lucciole?

c’è la naturale propensione
al soliloquio, come stando al buio
sorridersi. ma c’è anche la calma
piatta ottobrina e le lucciole spente.
come le nostre passioni.

come la cipolla

slancio abbisogna di rincorsa

se hai paura delle altezze

certo non puoi saltando

dimenticarti del grave-

le bassezze son così numerose

che il fiato sfiata, l’ugola si morde.

si vive come la cipolla:

unica efficace finzione

prima dell’estrema unzione

vestirsi rivestirsi avvinghiarsi

per non raffreddarsi, a strati.

in transito

gli anni passano ed alcuni non si fanno
più sentire come un tempo, chi ha avuto un figlio
chi si è sposato, chi non lavora, chi è vegano,
chi ha lasciato il paese, chi è cambiato
e non è più come prima. il tempo livella anche
i contrasti più duri, inventa malattie, perditempo
malinconie, indurimenti. succede come alla plastica
che alla sua creazione si credeva invincibile.
poi ingiallimenti, screpolii, fessurazioni.
è che l’uomo ha la vanità dell’eterno.

visionario

io sento
che la scopata ha preso il sopravvento
che i sentimenti sono giochi per il cinematografo
e che le vecchie la sera
vanno a letto presto
perché la giungla fuori
non è per loro
che hanno visto le lucciole
nelle campagne, gufi e rane bue.

io sento le maree del tempo

il riflusso, la risacca.
non sento la mancanza di figli
perchè conosco il dolore
d’ogni giorno
il peso d’allacciarsi le scarpe
e sorridere,
sento che i bambini
non lo saranno nemmeno

per la durata d’un cartone animato-

hanno già visi stampati d’ansia

cieco furore.
io sento
un’esistenza di impotente partecipazione
sento tutto-

io sento
ma non posso provarlo
né rendervi partecipi
perché ci siamo dentro tutti

sino al collo
nessuno escluso.

.

a P.P.P.

una sera stuzzicando le parole

sono ferme foglie stasera

non un sussulto. magra

consolazione il fremito

della clorofilla nel carcere

del traffico aereo e nel basso

bordone d’automobili. già

scomparsi i passeri

piccioni monotoni.

e i vicini? quelli non servono

vecchi, malandati

(la notte lo sento mille volte

dal letto

chiamare la moglie -malattia

sonno, sordità). è

così che si finisce spesso

da dove si era cominciati.

prelazione

sullo spoglio tavolo

ne è testimone il fermacapelli

non ci sei. sarebbe ondata d’astio

se t’amassi davvero. così, in fondo

nulla attendo, solo tempo al tempo

il futuro attento. che portento:

anche il più forte sentimento

vola via col vento.

inerzia debole

amara abitudine la sintesi:
ore ore ad aprir bocca
per non dire
hanno un’utilità
ben maggiore
quando si scopre
che c’è solo un rumore
di vicini nella fredda
aria della casa.
per metà è fatta
l’altra potrà o no
per inerzia, magari.

le abitudini

abitudini calmano
corsi ed improvvisazioni.
il battito rallentano.
per questo si sceglie
penombra,  sussurro.

piccole piccole cose

sì, le piccole cose-

ebbene lei s’è appena arrabbiata

ce l’ha con me

solo ch’io non rammento perché

da sempre smemorato d’amore.

però comprendo:

quel dì

che le sono apparso come diverso

ad un passo di danza accennai

è che non sapevo

davvero

ballare

quel

ballo.

irragionevolezza della gioventù

dicono

quando non ci saranno più

allora

sì ne sentirai forte la mancanza

di padre e madre-

si ricorda sempre più facilmente il peggio

non si apprezza mai

ciò che si ha tra le mani

tuttavia

una parte di ragione c’è

ed anche se vigorosi liti hanno martellato i rapporti umani

in svariate occasioni

bé, la realtà vera è

che

la solitudine brucia

e

che puoi dimenarti quanto vuoi:

gira la ruota

non è rosso o nero

non si vince nulla di più

alla fine è nero seppia sempre

e sferzate di sangue

rosso sotto.

la lista

cosa c’è da vedere oggi

di interessante

faccio la lista per te:

il rosmarino prostrato

coi suoi spunti violetti;

il melograno piccolo

che raggiunge il sole;

il sole tiepido

di questa anomala tropicale estate mite;

il silenzio dei vicini

mai troppo silenti;

il gatto rossastro sotto

l’automobile;

poi c’è l’idea del pranzo

il colore del cielo

la finestra con la zanzariera

ho dormito

ma mi sono svegliato presto

è l’abitudine;

il concertino per violino ed archi

di veinberg

la colomba tubante

l’aereo che mi sorvola

io

in questo lieve formicolio

di fondo.

ricordarmi di tutto

come ricordarmi d’essere vivo.

acuto sudore

continuamente chiedi

e sottendi e non ho che la forza

delle piccole cose

del travaglio, del laboratorio

giornaliero col suo carico umano.

è questa la povertà? non credo

se per povertà si crede

pochezza di cose, quella vera

è di tutti giorni

dove il tuo sguardo non cala

se non per acuto pudore.

la forza

la notte come la blatta
esce la forza intatta
accende e riprende
della natura le cose.
non accender la luce:
c’è già sole, da sempre
schiariscon idee
dove esse son già:
da sasso vien scultura.

sotto sopra.

oggi sotto le poesie di dan fante ho trovato il tuo respiro

sotto il cuscino ho trovato il tuo collo dolce

ed un pensiero (tipo quando la smetterà di trascurarmi

e preferirmi la letteratura anche sul divano…)

sotto le magliette una gioia composta, inattesa

sotto il divano molti aggettivi inutilizzati e verbi stanchi.

oggi trovo soprattutto sotto, sarà che sopra c’è quel silenzio

assordante, domenicale. non mi piace la domenica,

preferisco di gran lunga il sabato, specialmente il mattino.

pare così pieno di promesse.

lietissima novella nera

sacrifichiamo così tanto al lavoro

quasi il lavoro è tutta la vita

tronfio annuncio perciò

un lungo abbondante sciopero:

mi ritirerei monaco in una grotta

ma con luce, acqua, gas

perchè -ahimè- quanto scotta

si sa specie alla sera

la povertà nera.

shostakovich

dmitrij dmitrievic ha la fronte madida di sudore freddo

muove la mano angolosa ad intermittenza

pare cantare le note

digrigna i denti nella sua maschera triste

tenendo il capo piegato ed una mano secca secca

a sostenerlo per quello che può fare.

nella grande sala dei compositori si tiene

l’ennesimo esame alla sua arte

la musica plana, non toccherebbe terra

se non ci fosse meschinità, livore

quell’enorme invidia ad appesantirla

come quando s’ingrassa fegato d’oca.

tuttavia l’armonia pervade l’aria

il lavorio sui temi si fa incandescente

la perorazione piange, il lirismo è grottesco

fragore, minimo cenno tutt’uno

ogni volta accade:

il genio vince sempre nell’eternità sulla meschinità

morde il creatore, sviscera le sue creature di terra

le inebria di bellezza, senso

vive anche me ora

con la penna in mano, la quindicesima

quel suo finale così tremendamente controllato, legnoso, terso, definitivo

nell’impianto audio (lacrime mie testimoni).

che tutti i politici ed i burocrati

vadano a farsi fottere.

l’emozione

vien dal minuto

la forza ed il canto

della materia

che s’erge luce, pathos.

dal medesimo

anche la patologia:

ma è stessa fonte

energia

come sollevar il firmamento

con leva, struggersi

puntare al sole

aree ergersi

completi: foglie

radici e tronco.

 

musica splendida per corpi sordi

la musica

esala lapilli ed energia, splende di luce e buio

ansima come una balena, stride e farnetica

come il primo dei non detti
l’ascolto e mi viene la pelle d’oca

la musica
è impalpabile respiro divino
(proprio di dio, quello vero
senza barba capelli triangolo luce

sì, quello che non esiste)

è il massimo col minimo

la musica è la parabola

la morale con l’etica

è il sesso degli angeli

la cravatta nel primo giorno di lavoro

il fiato dell’umanità, esaltazione creanza

comunione di genio e idolatria

la musica

la sconosciuta all’angolo che ti piace

sorrisi e palpatine

triangolo amoroso, corna e leccatine
la musica mi ha salvato la vita più d’una volta
m’ha tirato fuori dal pozzo
a calci in culo

scaravoltato, imbalsamato, irretito
m’ha strappato le vesti
mi ha fatto conoscere veramente mio padre
e lui mi ha presentato in un eccelso autunno nebbioso

vivaldi bach paganini frescobaldi lully berlioz verdi

handel puccini shostakovich corelli schubert mahler

stringendo le mani a tutti questi miracoli
m’è venuta persino voglia di scriverla

scarabocchiarla, inciderla

con le note

tentando l’impossibile, l’inesplicabile.

ed ora la musica è la compagna

nelle veglie, nei sogni

in bagno, in cucina

tra le fette di pane e la maionese

nelle pause, nella frenesia

combustibile e comburente

lei è la compagna più fedele, fuoco e fiamme

nessuno può rimpiangere nessun`altra cosa

dopo aver fatto l’amore

con la musica.

spirito(so)

non è che ci sia sempre bisogno

degli altri, è che la carne sola

non basta, la follia viaggia

oltre le viscere, sale sui capelli

li colora, li anima come erba

plasmata dal vento caldo

o come fragili ballerini

di creta. quindi

scusami se stasera

resto a far compagnia

alla televisione.

sangue freddo

e pazienza.

il tempo non esiste (?)

mi chiedo a che serva
questa inumana resistenza
alla macchina che tutto
sputa, macina
(mai e poi mai si sfugge alla macchina)
il tempo che non esiste per i fisici
ma per i lavoratori sì
denti digrignanti, fauci in tensione
produzione. mi chiedo
se la pulsione arginata dal verso
vita, sia una liaison tra carne e cielo

se povertà sia davvero dignità.

nel mentre il consumo fa

ciò che deve fare e non

ci rende immortali: ci si ritroverà
nel fondo della bottiglia
con la chioma ribaltata

occhi lacrimati:
chi ci guarda ci vede piccini
noi all’opposto sempre Dei cattivi

astrologie

salvatori straordinari,

esequie di ragione

piuttosto illusioni.

alle stelle m’inchino

quei rari momenti di leggerezza

quei rari punti fermi, luminosi appartamenti

nel centro storico veneziano, quei puntini

luminosi accecano, rimbalzano sul cuore

come granella di stelle,

timbri di vetro dolce-

tuttavia la media quella luce

assorbe come un buco nero

l’imperfezione del gesto, del colore

anticipano l’opacità del cristallino:

l’immagine stempia, disidrata

non c’è tempo neppure

per il verso, la poesia.

così cade la lacrima

poi non serve più

anche dopo

nemmeno la superluna

è un aggiustamento.

il moralista riluttante

dannoso l’orgoglio:

da te m’ha tenuto

lontano 33 anni 6 mesi 22 ore

17 minuti ed una manciata.

nel frattempo mi sono buttato

a mare col salvagente

pur non sapendo nuotare

nel frattempo ho cercato

gli errori dei miei prima

di me, rivissuti

con zelante testardaggine.

senza palla di vetro

cerco un anonimato

vorrei un da capo.

senza coda.

affermazione

se i fiori sono così

definitivi

allora questa vita

ha sapore a metà

e le pulsione sgorgano

lente come lumache

la danza non ha fine

il premio è carne e carne

e non mi va di sudare

ed immaginare.

voglio vivere.

che cos’è la poesia

sei alla ricerca dell’armonia, della musicalità, del suono

ma anche del rumore della città, della macchina

allora

scrivi aspro come montale, scrivi tenue e

conciso come penna, scrivi di covoni come bertolucci

scrivi contorto come rosselli e de signoribus

armonioso e lirico come pavese

il verso libero di pasolini

la rima giocosa di scialoja

scrivi d’enigmi e della vita reale

fai il filosofo (non ti debbono comprendere

subito)

l’inconcludente beffardo

l’integralista bastardo

la poesia deve essere così e colà

aggiungi della buona musica

metti una foto significante

un disegno coinvolgente

la poesia è arte

non è arte

è e non è

scrivi, scrivi, scrivi

scrittura creativa

corsi di poesia

devi cercare le cose semplici, parla di cose

banali che tutti possono comprendere

non usare troppi infiniti

perché la poesia non è canzone

(are ere ire amore cuore dolore sudore)

la poesia è un enorme bluff

sono le ali della libellula che sembrano volare sulla tua spalla

a distanza d’anni non comprendo ancora

se i consigli e le verità sono la stessa cosa

se coloro che leggono scrivono pure

se il segreto è dietro gli infissi di casa

o nella biblioteca di quartiere

se la poesia sopravvive nelle semplicità

o la farsa l’ha colta di sorpresa

come girarsi pollici scoreggiando sotto la luna tagliata

se la bruttezza la schiaccia al muro

la poesia si smarca svapora sublima

condensa di nuovo nel senso che disperatamente

cerca. allora non ci sono parole nè musica che tenga

disegno, arte, tecnica, vocabolario

la pagina ti corre incontro

s’apre come un fiore la poesia

nella tasca dei pantaloni

sui coppi, in alto dove non vedi

e anche tu

ne fai

improvvisamente

parte

come petalo

forse anche pistillo

colore forma sapore

di trasversale infinito.

…senza titolo…

il ricordo d’un padre è in una serratura al tramonto

nel temporale estivo (preferendo la montagna fresca)

nelle note della sinfonia di leningrado

nello sguardo del vicino assonnato

nelle riviste d’hi-fi

nel corpo

nelle mani

nell’idea di lavoro

(quant’era orgoglioso del suo lavoro)

in una mini cooper verde e bianca elaborata

nella potenza sportiva della golf gti prima serie

nella casa che abito nata dalla sua vivida intuizione

stamattina al bar col croissant ed il cappuccio

il ricordo del padre mi  rende piccino piccino

grande grande di commozione, struggimento, inazione

perché ultimamente passo così il tempo:

faccio ciò che penso e penso ciò che non posso.

rendersi liberi

il lavoro dovrebbe renderti

libero

la repubblica democratica

è fondata sul lavoro

eppure non ho mai visto tanta divaricante

povertà

come in questa era di consumo

tanta volgarità

scempio della bellezza

eppure non ho mai visto

tanti mendicanti

e

tanta ipocrisia fottuta

vedo pure che continuiamo imperterriti

a farci la guerra

come se ci fosse tanto tempo

zucchero dolce filato per tutti

vedo che il voto non serve e che

soprattutto che non cambia

(mezzo secolo di preti fascisti

ed un ulteriore ventennio

non ci hanno insegnato nulla)

vedo la politica come realmente è

vedo croniche emorragie d’acqua potabile

le suore chiudersi in casa a toccarsi

beneamati principi arrendersi sotto gli ombrelloni stracotti

e alla fine mi vedo cotto a puntino

stamattina (con vivaldi gioioso alla radio

darmi una mano) sulla sedia, con le cicale

io so infine (come pasolini)

d’essere formica:

salverò tutto ciò che mi permetterà d’essere sufficientemente

uomo

felice.

crepuscolo delle idee

crepuscolo di cicale

pensieri notturni

come gazze mezz’aria

e cielo topo grigio

tangibili miserie rende

calli alle mani

pinguetudine astratta

usura, basso baricentro

sfottò, arsura al dente.

odio l’estate: gratis sudando

smaschero il bluff

immenso, imbottito dentro

c’è poco senso.

m’addentro

senza senno

con ammenicoli,

perditempo.

 

l’amore ai tempi nostri

si sente in gabbia in quella casa

ma le finestre sono spalancate

è estate ed il caldo ricama a sportellate il mondo

aaah… in gabbia, ma nessuno

l’ha mai incatenata, né mai vessata,usata, consumata

come un tubetto di colla vinilica

è che vive in quel particolare momento del mese

è perchè l’ha fatta innervosire

è che quando c’è pure lui

la casa sembra molto più piccola

e e e i ciuffetti di pelo sul pavimento

le manate sui mobili laccati

schizza fuori dal lavello

e quando non c’è i topi ballano

un ritmo indiavolato

l’amore allora

sembra ciò

che non è mai.

guerra a noi

tutto nero di sangue

il mondo: è guerra, infame

scontro d’ignoranze

preconcetti, difetti e disumani

capitali. viene il tempo

dei fiumi rossi, dei torrenti

di globuli fanciulli, vecchi,

donne -e le strade

al mare sono sature ed i market

pieni, il sole arroventa

come il primo giorno

senz’atmosfera. ma si sa:

il grasso continuerà a bruciare

ed il prezzo inconsapevole del tutto

pagheremo come tatuaggi volgari.

vederci chiaro, smaltire la sbornia

tutto infittisce, s’insabbia

nelle fondamenta stratifica

poi alla luce  qualche fiore

più che altro steli,

peli di noia, fieri, neri

strati, inerti -strati di torta

logora. e la materia tace

le parole non servono-

nemmeno la voce, che l’angelo

stanco tace un giorno

un’eterna notte.

vedi che le dita il polso lo sfiorano appena?

lo scopo non è

sposo del modo

ed il modo

è -capita- dell’assenza

risvolto maltolto.

mai così chiaro

sarà il divario

tra farlo e spiegarlo

tra forma e tarlo.

mai andrà del polso

così il dito in soccorso-

non averlo, sfiorarlo.

confliggere

eccedere nel buio notte dell’ingratitudine

sonnecchiando, attendendo buona nuova.

non volermi male, tienimi ancora un po’ alto:

è che cerco quel che ci fece confliggere.

poi rinascerò in nuove spoglie, smentite.

una per l’ottimismo, due per dimenticarlo

l’eternità non mi fa così paura

è il breve termine che prentende

che mi umilia, mi vessa, mi stressa.

l’anatomia non svela le chiavi

ed anche se vai lento lento

non s’arriva mai- amara ruzzola

retrogada avara, d’ignavi.

a studiarla bene sotto al lampo

non c’è mai via di scampo.

libero pensiero ed azione

devio, sbalzo, rimbalzo

tace il cuore, la mente di criteri

s’ammorba, antiche

inutili prevenzioni

inani  invenzioni

ma è nell’azione verifica, sconto

e l’attuazione- nomine, teorie

sogni cadono lenti come orpelli

manca solo ci sian pure quelli, belli.

 

portento della ragione

mi concentro nel centro

non nel bivio, nel declivio

m’apparto nel tornante

disparo nell’errante

che poi rifà, uguale

fotocopia della noia

uguale, altalenante.

giurar che son umano

perchè m’appare mano.

mano a mano, disumano.

tango lento

c’è questo continuo scambio d’energia

per esempio tra i fiori e la carne

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sconti stagionali

ora renditi conto

che non c’è sconto:

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a tutti i padri

la risacca sorda dei tuoi nomi, eco

pazienza ancestrale dei tuoi prossimi

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primordiali non liberi

lo sguardo fioco dell’operaio

la stragrande maggioranza silenziosa

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i sassi nella testa

ma nella testa che c’hai, i sassi?!

così gli urlava ad un centimetro dal naso,

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…senza titolo…

sciapi su alberi

stanno nostri mali

vengon giù

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occuparsi degli affari degli altri

c’è dolore

nelle strette scarpe

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divide et impera

crea occasioni d’oro

la divisione

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un oceano senz’acqua

hai troppa passione

toglila.

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diversi i giochi

raggiunto dal sole

accecante

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occuparsi della felicità

cerco lavoro

come uno schiavo

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silenzio devoluto

imponderabile non voluto silenzio fuori dentro case

ma devoluto, perché niente si è detto

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meraviglioso

nella retrovia

l’idea s’avvia

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vespri

ammetto che la noia

è sempre in allerta

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vangelo

non strade

ma percorso

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tutta col cuore, senza pensarne

tace così

anche il profondo silenzio

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desiderio

sulla pelle hai scritto

desiderio.

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all’acquisire

così alto il cielo

potessi raggiungerti

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viaggio a ritroso

sei tornato colla coda tra le gambe,

ma non nello spirito che grande si spande

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porzioni di cielo

veramente ti domanderei chi sei nel vento violento

e nella pesta radura se sapessi chi sono io

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nella malinconica luce dei neon

e così si chiama amore

anche quel distratto confronto

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puzzle di promesse

puzzle ghiacciato ed interrato

di colori, tepori, spore fungine

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uno scambio

e se i campi a maggese

non bastassero, cadrebbe

a pennello un viso

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nostro inverno

la pazienza non è mai troppa

mai abbastanza. se io ne ho tanta

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difetti in buona fede

piedi larghi, dermatiti, pancetta

(gli piace tanto il buon cibo)

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dilaniato povero me

oggi sono dilaniato tra il pensiero

rivolto alla rosa in giardino

e a ciò che penso in salotto

di me stesso, strafatto di pollini

e nostalgia. senza occupazione

e distratto dalla gazza barbina sfido le mani

al prossimo intarsio, c’è così tanto

divario fra il mondo e l’unico personaggio

che conosco a fondo. colui che fa come il salmone

rimane marmo, imperterrito eterno

sfiamma, luccica ed il sublime accarezza.

noia tutto resto, anche qui

senza sbattimenti e varie ed inermi.

augurio estivo

s’intreccia una freccia

un’altra dietro questa

fine che non finisce

dolore che sfinisce

.

ho pensato alla pace eterna

come ad una chimera

ruota deludente

logica svilente

.

ora che mi sono tolto le scarpe

ed i calzini umidi

mi sono ricordato che non c’è scadenza

continuandola la vita

allungherai la sua

quel tanto che basta

per non vergognartene.

susseguirsi

memorizzo la forma, i colori dei fiori

è inverno, non c’è spazio per la frenesia della vitalità-

nella stagione fredda i fiori sono la mia vigorosa stufa a carbone.

confermo e riconfermo i petali, uno ad uno, come scrigni

annuisco divertito al polline fresco, dolce

che mi scava idee nella testa fredda, umida.

senza  fiori come farei a passare vivo l’inverno?

memorizzo quest’esplosione di vita consegnata alle api zampillanti

con idee fredde, febbricitanti, non c’è via d’uscita:

segue sempre alla deflagrazione un silenzio assordante.

riaccende la luce

accende la luce

un cuore di silenzio

scolpito nel tempo

incanta il luccichio

di fotoni sfarfallio

lucenti su boccioli

mezzi dormienti

e l’odore dell’esserci

nei tessuti, cortecce

e osmosi silenti.

si chiama vita

si rincorre, mai ferma:

al centro c’è la voce

ma non c’è parola

la coscienza della terra.

saggezza infranta

porta consiglio la notte

anche se non c’è libertà vera

nemmeno nel buio pesto.

scavalco le tue onde notte

che possa risvegliarmi

tra luci che più

ne sappiano.

fame

inoccupato esperto

ricerca solida occupazione:

con ingegno, senza

tempo occupato

compilar l’assegno

famelico. con lena

privi di rimborsi, pena

tornar nella catena.

turbinio e catalessi

cincischio di merli

turbinoso sconquasso dell’auto

ed in mezzo tutta la terra

e le radici profonde, mistero.

non ci sono bambini a rivelarlo,

il mistero, perchè? c’è troppo silenzio

nel tempo fulgido

del preludio ai fiori, al tepore

della rinascita. c’è troppa omertà

nella gioia, perchè?

al gatto senza topo

il gatto gioca col bandolo e non trova

che la coda schizofrenica della lucertola

in anfratti e ghetti d’erba confinata.

i passeri e i merletti giovani caciaroni

nell’aria son alti: gatto hai fame, lo so

ma porgi ancora l’altra guancia

fai come coll’uva la volpe:

digiuno si ragiona a metà.

campagna ognindì

pioggia così abbondante

abusivi laghi di campagna crea

gatti infreddoliti affamati di lucertole

che fan da bagnini a bagnati calzini

nella promessa d’un tepore maggiore stesi.

soleggiata paglia di covone

tensione e possanza d’aratro

ah, splendida pacifica campagna

ogni dove tue spore di sacro rilasci

e non menti mai, è che ti siamo debitori.

passaggio a goccia

s’asciuga l’umido non tace più il sole

arriva la primavera? così pare ed è

naturalmente, imbrigliata vitalità

nel cuore di goccia. s’appare allora

più chiari, quasi ialini, ch’ io

possa allacciarti come nodo

finalmente e non al pettine.

ma non farmi innervosire, ti prego.

 

imbonitori da quattro soldi

esaurita passione e virtù

tra un monsone ed una tv

scontiamo il vuoto

uno ad uno

in diversa postura

con la sola conosciuta andatura

sconosciuta armatura:

come bambini

della puntura

abbiamo una fottuta

bestiale paura.

diversificando la materia amata

le piace la salsa, il reggaeton

io star fermo, birra, quiete

sorridente d’un amico

un senso spiovente

anche impertinente.

si confida col riso, sue mani

piroette, i suoi ricci

lieti capricci, nel buio della notte

per lei è terremoto e moto più smosso.

io schivo

come un secolare ulivo-

la tua mania dei contenitori

gli impicci decorativi

io per la musica, l’hi-fi, i libri.

noia nel mio uguale

gioia nel non esserlo

ed il gioco che si fa duro

e i duri che iniziano a giocare.

borghesi piccoli piccoli

mi leggi nel pensiero,

tu sorridente,

nei vuoi trarre il siero

tra mentite spoglie

ed il faceto, io serio serio

maniacodepressivo

come un cero.

chiamarti ingegno

senza sdegno

tra i panni sbucati

lindi e gli scranni

invertiti, sul tavolo

candeline, puliti.

raggiungerti

col palmo congiungermi a te, le dita

non col cuore non pensiero

ma guerriero, che calca la mano

giunge al porto, sporco. felice,

tentativo il raggiungerti schivo

e morirne come uno solo

che la felicità si può toccare

ed il tuo dolce sorriso.

prati

affilar l’erba l’inchiostro colorando:

ciò sconvolge, ammalia

per non esser più balia

ma di luce esosa regalia.

così abbaglia tanto l’amor nell’aria.

cuore sconsiderato

luglio. ho l’impressione

che sarà una giornata fredda.

racchiuso nel freezer il cuore mio

sconsiderato.

ménage a deux

troppo silenzio tra il sapone per i piatti

la spesa, i tuoi capelli ricci castani.

è faticoso pensare per due

ascoltando. ed io metto puntini sulle i

che tu neppure vedi. i piatti

laviamoli assieme, allora.

mortalità

mio padre nell’urna nera sul mobile in alto, la guardo
sono persino felice, scoppierei a piangere
(lui mi leggeva, non parlava).
stiamo assieme ancora con la musica
un buon libro, l’intelligenza del silenzio:
come continuasse lo scambio.

semplicità

cerca la semplicità
fanne tesoro.
la semplicità
non puoi comprimerla
né dissimularla.
non la prendi per il culo
non la tratti col fondotinta.
cercala in casa, sotto il lavello,
nella dispensa, sotto il tappeto.
arrampicati sul tetto, poi scendi
è forse nel prato, tra i fili d’erba
in un bicchier d’acqua
o nel dentifricio, la sera
tra i denti.
sappi che una volta trovata
non te ne accorgerai:
inconsapevole eroe di carta
farai parte del sospiro
tutt’attorno, un’unica luce.
cerca la felicità
fanne tesoro.

viso terso

c’è il tuo sorriso
nel cielo. alcune nuvole
coprono i denti.
quelli che m’hanno
portato via
tanto sangue.

recordare

se non v’è più istinto è perché stesi un velo d’incognite
secretai desiderio, fisiologiche. è stato ciò
che si dimenticò tra i bisbigli della storia
perduta memoria. forse è stato sbaglio.
e tentato tentativo, certo. abbaglio.

riconsegne

al picco segue la radura-
la spianata brillante
mediocre linea grigia
piatta razza incolore.
alla luce l’ombra della notte
eppoi di nuovo. all’ingiuria
la benevola rassegnazione.
così si può sopportare
a gonfie vele, vivere.
e se stessi, morire.

pensierino morboso

nota a margine: barlumi baluginanti
fra migranti e astanti, siam stati
bastando, non ingombranti
nostalgia d’esser passati
decisivi non più, sfilacciati
bearsi d’ineffabili presenti
rassegnati, così siam assai
inefficienti, parenti ripetenti
dei già apparsi immortalati
assenti.

delicato tornito

mi ricami un sorriso di carta da forno
e mi chiedi se mi ritrovo nel delicato piegarsi di labbra
tenere, ma io ti ascolto -non ti guardo
perché oramai, cosa sola, non posso rivedermi
se non allo specchio del nostro io.

questa poesia senza titolo

notte. solamente da solo e
la musica di dimitri shostakovich
tra il pensiero ed il cielo stellato
fra il toast ed il prosciutto cotto
(tenero filante spuntino di mezzanotte).
sarebbe tutto più difficile senza le sue note grottesche
la sua schizofrenia eccitante. così studio, memorizzo
ogni nota ed anche il silenzio nero tra
e l’acida ironia del brutale delirio.
la magia ripropone se stessa così come la bellezza
si rende evidente, tangibile
all’incapace, al politicante.
anche all’agnostico infreddolito,
al dittatore, al capitano d’industria
all’operaio stretto nella catena di montaggio.
ed anche ciò che è spuntato e malato
inumano contro natura, è reso vivo
vibrante di luce.

baciare la rima

il portento
stando sotto vento
cadere lento.
perché
tempo al tempo
attendere
non lascia scampo.

parentesi nella nebbia

armonia sincera
non ossidata ancora,
miele di cuor giovane.
la sera già nel mattino
presagio di quiete, adagio
cantabile -desiderio
malleabile, serenità
desiderabile. nello slancio
praticabile.

apparendo scomponendo

vedi, ecco… non sono quel che appaio
(quel senso di benessere cucinando
facendo la lavatrice e via discorrendo
appago); dentro di me c’è qualcos’altro
vieni qui, te lo spiego a parole sulla carta
la carta è finita? che sia benedetta:
la fine ha in serbo ancora delle sorprese.

Cantiere poesia

Scusateci per il disagio, stiamo sognando per voi

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La specie si odia. E mi permetto di aggiungere: "A volte di coppie non si può parlare, ma d'amore sì; altre volte di coppie sì, ma non d'amore, e è il caso un po' più ordinario". R. Musil, 'L'uomo senza qualità', Ed. Einaudi, 1996, p. 1386. Ah, a proposito di 'relazioni': SE APRI IL TUO CUORE SI TRATTA DI AMICIZIA. SE APRI LE GAMBE SI TRATTA DI SESSO. SE APRI ENTRAMBI E' AMORE

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Se dall’onda del pensiero riaffiora qualche indizio riportami voce nei luoghi immemori dove nacque l'idea

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