sconosciuti conniventi

l`amore è una stretta di cuore
muscolo arrogante e pieno
che sa pure di disonore
anche nel calore delle carni.
è per crear disguidi che mi guidi
tra una folla che canta di passioni
ma trovar ragioni tutti i giorni
si deve per non precipitarsi
nel fiele.

silhouette

certe silhouettes son fantasmi
certi visi divisi in stracci
colorano solo alcuni di sogni
i tratti. la notte già mattino
con quel tratto di divino.
il nuovo giorno di conoscenze
è un potente storno. avvenenze
del tempo traslato in comodato.

transgenico

la trans francesca
è una femmina
con qualcosa in più.
lei lo dice al cliente
è più delicata d’un fiore di loto.
l’uomo cerca un’amante
e una confidente.
cerca un pezzo di carne
che non mente.
l’uomo spesso è triste
o sposato: è lo stesso.
sono quei venti minuti
d’intensa transgressione:
si fa possedere con guanto dato
che a soffrire è abituato
in casa al lavoro sempre.
perdente predestinato.
s’offre in cambio di un orgasmo
che non sia centellinato
di un avaro meccanismo
di svuotamento momentaneo.
non è questione d’amore
è puramente funzionale.
essenzialmente emozionale
eternamente animale.

il grande camino arancione

il grande camino arancione
dell’ex manifattura tabacchi
s’erge come un totem di nulla
un grosso cazzo che non eiacula
senza palle e senza cuore
di fronte al cimitero degli autobus
le finestre spaccate suonano
percorse dal vento penetrante
il timbro acuto di un organo inquieto
ma non c’è più l’orchestra
e nemmeno la platea
il loggione l’han tirato giù
a colpi secchi di cannone
sembra di sentire i morti cantare
ma i morti non cantano
sono finiti nell’eterno dimenticatoio
ossario che crepita come un concerto di bartok
(anche shostakovich amava l’aspro suono
spigoloso ossuto del wood block
della frusta e soprattutto lo xilofono
fila d’ossa che si scuotono e s’arrabattano
per la fine del mondo)
la corsia preferenziale
percorsa da autobus vuoti
(gli spettri dei lavoratori
lungo la catena di montaggio
m’alitano addosso la loro anima catramata
e tumorale) le persone camminano
sotto il sole tiepido e poderoso
di una primavera che non c’è
sulla pallida pista ciclabile
sui sacchetti le cartacce la plastica
e tutta la merda dell’economia capitalistica
che ci fanno ingoiare ogni giorno
il mio lecca lecca sa di polimeri maleducati
il mio vestito buono non è cotone
né lana è tessuto da un dollaro al giorno
(ti diranno che è colpa tua
se l’antartide si sta sciogliendo
e gli orsi non sanno più
dove defecare e scopare)
siamo felici e dobbiamo comprare
la nostra gioia di vivere.
codice a barre reddito
isee detrazioni
e cittadinanza sfocata.
io sono un operaio
sono nato manovale.
umile discreto assente
come un fantasma incubato
negli incubi neri e vomitanti
nella risacca del sogno di gramsci
e compagni. ho le mani secche
nelle dita i tagli. mi fanno male
quando l’aria è fredda e ficcante
e le tonsille fremono tossendo
come un vecchio singulto di testata landini
compagni dai campi
i campi sono arsi dal sole
e uomini da pochi euro
senza sentimenti senza desideri
saranno sostituiti dalle macchine
compagni dalle officine
le officine sono sprangate
tutti al mare anche d’inverno
l’ultima spiaggia.
io sono un operaio
sono nato per costruire
assemblare e riparare
non saprei che altro fare.
ditemi voi. ditemi voi
le corde spezzate della chitarra
e quegli accordi dissonanti
dodecafonia degli sfratti.
ditemi voi del focolare domestico
e del sesso degli angeli.
ditemi voi del fuoco terminale
e della meraviglia di una nascita.
ditemi voi. ditemi voi
o tacete. per sempre.
paura nel sangue
preda. carne da macello.

zoccole

l’africana arriva
alle otto di sera
col bus. scende
con due borse
i cambi puliti
assorbenti e lattine
mille preservativi.
sputa a terra
e maledice gli uomini
e anche tutte le donne
nel suo idioma
grossolano e primordiale.
posseduta dal voodoo
dell’illusione
della disillusione
ha una faccia dura
come il carbone
che non brucia.
ha calze spesse
fa un freddo cane.
qualche bestemmia
unghie lunghe spezzate
colorate di rosso.
non è d’indole
romantica.

carnaio

si sentono urla bestiali
dal macello ch`esala
olezzo di sangue e merda.
straziano il cemento
e quel cielo ferito.
pozze di saliva e latte
carne e umanità varia.
i poveri non s’impressionano
alla vista della morte.
alcuni deambulano
ma sembrano estinti.
rigati da rossi capillari
occhi svestiti.
alcuni parlano
ma sembrano ammutoliti.

temporanei amori

lungo il fiume
i finocchi giocano
al trenino. s’ingroppano
come cani in calore
sotto alberi modesti
di notte e di giorno pure
il sabato si ritrovano
vicino alla cava. piccoli
sentieri di malta
costeggiano la massa
d’acqua placida.
libertini tra i rovi
gioiscono e vengono
abbondanti sulle foglie
e nei liberi culi
libero amore.

baldracca

la baldracca vuole cinquanta
in macchina e cento a casa.
un extra per il culo.
l’amore a ore ti costringe
a prestazioni celeri
su materassi pulciosi.
schizzi di sperma e saliva.
non ci sono lenzuola
né parole dolci sussurrate.

culi e poche tette

la periferia è una tenuta
senza grandi steccati
di pazzi e drogati
girano di notte
senz’ombra
e indifferenti alla luna.
odiano la luce
e la socialità
le paillettes
non dicono buongiorno
né buonasera.
i nigeriani ti vendono
una fettina di paradiso
per poche decine d’euro
in sacchettini di pellicola.
a volte ti vendono
pure la loro merda.
il culo è lo scrigno
più sicuro. porci
e non perle.

Simona

————————————————-tanti anni fa

Simona ha voglia di cazzo
è curiosa. ti prende per mano
ti porta dietro la collinetta
t’apre la lampo. non hai scampo.
a vederla è una bambina
pizzi e merletti anni ’80
le piace stuzzicarti.
è che sa cosa vuole.
occhi vogliosi
stringe delicatamente le dita
sulla pelle sensibile. morbida.
pare che l’amore inizi così
lontano d`occhi indiscreti.

Michele

a Michele piacciono gli specchietti
un colpo secco e vien via di netto
le auto in sosta in fila indiana.
Michele le ha buscate forte l’altra sera
gli han messo un sacco in testa
e giù botte. un gran calcio nelle palle
l’ha steso vicino al vespasiano.
una mano sulla sacca
l’altra stringeva terra e piscio.
sembrava di sentire un soprano stonato.

camere bianche

mio nonno sputava
una sbobba verde
vomitava col cancro
allo stomaco
metastasi in ogni angolo
ma in tre mesi ha risolto
con la moglie erano separati
da un’era geologica
a casa non lo volle
gli ultimi mesi-
pare qualche schiaffone
di troppo, amore
in azione.
si muore così soli
nelle camere d’ospedale.

homo erectus

sventole nude
zizze e culi fuori norma
appese in magazzino
inducono erezioni
e onanismi nei bagni.
gli operai sognano poco
ma quando capita
abbondano tutto
d’un tratto.

produttività

in postazione s`inala
la combustione dello stagno
e piombo. i fumi disegnano
arzigogoli bastardi
pure eleganti
che terminano spesso
nella cavità del naso
basito. cogli anni le mucose
si caricano di pesanti metalli.
non si pensa né con leggerezza
a qualche brutto male.
è solo uno dei tanti lavori
che ti portano alla tomba
rantoli e respiro affannoso
anche prima d`una pensione.

la leggenda

una coccinella sulla mano
attraversa la mia pelle
e le rughe indifferente
la osservo curioso
ed attento. ho la tentazione
di scacciarla con un cricco
ma poi penso
alla popolare leggenda
sulla fortuna: la faccio
girare e rigirare
come un astronauta
su un pianeta sconosciuto.
m’assopisco.
al risveglio il sole è calato
si sente una sirena
il rombo delle auto
sull’autostrada.
e della coccinella
non c’è traccia.
come faccio a sapere
se si è portata via
la fortuna?
coccinella dove sei?
ti prego
torna a trovarmi.

uomini

gli uomini barcollano di noia
i passeri osservano dall`alto
il guazzabuglio d`anime inespresse.
io ho scritto per testimonianza
e testamento. sasso carta forbici
alle undici hai lo sguardo altrove
oltre te, il lavoro, l`obbligo
e la frustrazione. ad ogni azione
una assente uguale e contraria.
non si leggono più giornali
se mai avessero detto qualcosa
di vero. un quarto di notizia,
uno di politica uno di economia
uno di faziosità. snellisce il nero.
il rosa forse è femminile. il grigio
più ci s`addice e non per la giornata
che è di sole. soli con gli occhi
saturi di luce.

*

tutt’amo del mondo l’improvviso silenzio
pur il rumore di fondo. lo sfondo degli alberi
scheletriti, il laghetto con oche, papere e carpe.
la mollica leggera e soffice cade come neve.

venitemi

giudicano già da lontano
senza il soprassalto
del dubbio
a miscelare e miscelare
la storia si scioglie
una logorrea di luoghi comuni
dei vincitori
ora vinti dai mercati.
storcono il naso
piegano il viso
a riportati dogmi
si salutano l’un l’altro
a mancare
uno dopo l’altro.
e venitemi pure a dire
che siete nel giusto.
vi impacchetto
e rispedisco al mittente
come uno sano di mente.

*

scotte le verdure
su una modesta cucina
d’operai che furono
il moderno esige
tempi assai brevi
e non la moderazione
non l’umiltà
non la penombra
del buono
del giusto.
acceca
la giustizia
degli altri.
sono i gesti che qualificano
e s’ingranano
come ruote meccaniche
e come i girasoli
percorrono un viaggio
determinato
diurno.
l’equilibrio
è un coccio di maiolica
che si spegne
esaurendosi
in equilibrio
su un tocco di vento.

il

rumore. ogni corpo
ha il suo rumore
come un fiamma
che lo circonda
e non brucia.
un’aureola
che non è pace.
una corolla di miele
e spine. un monumento
alla memoria.
quel rumore
può essere un sibilo
uno spostamento d’aria
come un tuono bianco
un cigolio o un ruggito
che s’arrampica
su stelle discrete
o eczemi di luce.
ogni rumore si spegne
ed è una nota
una pennellata.
ogni corpo ha il suo:
i viventi si cercano
e si trovano a volte
in quel brusio di terra
e mare. fronde
scapigliate.
con accenni
di cielo.

respiri

ti ghiacciano la pelle
certi sospiri: escono ed entrano
come un branco di lupi affamati.
famelici latrano e stridono
come schegge di vetro nel palmo.
i capillari sono una rete di gomma rossa
che ti schianta sulla terra
ti comprime il volto
deforma i tratti già scimmieschi.
i capelli una corda malata
che s’annoda e si snoda
in una furore sordo.
senti i respiri delle carni come coma
il sibilo di un polmone stempiato
la crepa nella pelle dopo un lifting d’odio
il lazzo dei nervi che afferra un motivo.
il malessere è un tentativo di pace
a volte quel desiderio di quiete.

astorico

vecchia idea inoperosa
che stalli di dogmi
nei lemmi che sfiaccolano
intingono nei concetti
pari e dispari e dintorni.
distinta idea che sobbolli
nei contorni. idea idea
che sfrigoli su padelle
rosse di sera e sbollentate
io ti chiamo a me medesimo
uno e trino e sempre singolo
idea strana con la maggiorana
maggioranza silenziosa
il terrore d’essere vuoto.
siedi vicina a me idea
che ti venga il colpo della strega
ed io con la bacchetta magica
possa realizzare il sogno mio
rintanato come la nato
in un cassetto della storia.

satellite

la luna che non cala
di rame anche la superficie
adorata da stelle lucenti
il nostro silenzio d`assenso
interrotto dalla luce che riluce
dei celesti corpi a milioni
ed il rombo della tecnologia
mano armata dell’umanità
senza pietà, dal capitale
dal consumo plasmata
malandata e sradicata.
dove vai satellite adorato
te ne vai? con chi
t’accoppierai? t’andrebbe
di legarti al povero
smunto cuore mio? a costo zero
s’intende. ricompensa alcuna
solo tu luna ramata
trapasseresti la cruna.

vale un silenzio

vale un poco di silenzio
la notte cheta
e la vita leggera
di palpebre semichiuse
e poco slancio.
come le piante e i fiori
fan bella mostra di sé-
nessun altro movimento
se non un respiro.
che muove progressivo
il cotone seconda pelle
che a distanza
appena è percepito.

*

stasera non c’è parcheggio
una lunga fila d’auto immote
le luci di fuori delle case.
poi gli scuri, legno su intonaco
un rumore secco, come costretto
è sera una volta. ancora.

la macchina

la tensione dei giorni
nelle minime flessioni
come legno in torsione.
ma non mi spezzo:
prendo forma, sì
al prezzo d’un mestiere
diritti e doveri
ad un ruolo nella macchina.
la macchina non si può
fermare, la macchina
è il destino del popolino
come chaplin tra gli ingranaggi
ma senza ironia, spazzata via.

amato

ci sono cento parole
che piacciono al poeta
le infila dovunque
per chiunque. comunque
il poeta è piacione
di quelle parole
ne farà brace
l`ignoto spolvererà
che spesso è noto
fa solo a nascondino
come un lumicino
che s’è smarrito
perché s`è voluto
smarrirlo. lettore prendi
le cento parole e diradale
scontrale coll’ego
pigro ed emaciato
la società ti vuole
amato cogito
interrotto: reclama
le parole. come l’elastico
allungale e accorciale
esigi il tempo
per coronare
il fiore sotto
gigawatt d’energia
solare.

ritardataria

non venendo a casa
mi provochi ed invochi
la giustizia femminile.
che il fine è il medesimo
essere felici
diversi entrambi.

netturbini

i netturbini non ci sono più
al posto loro
leve e motori
ingabbiano e scompaiono
scarti d’una vita.
l’umanità non ha tempo da perdere
e non ha posti dove nascondersi
le luci del camion affamato
di carta plastica umido-
fauci luride e puzzolenti-
scrivono nella notte
un disegno distratto
ombre cinesi di un mondo astratto.
tutto il tempo libero
guadagnato
servirà a sopravvivere.
d’un tratto poveri
si scopriranno umani.
d’un tratto umani
si scopriranno finiti.
e nel plenilunio
giocheranno a fare i vinti
ululanti una luna come un abat-jour
o a rimescolarsi
le carte nelle carte.

*

avrei voluto uscire
vedere di persona
la luce del sole
perdersi fra le prime
foglie, i rami
in fiore. pareva
più caldo. tutto
bello. perfetto.
a casa
sono restato:
ricamavo
questo spazio.

cibato di parole

vorrei smettere di scrivermi
scaricare la mia angoscia
nella fattura degli origami
nello scambio epistolare
o nel giardinaggio -bulbi
e margotte. acuta nausea
delle parole, eiaculate
per rapido dimenticarsene
e assopirsi nel sospiro
delle vocali e consonanti
gomitoli dissonanti
o melense furor di popolo.
il regno non è splendido
come avevano promesso
e la natura s’abbuia
in costanti nuvole
a tratti raggi di sole
riflessi amatoriali.
incavati gli occhi
cedono alle lacrime.
scavati i desideri
fuliggine di serie.

sax

il mio sax fa splash
sale e scende
sulle scale
appoggiature
trilli
glissandi
il mio sax è serale
con le stelle fa faville
si prende i piedi
e li fa saltellare
la lingua saettante
su e giù
il mio sax
è notturno
si spegne piano piano
nell’incubo diurno.

resettamento nucleare

la blatta corre rapida sul pavimento
come un puntino nell’universo a stento
la natura è davvero un portento:
dopo una possibile guerra nucleare
quella e i topi resteranno i soli a fornicare
noi spiaccicati sui muri muti
a pezzetti combusti sui rami frusti
degli alberi scheletriti, rinsecchiti come detriti.
ombre degenerate in silenzi infiniti
la nostra innaturale boria ancestrale
ridotta al mercoledì delle ceneri, figli degeneri.
nella storia dell’uomo si resta se vincitori
ma quale testimone carta o hard disk
sopravviverà se non una creatura fuori luogo
finalmente in pace colla natura ed il bastone?

scrivono sui muri

scrivono della gioventù sui muri
non maestri, dell’amore sfrontati
a volte volgari su intonaci malandati
ed antichi. non sanno che ogni mattina
è una pezzo del puzzle e che le rondini
non fanno sempre primavera. ascolta:
età dell’ecchimosi d’amore mi guarderai
ancora dentro quando le stanze
non saranno più illuminate e linde?
forse c’è un elemento in più
che non verrà frainteso
né eluso. l’illuso scuoce
e non irraggia che noia.
e nel solitario bacio la sera
si contano le vittorie.

i falsi (onaniste e onanisti)

——–oggi mi son svegliato e non ho cantato bella ciao, no….

m’infastidisce la retorica
dei bacchettoni benpensanti
(mi riempio di rossi puntini
mi gratto di forforose stempiature
m’infilo le dita dove non batte il sole
e gratto come un roditore che azzanna il tronco)
retorici spot dei padroni del discorso
quelli delle giornate delle memoria
non li sopporto -bene si nota
che alcuni si rimembrano a forza
più d’altri, confinati nei rigattieri
poveri delle stanze abbandonate
gli sfigati, quelli
che si dovevano arrendere.
capitolare. se son solo degni alcuni
allora dimentichiamoli tutti
è più democratico, inclusivo
-preferisco di gran lunga
una fiera pura indifferenza
alla nauseante parata.
ed io col cuore in mano
ve lo dico sul serio sorridendo
che me ne frego e non vi sopporto.
colla vostra nauseante parata
fate l’opposto. non vi stimo.
mi irritate. di brutto.
come la carie, la dermatite
la forfora, l’ernia.
le emorroidi.

la culinaria

a me piace cucinare
oggi ho sfornato una torta al cioccolato e uvetta passa
spolverata con abbondante zucchero a velo
e sulle cucina sobbollivano discrete le salsicce con la verza
e riflettevo sul fatto
che ho sempre amato donne che al contrario
non sapevano cucinare
quasi completamente inette
a livello basso
molto basso
tipo knorr:
acqua calda e versarci il contenuto della busta dentro
rimescola e serviti…

ed invece io le facevo impazzire
le prendevo per la gola
al secondo o terzo appuntamento
a tavola
sorseggiando un buon vino con le bollicine
(bianco per genere, per forza pare)
un risotto all’amarone
e una faraona al forno
o in padella
(adoro la faraona)
patate al forno
spinaci in padella
o cime di rapa saltate
come dessert un tiramisù
e mica con i savoiardi già pronti
con il pan di spagna fresco
40 minuti in forno a 150 gradi
fecola e farina e zucchero
uova in abbondanza
e tanto sbattimento
eppoi
caffè e grappa barrique
questa è sempre stata
più o meno la magia
e i fiori

rose rosse
ho sempre trovato regali e meravigliose
le rose rosse
nobili ed eleganti
se dovessi paragonare una donna a qualcosa
ecco
la paragonerei ad una rosa rossa.

nebbia

non sanno della nebbia
le cose sempre in vista
intere perfette. orrore.
preoccuparsi alla guida
moderare la velocità.
ci sono pomeriggi
così lunghi di nebbia
da bambino potevo
non vedere ad un palmo.
e la mia mano
era un piccolo regno.

una per la nebbia e lo spirito (che sia lieve)

oggi
con la nebbia bianca
come fumo di camino
gli uomini spariscono
e sembrano leggiadri
come farfalle su un prato
e qui di prati
non ce me sono.
so della terra
sotto la pietra e l’asfalto.
sembrano leggeri
piume o panna
anche se la realtà
è ben diversa.
la realtà
non è mai poetica
o forse lo è
e non servono simboli
per dimostrarlo:
basta raccontarla
senza raccontarsi
bugie.
lo spirito sì
s’incammina solitario
tra i pochi negozi
aperti la domenica.
è lieve.

quando s’era bambini

quando s’era bambini
si scriveva il proprio
testamento sulla terra.
piccole mani di cera
provavano lo scavo
nelle zolle argillose
aspre e dure come roccia.
gli adulti dimenticano
l’antico sermone.
si scava da bambini per forza
e per una vitalità intonsa.
per curiosità e avvolgente
interezza di sentimento.
s’aprono crepe che crescono:
un poco per quadro anticato
un po’ per smottamento
di stato. un giorno
si potrà ben dire
anche se lontani
da quella terra animale
senza o con slancio
d’aver vissuto.

soliti

soliti s’era a passeggio
la domenica al mattino
senza parlarsi. parole
poche come cenni.
sguardi a perdifiato.
io crescevo a vista d’occhio
a mio padre bastava.
e sapere ch’ero retto
diritta via non s’era smarrita.
alla distanza giusta
par tutto più asciutto
poco intrepido ma solido
apparente e sfumato
come la condensa
sul vetro in una giornata
d’agosto.

euro 6

cristo di un dio
ululavi alla sfranta periferia
d’acido e batteria
impennavi di rabbia
scannavi aria e gelo
un gennaio freddo
come non si ricordava
splendide e limpide
giornate di sole ghiacciato
e tutte le gioie impilate
nei rifiuti interrati
per vie secondarie
da senza scrupoli
negli scarichi euro 6.
polveri sottili
che i bambini ingoiano
come le sberle delle maestre
fuori binario:
pare che i bambini
debbano soffrire
ancora ed ancora
con i giochi spenti
l’aria bagnata da pulcini
smarriti -non ci sono
abbastanza incubatrici
per i prematuri
che così restano
sotto la pioggia
e tutto il tempo
che non si coglie
la mano sulla carne
la mano sui cuori.
le mani non le governiamo più.
le mani non ci rispettano.

fantascienza

la poesia è scienza
incoerente e vana
nelle stazioni frana
tra i poveri sulle grate
vaporose in attesa di buona lena
nel medio oriente di dio
odio e guerre, nei luoghi
di lavoro dove si prevarica
si vessa si dimentica si stressa
quanto diritti sono i lavoratori.
si venne al mondo ci venne detto
una volta sola
per sentirsi
maledettamente
e soli.

(prima del contagio finale)

la cinesina piccolina
s’ha di fritto misto la bambina
m’ha stretto la mano
e con sguardo accondiscendente
m’ha steso sul letto supino
dolcemente come un bambino.
delicatamente avvolgente
ad armeggiare con le carni
penombra di dolcezza
seguendo bombature e incavi
setacciando pieghe ed insenature
canto d’opera orientale
penombra d`ombre fatate
(fasciate oggi di mascherine bianche
quarantena d`anime candide
terrore di globalizzazione)
poveri frollati in olio
per pochi euro del relax olientale
e la capacità non implobabile
di farti toccale il basso cielo
con due mani, 4 gemiti, 4 ginocchi.
per maschietti e pure per femminucce
relax orientale alla portata di tutti.

la vita pare

la vita pare a volte
un mormorio d’insetti
ubriachi -mi spiavi
tra i segmenti della veneziana
l’amore tuo si pavoneggiava
ed io intrepido t’auscultavo
senza saperne il perché, né modo.
procede con latenza ed induzione
il tiepido respiro del mondo
-mi dicevi: “non parlare
ascolta, vieni qui.
non guardarmi, con la pelle
sentimi vicina
ma non toccarmi”-
sembrava venissi
con un rimpianto
ed il guanto mi porgessi
non per scontro o duello
per effetti di quel bello.
e si prona al ghiacciato
d’atti umanistici, a volte cascata
di sole. l’emancipazione
è il dardo insanguinato
ingordo e a tentoni.

chance

la nonchalance del tempo
a non lasciarla una chance
l’odore al mattino del caffè
solitaria macchinetta
che borbotta come un polmone
intasato di nicotina
i primi sguardi
impediti dal sonno
un bacio a stampo
sulla bocca
labbra secche
fiato importante
poca salivazione:
a nulla servirà
tentare la salvazione.
alta l’astensione.

scrivente

lo scrivere è la ragione d’essere
qui ed altrove: nel silenzio
della lenta guarigione
nel giubilo del dolore asintomatico.
ogni giorno è una scalfitura di nulla
un’approssimarsi del gelo.
eppure vivi occhi esprimono
la lacca che conserva
e i monti non sono poi
così distanti, né il cielo
un acquerello di seconda mano.
si fa il piccolo fuoco
la piccola eredità e infine
il lascito. cosa rimane
non saprei dire:
posso però avvicendarmi
limando e limando
credere nell’attenuazione
dello scadimento inevitabile.
né fuoco e gelo o imperizia
possono distruggere la parola
solo forse occultarla.
per un secondo.

pancia vuota

la pancia è vuota
l`ideologia è vuota
diritti sviliti
una vita
del passato già dimenticato
i giovani son nuovi alla lotta
imbambolati dai genitori
che non guidan più trattori
trasformati
in ridondanti consumatori
depressi rabdomanti
compressi teatranti
annoiati sinistri
padroni di niente.
si crogiolano nella chimica
polvere pastiglie fumo
nell’alcool nei sogni
di una improbabile ricchezza
-dormienti
senza coda né capo.
e ci sono pure quelli bravi
che fanno lavori da schiavi.
guardo in giro
e non vedo più amici
neppure facce che comprendono
il quartiere è stremato
sembra un arbusto sradicato.
sono stato giovane anch’io
c’erano tante botteghe
sotto i portici puliti
odore di manzo parmigiano
ci si salutava in dialetto
e non l’avrei mai detto
che così poco costasse
alfine la carne all’etto.

terra nostra

non avevo alberi o fiori
quando guardavo fuori
m’inoltravo nelle case altrui
perché vicine e non protette.
curiosavo tra tendine divani
e cucine fumanti
come fossi un intruso.
né petali né vivi colori
per un giovane uomo.
c’era tanto cemento intonaco
e bitume. mia madre
era fuggita dalla campagna
trent’anni prima: freddo
e una rara fetta di mortadella.
e non vedevo mare
ma sole onde di cose e sguardi.
non si ritorna più alla terra
se non per finire.

frazionamento

quale è la mano
che lanciò il coriandolo
chi gesticolò coi dadi
che fecero statistica
forgiando il bandolo?
chi disegnò l’umano
costante incedere?
fu tutt’oro venato
d’impurità zecchine?
o il tentativo d’azzardo
che secolarizza sudore
umore sentore?
è la stessa storia
per ognuno
quella che fa storia
a sé.

gli ultimi minuti

ho passato gli ultimi minuti
a pensarti. ieri t’ho guardata
tutto il giorno senza parlarti.
ché l’incomprensione e l’amore
non si esauriscono in uno sguardo
e non si spiegano con le parole
come il volo delle rondini
o l’edera in inverno che non muore.
così ho sfogliato il vocabolario
pagina dopo pagina e parola
dopo parola ma non sapevo
più che cercare quando
ho captato il tuo profumo
invadermi cavità e spirito
quando hai steso le tue labbra
sulle mie -stavo per dire qualcosa
ma è sfumato. qualcosa di frivolo.