amour fou

le puttane baciano il sole
e si riversano nei campi bruciati
dove auto sulfuree sposano
uccelli tiepidi. le puttane
non amano il baciamano
vogliono i contanti
non si sa mai che la moglie
abbia il conto cointestato
o una qualche priorità.
ciò che è stato è stato
vieni adesso vieni subito
ma senza smancerie
e parole dolci
senza sensi di colpa.
noi non ci amiamo
per questo ci compensiamo.
per questo saremo soli
solo amanti nei campi.

esserci

calano i ghiacci
c’è il virus
finisce il petrolio
non ci sono più
le mezze stagioni
hai mai pensato d’essere
una pedina -dove ti spostano
tu reciti la manfrina.
non hai tempo libero
non lo sei
libero
hai mangiato la foglia
sei la folla. la vedi
uniforme e melensa
fuori dalla mensa
quando le cicale cantano
all’unisono
un coro di frattali
che non hanno mani
e si condensano sul vetrino:
veniamo studiati
esseri a tavolino.

non faccio

non faccio niente
guardo la gente
e non mi piace niente
io quel che vedo
o sento poi
come un odore
un sapore.
metallo raro
acido tra le papille
e le pupille piccole
vedere lontano
ciò che è vicino.
non faccio niente
sento le cicale
nel giorno normale
sono cosa speciale
senza auto fabbriche
l’orrore muto del lavoro.

si sveglia piovosa, Lisboa

un portento il vento
poderoso infiltrante
soffiante errabondo
scava nella facciata
del palazzo forte
ha visto passato
diverso e possente.
a Lisboa l’oceano
porta aria fresca
non come la soffocante
pianura industriale.
si respira anche con più
di trenta gradi.
a Lisboa l’odore
del pesce. e si vive
tra cielo e mare
in pace. pace sofferta
perché a tempo
come la vita.

Santuario Nacional de Cristo Rei

a Cristo Rei il mondo
inizia e finisce. dall’alto
tutto splendido e tutto
così distante. rombano
i pneumatici sull’asfalto del ponte
25 de Abril -sembra d’essere
a Nuova York. semplificata
liturgia del Cristo dissolto
turistas a caccia di selfie
famiglie intere disperse.
sotto gli ulivi recenti
macerano le colpe:
io ho peccato. loro
hanno peccato.
siamo peccatori ed io
ho tutte le colpe
ma all’inferno non ci vado
perché sono buono
e non ci credo. eppoi
i buoni sono destinati
comunque a soffrire. sempre.

eccellenti

non sono triste
è che voglio vivere
e non trastullarmi
con ingredienti casuali

armamenti degli armatevi
e partite -dei ciarlatani
dei pavidi degli infidi

la notte non porta consiglio
dormo bene e non sogno.
ho qualità e difetti
i difetti li tengo per me

naturalmente

anche se salgono in superficie
come cadaveri eccellenti.
mai stato allo stato dell’arte
nel flirtare con la finzione.
né con l’illusione
si fa da padre.

dove sei Pessoa?

————————————Lisbona, 13 Giugno 2022

garrisce forte il gabbiano alle 7
nel cielo spaventosamente
grigio. l’osservo dalla camera
il vento fresco viene dall’oceano
come gli aerei rombano. forse
pioverà o forse no. le salite
di Lisbona sono un’esitazione:
dormire o veglia. scendere o salire.

la vista

s’inerpica la vista
oltre le lamiere ammaccate
della vecchia fabbrica fallita
dove sono finiti gli operai
che al mattino maledicevano
il capitale? inciampa la bellezza
nel cemento disamorato
e mura ingrigite e annerite
di smog. le vecchie
col viso ancora coperto
vorrebbero vivere
più dei giovani
più del lavoro
più delle stelle
che la notte fa sparire
con i lampioni a led.
maleducati e indifferenti
i giovani sembrano invece
già vecchi e non vivono.

conchiglie

la città è porto di mare
anche se le conchiglie
sono ornamentali
e la sabbia è cemento
brutale. la mia voce
è nel chiacchiericcio
di stanze vuote
ribadisco la mia astensione
a questo atteggiamento
di superiorità
e indifferenza.
ribadisco: sono uomo
e pensante persino
se lo dici oggi
passi per cretino.
eppure sei vivo
e ti fan credere
d’essere superfluo
ed inoltre inquinante.
sai cosa fa davvero
paura?
che tu sia fieramente
autosufficiente.

non c’è più tempo

non c’è tempo per nulla
oggi. forse per il sugo rosso
pomodoro industriale
con poco sapore acido
a far da consolazione
gli operai sono in catena
io li osservo stavolta
fuori dall’arena: m’accontento
della periferia esacerbata
che non guarda nessuno in faccia.
profughi lavoratori
immigrati emigrati
impiegati e barboni
capitani d’industria
tutti sono poveri cristi
lobotomizzati. hanno detto sì
una volta di troppo. è finita.

anni e anni e

gli anni s’impilano
come semilavorati
della grande industria
serie limitata e numerata
che porta ad una soluzione sola
così bisogna tentare di sfuggire
alla ripetizione -solo che oltre la scuola
lavoro famiglia resta poco e nulla
annichilimento delle idee personali
della propria modesta storia
resta una monotonia una sbornia
un intervento al cristallino
un no secco al padrone
la nascita di un figlio
il primo pompino salivoso
una levata brusca al mattino
davanti ad un’alba dorata.

mania

le 15 di un lunedì di giugno
il silenzio ha invaso tutto
penetrato nell’intonaco
dei palazzi stanchi e nei mattoni
scricchiolano come cani doloranti.
le mie mani inquadrano la periferia
tonfo degli squilibri e della siccità:
sono diventato altro che è quel silenzio
e la mia mania di comprendere.
sono diventato complesso articolato
sono ritornato io -mi faccio da padrone
per ora sono fuori da ogni questione.

sapidità

siamo poveri ma infelici
in parte coi pantaloni lisi
e i lineamenti decisi
da qualche creatore
che se ne sta lungo la linea
a tirar fuori i pezzi storti
e sbrecciati e strinati.
infila mani e piedi
e visi mediocri
e braccia corte
e dita mozze.
e lungo il trainar della macchina
il sudore e l’odore sporco
il grasso degli infelici
dei distratti dei redatti.

svanisce

mio padre svanisce
è ancora soffio nell’aria
ma va scemando.
un tempo sentivo
la sua stretta di mano
il dopobarba. il toscano
violento e pungente.
ora invece i cinque sensi
sono assenti. è idea
grumo di picchi
nell’encefalogramma.
nel battito di ciglia
una pelle d’oca.
mi stringo tra i viventi
e dei morti il ricordo
non ha più odore
né calore di pelle.

natalità negativa

c’hanno schiaffato al muro
c’hanno detto o così o sei fuori
l’ossessione dei diritti
la dittatura dei diritti
ma questa non è la libertà
tanto decantata
tutta pubblicizzata
e scolarizzata
chi l’avrebbe mai detto
che lo stato sarebbe stato il nemico
lo stato mamma e papà e assoluto
lo stato della kultura prezzolata
dei redditi garantiti
io ti elemosino un salario
ma poi fai come cazzo mi pare
lo stato padrone:
sei cittadino e sei mio.

solista

strani pensieri mi riempiono
la testa. il cuore è sgonfio
invece come una luna lontana
d’un pianeta disabitato.
certi giorni sono sciocchi
e le poesie non esaltano.
certi giorni si gioca in difesa.
certi giorni la malinconia
non è una scelta. allora
si riempiono gli occhi di gioia
fra un semplice zuccherato
ed il dettato della natura.
sussulto di vitalità latente
tra una mano giocata male
e la statistica. i bordi e la voce
forte e lussuriosa del solista.
e ulteriore segno della mia distanza.

padrone tu?

tutte le realtà fanno niente
eppure salati e zuccherati
abbiamo costruito niente.
casa al mare e tre lavori
la macchinona la moglie buona.
bollette e ricevute -fatture
e riti vudù. censure e chini
il capo -il padrone non sei più tu.

di quale odore

odora di metallo la maglia
e i pantaloni: oggi sono impazzito
mille volte col saldatore in mano
cercando una soluzione.
ma il mio sguardo umiliato
cercava la luce del creato
fuori dal posto di lavoro
dove vado a crepare lentamente
ogni giorno che dio mette in terra.
non m’interessa il mare
non voglio il reddito: voglio
una casa mia e il mio tempo
tempo per sembrare vivo
e lottare. un po’ m’amo.

com’è morta la città

com’è morta la città
senza le puttane sui marciapiedi
le loro cosce tornite
in quei vestitini di plastica
col culo al vento e le tette rifatte
che trasbordano come insaccati
da succhiare e leccare
in una viuzza nera senza lampioni
col cazzo duro come marmo
e la voglia matta d’infilarlo
punta di trapano in calore.
com’è morta la città
che piange se stessa
in cerca di sentimento
che non è mai stato
e non si sa chi ha esalato
un ultimo misero fiato
com’è morta la città
nei capannoni di cinesi
e alimentari paki
periferie scotte
e uomini di pietra.

il male

vi ho visto buttare
merda
sulla vostra gente
vessarli e rigettarli
impiccarli per le palle
per una semplice idea contraria
al flusso generale
vi ho visto
vi ho sentito
è stato tutto registrato
e non vi dimenticherò mai
ogni generazione ha la sua guerra
e la sua fetta di dolore
io finalmente ho vissuto la mia
e vi condanno
e non vi amo
non siete della mia pasta
mi dispiace per voi
ma siete il male.

la Settima di Sibelius

ho acceso la radio
e dentro esplodeva
la Settima di Sibelius.
mentre intrecciavo
e saldavo fili di rame
pensavo d’ascendere al paradiso
la pelle rovesciata in milioni
e milioni di fulmini e torrenti
ed enormi cascate fragorose
e la pelle d’oca era un orgasmo
di vita saettante. splendida
barricata alla paura.
la musica mi salva ancora l’umore
e la vita: con lei mi pare
di non dover morire
e vivo oltre il cento per cento
come una fiamma
un vulcano e le maree.

ricchi e poveri e ricchi

sono povero
sono semplice
sono ricco
sono complesso
sono cieco
sono il firmamento
ma non c’è il fuoco
mi hanno minato e sminato
intorpidito essere pensante
più pesante e assente
nella coralità pecoreccia
e non superiore di luce.
la lotta è una vana sicurezza
una vacua promessa: nessuno
rinuncerà a qualcosa
qualcuno sarà padrone di tutto.
andremo al mare
perché costretti al sorriso
e in gallerie perché rimossi.
ora mi sciolgo al sole
sublimo sublime apparecchio
che non vola.

il lavoro è finito

il lavoro è finito
c’ho dato un taglio
non lavoro da casa
non m’hanno sfrattato
ho l’orgoglio intatto
così al parco steso sull’erba
come una lucertola solitaria
posso sentire
l’odore della libertà
e gli uccelli tutti in coro
non elemosinare un’armonia:
si nutrono di vermi e bacche
e non vendono il loro tempo
pensa che bello vivere liberi
senza lavoro e il ricatto
d’uomini senza scrupoli
né le risatine tra i corridoi
e le parole finte.
pensa cos’è realmente l’equilibrio
la serenità e la bellezza sulla terra
e come noi abbiamo perso
tutto per un pezzo di triste
pane industriale.

fuori

stamattina guardavo fuori dalla finestra
e mi venivano parole come popcorn scoppiettanti
e sinistri disegni -incubi di verbi e nomi.
dopo il caffè e la scuola e l’ozio
giungono poesie come ratti e cinciallegre
come grasso che cola e saldatura di stagno
bit d’integrati e ordini di padrone
belanti bipedi agli ordini del caporeparto.
possono sembrare un tozzo di pane
un’elemosina un punto nero da schiacciare
un po’ di latte che cade dal tetrapak piegato
o può sembrare la vita che si dischiuda come petali
di pianta carnivora. tu lasciala colare
come umore dalle grandi labbra
bevine più che puoi. rotea quella lingua vogliosa
nella carne rosea umida e tiepida.

corpi all’asta

la merda resta merda
la puoi lucidare -lucidala!
la puoi odorare -odorala!
e persino cibartene
come fanno taluni acuti
intellettuali di tutte le stagioni
e come fanno gli operai d’un tempo
e i ‘pecoralavoratori’ felici
davanti alla tivù a far da cucù.
impegnati da calcio vacanze e ‘ammare’.
‘pere’ d’immagini posticce
per i tossici d’invenzione
draconiani inoculi per servi
pozioni mortifere.

i demoni

in mano ai militari
esercitazione d’anime morte
in mano ai padroni del vapore
i filantropi democratici
demoni che depopolano
scartano e illudono
col calore l’auto la casa
l’acqua il divano.
qui vicino spezzano
a colpi di gran martello
il cemento armato
di una fabbrica che fu.
è giorni e giorni
che provano a sradicare
l’anima di metallo
e la roccia artificiale.
dalla mattina alle diciotto
due operai impolverati
e stanchi -uno è giovane
deve pagare le pensioni.
tutto quel lavoro per niente
per un piatto e un mutuo:
sopra ci sono loro
loro chi? alieni che non depongono
mai le armi. alieni che ti possiedono
e pensare che ti credi libero.

opinione

di secondo in secondo
le auto l’aereo la moto
cerchi dentro un accento
un’area uno scopo
eppure il tempo indifferente
ti calca sulla fronte e se ne va
nell’odore di benzina
in quella latenza mora o viva
che tutto si porta via.
nella macchina nel lavoro
siamo i prodotti e i consumatori
le mole rotanti i diserbanti
le coccole gli ingranaggi
ed il calore dell’estate
non è nemmeno un’opinione.

una birra

quando hai tanto tempo da perdere
assume tutto un altro sapore.
guardi i fiori e gli insetti
e ti chiedi come sia mai potuto accadere.
alzi lo sguardo oltre le auto
le case storte e ammucchiate
gli sguardi vacui e indecisi.
è maggio di calore e umidità
ti prende alla gola e pure la noia
è preziosa. le parole non hanno senso
un senso relativo -un sesso degli angeli
e forse gli sguardi sopra
hanno un accento di senso
una polverosa esecuzione.
lo stradario s’infittisce
ed ho la gola secca -una birra.

ritratto poetico

mi ricordo che venne a casa
ci sentimmo su internet
eppoi subito il cell
perché all’attenzione
deve seguire la carne.
me la scopai sul divano
vecchio
c’era forse ancora l’odore
di mia nonna
morta poi sul letto
rigida come marmo.
la sua bocca sapeva di nicotina
anche se non l’avevo vista fumare
io non sopporto l’odore del tabacco
e dopo esserle venuto dentro
perdemmo il goldone
dentro la sua figa larga come una galleria
(aveva avuto un figlio
e l’aveva lasciato a qualcuno a Milano
non ricordo a chi)
e fu caccia al tesoro
mentre un sorso di mestruo
sobbolliva come lava
(certificava d’essere in quel periodo lì).
se ne andò subito in bagno
ma non riuscì a recuperarlo
gliel’avevo spinto su su
fino allo stomaco
lo vedevo in fondo agli occhi
dove il cristallino romantico
sfiora l’intelletto e la vergogna
e quel senso di solitudine
che ci spinge
tutti
ad amare qualcosa in qualcuno.

parco

il parco ora verde procede
per tentativi come gli uomini
che calpestano la sua erba già secca
il caldo improvviso scuote equilibri
mangiano gelati scadenti all’ombra
con una musica di merda e buttano
a terra. animali si perdono nell’aria calda
i padroni affettuosi li chiamano figli
ma qui nessuno li fa più
solo gli immigrati in quantità
continuano a figliare -vedono un futuro
che noi escludiamo a priori:
forse si vive una volta sola
e per questo nei fine settimana
si va al mare.

non fa niente

i tetti cotti e stracotti
dal sole forzuto
ci stiamo a guardare
fra terrazze e giardini condominiali
con l’intonaco sfatto e le crepe
e le urla animali: cani gatti e donne
i nipotini corrono a scuola.
facce da schiaffi e nonne con la spesa
il bus accaldato e i freni delle auto.
non c’è mai silenzio e se ci fosse
si paga.

stanati nei caldi motori
accrocchiati sonnambuli
non percepiscono che il buio:
la notte scaraventata nella solitudine
di saltimbanchi e nero fumo e seppia.
fabbriche occulte furono tane di mondo
e movimenti ripetitivi per quattro soldi
bucati. s’inteneriscono i bivacchi dei santi
e degli antropologi: tutti pagati
per sostenere e reiterare potere.
ci sono posti che non sanno di nulla
e prospettive sghembe e futuriste
di città malfatte. la periferia
è una esalazione di candeggina
piscio e calcare. ondulato eternit
incancrenisce il non saper fare.
si è stati pulcini e ora si può finire
con una sacca in testa, di pensare.

la notte è un treno che s’infila
nell’oscurità relativa di rotaie
alla deriva: i miei occhi lontani
dall’acciaio e l’elettronica fredda.
ogni giorno si muore irrorati
di pioggia e sudore. ogni giorno
vengo a te con più ardore
e indifferenza: il mio lascito
tangibile ed ascrivibile.
un’orma che poi è calcificata
e sommersa. torna tra un millennio
contornata d’illusione e teorie.
guarda queste vene e dimmi.
dimmi chi sei stato. cosa.

non c’è natura buona
né uomo: cambiamo la pelle
come insetti e rettili da milioni
d’anni. non abbiamo niente
se non frutti e piante che ci insegnano
e sfamano. forse non siamo di questo mondo
di questi nani che comandano
forse terra di serra per colonizzatori
assetati d’adrenocromo. i bambini
fertilizzante e i vecchi inutili.
tutto a nostra immagine e somiglianza.
tutto frequentato dal male
e non si ricava nulla.
adattarsi e perire o lottare.
vibrare e tendersi nell’aria
o nascondersi come il granchio
a riva o sotto ciotoli.

i morti sospirano nelle camere
hanno abbandonato il mondo
ma ancora pensano. nelle lenzuola
tengono gioie e dolori. mai
se ne sono andati ma non torneranno:
i loro panni stesi s’asciugano al sole
si bagnano sotto la pioggia.
è il loro dolore che manca
divenuto terra e cielo.
acqua e comunione.

musica lieve
leggera malinconia
fuori tace il mondo
pochi uccelli e un gatto.
le piastrelle si contano
poco per volta con la tv
spenta. sono vivo:
non lo urlo e sono paziente.
tempo al tempo, controvento.

giochiamo ai piccoli alchimisti
con questi giorni che avanzano
veloci ed i nostri mestieri cancellati.
i salari depressi i sindacati nefasti.
tutta la solitudine d’una cascata
d’oggetti. tristi. silenti e drogati
d’evanescente illusione.

ho fame. sono le 19.
m’inventerò qualcosa
e cuocerò tutto sui fuochi
della cucina. ho lasciato
il lavoro perché m’ha
esaurito. il cielo fuori
è discreto: non mi fa
sentire troppo solo.

cucinerò. ecco cosa farò
questa sera mentre fuori
non tacciono le nuvole
col loro pianto sacro.

sarò creativo e pragmatico
allo stesso tempo: ricetta
sostanziosa e non banale
ma veloce. nascono capolavori

innati con la forza dell’uomo
ai fornelli accesi. forza buona.

non so se dio esiste
dal marcio putrescente
dolore e morte
melassa d’odio
non pare esserci fuga
occhiuto sulle nubi
tra il sole ed il buco nero.
così siamo soli
e non troviamo scusa:
tutto il male c’appartiene
ci tiene in vita. nervi.
questo il paradosso.
e questo il carburante.

senza lavoro che si fa
non si mangia non si pippa
non si chiava ‘non si fa lo sborone’
col macchinone e non si fanno le vasche
antiche piazze medievali con le spirali
dei pneumatici usati. s’esce alle 17
senza straordinari sennò si fa il safari
fino al venerdì e poi ‘bona lè’ si canta
si urla si straparla si sfoga la frustrazione
bei tempi delle vanghe degli stagni
del cicco della buchetta del nascondino
oggi la città è l’arena: ci s’affronta
senza senno senza senso senza sesso
come i tori ed il torero guerriero
t’osserva alieno. vuole la tua decapitazione.
il sangue già cola come il grasso
delle guarnizioni e le polveri sottili
e i trucioli piantati nella carne
ogni truciolo un capriccio
non dire dado se non hai un filetto
eh vai che trovi qualcosa
basta avere pazienza eppoi ricominci
sino a sera con la serie e i dialoghi
insulsi coi colleghi che odi
e il mal di schiena e i calli e le orecchie sfonde
l’acido nello stomaco il prurito del gomito.
senza lavoro senza lavoro senza lavoro.

senza sacrificio non esisto
e non scrivo se non per me stesso.
steso al sole lavoro
e lavoro al largo sulla nave
e mi stempio sotto l’albero
nel primo tepore. ancora
non mi capacito dell’errore
e del tentato. guardo le auto
e tutto il rumore è un’orchestra
dodecafonica. ma io sono fermo
e sento il mio polso:
pulsazioni normali
e quasi freddo
determinato.

dimissioni volontarie

per il licenziamento non serve più la carta
serve la pec e l’identità digitale
perché per loro non siamo più corpi
ma esperimenti di carne. un’idea di macello
uno strato di grasso da contrastare.
siamo troppi e divisi. conflittuali
e attaccati alla pagnotta. così un popolo
si sfalda e guaisce in silenzio. così
la modernità è una scure tagliente.
così non si può amare un futuro.

cos’è la modernità
è crollo demografico
è crollo dell’arte e del cielo
è crollo del pentagramma
della virilità della pace
dell’uomo maschio
del focolare e della felicità
cielo di piombo che stringe
duro cappio al collo
al povero e sfruttato.
periferie scheggiate
e vilipese senza soffitto
e umidità di temporale
non c’è acqua potabile
ma tanto fiele. che cos’è
la modernità? si ritorna
indietro senza ragione
o con la ragione dei
deus ex machina 
del grande capitale.

sono stanco. molto.
gli occhi si chiudono.
non potrò certo tollerare
tutto il dolore del mondo

lo chiuderò fuori dalla casa
porta blindata e piante aromatiche.
nel frigo ho tutto ciò che serve
la casa ha muri forti.

ordinerò i miei dubbi
metterò a posto il divano
le piante. il cane immaginario.

prendo un pezzo di formaggio
dal frigorifero che vibra.
niente di meglio, niente di più.

desiderio d’essere positivo
non allarmarmi per la gazza
e il cardellino. cresciuto a tagliatelle
e buono ma mai stato gruppo
solo incandescente a tratti
morigerato umano. confesso:
sono nelle rubriche di pochi
con salti e annegamenti.
è che sono me stesso
con assalti e i pindarici.
con stop ed i refusi.
confuso da sempre
e mai salvo: perché
non è salubre la vita
né le sue variazioni.
il gusto ed il sale
zucchero e amaro.

è un pomeriggio tranquillo
con zone d’ombra qua e là
lavo il pavimento
con acqua calda e varechina
l’odore pungente e dolciastro
ricama volute insensibili
nell’aria ricca di CO2.
mi lascio scivolare il mondo
addosso: le sue meschine
rimostranze e la nenia
dell’uomo medio -incolore
come una menzogna.
esco e rientro: il pattume
è stato abbandonato
nel luogo consono.

il tempo è quel che è
grigio -tumulato nell’onere
della vita. mi sciolgo
e non ricompongo le delusione
mie e di tutto un genere
non consapevole e miope.
la carne è un’onda anomala
che non ha niente di sé.
schiavi e censori di sole
eremo la mia testa di ponte
tra un presente molle
come capitani pavidi
e un futuro ascendente
di sapere e relativa gioia.

torna il rumore dell’uomo
pure se le macchine
non erano spente
le presse esercitavano
la compressione delle menti
e l’odore dell’olio emulsionato
corrodeva le corde vocali.
era un tempo bislacco
due anni di pene e bugie.
attorno all’uomo capita
assai spesso che l’invenzione
sostituisca il contenuto vero
il cuore del problema
sfruttato dai media.
e ora che il rombo del traffico
tracima mi sento di nuovo
cittadino inesistente
e mi viene da maledire
il mio vicino di casa
di lavoro. di campo santo.

mi sveglio al mattino e penso alla fabbrica
e pochi minuti dopo son lì
come se non avessi vissuto
la sera m’addormento
e ho ancora la polvere nelle narici
l’odore della saldatura di stagno
la polvere degli strumenti
la pasta salda tumorale
penetra nelle pelle scuoiata
deliberatamente deboli
deliberatamente estromessi
vaccinati con l’indifferenza e l’odio
questi sì obbligatori
nel mondo a poche dimensioni
dello sfruttamento orario.
e fummo deboli e oppressi
con l’acqua calda e un pasto caldo
un tetto sopra la testa
e un’idea di rivalsa
sfumata e mai sopita.

dimmi

dimmi che vuoi e non ti dirò
chi sono cosa faccio come vivo.
sono un poeta, rispondeva quello
e cosa faccio? vivo. tuttavia la realtà
è che sono un operaio e mangio
tre volte al giorno e stuzzichini
nelle due metà in calando. un rebus
facile per un sociologo. uno scantinato
per un architetto di periferia malata.
una di quelle piante miaturizzate
che crescono nelle crepe del marciapiedi.
un tozzo di carne calda che mente quasi mai
a ha l’oro in bocca la mattina il pomeriggio
la sera. ma non sono saggio o qualcos’altro.
non me ne vanto. sono complesso e tanto.

forza

mia madre cammina a fatica
le manca l’ossigeno
affannata si porta dietro
polpacci cosce e piedi

il dottore chiede accertamenti
ma lei non vuole
è sempre stata diffidente
stai lontano dagli ospedali

non fidarti dei dottori
falsari seguono protocolli.
le porgo il braccio
così si sostiene

e sembra tutto normale
come quando aveva trent’anni
e stava in fabbrica
allora era furente

abbatteva caporeparti
come sequoie secolari
segate ed intagliate
era forte e orgogliosa

un giorno le dissero
che doveva cambiare reparto
si oppose con forza
e non le fecero niente

alla fine la determinazione
paga. e la dignità insegna
al legno nodoso a tessere ricami.

il cielo è un arcobaleno
le nuvole se ne vanno
dove io non posso.
resto attaccato all’osso
da bravo ex cristiano
da bravo ex comunista
da ex operaio
e da ex amante dico
che c’è un tempo per amare
e uno per scopare
che c’è un tempo
per vendersi al padrone
ed uno più importante
per non far nulla
(ora sto qui sul prato
ad osservare attento
api sulle margherite
in un posto al sole
coll’odore della libertà
sul viso sereno).

siete stati democratici
sino a che v’è convenuto
riempiendo tasche e non vissuto
poi sono arrivati gli improvvisati
rivoluzionari a chiacchiere
hanno arraffato poltrone
e salari fantastici
e si sono ingozzati di reflusso
un po’ acido ma meglio molto
del lavoro. e così siamo più poveri
di prima e senza più un senso
ci svegliamo la mattina
con le ossa rotte e i nervi sfatti.
senza più una visione
senza l’informazione.
senza l’illusione di non contare un cazzo
comunque, sì. senza l’illusione
è questo è più amaro, sì
d’un pur improbabile avanzamento.

cosa avete fatto?

avete bruciato i corpi
silenziato il dubbio
distrutta la libertà
ed i suoi derivati

calpestate le menti
arroganti bastardi
calpestate le menti
servi del disegno

che molti anni dopo
c’incatena al difetto.
oggi cantano ipocriti
con le loro bandierine

veline dell’impero.

*

alle due del mattino
gli uccelli battibeccano
in giardino, l’ultimo dei rami
un casino! cinguettano
furenti come scontenti.
è il caldo che macina.
i forti di spirito militano
in camera -sonnellino.
sudano sul cuscino.

e loro ridono

e loro ridono
ma non c’è nulla di divertente
e la gente soffre
e io non posso niente
e forse non mi frega un cazzo
da qui all’eternità
penso al pane
a quanto costa
e ai rubinetti chiusi
nessuna goccia
nessuna perdita
penso a me stesso
alla mia famiglia
ai miei libri
e alla mia musica
le note son sempre quelle
e l’alfabeto
le parole stanche come operai
non specializzati
gli stati sarebbero da abolire
cosa cambierebbe?

senza titolo

mi riferisco malamente
e di sangue rivivo
sgorgo come l’orco
di fronte al predato orso
accorso al corso di preda
e predatore. orrore e sia!
orrore sarà per plebaglia
inconsapevole. nero seppia
buio incommensurabile
non misurabile.
succo di bile. espiabile.
di sangue rivivo
semiserio semidio.

mo’

non c’è parola vera
che salva, ripulisce
il corpo d’un umano
che d’umano non ha
nulla. non c’è, hai voglia
ad incipriarsi, apparecchiarsi
a lume di candela
con la sintassi che rotola
come sassi d’una montagna
che s’arrotola: tutto ha una data
di scadenza anche l’umana
essenza. trovala tu la parola
che depura, imbianca
come l’artigiano la stanza
in questa vita strana e stramba
che ci da una decenza
di cui non faremmo senza
ma perduta da mo’
non so da quando
per quanto l’innocenza.

la poesia è nella teca

non c’è poesia
è finita con la mancanza di umanità
una umanità serva e manipolabile
che si crede intelligente
furba e potente

perduta nei pensieri minimi
negli insetti che sono
minime vibrazioni di desideri

quando ad ognuno di voi
daranno i voti
smetterete di sorridere

voti alti a chi seleziona il pattume
voti bassi a chi supera i cinquanta

oppure vi piacerà come cavie
amare il carnefice buono
con gli occhi inespressivi

ecco l’umanità
nuda e cruda
nuda. cruda.

e ci sarà una Resistenza
andrà sulle montagne
imbraccerà un libro.