in un anno
senza il callo
dodici mesi
di bugie e ipocondrie
il popolino affranto
quanta cultura
è impostura?
quanti nei
nella scatola dei cioccolatini?
quanti manicaretti scotti e secchi?
il popolino spopolato
bastonato ma infelice
dodici mesi dodici
di neo primitivismo:
a comando saltella
come una pecorella.

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democrazia dell’immagine
non ammette regola
nemmeno un riavvolgere
di spago o fune.
così s’accascia l’uomo
in un furor d’estetica:
nessuna risposta
da un cadavere che fa pena
e transige su ogni cosa
delega munge.
parola atrofizzata
che menomata in risacca
stagni putrescente.
e se i poeti peti dormono?
e gli scrittori temono?
e gli intellettuali baciano culi?
nel cibo soltanto
resta l’illusione
di sembrar se stessi
un cibo di rifiuti
una glassa zuccherosa
che obesa informa
e sforma. così è proprio
questo l’uomo che si serve
delle flaccide carni
per strozzarsi da solo:
un fantasma democratico.

nati e sputati
soffriamo di bende
accecanti e d’un potere
stringente che disfa ed opprime
dirige convoglia imbroglia
afferra cancella intontisce.
il mio cuore e le frattaglie
un po’ atrofizzate e solitarie
domandano una fetta di sole
ancorato ad un buio di pece
esterrefatto catrame alla luce
pendente di noia e lacrime.
trincee di nervi e cartilagini
bunker per solitari
sorreggo la mia pena
come la fiaccola di Diogene.
cauto o incauto non importa
resisto ed assisto: sono la mia cura
e la luce. in fondo al tunnel
d’un illusione di stato e merito
quella luce iridescente e vera.

le piccole ore del mattino
puntellate dai passeri
illuminate da fioca luce
il freddo nelle ossa
il guizzo dei ladri
l’alba. sotto le coperte
calde e morbide:
non dormo per empatia
la materia inerte
come un sogno non finito.
come il mare lontano
che non odo. del sole
la stazza calorica.
le piccole ore del mattino.

questi umani
su due zampe
sono disumani

cani arrabbiati
contro altri cani sanguinanti
posizionati come pedine meschine

sciocche e repentine
manipolati e sono calati
a loro insaputa nel gabbio

a far la guerra ai simili
ma non sono più intelligenti
no, non sono più intelligenti

sono squaletti ammaestrati
avranno lo zuccherino a fine turno
sono i campioni d’una vita estranea

la vita è questa discesa?
senza carne e libero pensiero
cosa siamo? fieno?

i bambini sono fuchi ammarati
girano la testa a comando
sono delatori e robot
di pongo

i bambini vengono raddrizzati
come chiodi deformi
punta ottusa e capo sbeccato

li peggioriamo li peggioriamo
difficilmente la libertà
farà un gran falò

degli schemi mortali
che s’impongono dall’alto
come meteoriti e dogmi

d’una religione sputtanata
(ora la scienza comanda
uno al posto dell’altra

un dogma tira l’altro
come ciliegie amare
come dolcetti scherzetti)

i bambini sono drappi traditi
i bambini vogliono solo giocare
sono santi i bambini.

ma voi deformi e ipocriti lo sapete?

c’hanno rotto i coglioni
con le amenità
i vetri puliti
i concetti specchiati
ora non c’è più nulla da ridere

le parole le usano per farci l’amore
la neolingua è una vipera
nascosta sotto ogni ciottolo

schioccano le dita dei padroni:
soldati in avanscoperta
creano i temi e le pulsioni

le melodie sono fatte a stampo
i criceti corrono e corrono
la ruota gira

ma i soldi nel conto corrente
sono sempre meno.

ai poeti che muoiono

——————————-a Lawrence

i poeti muoiono cazzo
e lasciano profondi solchi
sulla terra secca
li vedono solo i ciechi
e strani umani con spesse lenti
e posture elevate
oppure i santi e le puttane
con o senza sifilide
i poeti muoiono cazzo
come il pompiere l’idraulico
l’operaio tutti i giorni
alla catena di montaggio
le ultime catene sono calamite
per nostalgici e ideologi
acquasantiere di nomadi
e gonadi intellettuali
i poeti muoiono cazzo
con il bastone in mano
e l’albero della vita
come un bonsai sulla scrivania
fiorisce la sera sghemba
senza morale e limature d’osso
in qualche attimo di luce
hanno dalla loro la carta
ed il velo di un’innocenza perduta
hanno contro di loro l’umanità
dio ed il mondo intero
e una penna che sbava.

il latrato intubato della lamiera
vicino alla pressa idraulica
barrisce l’aria compressa
esala l’olio esausto
stremati dadi rotolano
dal bancone lurido
i corpi maledetti dalla produzione
scalano montagne
si giunge esterrefatti (quando si lavora)
alle 17. cuore e batticuore
martello e saldatore
il premio una montagna di debiti
corruzione e mele marce
pontificano sui media vuoti
un unico muro di melassa
preregistrata: tengono a te
come alla scabbia. improvvisi
i fiori attendi in quelle crepe
nei muri. pensi a sopravvivere
ogni santo minuto terreno e respiri
una nenia di sale. sei pronto
a morire al telegiornale
mentre quegli alieni
col culo al caldo
ti fanno la morale?

così morti e disumani
sono mostri mascherati
gli uomini sulle strade
non si fugge dal terrore
l’odio è una fredda minestra
il terrore è il loro sudore
cala la notte e neppure
le puttane riusciranno
a concepire un giorno.
i sensi sono refrattari
a questa non vita.

celebriamo lo stanco rito
dei giorni eruttanti e affannosi
lo spegnersi vorace della ruga
sul viso e le sfinite labbra
che appaiono la notte
tra le piaghe della nebbia
la valle oscura satura di gas
celebriamo l’avvento del giorno
coi rombi e i tuoni dei tir
che si mangiano l’asfalto
e
vogliamo un attimo di quiete
un anfratto di culla
come tornar fanciulli
in quegli anni distanti
decenni di giochi e risa
quel pullulante ondeggiare
di piuma. quel pastrano fugato
che opacizza e squama
quel timbro che ispessisce e muta.

come il poeta vede le cose
le cose semplici che schiacciano
il caso e inneggiano al sempre
come il poeta chiude gli occhi

e si riversa nella nebbia
nello scambio di calore
tra il suono dell’aereo
il bozzolo e il fiore

come ti giudicano silente
al di sotto del cielo
e negli sguardi cattivi della gente
ed in quelle bocche di pietra

che affannose e spente
cercano di mordere le labbra.
come il poeta è vivo anche quando muore
ti sento negli organi molli poeta

offro all’altare del mondo
il mio stoico sorriso
il tempo è la mia scabra morale.

ho lettere e parole sporche
che intingo nell’inchiostro
e faccio l’uomo che non è bello
ho lettere e parole sporche
che fanno male all’ottimista
al neutro al moderato
a quell’incosciente che vive
per i soli fiori e un bacio.
ah vallo a sapere vallo a sapere
quanta energia serve
per essere maleducato
mi sono sognato: ero io
ma con tutte le parole cattive
un discolo anarchico all’asilo
e la maestra non mi capisce
la maestra ora è un’educatrice
vedi che le parole sono involucri
ognuno ci mette quel che vuole
ognuno muore perché lo vuole.

presentatemi un senso
qualsiasi ossesso che tinge
intinge il biscotto. oggi
alle otto credetti
d’essere goffo
invece fu abbiocco
l’uomo com’è sciocco
non è mai centro di niente
è attraversato e a lato
solo traversato da un fuori porta
come tergiversarsi
sparendo nel gorgo
quel mulinello di canna
che inizia in utero
e si sperde in esca.
che fretta d’immalinconirsi
che fretta di rimembrare.

ehi uomo rimembri ancora?

i bambini piccole schegge
piroettano nell’aria
come son lontani i tempi
dei prati e dei mari. se
le frustrazioni giganti
dei padri calano come cupole
cupe nei crani infantili
cosa viene di buono
dal gioco e sudore
delle fronti? inciampa
ogni volta la civiltà
nella giovinezza piena:
l’esplosione verrà
tutto viene a tempo suo
se annichilito e costretto.

gridi

gridi forte le tue perturbazioni
sei colori smottamenti interiori
una luce che scarna e pietrifica
insabbia e fa il suo mestiere:
la faccia di sole e il nascosto
volto che cela. creatura che incarni
la fede nella vegetazione e
la perturbazioni dei lemmi e dei casi
creatura double face mi farai impazzire!
giorni di chiamate telefoniche
e argomentazioni stoiche
per palati forti. eppure siam qua
a leccarci le mutue ferite
a non intervenire.

lanterna rotta il cielo
a metà nero e sole
affettato di fresco
il rumore dei bus
e delle auto -la città
a cui hanno estratto
l’umanità per farne
edonismo egoista.
ci vorrebbe un morbo
per farne ancora
disumani e putridi
involucri laidi.
la luce se ne va
era polvere e illusione.
torneranno a primavera
rondini indifferenti
boccioli in mitezza?

immemori muri
d’osso e parola
e giardino s’addorme
nel bianco nero di gazza
e l’arruffa merlo
ch’inzuppa. lascio
mollica e dubbio
di stagione nell’androne
sulla terra fredda
terra piatta ch’ingegna:
io patriarcale esadecimale
io di passaggio
con un passato neutrale.

parlo con una puttana
e sono vivo e anche lei
parlo con un operaio
mi vedo mi specchio
nell’80 per cento dei casi
è amabile come la puttana
tutti e due perderanno
qualcosa lungo il tragitto
tutti e due hanno perduto
tempo e amore -ruzzolati
come sassi lungo la scarpata.
c’è il sole il mare ed il cielo
le montagne e i fiumi:
dovranno bastare. non solo
carogne scrivono versi
e s’atteggiano a maitre
starai lontano dai superbi
promettimi questo
e la mia arringa salata
crepiterà nel fuoco.

venivo dalla fabbrica
le mani sporche.
canzonato dalla serie
spolpato dal padrone
che sorride nei corridoi
infaticabili i colletti bianchi
compilano grafici storpi
lavagne luminose
e lettere di richiamo.
nessuno urla perché?
perché nessuno parla davvero
e poi piove e le luci
sono deformate da lenti
d’acqua piovana.
l’immagine è un reflusso.

se muore un padre
in estate la polvere
s’ammassa in angoli
ed il cemento frigge
le cellule. amici miei
dovunque voi siate
sentite la mia voce
scuotersi puerile?

accomodante il sole
sbuca dalla nube
otto gradi tra foglie
e disabitati prati.
abito in silenzio
i vestiti miei piegati
la mattina ha loro
in bocca e niente più.
capelli infreddoliti.

*

apparentemente
vibro di natura
e sono opposizione:
la posizione del gps
indica che non ci sono
vie di fuga. homo
technologicus
hai ancora
della morte
una fottuta
paura.

*

muoiono tutti i giorni
le cellule che ami.
osmosi e parafrasi
dei versi antichi:
iniettarsi parole
è un modo di vivere!

stagionalità

in autunno cade la maniera
in primavera ritorna la fiera
compostezza nel disfacimento.
i rivoltosi sono mascherati
orpelli di noia e l’attualità
è romanzo: giocano tutti in porta
sino alla malattia e alla morte.
e non si muore mai per il tempo
né si costringe l`altro a livello.
il celebrale è diventato animale
l`organico cemento sbriciolato.

chi l’ha detto?

hanno detto di stare in casa
e noi stoici tappati nelle nostre porche
quattro mura in affitto
monolocali abomini per uomini soli
guardiamo ‘sta merda di tv
che ci fa sentire più soli
(come diceva il piccolo principe
di Saint-Exupéry?)
riduzione dell’encefalo
almeno
del 90 per cento retroattivo
e una batteria di pentole in regalo
un vibratore monostabile
per vecchi porci maniaci
primati per esperimenti
diffidenti bastardi terrorizzati
demenziali cittadini singolari
non più popolo e mai stato
ed io sono ormai asessuato
osservo le vecchie e non mi si tira su di un millimetro
uomini e donne camuffati
adepti di una nuova religione
che chiamano la scienza
ha sempre ragione
e tu chi ti credi d’essere
hai studiato medicina?!
sei un medico? sei un infermiere? sei un eroe?
l’ha detto la scienzah
oddio gli ultimi studi dicono che
la mattina faccio colazione
con latte tiepido e caffè e fette biscottate
ero a dieta e adesso non me ne frega più un cazzo
colesterolo alto e una nausea ricorrente
la gente non mi piaceva un tempo
ora non la sopporto
ho la panza gonfia ma non mi va mica
di correre al parco
mentre cani poliziotti e oche mi attaccano
preferisco leggere una poesia
di uno che non conosce nessuno
non va sui giornalacci
e non piscia a comando.
ho la pancia gonfia
e anche le palle
non se la passano male
ma c’è il sole -esco.

stanchezza

sonnecchiano le macchine
rimasugli di leve ed ingranaggi
umettano memorie lontane
arcaiche nell’epoche presenti
d’assenti nani e ballerine.
industriale rivoluzione
che stagni e sberleffi
dei colletti bianchi
sindacalisti infetti
e barriere: la scala
asociale atrofizza
le visioni. gli uomini
non sono mai stati
così stanchi di vivere.
dove stanno
i nidi di rondine?

artefatta

giocano al falso
deridono e infangano:
democratici d’antan
proliferano e figliano
ascessi o ematomi.
le derivate e frazioni
non ledono il segreto
stempiano e il corrusco
senso del male filtra
e sputa. come l’orifizio
della balena getta.
l’aggettante insensato
belar di massa
scalza artefatta.

buoni tutti

figlio d’operai
ho visto il mondo
andare a male
mio padre faceva anche lo sciopero bianco
oggi non si sciopera più
e si annuisce per non perdere tutto
si commemorano eventi passati
con la stessa indifferenza
con cui si comprimono i diritti
gli uomini ti diranno che gli operai
non sono mai esistiti
e che è giusto morire in casa
perché lì si è più sicuri
vedi che non è cambiato nulla:
chi sono i buoni
chi sono i cattivi?

*

scriviamo come si canta
lo chiede la generazione degli enti
o prima imberbi puberosi
che imitano rapper catenosi
coi sguardi pseudo killer
espressioni serial.
la dialettica è quasi assente
si fa per poco gioco
davanti allo schermo 4K
ma vivissima è sempre la lingua
che freme si contrae e saetta
per creazione nuova infetta
di neologismi e nuovi crismi.
siamo assassini e non imbonitori
da cocco ed ombrelloni
il buono avanza non per buona creanza.

madri

madre di mio padre
umida nelle risaie
possente e determinata
una frazione della tua forza!
è il me nel ricordo che ti scrive
io vivo pare e tu morta.
non avevi oro e preziosi
ma colonne di tegami
una macchina per la pasta
un torchio la conserva
e zero rimorsi: qualche
schiaffone e sei fuggita
lontano a miglior vita.
oggi ti farebbero una statua
mentre le altre divelte
fanno freddo in città.
oppure no -all’apologia
non credo e non crederò
siam umili di specie rara.
spiegarti vorrei che non tutto
è andato perduto
ed il focolare è acceso
domina il tepore
il giallo pasta
la costruzione.

oggi mi sento

mi sento effeminato
oggi faccio il genitore uno
o faccio il genitore due?
chi è arrivato prima
l’uovo o la gallina?
e l’uovo è maschio
o femmina? e l’alfa
e l’omega, chi principia
poi finisce o è discriminato?
per dirimere la questione
ho deciso di far tutto da solo
da un giorno all’altro
ho preso in mano la questione.
l’orgasmo sarà il risultato
di una frenetica o irrefrenabile
ossessione. uno due tre quattro…

ammissione

ammetto la mia plateale
coscienza non solidale
fossi amabile ma non ignifugo:
m’accendo come un dardo
emetto ardore come un fotone
vedi là quell’istrionico bagliore?
sono un mediano in avanscoperta
una mezza sega che sta al gioco
quanto non gli frega. a merenda
mi saziavo con la mia e “bona”:
agli altri lasciavo la delusione
dell’astinenza. che bell’età
quelle dei giochi -delle allusioni.

de rerum natura

sono raro. ho il piede
valgo ed ho un tarlo
che mi divora: l’arsura
dei depensanti figuranti
scritturati da politici
giudici burocrati vip
inscenano un teatro
di visi celati -illusi
che un morbo assente
non li divori. son dolori
le verità che costano
solitaria incompetenza
o l’intraprendenza
della solitaria camminata
di sorriso e fronte alta.
son illusioni da compitino:
tanta cultura e farsi
sballottare come bestiame.
i secoli sono volture
di ciechi e sordi.
fossero pure muti
parrebbero astuti.

stracci

comperavo stracci
per sentirmi inerme
e confezionavo serre
per piante immobili
e sogni avanzati.
il frigorifero staccato
per conservare i fili
che ci tengono
serrati al cielo.
arrivò la nebbia
ed ebbi tutti i dubbi
che si possono sognare:
li avrei impilati tutti
in fila indiana
per conoscere meglio
il nemico -la mélancolie.
ma mi vergognavo -svenivo:
sapevo tuttavia
d’essere fantasia
o opinione. i giorni
s’abbinano lentamente
con uno schiocco di dita
o una parentesi di torrente.

poi

eterno rifiorire desideravi
con le mani legate al piatto
e al martello, ma non ci fu
fiume -solo un deposto
desiderio di quiete e forse fuga.
ma la terra vibra e gira
e nello stesso luogo
c’è ora diversa e diverso manto
di neve, acqua e ghiaccio
è così che il sole chiama
e tu t`inginocchi e descrivi
come la prima volta.
nel tuo guscio liquido
una parola tempra e rasserena
poi.

non ne ho mica conosciuti

non ne ho mica conosciuti io di poeti
devo guadagnarmi il pane
arrivo alle 18 con la testa assente
come una mongolfiera
fluttua in un presente sradicato
un futuro anteriore
un passato in calore-
quando mi fanno lavorare
ed il potere non s’inventa
fantasiosi diversivi
per fare la rivoluzione
e alla fine non cambiare nulla
il grande reset il distanziamento artificiale
le balle con le ali e i mastici attacca tutto
dai diritti ai rovesci.
non ne ho mica conosciuti io di poeti
devo pagarmi le bollette:
luce gas telefono acqua pattume casa
stanno in agguato come predatori
dagli occhi rossi. è il thriller di serie b
che va a mezzanotte -coi grilli
la luna e le puttane africane.
non sono un filantropo
sono un operaio povero:
mangio mandarini
freddi vicino alla finestra
e alla vista della condensa
potrei pensare a spiagge lontane
dove donne facili mi massaggiano
i piedi e qualcos’altro
che ora è tenero e sconfitto
ma che sarà barzotto
un’apoteosi di sincerità.
io i poeti li guardo con sospetto:
abili mistificatori oggi sono il potere
raccomandano ma alla file
comandano. sono morti
sono sul podio
balbuzienti oratori:
ti fanno gli occhi dolci
ti incartano cioccolatini
menano il can per l’aia
ma ahi che noia
pulciosi barboncini.
la poesia non inizia
con l’io ipertrofico
e non finisce coi merletti.
la poesia non inizia e non finisce
la poesia non sono i poeti
ed io non li ho mica conosciuti
‘sti imbianchini mistificatori.
ho la faccia come il culo
anzi come il mio minuto deretano
non devo render conto
sono uno e non sono nessuno.

esegesi ancora

trattenere la luce
collo schianto nel cuore
puoi e rinvenire
come lievito madre
dopo la catastrofe

e raschiare unghie e denti
e deperire. ma non subito
perire: il cielo ti culla
come neonato e seme

e non ci induce in tentazione
ma il male è lì immemore
perenne come prescritto
come una bacca succulenta
melodia di sirena.

prostrata la tua pompa
è nel cenno di luce
d’un fiore sul balcone.

lontane nebbie

stentano i ricordi
l’inverno degli orti
dinoccolati sperperi
e beatitudini erette
come alberi. estro
dei canti e dei pani
l’elegia della preghiera
essere o non essere
io penso quindi sono.
ma è un sogno
lo dice il ghiaccio
la nebbia densa.
la tua mano che trema
impercettibilmente

tramonto

tramonto dipingi
fiori timidi e gelati
non ha termine il buio
è ancora notte e sarà
domani. non t’affliggere:
gli dei o chi per loro
non sanno delle carni
del pasto serale
della consuetudine grigia
dell’emorragia dei ricordi
del mare lontano dalla folla
dal canestro del campo
non attraversato dal gioco.
la periferia estingue
l’ultima traccia
d’umano. e sotto ciotolo
resta calpestata e ignorata
prima d’una nuova era
o un altro tentativo
o un credo qualunque.

nevicata

distrarsi con la neve
placida caduta soffice
ma io esterno e poco eterno
ti rivedo su alberi e gronde
e i muri delle case bagnarsi
come in cascata. ah
i mattoni e le piante
non parlano: è discretamente
se taluno piange.
ti scosto doucement
dai vestiti e dai capelli
un attimo t’incolli
e poi scompari.
a volte la vita

così poco.

ho capito

infine non servono a niente le facce
(più utili i culi, capienti ed ossessi)
accartocciatele come un giornale
carta straccia faziosa e leziosa
non vedo occhi nasi bocche
non sento le vostre parole
da quelle bocche tarpate
vuote come spazi deserti
sciocchi non vi sento
e non vi comprendo, attutite
nullità vi siete cancellati
senza nemmeno alzare un ditino
e dissentire almeno per un attimo
di dignità. lumache, eunuchi
sciatti saltimbanchi amate il silenzio
che silenzio sia, eterno e tombale
ma non il vostro insensato concordare
e rumoroso di stupide sciatterie
terrorizzati ipocondriaci ruffiani
quello infinito dell’universo
dopo la combustione totale
e neppure il fumo e la cenere.

de lucidazione

la più bella cosa che m’è capitata
è stata forse una matita spuntata
quel segno indifeso sulla carta
che non riesce a spiegarsi
perché si perde tempo
in arzigogoli e sofismi
circumnavigazioni esteriori
per narcisi indecisi:
l’indecenza è una scienza
ed io sul serio la prendo
non m’offendo e non affondo.
anzi sto qui raffermo
e pretendo. pretendo
una de lucidazione interiore
carrozziere d’anima ammaccata
come una grande illuminazione
della via comunale colle puttane.

sferza

sterza il perimetro nel centimetro
doppio rancore e odore di sé
clamore del silenzio come notte
di tamburi duri di buio asciutto
come rumore d’aereo che solca
la notte vera. copre la pelle d’inerzia.

difesa

per mano ti prendono
ti portano al macello
esseri gommosi: mai una guerra
né olio di gomito né incidente
ma tutta la violenza per tranciare
carni e castrare i pensieri.
condizionano la marea
non sono lune, ma sassi pesanti
calcoli di rene.
sono i tribuni della democrazia
sono i sogni neri
costringono alla resa.
non c’è difesa.

l’attesa

è l’attesa che t’afferra
così non avanzi
e non scampi tra i dazi
restano inascoltate
le parole come neve
un manto: si sente
ma non si vede
si vede ma non c’è.
manca la mano
c’è forse un guanto
dietro le quinte
del palcoscenico.
una polvere scostata
come un’offesa
fiamma erosa.
è l’attesa che t’afferra.

pochi botti

bologna sera
31-12-2020 ore non ricordo
poco prima della mezzanotte
l’entusiasmo quest’anno
non è smodato persino
i botti sono pochi e rotti
guardo un filmaccio
alla televisione a pagamento
tendo un poco all’apatia
ma non è colpa mia
ho dei soldi ancora
da buttare via
la colpa se c’è
è di nessuno
il cielo è una coperta pesante
e grigia -io sono vivo credo
ma non faccio rumore
ho fatto mio il guscio
della tartaruga:
ho imparato in 365 giorni
pressoché tutti uguali
a farmi i cazzi miei
mi è scesa la catena
diverse volte
ma ho voltato pagina
ho scritto a Babbo Natale
ma non ho ricevuto risposta:
il distanziamento sociale
è l’inferno dei pii
e dei generosi.

sono io che chiamo dio

sono pieno di buoni propositi
la mattina mi specchio
dopo avere defecato
e vedo un uomo medio
che si alza e fatica

ogni giorno costruisce una diga
un muro d’anima e sordità
la quintessenza del suono ovattato
senza squilli d’ottoni e mance.

è sotto la pioggia incessante
che la memoria è un canto popolare
una cascina, un fienile, il grido acuto
del porco ammazzato.

è un macello dorato
questa amnistia dolce del mercato
un’usura d’anima e costole fratturate.

mi conosci a tratti
e non c’è una ragione plausibile
se per ora non piango.

puntini puntini

la tua poesia disadorna
sa di sangue e bestemmia
sa di sveltina e macchia
sugli sgualciti pantaloni
l’inferno è qui in terra
ogni passo una torsione
ogni profusione un’illusione.
calligrafica appare allora
la tua parola se l’incantesimo
non proviene da un’officina
un robivecchi una puttana.

frazione di nulla

l’uomo è un bimbo ingenuo
ancora nel 2020
si sceglie sempre come preda
muore d’economia.
e non importa se alla sera
avrà la sua razione semplice
con una moglie separata
ed un frigo frazionato:
è già incominciato
il suo distaccamento
fra etica ed estetica
moralità e realtà.
si scioglierà al sole
la sua essenza
che si costruisce le cose.
mio padre mi diceva sempre:
“impara un mestiere
avrai una marcia in più
se saprai usare le mani per costruirti
ciò di cui hai bisogno.”
ho scoperto poi sulla strada
che l’uomo non ha solo bisogno
di cose. ha bisogno di sole
aria, spazi aperti e tempo.
tempo per pensare e costruire
una reazione. opposizione e reazione.
la battaglia potrebbe incominciare
da un dettaglio. il dettaglio
quella illuminazione
che sembra mancare.

paesaggio goduto

ho visto un mondo semilibero
trasformarsi in una bolgia
d’inani e ipocriti, spettrale
ombra di dio, gli sguardi
s’incrociano nel sospetto
una tela di ragno col predatore
annidato in ogni cuore malato
nani ballerine e bardasse melense.
tuttavia il cielo prosegue nel mare
e l’acqua continua a diventare colore
di petali su fiori portentosi. odio
e sono indifferente: vedo la pasta
dell’uomo sciogliersi di fronte all’inganno.
sono pronto al calco: porterò con me
quel senso d’impotenza e la lenza vuota
dopo un pomeriggio al lago
solo di fronte al sole e alla gigantografia
delle spumose nuvole copulanti.

respiro

la città serale non respira
trattiene il fiato come attesa
allo specchio l’uomo riflesso
se stesso più non vede 
un ammasso di frustrazioni
sensi di colpa e delazioni
nel terrore indotto inazione.
eppure come prima si muore
montagna bolsa l’ipocrisia
opacizza l’alba come cataratta
nulla si lascia come traccia
forse un secreto sorriso in gabbia.

aguzzini

gli aguzzini della città buia
ed incosciente hanno perduto
la loro dose d’eroina a buon mercato
sulla panchina d’un brullo parco ammutolito
ciechi atrofizzati, molli amebe senza figli
coi vizi nelle ossa, un midollo di perdizione
opportunista, quanto scemi ed arrendevoli
ancora una generazione di sciocchi
istupiditi dallo schermo brigante e servo
incapaci di lanciare una granata al nemico
proseguendo nella disfatta eroica delle trincee.
buttate lo sperma in una scatola da scarpe
ignobili zerbini: ci faranno le scarpe
numerosi, feroci, determinati, furiosi
imperialista cieca sharia, avvento, lutto.

stropicciato

avrebbe voluto essere
un po’ meno infelice della media
se ne stava sdraiato sul letto
in mano leggeva un libro di un francese
che avrebbe desiderato resuscitare Céline
e ogni tanto smetteva la lettura
ed osservava il soffitto di legno
con un impegno sacrale
seguiva attentamente
le venature del materiale.

cercò un momento felice
e lo ritrovò ricordando quei giorni
d’intensa attività sessuale
diversi anni prima-
una scopata al mattino
all’alzabandiera
e una la sera tardi
come una preghiera
e magari una sega
ad accompagnare il tutto
(in uno dei rari momenti
in cui si trovava da solo
in bagno, poco prima
o poco dopo la defecazione).
che volgarità, arrossì.
si riduce tutto a così poco
ma è un poco che basta?
poi si ricordò
che già dopo una settimana
di quella intensa ginnastica
il suo uccello
pareva un burazzo stropicciato
una corda sfibrata
un carta da forno bruciacchiata
la libido ingorda un remoto
encefalogramma piatto.

anche il più grande entusiasmo
svanisce nel silenzio del tempo
anche la migliore intenzione
non è più tale. anche l’orinale
può essere opera d’arte
è il ricordo una leva potente
che offende il presente
il fantasma che più non decide.

ritorni

per i principianti
mai pace: stan lì
sempre ad impararsi
a diluirsi nelle cedole
gl’asterischi e saltimbanchi
le penne gli stralci
le carte gli strascichi
i tratti gl’avambracci
le leve i bavagli
incagli e spiragli.
men che meno distrarsi
sarebbe fatale
un ormeggio fetale.
men che meno
nell’etere librarsi
esalando l’effimero
esiliando l’onere
leggeri di fuffa
come una beata farfalla.

cadetti

pullulano illusioni
come cadenti stelle
s’accerchiano uomini
col sapore delle vittorie
presunte -all’uomo piace
farsi prendere per il culo
da salvatori della patria
e santoni vari. la sua sanità
mentale viene per eccesso di cure
come flashback dopo una lobotomia
la sua santità precostruita
la sua boria e sete di vittoria:
si curano -ancora- coll’illusione
s’immortalano come in foto
ed invece sono fottuti
sin dalla nascita: la creazione
espelle i suoi cadetti derelitti
d’un passato disboscato.

trasalisco

trasalisco nel mare
delle bugie contemporanee
sono scoglio di mondo
su cui s’infrange
eremo di paccottiglia
e propaganda e scorza
di contadino -cellule
di famiglia abbandonate
dalla generazione corrente.
i poeti sono fantasmi
che non scalciano: arresi
alla corrente ed al profumo
di comodità. oppure
cagnolini per passatempo
e vanità: vince sempre
il pavone. la piuma
è il nuovo fissile
che scalda casa e cuor
da sanguinaccio.

spicciola

la mia vita spicciola
ridotta al minimo
il motore rantola
il sole non emancipa

ci sono nubi come brogli
che crescono come funghi
alle pareti d’una casa
emaciata e non vedi

l’uomo si riduce
come un capo di lana
nella violenta centrifuga
a due e tre punti canestro

mimosa o grana di riso.
i nodi non s’annodano
i ferri non s’incrociano
anche a costo di scervellarsi

anche al costo d’una reclusione
forzata crescendo in sforzando.

non ha

stratificati come millenni
pesci e mammiferi in roccia
decapitati dalle ere lontane
terminati gli spazi
affondano nella terra
sono ricordi immemori
meritano un’ascensione
e non una riduzione in polveri.
così il tentativo accresce
qualcosa che si perde nel tempo
qualcosa che non avrà nome
nessun interesse. il volgo
così come si diceva
immemore sta.

lambisco

lambisco i flutti
del cammino
colla ragionevolezza
e l’istrione che vampa.
eccita la forma e il colore
ma non è logica né costrutto.
è miscela che invoca
e puntella una fede
è la strada che suggella
e mesce. così dirompente
il quadro generale
ma pur tedio, un’afa
che ottunde e mercifica.
che viene e che va
non ne sei distacco
ma corrompe e punge.