poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti.

vinile

il vinile sfrigola e rumoreggia
persino il radioamatore interferisce nel palladiano nitore
il solco è sottofondo di glitch e rumble
pedale monocromo che ottunde
sotterraneo non troppo come della passacaglia l’ostinato:
il suo fascino rotante rende bambini
lui il gioco prediletto eccitante.
le notti passate ad ascoltarti vinile
sino al canto dei merli ed al concilio aggettante delle cicale.

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che ci delizia

il prolasso mi garba
del significato grasso
decadente fracasso
del lemma che rotola
dalle scale indiavolato
che le scale son sorrette
da vocabolari, strette
ed oscure quando
non si scorgono origini
gli argini degli inizi
gl’impulsi degli onirici
e son allungate
come gomma da illusioni:
illusioni come speranza
tutta vuota stanza
come l’intelletto
terminata la fattanza.
buona creanza
il senno inventivo
ha già ingannato
le menti, allacciato i lemmi
generato quegli incidenti
che non sono accidenti
ma son i veri portenti
d’un arte all’inchiostro
che vien da lontano
deliziosa sa portarci via
per mano, andiamo.

sol giocare vogliono i bimbi

sol giocare vogliono i bimbi
nel sole strabordante, rosso obeso
giallo splendente come un fendente
al cristallino, la gioia buona pudica
del bambino. giocano e fremono
nel creato smembrato dai grandi
quelli sempre assorti, in guerra
col cuore per crear gratis dolore.
al bimbo non frega nulla del vuoto
dell’adulto smemorato, sgambetta
la palla e della sua d’ombra risacca
uomo che sei stato molto più utile
di quel che alacremente sei diventato.

ci si scopre a dicembre

la città si ricopre di gelo
plumbeo il cielo
non è interessato ad alcuno
di comprare il più possibile si cerca
per contarsi lungo le corsie
create dalle cose
cose che non parlano
non scaldano
scoprendo di non contare nulla
come prima
quando vi era il sole
le nuvole anche
fame, sete
intelligenza, futuro.
sono futili soprammobili
la parole, ma se usato il cervello
ossigena i luoghi
illuminati artificialmente
ed io debbo scrivere
e non so che altro fare
non so dove andrò
forse nel supermercato vicino
dove conoscerò qualcuno
che parla una lingua differente
di me meno esigente.

grigior di neve

il grigiore è sentore
di neve, i rumori attutiti
come una camera anecoica
idem. anche il silenzio
dell’uomo e delle altre
creature, come affini
increspature nell’encefalogramma
dell’universo infinito.
l’esser qui finiti ci fa
ed in più, come nell’ortodossa
ricetta il non rispettato q.b.

la complicità è una tara

il tempo ora mite
le stesse cose
sempre e ancora ritrite
io non mi scaldo
il cuore, tu lo stesso
perchè l’abbiam messo
dove non si doveva
con zelo fuori al gelo:
buon sistema
per restar assieme
in completa solitudine.

il fiato che siamo

il fiato che siamo
la leggerezza, una lacrima
l’incessante processione
dei tratti accennati, gl’imbarazzi
gli strappi, le violenze incalcolate
le ossessive composizioni
d’accenni ed evoluzioni:
l’avvicendarsi degli atomi
che improvvisano un sorriso
o una nota colorata,
lo sforzando, come latrato notturno
dei mutui cristalli sanguinolenti
le pulsioni violente che accarezzano
sfiorano radenti, il copia ed incolla
dello spettacolo giornaliero
l’infinito oblio
che ci compete
nei fiori spenti
dei camposanti.

il racconto

la vecchia m’abita di fronte
quando esco la mattina
per andarmene al lavoro
lei casualmente sbuca defilata
dalla sua casetta finemente arredata
dove non c’è l’ombra d’un libro
ma tutto è al suo posto
precisa come un laboratorio d’un cesellatore
ed incomincia tutta una solfa su questo
che ha fatto quello
su quello che avrebbe detto dell’altro
ma tu hai visto la signora anziana lì vicino
ma è ancora viva?
come va il lavoro
sai sono sola
i miei nipotini hanno 4 anni
ma i miei figli non vengono mai a trovarmi
cosa ho mai combinato
ogni tanto perdo la memoria
e ieri ho lasciato le chiavi di casa nella porta
ho lavorato una vita e forse anche due
ora non mi rimane nulla
se non queste braccia disfatte
e queste gambe che non mi sorreggono
ho bisogno di una badante
che mi aiuti
non ce la faccio
sono sorda e l’altro giorno
uno mi ha seguita sino alla porta
ma io mi sono chiusa dentro
e dietro al vetro scuro ho fatto il dito medio
ma lui non mi ha mica visto, sai
io la stoppo brutale come un camionista
perchè devo andare a timbrare il cartellino
il primo mattino
è uno spasso
qui
mentre io non ho voglia
di raccontare niente
non desidero empatia et similia
non voglio sapere del dolore di nessuno.

pigro bradipo

sono orrendamente pigro
lo so, un pigro maledetto
anche adesso
sto facendo tutto con indolenza
inganna l’apparenza
ed il tempo
la nonchalance
del pigro bradipo
che non ammette stress
movimento disattento
tanto per.

sparire are ore ere

gli accordi non accordano
si finisce per stornare
chi ti dice dove arrivare
in filigrana un’operazione
di sfinito disapparire.
un’occasione dolce sparire.

attenderti dopo cena

attenderti dopo cena
alla fine d’una giornata piena,
il segreto sarà questo:
dominarsi sino al termine
d’un cammino ch’è obliquo
saliscendi senile come del mare
il moto sull’arenile? difficile
a dirsi, impossibile a farsi
d’ogni immagine disfarsi
creando illusioni, alterazioni
palloni atmosferici
puntini piccini piccini nell’esosfera
un nulla, più di poco
in un’era, attorcigliarsi nell’edera.

*

il rombo dell’aeromobile
zittisce i discorsi immobili
impiegati per offuscare il buio.
nella luce di domani c’è già oggi
ciò che è progetto nell’assenza
di luce. eppoi non è gratis l’albore:
ha un costo proporzionale all’intelligenza.

tra auto pensoso

tra auto pensoso
voci che non vibrano:
è scialba domenica
giorno che s’ama e s’odia
il tutto profondamente perché
quando si prova qualcosa
è meglio farlo sino allo stremo:
amor vitale
odio mortale
per questo la via
pare più accettabile
il dolore l’altra faccia
della sveglia ogni dì
del creato.

cosa vuoi essere da grande

che cosa vuol essere questo corpo inerme
società, spirito, catrame o ossigeno?
amaramente la realtà aspra impertinente
ci fa gente come l’àura eppoi niente.

noblesse oblige

la disfatta delle periferie
il degrado strisciante
le pareti ammuffite
l’odore di piscio
(spariti i vespasiani
al posto d’essi
baraccotti elettronici colorati
che bippano insolenti con la moneta)
la crisi economica ha falciato
le illusioni col colpo netto
d’una falce senza scrupoli:
il capitale si vendica dei suoi servi
tagli ai nervi: non si sente più dolore
si scambia l’indifferenza col calore.

parlarti davvero senza parole

quando il ponte di carne turgido tra noi
è potente, poderoso trancio virile
pulsante come solare fusione nucleare
effusione sessuale, portatore uguale di spirito vitale
luce acqua vitamine proteine molecole varie
e le mani, le braccia, la pelle, gli occhi, le dita
fanno una lotta intrecciata di piacere
che è evasione dai turni giornalieri
scommessa contro la morte, passione, dedizione
evoluzione, quando le gambe s’arrotolano
nella danza carnale e le nostre maschere di baci
e saliva non scorgono santità, riva
ma compenetrazioni lubrificate, violente e dolci
frementi convulsioni, rovelli, sale, tracce di peli e mucose sudate
sculture eccitanti di liquidi e monumenti sacri dei corpi splendidi di grasso
smagliature, cellulite, quando la mia lingua affonda morbida negli umidi recessi
rotoli zuccherini di nervi e capillari, percuote, sugge, arrotola
quando tutto questo volge al termine come ogni avvicendamento
ed il tuo perfetto taglio roseo, cuore della vita del mondo
ossessione, malattia, esplode e si sconvolge in sussulti
tra le gambe tue aperte come ubriaco ed affamato ragno
come ritorsione rigenerativa al limite finito del banale universo cosmo
allora siam giunti a quell’unico, ideale corpo perfetto bicordo
che scolvolge in convulsioni la monotona disadorna disarmonia
di questo violento cacofonico mondo imperfetto.

scrivo

ascolto Keith e scrivo
Miles, Mitja, Giovanni Sebastiano
Ludovico Van, il Prete rosso, il Doge
e scrivo: m’accompagnano con stile
mi rendono sereno, felice forse.
perché di quale domani non so dire
come le cose andranno
se il buon senso e la pietas
saranno accolte, figlieranno.
è un aggiustaggio continuo
un ammaraggio di striscio
allungo, rispresa

consuetudine e sorpresa.

Nino Rota

i luminosi scherzosi
giochi di Rota
con una nota
solare impiego
tonale che ha fatto
orde di critici ideologi
parlar a sproposito, male:
si sa che la politica
deve restar fuori
dall’arte, nobile
quanto un goffo
soprammobile
ha compiuto
scelta ignobile
ha messo fuori legge
tradizione, consonanza
gioia, maestranza.
c’ha derubato
gusto ed orecchie
c’ha ottenebrato
di noia, urla, borbottii
scorregge d’impegnato
autore ideologizzato.

mille occhi

negli anfratti
della buia città
mille occhi ci sono
spuntano come fuochi fatui
pungono come api senza miele
negli anfratti sozzi
urinati, immerdati
ci sono coscienze pulite
cuori buoni
crocifissi dall’indifferente
derisione del mondo.
quando la notte
vi rimboccate i caldi
profumati piumoni
assaporate il silenzio
drammatico delle strade
congelate, la luce fioca
della vita che si spegne
esaurendosi timida
nei vicoli appassiti
intrisi di rabbia
e violenza.

giovanile arenile

da giovane
ampio il ventaglio
si crede al sogno
allo sbaraglio
nulla si direbbe
d’un conguaglio:
poi vengon tasse
debiti, incauti allunghi
dubbi, obblighi
subbugli, tafferugli:
la magia non è
andata via
è che s’è aggiunta
temibile la malinconia.

azzurro cielo attonito

il cielo attonito
lo sguardo ironico
i predatori son chiusi
negli uffici con cravatta e pc
eppure c’è il sole
più splendente
degli ultimi cent’anni
fuori prede, danni
ed al chiuso
generatori di malanni
nulla è mutato
in quest’ultimi anni:
tutto sfruttato
per il massimo risultato
diritto infartuato.

tu scrivi decisamente troppo

non sapere cosa scrivere
ci sono giorni così vuoti
ripetitivi e alieni
che non c’è nulla da annotare
da rendere memorabile
qualcuno muore
che mai hai conosciuto
qualcuno vive
nell’anonimato e dimenticato
come il latte versato
i rumori impercettibili
umidità poca nell’aria
qualcosa d’ironico
che fa capolino
ma si scioglie
senza suono.

la città al sabato

la città al sabato
si leva il suo grigiore
è un momento d’evasione:
i bambini che giocano
gli adolescenti che fremono
sudano amore ed ardore
i vecchi che abbandonano un attimo
le sedie dei padroni, notti di sballi
corse e perversioni. la vitalità
non l’argini, la pianta potata
più di prima attechirà
come l’uva i suoi acini.
si riprende gli spazi suoi
l’infinito dei nuovi generati.

a ripetizione

tirato a lucido
il giorno
che fa sfondo
al nostro mondo:
operai lavoratori
che corrono corrono
veloci verso il fondo
comune balordo
sotto al cielo terso
del mondo sognato diverso.
il giorno che affonda
nella baraonda
il giorno che tace
una giornata che fu brace
ed ora non compiace
nel nervoso appetito
della cena, destino infame
che non fu sogno
non desiderio
neppure un infatuato vero
è un avvenire tollerabile, semiserio.

sbagliato

anche oggi
il giorno è diventato
notte
e come ieri
l’oggi è trascorso
con minime differenze
nude come assenze
spoglie
come alcune voglie.
filosofeggiare
è una perdita di tempo
ed il tempo è contato
è quando se ne sarà andato
ti chiederai dove quando perché
cosa hai sbagliato.

giornata terminata

un’altra giornata
è terminata come è iniziata:
nebbia e lavoro
astensione e fissazione.
le cose a posto
non ci sanno stare
così hanno bisogno
degli uomini e delle donne
dei loro movimenti sgraziati
che li rendono regolamentati
e non finiti
come i nostri sospiri infiniti.
la giornata è terminata
senza soluzione
con l’interminabile
manutenzione.

palloncini colorati

viene per farci male la sera
quando gl’occhi non si chiudono
ed il viso si piega, allora le parole
sono fantascienza, palloncini colorati
che d’elio s’involano e la notte non avrà
il sapore raccontato dai giornali
nemmeno una lettera d’amore sul comò
la nebbia coprirà tutte le cose stupide
non censuriamo per favore le voci
andiamoci piano coll’arroganza
l’albeggiare sarà comunque
quieta muta eleganza.

perdurare alle stagioni

uccelli silenziosi
l’ottobre senza pioggia
i gialli, gli arancioni
appesi agli alberi
tutto secco
per un motivo
al di là delle cose pensate
ed amate, la sirena notturna
che fa paura
anche alla buona ventura
il chiasso delle moto
che non si spegne
se non nella parete:
rimangono gli echi
non danno pace.

della nebbia il peso

della nebbia il peso
una terra che non sta
sotto suole, malinconia
incontinente madido suolo:
va a dormire giorno
nell’ora solare
nell’acqua gocciolata
svien la memoria
per l’indomani rinvenire
eterno nella pioggia ricca
folle del dì produttivo
di quanti uomini eroici
a cui è concessa partecipazione
non felicità, incompiuta
perlopiù, rara merce:
non ne saremmo
all’altezza comunque
per quanto alti diversamente.

molestie al pensier civile

il sesso è lurido e sporco
lo è diventato tout court
i nuovi moralisti
voglion forse dirci
guarda un po’
che è pure scambio
transazione, rapporto
di forza, leva ancestrale
merce? maschi sozzoni
femmine disinteressate
sante quasi, succede
nelle società
evolute ed in quelle
feudali, persino
tra gli animali
e noi siam sempre
impelagati nel lavoro, nel privato
in rapporti consenzienti
sino a quando convenienti.
siam merce di prima qualità
nella filiera capitalistica
che ci schiaccia, ci pizzica
maschi e femmine
ai ferri corti
per cinque minuti
d’immortalità, da bravi
borghesi progressisti
qualcosa d’avvincente
si debbono inventare
per sembrar nobili
civili cittadini.

intestino poetico

i poeti son tutti di sinistra
e sono un pochetto sinistrati:
hanno capelli incolti, strani copricapi
le poetesse hanno trucchi dark
pesanti, si vestono di nero
leziosi come i loro versi
alla Sexton, ma non sono Anne
nemmeno un’unghia della Sexton
non lo sono nemmeno a letto
nelle sciocche sedute elettroshock
probabilmente non sanno della gente
non gliene frega niente
son poeti che cantano, aulici al caldo
giovani carini baciati dal fato ispirato
dell`io intimo interno spirato.
i poeti dicono solo cose sagge
sono politicamente corretti
usano parole forbite e colorite
il loro è un flusso di coscienza
ma non sanno nulla della scienza
son letterati: la letteratura
non è maschia né femmina
è tutto ciò che non deve essere
l’impossibile irreversibile.
i poeti si raccolgono, si scelgono
s`amano: stanno bene assieme
se la suonano se la cantano
si riconoscono l’uno addosso all’altro
in salette raccolgono i loro versi
che poi vanno frettolosi di traverso.

la storia

quando mio padre è morto
m’ha lasciato Il Capitale di Carlo Marx
Opere di Lenin degli Editori Riuniti
Tutte le opere di Shakespeare
un lungo rumore di fondo
il vuoto
il nulla
l’odore di certi movimenti
di certi silenzi
delle poche misurate parole
l’odore degli antichi toscani
del legno lavorato
dei giubbotti di pelle
del vinile
dell’elettronica vintage.
il verde opaco della Mini Innocenti 850
l’iniezione meccanica della Golf GTI 1600 del 1981
i primi cd del 1982
i concerti per clavicembalo di Bach
l’opera 8 di Vivaldi e l’opera 3 di Handel
i fiori di Frescobaldi
il trapano a colonna, la pialla, la levigatrice
la vitalità sacra del legno
la purezza, l’onestà
la coerenza, la resistenza, la debolezza
la pazienza, l’intelligenza, il dolore
m’ha lasciato molti oggetti freddi
ed è dentro
di me anche adesso
caldo come una roccia vulcanica
mentre sono una persona adulta
che segue una strada affine
se non uguale
alla sua
in un momento storico differente
non meno esigente
non meno tragico.
pare che mani diverse
facciano le stesse cose
mentre la storia ci passa di fianco
e ci tiene per le palle.

la mano estranea

non ho conosciuto il terrore vero
se non quando son sgusciato fuori dalla vagina
sozzo, dolorante, eccitato, urlante, demoniaco
tuttavia d’esso son tabula rasa, non ho memoria.
mi ricordo d’aver vissuto
tra quel tratto ed una virgola:
una strabiliante nemesi di guerre intestine
coronate in un solare costrutto sociale
(sono benvoluto perché lavoro
a testa bassa, non disturbo: collaboro all’altrui capitale)
di studio, religiosità e sgobbo.
quando alzerete la voce
o nel tentativo futile di farlo
fate venire alla luce il percorso
più o meno serrato, seguito ed istruito:
noterete la mano estranea alla natura del potere.

Assolo di poesia

Luca Parenti, poeta a tratti.

Poesia, di Luigia Sorrentino

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