yoklux

la morte, è la notte fresca,/la vita, è il giorno afoso.

biutiful

ricorderò per sempre la compostezza
dignitosa di mio padre quando morì sua madre
son passati quasi venti anni
come passa il tempo.
io le avevo appena toccato la fronte rigida
come legno e lo stavo chiamando alle otto del mattino
poco prima di andarmene al lavoro.
lui arriva pochi minuti dopo tranquillo e risoluto
apparentemente, mi saluta
gli occhi non sono umidi, è disteso
niente di improvvisato traspare.
apre le finestre subito
è primavera, ma nemmeno troppo
bisogna cambiare aria
tenere fresca la camera da letto
con quell’enorme armadio goffo
e quella cassettiera pesante come un carro armato
pareti annerite dai termosifoni bollenti
letto grigio con le sponde
colori scuri adatti pare
a quel presente
mai adatti alla vita corrente.
cielo terso e merli e passeri
non sapranno mai nulla del nostro silenzio, indifferenti
come alla nascita.
un passaggio, uno sguardo, un cenno.

 

massaggio tantrico

com’è bello ascoltare le voci amiche
nel sole di febbraio. promessa è la primavera
ancor non dà retta, ma tant’è
ragione ne farò. al più presto
sarò felice ed alcune profezie manterrò
forse non tutte, troppo facile sarebbe.
mentirei, altri avrebbero
ragione ed il ricatto sarebbe compiuto.

sangue sulle mani

quanto è buia la notte

della colpa. sanguinaria

e blasfema. sono forte

come Newman in Cool Hand Luke

stesso sorriso

parole poche.

la mia salvezza

le mie bugie

la mia salvezza

le mie certezze

qualcuno mi picchia

e io non reagisco.

sono tondo

in una storia quadrata.

i fondamentali

quanto silenzio

sgraziato. e la notte

buia con tutta la paura

del mondo. le lauree

che servono per bruciare

diplomi carta straccia,

la scolarizzazione

che miete vittime

come nazismo.

quanta cultura

per schiacciare.

quanta pena e dolore.

non c’è opposizione

non c’è colore:

tutti assieme

sotto la pioggia intonano

la stessa canzone.

sacrificio

non sogno più

a digerire ho difficoltà

a guardarti dritto negli occhi

come i maturi, i sensati.

sono decisionista

ma non decido

scrivo e poeta non sono

mangio ciò che non cucino

assaggio il laboratorio

banale elaborato

nell’industria che finisce lavoro,

nella politica indifferente.

sono consumatore

oggetto senz’odore

a principiare

son già finito.

notturni

non ho risposte, un cumulo denso

di domande. per strada le trovo

da buon debitore le rimetto in gioco .

mai lo stesso di cinque minuti prima

e me lo auguro. ho tutti i denti miei al posto loro

a parte uno, morto che è ancora con me

come i ricordi ed alcune lontane carezze.

tutto di me sa di vita e alle cose banali

è risaputo, non sappiamo dare importanza.

presentimenti

la stretta al cuore
che viene dalla decomposizione del cielo
e i derivati degli occhi e delle mascelle parlanti
che non sono i fatti e le azioni.
quando mi immagino creativo
fantasioso e più che umano
come animale, etereo e gassoso
come un Dio. quando credo
nelle frasi ben dette
nelle liturgie in luoghi umidi
e molto ben decorati
quando sono
e quando la carne mia
non è poesia
ma atto seriale e disidratato di storia.
quando è tutta una storia
che gronda versi
e termina
in
una
chiusa.

indicazioni nel viaggio

naturalmente il forte
c’indicherà il sorriso.
la gentilezza e la compassione
d’un genere soft educato.
la trepidazione
nell’attesa della merce.
il godimento
del desiderio che si rigenera
nella nevrosi.
non ci indicherà
che il dito
perché la luna
non potremo vederla:
è già stata venduta.

nel meglio e nel peggio

mi chiedo talvolta
quanto mutamento
nell’arretramento.
quanta benedizione
nell’evasione.
e nell’intrusione.
addormentarsi
e di nuovo all’alba
notare che nulla
è cambiato.
ed il meglio
è arretrato.

tenerezza

a non udirsi giocano

al buio invano splendono.

questi sordi che si chiamano

questi ciechi che gesticolano.

e giù botte da orbi come burlesche

tragiche evasioni.

ed il lutto non è più remoto

un lutto non estremo

ma conflittuale e lucente

come nei polpastrelli paffuti schegge.

materia ch’avanza nel tempo

sfiora la vitalità, implora memoria.

e tu corpo invece in malora.

via, via.

cessione del quinto

non così bene
i giudizi tuoi non celi
non chiedi, non t’alteri.
non sai cos’è amore e pane
tutta la fantasia conosci e cerchi.
averne d’anni così a tentare.
la maturità è condizione e sgomento
altri che spariscono, un nome che ingrigisce.
ma più avrai terrore del sentimento
nemmeno del vento. quando implodono
i capelli e d’idee a migliaia
ne avverti. chiamarsi
in due, viversi diversi.

fondale marino

rumore di fondo
gossip che allappa
e la molla non scatta
coscienza irriverente
e appiccicosa

santità briosa
sul tappeto grigio
del continuo brusio
lontano apparirà
il vuoto così privo.

lotta sconfitta tra classi straccione

quando mi dicono: lavora! produci!
mi viene prurito alle mani
oltre ai calli del martello e ai tagli
del freddo gelido
perché non m’arricchirò
e non sarò libero
come nella pubblicità
e non sorriderò abbastanza
come negli sceneggiati
non sarò accondiscendente
e maneggevole a sufficienza
non acquisterò desideri indotti
non potrò guardare mio figlio negli occhi
sarò la sradicata afflitta sconfitta
fiumana di genti africane e asiatiche
che mi inducono ad odiare ed emulare
per la rincorsa al reddito di sopravvivenza,
perché mi sarà scambiata
per un tozzo di pane
l’unica cosa di valore che posseggo:
il mio tempo. e se non potranno
abusarne sarò costretto
a perdere la mia identità
in un altro stato civile e capitalista
lontano da tutto quello che conosco
lontano dalle radici
dal mio passato
dal mio individuo.
civiltà nuova, luminosa e buona
della globalizzazione.

esplosione muta

un sorriso mille parole
in rarefatta atmosfera

ione, particella d’energia
che non si spegne

ma che non torna.
come la fantasia

la maestria del canto.
stentato tabulato
del sussurrato:

a me dolcezza vieni
differente fammi percepire.

integro

ho mentito a me stesso
agli altri non interessa.
che l’integrità è cosa sola
per definizione, come casa. propria.
o poesia. o respiro. bugia! bugia.

L'Altrove. Appunti di poesia.

" Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia, ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle, non di rematori, ma di sfrenate fantasie. Oh, andiamo a cercare l'Altrove. " F. PESSOA

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