la notte affranta

la notte affranta
goccia di mistero.
la tentazione sta
nei battiti: uno due
uno due. uno due.

né un valzer
né una salsa
è un tempo di primordi
pesanti ricordi
frivoli antenati

risvegliati di senso
o perduti nel nero.
chiamano le stelle
una considerazione.
chiamano. assorbono.

quel silenzio disumano.

riarsi

martoriarsi di tutti i nomi
presi lungo la tua storia
vedersi in atto durante
e dopo raddoppiarsi
in errori e posticipi
avventurosi. erosi
dai tempi e da scelte:
il dramma del lemma
che non appartene
a nessuno. riapparirsi
in sogno e affrettarsi
a morire.

*

trasceso della luna piena
il peso carico di colori
impressioni e valori
un sasso gelido
ferroso bucherellato
messo su dal creato
sospeso a lato 
due centimetri all’anno
il globo abbandona
ma non si scarica
la batteria di quella sua luce
inane, ch’abbaglia la sera.

 

entusiasmo

l’entusiasmo è peggio del pianto
un miasma che si svolge lento lento
un fuoco fatuo, un fallo neutro
che si stringe man mano
cappio attorno al collo
eremo dei timidi scollato.
soffoca il meccanismo
più del pensiero
peccato di gioventù
più della tanto decantata
verginità. ed allora
la pace dei sensi è l’ultimo
soave sbadiglio
per alleviare quell’intruglio
di virgulto, illusione
legata libertà negata.
dissapore del giovane
altero distacco dei sensi
della maturità non annegata.

procedi

procedi per diritta via
anche se si smarrì
non a tentoni possibilmente
equidistante dagli ismi
e con gli equilibrismi del caso
e comunque non sistematici
né afrodisiaci. né messianici.
lasciali scannare sulle ossa
dei totem morti, lasciali
nel loro brodo primordiale
lasciali tifare i loro idoli
s’infileranno soli e sfiniti
nel terribile cul-de-sac
fuoco amico. della storia
che ignora.

*

i silenzi catturano
anime delle cose.
oscurano i passi
slacciano i lacci dei tempi
s’inarcano negli anfratti
le pause. c’è un sole
che vive e di se stesso. i miei occhi
ti comunicano una stasi nel fare
i miei occhi son qui per dire.
e non apro bocca
come una carnivora
che non ha fame.
sarà un tempo di soli colori
e forme che distraggono.

*

son tutti esegeti della loro opera
come piccoli Mosè
nel prosciugarsi dei corpi
e delle idee.
rifuggono ironia
e pronunciamento.
sono scapoli e senza padre
la madre se la sono dimenticata
al freddo, lungo l’ordine
prestabilito.
ho l’incoscienza
dell’iconoclasta:
servitemi pranzo e cena
(per favore).
s’accende a comando
la luce
in una stanza già buia
come il tempo dei moderni
cantori.
giocano ai quattro
cantoni.

*

il fiato è corto
respiri quest’aria di morto
esci dalla fabbrica a bocconi
quasi a nuoto. la plastica
dappertutto, dall’acqua
alla coca da due litri:
questi tipi da spiaggia
che ogni tanto son votanti
non sanno in quanti rimarranno
per vedersi continuare nei figli.

figliano  a tratti armati di guanti.

servo nell’arena

vien sera, il giorno si dilegua
via si porta la malvagità dell’arena:
l’imperatore guarda assorto
investe d’impossibilità lo sciocco.

gelatina

s’attraversa per via avversa
per emozione e scoperta.
quel poco sole attrattivo
nulla sa poi della fatica
della difficile colluttazione
innominabile sudore.
il moderno mondo
è lo sfondo di fantasie
irreali: reali l’isolamento
ed il cammino equidistante.
e crescono le parole
come commestibile gelatina
che riflette il tutto
a distanza di sicurezza.

i nomi

tutta la mia impotenza
è questa coperta di canicola
questa sudicia truffa dell’estate
coi bagnanti e le puttane
con la mascherina da chirurgo
le videochiamate del sesso sicuro
i vicini che spiano in silenzio
dietro facciate di sterco e caldo
ho le palle piene dei bravi cittadini
quelli che strapagano le tasse
hanno solo una donna
e vomitano -nel caso
in silenzio, chiudendo
la porta del bagno.
a chiave ed uscendo
non pregano più un dio.
tutto il sudore gettato alle ortiche
lo strazio muscolare
della sopportazione
la maggioranza che è sempre
più silenziosa.
ho le palle piene
sanguinano
e questo sole assassino
che scolora la lamiera
la plastica.
e non incide
i nomi.

uomo adorato

l`uomo adorato
agghindato e mondato
risoluto e prudente
incauto manovratore
non è dorato
è una cloaca
una sacca di sterco
un putrido verme
tocca tutto
a sua immagine
plasma modifica lercia
immerge il cielo nel nero
petrolio come acqua
e ha sempre sete
implora violenza
ma la deplora. la indora.
terracqueo dittatore
accarezza e frantuma
nel giogo nebbioso
della logica o dell’impulso.
come fai ad amarlo
come fai ad odiarlo.
in toto. in loco.

abrasione

stende il rosso panno
è una poesia d’opinione
è una poesia
che è un po’ narrazione
didattica predatoria
epistassi partitica
una divulgazione buonista
una poesia fatalmente
acconciata da femmina.
chi fa da sé
fa per tutti.
saturata snervata
sepolcremente imbiancata
rasserenata rasserenante:
lei ci mette tutto dentro
a forza. contiene il mondo?
Mahler a tutto tondo
ed invece c’è lo smottamento
del fondo -tutte quelle parole
semplici per esserlo
tutte quelle manie
spettacolarizzando il creato
meravigliato poco meraviglioso
in verità per sempre è la verità
scrisse un inglese.
lo sforzo è tutto del lettore
per hobby ammiratore
gli piace farsi imbonitore.
addormentarsi succube
da intenditore.

oltraggio al buon senso

qui momentaneamente
per sentito dire, per scambio
per errore, per mentire.
salviamoci con l’uso dell’interiora
e l’equilibrio delle mani
fra carezza pugno. ed il muso
duro dei compagni, buon senso
molta saliva tanti rospi:
non tutto è oliato, grippa spesso
perché non basta l’umanità
gli eroi son illusioni
si procede maldestri a tentoni:
la torcia domani chi la porterà
nel buio nero infinito interminabile
fra fantasmi, trabocchetti, dolore
chi sarà il Diogene tra le pene
chi ci prenderà per mano
per portarci fuori dalle tenebre?

tempo d`altri

riviverla ogni mattina
la mattina coi merli
i passeri che cicalano
il gatto di soqquatto
il vicino che fa la spesa
riviverla quest’aria dolce
di smog e bucato
tiepido soffritto
quest’aria sbarazzina
un po’ settembrina.
cara mattina poco prima
il lavoro sta arrivando
col suo carico di noia
di sguardi solitamente
ipocriti. riviverla ogni mattina
nel dolce aroma del caffè
nel perché delle scarpe
allacciate e allargate
cara mattina non sei libera
del tuo potenziale
un poco demenziale
sei tempo d’altri.

scava

la luce scava la materia.
l’oggetto è pura illuminazione
teatro tutto esaurito
autoriale pubblico.
più in là lo sterco del cane
l’afflizione del corpo
in putrefazione -il gioco
imperterrito d’ogni cacciatore
preda e amorale predatore.
anche nel sole
il nero liquame
della putrefazione.
dalla merda
nascerà il fiore.

riempiono

son acceso come una torcia
oggi che le cicale riempiono
l’aria e l’ossigeno incandescente
non combina la gente
distanziata per teorema
un po’ per diffidenza
un po’ per credenza.
l’empatia si scioglie
come ghiaccio
e l’intelligenza è stremata:
le danno tutti addosso
è un prodotto di facciata.

giocano

giocano i bambini
sotto al sole rovente
palle scivoli rincorrono
la vita in bici. s’azzuffano
come quarant’anni fa
i motivi son gli stessi
nella polvere l’erba
tu mi dici che fummo diversi
io non ricordo più
o poco o niente quei riti:
si passa di palo in frasca
coll’indifferenza silente
del tempo. la sera sempre
poi è un gioco solitario.

pan per focaccia

l’appartamento del vicino
è sveglio: s’arrabatta
tra echi e punture di zanzara.
luglio: col bene che ti voglio
ma non posso accarezzarti
e farti l’amore. sono giulivo
ma ricordo il vecchio
col cane faceva avanti
eppoi indietro con buona lena
piano piano -strada irta
d’ostacoli e tentacoli
di un mondo che fu.
si cambia con la faccia
si scambia pan per focaccia
si screma e si risorge
dopo non so quanti
giorni d’arena.

narici

ho tutti gli anni che le mie narici
possono odorare. son salito
su cento scale. ho arricchito
i padroni perché c’è sempre
chi scende e chi sale.

e i più non salgono
vana gloria della scala asociale
dopo aver visto il mostro noia
tra le braccia della vita democratica
penso solo al figlio mio
alla conservazione delle carni

c’è allora un disegno
istintuale e basilare
che salva la faccia
e una vita non dissoluta.
per quel che vale
non mi disegno in croce

senza adepti
consorterie e fanfare

se qualcuno può salvarmi
quello è il mio sangue.
fatti avanti sangue
dammi tutto il tuo coraggio.

filtra

filtra dalla finestra
il sole, cucina illuminata.
è un sole morente
un sole che ha alzato
la media. che ha mutato
passi in gloria.
sull’asfalto c’era
un attimo prima
silenzio, poi il fuoco
del corpo. è come quando
ti docci: l’uomo
par nuovo -è che respira
più vigoroso
non ancora eroso.

colleghi

fan battute
non sparute
son colleghi
passan più ore qui
che con mogli e figli
l’azienda è casa loro
il lavoro è la tragedia
della libera libertà.
da qui ogni sorta
di consigli: tra loro
le cose debbon
per forza funzionare bene
filar lisce come il fiele
al di là del bene e del male:
se non si è sposati
non ci si può
separare.

ripetere

permane la salsedine
dopo la gita al mare
come il sapore della pelle tua
dopo lo sfiorar di labbra
la farina sul mattarello
il riso sul più bello
il cammello nella cruna
o il grasso della carne
dopo la sadica griglia
tutto nell’attimo si perde
per ingordigia o superficialità
o per stanchezza gregaria
come quando dopo il lavoro
ritorni alle solite zuffe
inane superstite
fiacco esecutore
sbuffante sabotatore.
e mai ti basta
ripetere esiliato.

non mi conosco

non mi conosco ancora abbastanza
per dirti se son matto come un gatto
o un isolato coglione come tanti 
seduti sul divano a divorarsi.
ingozzarsi di spazzatura e dare la colpa
ad una ronzante mosca ventura.
non posso dirti se le zanzare sono utili
ed il lavoro nobilita l’uomo.
nemmeno se uno stato deve farci da padre
o deve lasciarci peccare.
se le preghiere ci fanno apparire umani
ti dirò che questa giornata tellurica
è urticante come acido di batteria
che le vespe e i calabroni hanno fatto
un nido nel soppalco. ed io vorrei
della brezza mite sulla faccia
sudata e provata. ma c’è
il silenzio delle cose
a tenermi per le palle flaccide
il respiro breve ansimato
la tachicardia sincopata.

non l’aspetti

leggi molto
se devi anche scrivere
e non farmi fesso
non parlare solo di te stesso
pieno il mondo
di soliti soliloqui
la terra satura già
di sé
non metterti anche tu
a piangerti addosso
molla l’osso
vivi il tempo
chi l’ha non l’aspetti.

concordi?

naturalmente ho conosciuto
l’ipocondriaco e l’irragionevole.
la scia degli yes man -lecchini
che s’approvvigionano di saliva
e bacia pile. l’aggrovigliarsi poi
dei destini c’allontanò beati
alle rispettive trame. chi nel suo
piccolo argomentare e chi
nell’infinite possibilità delle grandi
eredità che non premiano

ma come la mela di newton
segnano con le loro leggi di marmo.

l’avidità ed il possesso schiantano.

naturalmente non ho inciampato
per riscrivermi in un palcoscenico
e non ho barattato la faccia specchiata
al teatro ammuffito -con ballerine
nani e puttane (non di strada).
posso congelare il viso intatto

solo qualche ruga di serie
ritrarmi nella penombra
per una pittura nettamente
migliore: pointillisme espressionismo
realismo concettuale povero

astratto non importa.
posseggo colori tela
e cavalletto della vita
a testa alta. concordi?

ego

a piccole dosi
ti riconosco
a tratti conflitti
lieti ghiribizzi 
stridii amanuensi.
ti coccolo e t’odo.
tu snoccioli i fatti
le sicurezze e frodi:
lasci immergere l’amo
io raccolto e non dolgo.
smanio ma non ardo.
come un manigoldo
sopprimo l’ego
il suo eco. mi stringo
traggo. annodo.

l’amore da solo

stanotte facevo l’amore da solo
strizzavo e allungavo
torcevo ed impennavo
in una strana luce in fondo al tunnel
una torsione di tessuti e nervi a fior di pelle
non avevo un giardino da irrigare
tuttavia le mie mani da manovale
eseguivano come una macchina automatica
brandivano prepotenti la sconfitta
con la precisa illusione della minuteria
d’orologiaio di seconda categoria
a tempo perso. mi chiedevo come facessero
a sopravvivere gli altri poveri cristi
in quei loculi maleodoranti sfitti
con quella puzza di curry di muffa
pollame e statistica nulla
le urla cacofoniche ed il sudore
che cola come petrolio da bidoni puzzolenti
con le pale frullanti in soffitti scrostati
incurvati da uomini infedeli e ignorati
mi chiedevo quanto basta alla vita
per gettarti via e quanta benzina
servirebbe per bruciare la specie
e ricominciare dal puntino dall’ameba.
poi l’anfibio. ricominciare da capo.
riconquistare la terra. favoleggiare del cielo.
il mare. la tempesta. il gorgo. la brezza.
questo capolavoro oramai è sbeccato.
il pavimento spalancava la sua bocca
di cemento e armatura. sparivo.
impuro. incombusto. nascituro.

*

si inciampa nell’ego
ogni volta che si va a gettare
l’immondizia, s’ingrassa
coi social è una mongolfiera
di diarrea. con uno spillo semplice
verremo puniti. sarà violenta
l’esplosione, tutti quegli schizzi
senza indizi, marea nera dell’egoista
senza dio, senza io. tutto mio. miao.

potrei viverci

potrei viverci di mancanze
mancanza di fresco
mancanza di sesso
mancanza di colori
al cornicione
guardando fuori.
potrei occuparmi dei vuoti
pensando ai pieni
potrei. potrei
descrivermi bene
evaporarmi
salire come un palloncino
raggiungendo l’atmosfera alta
guardo giù
guardo ancora ed ancora
cosa vedo
vedo lo spazio
tra gli uomini e gli oggetti
ce n’è così tanto
tra la gente
mancano l’uno all’altro.

sgrana

——————————————————a A. B.
sgrana l’ammaraggio
del tuo sorriso selvaggio
gracchia sfranto.
s’infischia dei lumi
e dell’arcano: geme
sfrigola e calza a pennello
un acquerello che libero
si liquida sereno.

zufoli immischiato
ricoperto di muschio
lato nord dell’incedere.
ce la giochiamo
ai quattro cantoni.
cartoni disanimati.

amore in vitro

hanno inventato
l’amore politicamente corretto
le persone s’accoppiano
nel migliore dei casi
se hanno voglia
se non c’è qualche sacrificio all’orizzonte
ma non condividono più nulla
non hanno empatia
tra qualche hanno non scoperanno più
e se maschio e femmina
(combinazione ancestrale
combinazione fuori moda
combinazione patriarcale)
procreeranno in vitro
e avranno tanti di quei diritti
che non sapranno che farsene.
stampano biscotti di sentimento
ogni giorno
televisione giornali
politici inumani:
un biscotto al giorno
toglie l’umanità di torno.
i grandi amori della letteratura
sono emaciati e infernali:
loro tolgono il sangue
lo sperma -tolgono tutta la vita.
frullano e filtrano
e cosa rimane
cosa rimane?
resta in gabbia l’animale:
sfogherà in differenti modi
la sua avvenente violenza

il suo gargarismo primordiale.

focolaio domestico

io son solo a casa
tu sei lontana
ma non nella forma
sol nella sostanza
quella dell’aria nel focolare
quando sfrecci di qua e di là
fra la camera e il bagno
il tappeto e la cantina
la finestra e la cucina.
son solo a casa
ma credo tu ritornerai
a terminare la libertà
iniziata sviluppata e conclusa
mutua come quando
t’ho incontrata
già mia e lontana
svaporata nella tramontana.
esagerata e delimitata
nella reciproca sostanza.
famigliare e solitaria
una dipendenza quasi
carceraria. oppure bonaria
nella bonaccia e nella buriana.

aurora

non si chiude mai
l’aurora dei credenti
come sopruso
perché è un giunto:
aggiunto alla vita vitale
che cresce e trova nelle stelle
limite e delimitazione: una nazione
che d’estate bolle tra le sfere
che d’inverno celebra la pausa
come un gatto che fa le fusa
alla rinfusa. sfusa celerità
della felicità diffusa.

demagogia

demagogia dei sentimenti
della buona creanza
dell’assistenza in vecchiaia
del ruolo sociale:

tutta la macchina stringe
i suoi adepti:
armatevi di lavoro
di soldi e potere

fino all’acuta faringite
asfissia del bambino
che giace tramortito
in ogni corpo adulto.

delegittimato.
chiamate il dottore
vi dirà della vostra 
presunta sanità mentale.

 

l’oro

non una passione
che non sfoghi
in consuetudine.
non un picco
non seguito
da un mar morto:
ogni espansione
segue la legge dello spread
ogni recessione un’oasi del pensiero.
se qualcosa viene ridato ai poveri
la manovra è recessiva
se si precarizza
si licenzia
si privatizza
dio è con oro:
il buon senso
del nonsense
il buon senso
del consenso.

distacco

male ci fa il distacco
creature di lacrime e sangue
non siamo lune ferrose
siamo furetti inebetiti di lussi
che gli antenati han sognato mai
nemmeno aristocrazia, clero.
eppure mai siam stati così assenti
lontani più che dalle molteplici
e sature cose, dal mondo.
sopravvissuti a guerre
cocktail di vaccini.
miracoli di tecnologie e sieri.
assenti come lo scoglio
che trattiene l’oceano
il bombito prima dello sparo.
uomo rapito, inebetito dal ruolo.

tarlo

il mio tarlo
è se farlo o disfarlo.
se son matto
o piatto, reazionario
o rivoluzionario.
se il matrimonio
è funereo o gaio.
se la morte è tragica
o fatalmente magica
se furbo è il gatto
od il cane stupido
o versavice:
son stato poche cose
e quelle cose giuste
e quelle sbagliate
(minime forse)
si son involate
o son ritorte.
poi son divenuto operaio.
da quel momento
non ho avuto
più un tormento.
da quel momento
mi han fatto
un monumento.

armonia

bé, io la gente non la capisco
sta lì a parlarsi addosso
di calcio, gossip, di politica
io la gente non la comprendo
si riempiono il cavo orale
di moralità e decenza
buon costume e carezze
invece è tutto un bluff
si schifano, si picchiano
s’odiano, s’escludono a vicenda
per un tozzo di pane secco
una triste vacanza agostana
un cellulare all’ultima moda
un lavoretto di merda
per 400 euro al mese.
sono bravi a distruggere
non c’è mica niente da ridere.
si scavano la fossa da soli:
credettero in un uomo
con la barba sulle nuvole
onnisciente onnipresente
ora non credono più a nulla
si sentono maturati e scienziati
ma non sono mica migliorati
tremebonde banderuole opportuniste.
sono contro il razzismo
pro questo pro green pro quell’altro
nessuna domanda
esercito cadente
pro lgbt ed un fascismo
(loro sì) che li pervade sino
al midollo e non se ne accorgono:
è la caccia alle streghe
caccia ai fantasmi
caccia a se stessi
atei e materiali
non vedono più
la faccia anale che hanno.
sono bacati, sono buoni
sono gentili, snob dal cuore tenero
il portafoglio da persone importanti
guidano le masse, insegnano
censurano emettono tombali sentenze-
la mela è rossa e bella, luccica
però dentro c’è il verme
cantano in gruppo
una melodia da solista.
sono stonati ma insegnano
armonia. bé, io la gente
non la capisco mica.

tempi inappetenti

violento temporale
m’indichi il tempo:
ogni goccia un minuto
ogni fulmine un anno
un tuono un genetliaco
come l’ergersi imperioso

la peluria nel follicolo:
gli elementi son perturbati
perché son generosi
e degli altri non m’importa
perché non son falso:

come quelli appesi
nella pubblica piazza
a far incetta di nobili
osceni sentimenti.
la società ne è piena
perciò fa un po’ pena.

autunno e primavera

l’autunno è di là
da venire eppure risuona
sembra desiderare ed incidere
ora. l’autunno è di là
da venire eppure respira
e si nasconde le foglie
nella fratta consiglia
la morte. è dolore e noia
questa decadenza onerosa:
sospinge lungo il fiume
la barca come senza motore.
basta ciò per consentirci
di remare? basta questo
ciarpame e incanto
per l’illuminarsi
e non tremare?
conosco l’attrito
ed il cieco furore
il sudore come il pianto.
ed il ghiaccio che tiene
come uno specchio
l’immagine ferma
sino alla prossima
primavera accettabile.

teocratici

donne e uomini lottano
per le stesse sottane
capi trafilati nell`asia sottoproletaria
e medio oriente arcaico. schiavizzati
uomini senza palle senza denti
pelli ialine, trucchi, terra saliva
cadente come amebe
strani ectoplasmi di carta velina.
si crede che svirilizzando il maschio
marchiandolo a fuoco evirandolo
una marionetta ibrida e vuotata
acefalo soldatino di piombo
non ci saranno più guerra
né tensioni, né olio caldo
dai balconi. credono che barcollando
e mettendosi una gonna
il creato sarà dimenticato
un colore bianco da laboratorio
perché dio o chi per lui
ha evidentemente errato
o alla classificazione sfugge
o rifugge al pontificato.
la carne va macinata
persino nelle scuole coltivata.
la forza transumana del capitale
farà il resto -dilazionare l`umanità
per sopravvivere.

squasso e ritiro

squassa le orecchie
l’assordante silenzio
della fabbrica morta.
sibilano come flauti di morti
le pareti vilipese
da un’orgia calda
scomposta come un’invasione.
preservativi usati
e mascherine da chirurgo:
lasceremo ai figli
una difficile respirazione
un coito interruptus
neanche nel sogno
una polluzione notturna.
arrugginite lamiere
e rumorosi fantasmi
inoculati nel paesaggio
accaldato. luglio
pende mortificato
dai tetti sfatti
ormai giardini pensili
trampolini sghembi
di gazze e corvi cacofonici affamati
e le erbacce spinose e vitali
lungo la strada d’inferno
figure sciatte deambulano
senza destinazione
con le bocche e i nasi tarpati:
da quarta potenza industriale
ad uno sciame di vespe asiatiche.

amarezza resistente

lo stato privatizzato
boccone a buon mercato
il privato c’ha privato
del nostro, il pubblico
l’ha svilito, ma dal capitale
c’è da giurarne -i fatti piangono-
nulla di quadro per il popolo:
l’illusione della costruzione
dell’efficienza come urgenza
appartata e omessa
il privato pensa all’ingrasso
distante dai principi
compra il consenso
lo distrae col sesso
altre libertà presunte
unte, grasse come danaro
di banca che non si vede.
mutano gl’idoli
e pure guerrafondai
diventano miti e nobel.
civiltà punto
e a capo. e dopo? da capo.

ottimismo

ti faranno il bagno d`ottimismo
crederanno d`esser vivi
e saranno morti. crederanno
di parlare e saranno muti.
come pesci infilzati dalla corrente
che leva e monda e cancella.
ti diranno che il paradiso
te lo devi guadagnare
ma noi cosa vogliamo veramente?
non franare nel buio
e uno sguardo vigile. degno.

una recensione, grazie Matteo Fais…

PER UN NUOVO CANONE POETICO – PARENTI E KRAUSPENHAAR

 

INVITO ALLA LETTURA

di Matteo Fais

C’è bisogno di una nuova poesia. No, non deve essere un canone da imporre, ma che si impone, onde evitare una produzione che imiti l’oscena serialità degli articoli usciti dalla catena di montaggio. Casomai, è della catena di montaggio in sé – o meglio della sua assenza, oggigiorno – che bisognerebbe cominciare a parlare, ovvero del lavoro – quello che manca e quello che c’è, ma fa schifo. E non solo. C’è un mondo allo stremo, un’aria mefitica di fumi di scarico, gente che non dorme senza gli ansiolitici
che il grosso dei poeti vuole ignorare, più o meno come i radical chic evitano di guardare in direzione di quell’umanità autoctona per loro insopportabilmente miserabile perché poco avvezza all’aperitivo equosolidale. Questa poesia deve essere civile, nel senso di testimone di una civiltà, ma non partitica – il comizio berlingueriano in versi è deprecabile. 

Il lavoro di Luca Parenti e quello del sommo Franz Krauspenhaar, pur nella diversità, sembra muoversi in tal senso e lo fa, per fortuna, non nel rifiuto del lirico in nome di un prosastico che imita la versificazione con degli a capo scriteriati. Il ritmo e la musicalità restano, ma al servizio di una nuova narrazione che non è sogno di realtà “da poeta” (come il mare, il lago, e la natura incontaminata), ma bensì la vita dell’uomo che siamo diventati. Una vera lezione per chi crede che il poeta abbia un mondo, invece che stare nel mondo.

 

il grande camino arancione

il grande camino arancione

dell’ex manifattura tabacchi

s’erge come un totem di nulla

un grosso cazzo che non eiacula

senza palle e senza cuore

di fronte al cimitero degli autobus

le finestre spaccate suonano

percorse dal vento penetrante

il timbro acuto di un organo inquieto

ma non c’è più l’orchestra

e nemmeno la platea

il loggione l’han tirato giù

a colpi secchi di cannone

sembra di sentire i morti cantare

ma i morti non cantano

sono finiti nell’eterno dimenticatoio

ossario che crepita come un concerto di bartok

(anche shostakovich amava l’aspro suono

spigoloso ossuto del wood block

della frusta e soprattutto lo xilofono

fila d’ossa che si scuotono e s’arrabattano

per la fine del mondo)

la corsia preferenziale

percorsa da autobus vuoti

(gli spettri dei lavoratori

lungo la catena di montaggio

m’alitano addosso la loro anima catramata

e tumorale) le persone camminano

sotto il sole tiepido e poderoso

di una primavera che non c’è

sulla pallida pista ciclabile

sui sacchetti le cartacce la plastica

e tutta la merda dell’economia capitalistica

che ci fanno ingoiare ogni giorno

il mio lecca lecca sa di polimeri maleducati

il mio vestito buono non è cotone

né lana è tessuto da un dollaro al giorno

(ti diranno che è colpa tua

se l’antartide si sta sciogliendo

e gli orsi non sanno più

dove defecare e scopare)

siamo felici e dobbiamo comprare

la nostra gioia di vivere.

codice a barre reddito

isee detrazioni

e cittadinanza sfocata.

io sono un operaio

sono nato manovale.

umile discreto assente

come un fantasma incubato

negli incubi neri e vomitanti

nella risacca del sogno di gramsci

e compagni. ho le mani secche

nelle dita i tagli. mi fanno male

quando l’aria è fredda e ficcante

e le tonsille fremono tossendo

come un vecchio singulto di testata landini

compagni dai campi

i campi sono arsi dal sole

e uomini da pochi euro

senza sentimenti senza desideri

saranno sostituiti dalle macchine

compagni dalle officine

le officine sono sprangate

tutti al mare anche d’inverno

l’ultima spiaggia.

io sono un operaio

sono nato per costruire

assemblare e riparare

non saprei che altro fare.

ditemi voi. ditemi voi

le corde spezzate della chitarra

e quegli accordi dissonanti

dodecafonia degli sfratti.

ditemi voi del focolare domestico

e del sesso degli angeli.

ditemi voi del fuoco terminale

e della meraviglia di una nascita.

ditemi voi. ditemi voi

o tacete. per sempre.

paura nel sangue

preda. carne da macello.

Luca Parenti

***********************************

Vorrei nuotare anche se non so

Vorrei nuotare anche se non so,

non so sfilare all’acqua. Eppure è venuto

il sacro momento di tuffarsi in questa vita 

e nuotare, tra i cavalloni, i pesci e

i pedalò, i motoscafi e le navi 

fino a che la pelle non  si scolli dal corpo,

nell’ultimo soggiorno di una sofferta

personalità.

Hai il corpo in decomposizione e pesi

i fatti, ufficialmente sei morto senza

aver fatto nulla di veramente felice.

Hai fatto della tua vita un dribbling,

tra serpenti, il lavoro, la noia e quel

sentirsi un amaro scorrere per la gola

latrina, cercando piante nuove dove

confondere gli odori cattivi dentro

la soavità della natura, un pezzo

di timida esistenza, che completa

la nostra vita dentro un recinto

rassicurante.

Non hai corso per quarantadue minuti,

non  hai giocato a palla con le mosche 

per dilettanti fino alla fine, perché 

i polmoni li sentivi una capsula e la gola

era la camera di una casa, invasa 

dal gas prima dell’esplosione.

O forse da piccolini ho corso per ben

più oltre di quarantadue minuti, anche 

quasi due ore intorno al caseggiato.

Mi confondevo con la Maratona.

Oh tempi belli, quando mio padre era 

nel bosco e ci proteggeva, quando mio fratello

saliva scale e io lo proteggevo, ma nessuna

protezione andò a segno, loro furono

sempre appresso o all’arrivo di un viaggio,

incollati al viaggio, che è orrore, spostamento

di anime tra un inferno e l’altro.

Ecco perché mi muovo quasi poco,

all’emergenza, se ho il braccio ingessato

in un cocente pomeriggio di luglio

e mi chiamano a parlare un po’ a sud – non troppo,

di poesia e di cultura e romanzi, io vado –

non ho tempo di restare a dormire 

(o forse l’organizzazione non prevede il pernotto

per uno come me) bisogna sempre lasciar

passare avanti gli important person,

vanno in televisione tirando le biglie,

sperando che trovino una fossa dove

penetrare, ci sono anche poeti così,

che scrivono a caso, e ti spostano la sedia.

Ho forte ora il bisogno della tua aria anche

se non so chi sei, nemmeno lo sospetto.

Nell’abisso commerciale ci sono stato

quindici anni, un percorso, prima che

mio fratello uscisse. Invece di nuotare,

nella frescura mia balda, saziante del mare,

invece  di amare, dentro notti angeliche

ricordando canzoni lente, lentissime…

Ho lavorato per la causa di un costo,

di un buco nero, di un tunnel, di un dente

cariato alla misera fine dell’autostrada, 

pur di prendere l’aereo del ritorno.

Ero uno schiavo, ma libero e rabbioso

nei percorsi. Sentivo nell’auto roteare

un’idea di libertà, che si raggiunge

sempre e soltanto soli. La libertà 

non è mai collettiva, non riguarda altro

che l’individuale. Allora la nuotata

che non ho mai fatto, sarebbe questo

viaggiare di nuovo, una buona volta,

nell’auto del tuo corpo, fino a un arrivo

immaginato tra le onde, per poi

tornare felice a baciare la tua terra.

Nostalgia del mare a terra, e della terra

quando nuoti il mare, e la vita 

si risolve qui, in un buco nero.

Dove ti stringo la mano.

Franz Krauspenhaar

 

PER UN NUOVO CANONE POETICO – PARENTI E KRAUSPENHAAR

battimento

sottobanco lavorano le idee
pretendono mani e cuore
e una possibile gastrite.
nella fumosa professionalità
s’impiega una vita ad uscirne
e poi si crepa. certo che il gioco
vale la candela e forse capita
più gusto della fatica.
è un palco di varietà
una variare da un colore
più scuro allo stesso
più chiaro. il pregio
forse è questo traslato
discreto. impercettibile
battimento.

ehi, amico

ehi, amico
scrivi meno stronzate
non sarai mai uno scrittore di successo
potrai sentirlo vicino al cuore
quello sparo, quel dolore
una fitta acuta
lo strazio
l’imbarazzo
la furia
la lussuria delle parole
che vengono eccitate
elettrizzate orgasmiche colorate
scolorate handiccapate illimitate
ma non sbaraglierai la concorrenza
né farai abbastanza soldi
per viverci di scrittura
molla la presa
datti all’ippica
impiccati
datti agli origami
svieni
crepa artisticamente
o meno
con un colpo in canna
oppure giù dalle scale
o dalla finestra
ma il sangue poi
il sangue sull’asfalto
chi lo raccoglierà?
sarà ancora tuo
sparso come inchiostro
in una pagina d’altri butterata?
ehi, amico
scrivi meno stronzate
tientela dentro
tutta quella cloaca puzzolente.
fai un favore alla gente.
rendila felice e analfabeta.

invadenti evidenze

mostri chi ha da vedere
non sia timido o reticente
sia modello per la gente
con vanità e poco amore
per gli altri, per se stesso:
che succederà poi
se il mondo non canta più
e i sentori di muffa
s’ergono a principi ereditari?
se la postura da foto
è una falsificazione beata
riciclata per feticismo
ed illusione? nulla accadrà
sarà la solita estate noiosa.

odiarsi

periferie bordelli sperimentali dei politici compiaciuti
scoppiano e brontolano come ascessi di sessi ignorati
acuta demofobia dei dirigenti competenti ed efficienti
odiano la loro stessa gente, vogliono consumatori morti.

archistar

la nozione del bello
congelata nella polvere
di biblioteche vuote
deturpati monumenti
sciocchi emolumenti
la nazione del bello
calco di cemento
italia miniaturizzata
non è scampata
al degrado del danaro
alla marcescenza dell’estetica
al brutto senza l’umanesimo
tutto sarà dimenticato
tutto sarà nuovo e di cristallo
liscio e calibrato
freddo e decerebrato
orrido e banalizzato
tabula rasa della ressa
dei sensi di colpa
e della colpa.
tabula rasa del marmo bianco
dell’impero che fu
nell’imperio della bufera
la nuova era selvaggia.

case lungo le coste e nei fiumi

svanisce il polo
è il nostro dolo
vanità deride
l’anidride stride
con la potenza
della scienza:
ma è ancora
la scienza
la nostra prepotente
evanescenza:
quel che siamo
voi sarete
quel che siamo
noi non vogliamo.

smemorando

smemora la memoria
una volta al giorno
giorno dopo giorno
ora dopo ora
minuto dopo minuto
secondo dopo secondo
porzione dopo porzione
atomo alla deriva
fissione elusione
a cascata come una reazione
incolore inodore
nucleare raggi gamma
l’insapore dell’orma
sulla fanghiglia in riva al fiume
tutto si toglie
tutto si storna
s’allontana
come una lampara
nella notte
che muore
nel riflesso
in quel non detto
concetto maledetto.

silenzio e sboccio

la notte è fatta per commemorazione
apoteosi di pensieri, sboccio dei desideri
come rondini e nidi di fiori.
è fatta di ricordi non troppo concordi
palliativi di zucchero e spente carezze.
è un costrutto che è brutto se visto da miope
s’allarga come il letto del fiume
che non saprà dove va a miscelarsi col sale
e le onde che giungono al riflusso delle ore piccole:
le palpebre che sognano e fessurano
i pensieri che svaniscono
diventano nebbia di sogno
eppoi nero seppia. silenzio di cosmo.

 

*

quanta poesia sprecata.
le consonanti cave
le vocali gonfie.
lo spirito dei tempi
è non averli mai sentiti
nominare. ma consumare
nell’intero anonimato.
nel vacuo addormentato.

mi sono preso

mi sono preso la vita
salda nella mano
eppure è un’illusione
perversione d’animo impuro
recalcitrante e insicuro.
forte la presa
ma la natura è illesa:
giacciono invece
corpi mutilati e soli
in acqua stagnante.
pareva essere sul pianeta
giusto -invece la furia
dell’uomo ha plasmato
idee e caratteri a somiglianza. 
paura e diffidenza. la superficie
ha vinto la forma. la controriforma
s’è ingolfata, inalberata
in rami secchi
la vita m’ha preso infine
non c’è dubbio alcuno:
riconoscerete fra tanti
gli sguardi debitori.
il sole sa essere violento.

coglie

ci coglie il sole
d’improvviso.
non vogliamo
e non sappiamo
com’è dolce un frutto.
è ancor da venire
quel calore.
non ci chiama
non ci dice.
è forse un codice?
un segreto che non ha eguali.
quando il passero batte le ali
e il pettirosso cerca sul balcone.

demolitori incontrollati di se stessi

distruggete e profanate
pure
non sapete che siete da tempo
morti che camminano
marionette
d’uno spettacolo che fate finta
d’odiare
maleodoranti saltimbanchi
che hanno costruito
in serie
una contestazione disarmata
fiacca
e padronale.

i padroni
ci sono ancora
e sono sempre più grassi
miopi e sordidi
ma anche marx
céline
bukowski
pasolini
gutiérrez
fante -padre e figlio-
bianciardi
montherlant
houellebecq
ferretti e… ci sono.
mancano
i cittadini
i lavoratori: armatevi
di un cervello in rivoltella
e non di pensiero unico pralinato
decaffeinato e defecato.
il grasso brucia
latenti le teste pensanti
latenti i resti dell’antichità:
avete dimenticato
il fuoco nella campagna
nella notte fonda
tra lucciole e rane e grilli
l’odore della polenta
le uova ancora tiepide
le urla bambine del maiale
macellato dal norcino.
l’avete sostituito col sapone
il jeans griffato
la posa chic
l’anello al naso.
siete malati d’arrendevolezza
lo sapete?
sciocchi e maldestri
neanche avete i cattivi
maestri. non ne sapete
le virtù
la forza d’animo
la luce
l’estrema vitalità.

spazio

rivendico l’esistenza
l’ansia del fatto
rivendico una porzione di sole
e di luna
un fazzoletto di spazio
la virtù del legno lavorato
il senso delle mani
il sudore
non casuale.
rivendico la quieta notte
il tormento del giorno
in fabbrica
il tempo che non passa
e la febbre
anch’essa non passa
quella gioia
che spinge
o è troppo:
diciamo quella scintilla
come nella caldaia
la fiamma pilota
che non si può spegnere
mai. rivendico.

caro

quanto mi piace
non vedere nessuno
correre con l’auto
a casa e al lavoro
come uno sparo
come un siluro
non dover sottostare
al ricatto sociale
del dovervi amare.
quanto mi piace
guardo allo specchio
e vedo uno solo
perdente davanti al mondo
una carogna o un santo
non importa cosa hai fatto
sei silenzioso e lubrificato
sei comunque alienato
ti piace lo scatto felino
quando al mattino
ti senti cretino.
e sei solo un bambino
con un gioco
troppo grande
e troppo caro.