yoklux

la morte, è la notte fresca,/la vita, è il giorno afoso.

tutto nel mondo è burla

baluardo la crescita
millanteria più delle volte:
la caduta dietro l’angolo
e l’esposizione al pericolo:
tutta una vita davanti
dietro un deposito polveroso
d’uomini che hanno fatto
hanno tentato, hanno creduto
hanno odiato.
è tutto un grande bluff
e tu assecondalo
maturando senza capelli
con l’ernia, il cuore debole
la gastrite, l’artrite
l’insonnia, la pelle macchiata
il tumore. oggettivamente
una pacchia, non c’è che dire.

scusi, ho un male cane, dove posso estrarre una morale?

uh, hai visto in televisione
tutti quei politicanti mostri?
hanno vinto tutti, nessuno escluso
nessuno perde e nessuno va a votare
perchè il maschio medio italiano
non trova lavoro, sotto i 25 soprattutto
la femmina invece non trova
più il sex symbol che la fa sognare
(i politici sono brutti quasi sempre
dentro e fuori, diciamolo).
tutti hanno studiato la tecnica
dimenticando l’umanità
che chi sa come muoverle le mani
è già a metà dell’opera
chi pensa perde tempo
eppoi s’arrovella e i panni sporchi
si lavano in casa.
il popolo non crede più nella politica
e pensa all’uomo forte
che raddrizzi
la penisola al volante
la penisola delle spiagge affollate
del divertimento illimitato:
a tutte le età, a tutte le ore
c’è un uomo felice d’esser contento
quanto è assetato di democrazia.
qualcuno afferma che un paese
che dimentica la storia
non ha futuro. cazzo,
io mi sono già scordato
che cosa dovevo scrivere…

spione

mi piace spiare
nei cortili interni dei grandi palazzi
quelle enormi piante nelle penombra
delle cantine l’umido
macchie sui muri.
ne esce un odore di vita
mai sentito: invidio
gli abitanti
che possono permettersi
tutta quella riservatezza.
la serenità.
invidio l’azzurro cielo indifferente
e della primavera il soffice
profumo,
la sua luce splendida
e distratta.

disfarsi conoscenza

quasi mai ti comprendo,
mi dice. sfuggente, ironico
non mi svelerò al primo accenno
che io non faccio cenno
della mia caparbietà. e adoro
apprezzo un bel viso, un bel corpo.
e cosa mai resterebbe dopo?
mutui profumi, scambi d’effluvi
che non si incrociano due destini.
fato infame, poco malandrino

come il pigro intestino.

comunisti duri e puri

ci sono i comunisti
duri e puri
che disegnano sui muri
falci a martelli
oggetti che mai
hanno usato
forse nemmeno
fanno il bucato.
i turni
li fanno nelle ore
piccole
farcendosi d’alcool
e chimica: la trasgressione
è divenuta industria
ora il piacere edonista
eterno, irrefrenabile
incontentabile
tutti li pone
nel grande mercato
dell’evasione.
comunisti
duri e puri
anarchici
e televisione.
vince sempre il mercato
anche quando
vai cercando una bastonata
sul capo.

comunità

granch’è non m’aspetto
tutt’intorno dalle persone:
acceca il brusio come negli occhi
il sapone. in un’alta socialità
non credo,
più ad un coro d’assoli:
male a te non faccio
tu non ne fai a me,
via discorrendo.
volente o nolente
i miei preconcetti ho
le mie paure
ed un ego forte
che dalla sorte vorrei
mi togliesse e dalla statistica
sua consorte.

poesia del silenzio

degli altri i silenzi
io non avverto, anzi.
amo le pause
dal rumore costante.
perché continuo
è il vuoto contenuto
e la barbarie. non cresce
solo il buon cuore
né mutuo dialogo.
la novità si narra
pur non emettendo suono.

maratoneta analogico

il moderno pensiero digitale
è legge del più forte
le lancette son distorte
nel ricordo d`un attacco
una mano, lo scacco.
ora invece tutt`avviene
senza goccio di sangue
e vene: qualsivoglia nel silicio
lontano da sguardi, tatti.
quindi indosserò il cilicio
chiudero blog e social
diverrò no global
scriverò con penna
e calamaio lontano da questo
stadio dello sviluppo
che non sempre è giusto.

scrivo troppo d’amore ultimamente

dirti amore non saprò
ma ti guarderò, ti cucinerò
un senso ti saprò dare.
senza sospingere e trasalire.
gli infiniti limitando
e i palpiti. gli incostanti
i sibillini, gli inibenti.
con attimi convivendo
che il cuore azzannano
e tutto un altrove mondo.

sotto la pelle

la bestialità umana
è cosa nota, anch’essa natura:
come fiori, cielo.
grandine
che distrugge fragili
foglie,
sole che le dissecca
e macchia di scure chiazze
soffice pelle indifesa.
ma non possiamo
perdonare. onorare
la civiltà che ora
consuma
e basta, che fu erosa
dal dolore, dalla pietà
dissolta, non voluta
osteggiata dalla vendetta
dalla sete di sangue.
i bambini non possono
che giocare
con le macerie: tutto
prima o poi,
ritorna alla luce. tutto pare
differente. eppure
la bestialità latita
delinque sotto la pelle
nel ciglio nobile d’ogni tempo
sotto il ghiaccio della superficie:
lì giace la forza bruta, disumana.

il mistero dei popoli

le isole si separano
dai continenti
i continenti affamano
gli stati culla dell’umanità
della civiltà, umiliano
e combattono
guerre senza fucili
i grattacieli bruciano
il popolo con le tasche buche
si getta nel vuoto
globalizzato
monoliti neri scheletri
dell’oltre-uomo
ora dell’oltretomba.
i poveri restano poveri
anche in bei
chilometrici maestosi
monumenti
di cemento armato.
i posteri
ci troveranno
statue di cenere nera
e si chiederanno
il perchè siamo rimasti lì
ad aspettare
la fine.

cazzatine

le notti insonni
a sparar cazzate
coi morti: quanto mi piace
scriverti poesia
anche se a volte
la voglia me la portan via
poetastri miagolanti
tronfi e pagliacci, ma
tutto l’amore che c’è sviene
di fronte a Summertime di Gershwin!
mi piace assai colorarti ed assemblarti
da nessuno pretendere e tediare.
che libera libertà
di odiarti, sì
hai sentito bene
poesia bella
ti getto dalla finestra
e tu come il gatto
avrai tante vite
e odorerai di buono
come il bucato
alla luna stuprata dai crateri
abbandonato.

contrappesi

non c’è giorno bello
senza un contrappeso.
e la nota grigia al picco.
così avventurosa la vita
che quando ci scrivono libri
non sembra, ride ed appare
oppure troppo si dispera
ed aspetta la sera: è di maggio
la canzone di malinconia.

quando ti conoscerò

quando giunge l’estate
preparati non siamo:
serie le notizie
le decisioni impure

non pensarmi
non aggredirmi
con le tue malnutrite
azioni speranzose.

ho in comune col silenzio
le ali del pipistrello
il suo radar: da usare
durante gli incendi del cuore

per non morirne combusti.

il giorno libero è andato

capita di essere sopraffatto dalla paura
accendersi alle cinque del mattino come non aver mai dormito
senza aver ma sentito il cicaleccio gioioso
degli uccelli svegli prima della sveglia del mondo
accorgersi lentamente di essere vigili e forse reattivi
con la mascella bloccata su un ghigno sotto tono
come la voce afona e non tridimensionale del telegiornale
capita – come dicevo- di non essere preparati ed arrancare
come un rotolo di sterco appallottolato dallo scarabeo stercorario
invece rotolare pesanti pesanti come cemento disarmato
ma il giorno è così vicino e le stelle così lontane
vi prego, non svegliatemi più a quest’ora: è il mio giorno libero
e non sopporto le interruzioni fuori programma
ed avrò tutto il giorno nuovo un’espressione
tra la meraviglia e la cocciutaggine e non mi crederanno sobrio
disattento e noncurante
e lo sarò sicuramente, alla faccia dei benpensanti
dei colti, dimostrerò la mia intelligenza cinica
la mia disumanità spicciola, insicura
mi malediranno, ma creerò il mio mondo
alla faccia di tutti gli antenati e dei loro padri morti e sepolti
come piante perenni da esterno rifiorenti.

guizzo glaciale

gli uccelli malconci al nido
s’affannano. forse collassano
in voli zigzaganti di briciole in cerca,
semi, frutta. l’inverno non c’abbandona
così la fame. volatili cinguettanti
nell’arco del cielo ghiacciato
sono la colonna sonora
d’una indifferenza che è sopravvivenza.
ed il tempo balordo richiama forte a sè,
alla terra, al burrone, ossa e piume
dal nucleo viene attratto
come l’elettrone.

topolino

lo spirito non c’è
tutto vuoto e grande
abbastanza
per non trovare
continuando a cercare
col sorriso
privi d`un obbiettivo chiaro.
perchè del lampo
il bagliore
come il dubbio
è vicino,
la speranza
ad un’idea la sudditanza
e così torna possente
quel nulla
ed io ho creduto
nella vittoria,
nell’utopia
che un topolino
ha partorito.

asimmetria complementare addominale

m’odori dei tuoi timori
anima l’allungo consentimi:
diurno giunge il turno
rido piango come assurdo,
la notte invece
son lotte bigotte:
credo o no
eterno o finito?
sogno, son desto?
tiro mancino o destro?
buio lesto
giorno spettro.

musica per organi fragili

lei ascolta la musica popolare
poi quella che la fa danzare.
io son più cerebrale
da Respighi e Shostakovich
mi faccio annoiare:
lei dice che son vecchio
le rispondo giovanile
che mai son stato giovane
e un bicchiere le porgo:
nel bicchiere il mio cuore
ardente ed innamorato
come il primo giorno
in cui ho ascoltato
il concerto per violino
di Korngold. la diversità
è vero, muove il mondo
la musica lo elettrifica
come la piccola lucciola
persa nella notte dei tempi.

amore e genio militare

parlano d’amore
come di una fetta di prosciutto
e come quella affettano, tagliano
cuori con insensibile freddezza:
i macellai hanno più rispetto
delle carcasse delle vacche
oramai spente e spellate.
è per questo che non mi rivedo
in questo mondo
non so ascoltare il rantolo
della cosiddetta civiltà
e me ne infischio come Rossella O’hara:
domani sarà infatti
un altro giorno
con un nuovo amore da sbandierare
come armi spuntate
in una solenne parata
di saltimbanchi in alta
uniforme mimetica.

poesia scritta di getto

io l’amore non l’ho mai capito
e forse le donne non hanno capito me
non le posso biasimare per questo
non mi piace il calcio
mi piace cucinare
e ho la nausea quando gli altri vogliono
che io la pensi come loro.
sono un bastian contrario e non mi piace
in linea di massima
mi piacerebbe essere come tutti gli altri
e gioirne
come una maggioranza silenziosa
soddisfatta
china sul banco di lavoro
testa bassa
e nessuna vittoria
però a volte mi tolgo qualche soddisfazione
mi sento vivo
perchè ciò che non è come tutti
è destinato come tutto il resto
a cancellarsi e perdersi nell’infinito.
mai una gioia.
ma vi scrivo e spero.

il volo cieco

il volo orbo degli insetti la notte.
mi copri il viso colle mani e non sai.
tu mi fai non vedente come quelli.
nemmeno posso usare le stelle:
è la malinconia sordo cieca
del tempo che passa.

creste di sole

il cielo al crepuscolo
è rossa cresta di sole
tra enormità tuberose
d’acqueo vapore e una riva, filtra.
che arriva sulla riva?
arriva, d’un bel sogno, inizio e fine
canta la fantasia ad oltranza
alle volte colora.
l’iniziativa della natura
è così alta.

bambini al parco

spensierati giocano i bambini
al parco. nessuno di loro sa
della poesia, del lavoro, delle donne, della vecchiaia.
non sanno ma tutto nel loro palmo sta
come la lunga nota, vibrante dello strumento:
la gioventù possiede questo bordone
luminoso, come lieta festa.
e nemmeno il temporale scalfisce il fuoco
d’un geyser sorto appena.

sterile calcolo

con un gioco di luci
termina questo verso
corolla di luminoso
celeste, prepotente un’azione
è già stinta, ma
non come quello:
resta parola, nel tempo
maestro, nell’immemore
quando, nel non si sa
dove, in un perché
basito e quesito: l’alunno scala
tenta, progetta e fallisce.
ogni giorno è una altare
al compimeno, che esce?
esce la promessa
la gioia della festa
la felicità concessa.
tocca poi alla sponda
fare meglio al rimbalzo
dello sterile calcolo.

polvere alla polvere

tornerai polvere, ma non sarà
comoda parabola: ti negheranno
di cassarti tenteranno, ti scherniranno.
la facilità dei libri, delle teorie
remote saranno, fantasiose
come alcuni risvegli nel sonno
pur senza dormire profondo. nell’affitto
nel lavoro, nella concessione del tempo
sarà un vorticoso momento,
un avanzare di scatti, una sincope
singulto. e anche l’accecante freddezza
del sole agostano, quel silenzio d’interni
nelle strade accecate
che di rumorosi balbettano assenti.
non ti farai tante domande
tirerai diritto a tutta forza
con la tua portentosa cazzatura lesta
meraviglioso mare, vigoroso in tempesta.

la scala solare

ama la semplicità
fatti elementare
come poesia, cheta acqua.
trabocco molecolare
stanza monolocale.
open space di gioioso
solare. fatti semplice
e naturale (quanto può
l’uomo che lavora, famiglia
crea e tempo celere cancella).

non mi credo capace

non mi credo capace
e alla luna non sospiro.
figlio del tempo mio
sotto tono e sotto vuoto
come l’esalazione
gassosa nello stomaco lesionato.
non mi credo neppure
non mi specchio e spero:
spero nella luce migliore
in un angolo che non sia superfluo
illuso. incapace e freddo
come titanio
a far la storia, scriverla.

la forza

quando ti guardo giovane fanciulla
scopro la forza dei tuoi vent’anni
e non posso che invidiare. temo
che miei doppi (paion tripli)
sian già affaticati e schivi.
come doppio aver vissuto
d’un riassunto l’impressione.
scorger maree e poi forti ritirate
come l’elastico, annullandosi
non per vizio, non per gioco, non per scopo
per giocoforza della biologia in loco.

vola alto

naturalezza del vento di marzo
nel volo bizzarro del pettirosso
schivo e lesto. le mie casette di legno
legate al ramo ripudia ancora
non mi crede di cuore:
alto alto vola sul mio desiderio.

idee

come caramelle vecchie
nel cassetto s’abbandonano
non quagliano le idee.
altre volte già son
pratica ed avvenimento
nemmeno traspirano
dal modulato fiato.
fraintenderle
nella routine, nella noia
nel viso deformato
dell’ubriaco pagliaccio
non mi conosco abbastanza
senza buone idee: non so
da dove vengono, dove vanno.
se le idee non respirano
non hanno direzione, macerano:
in un cristallino senza profondità opacizzano.

il potere logora

impauriti i colleghi guardinghi
sfiorano le pareti della fabbrica, silenti.
passa il capo con jeans, camicia
e i scarp del tennis. un capo illuminato
che la voce non l’alza mai. eppure
son tutti timorati, come nel religioso silenzio
spiani, sussurrano, implorano. non preoccupatevi:
l’universale giudizio
vi preserverà
certamente
dallo scuoio
dalla presa
per i testicoli
e dalle fiamme eterne.
chi perde il lavoro poi
se può mangiare un rosso fiore, un’idea,
nel tempo protratta
tenderà alla felicità maggiore.

cancro

gli ultimi anni ogni santa mattina
mio padre cucinava uova al tegamino
colazione proteica
che il suo stomaco sfatto
poi non assimilava, ma tant’è.
l’odore dell’olio
dell’albume appena bruciacchiato
che s’arricciava in un ricamo barocco
d’una tenda salottiera
poi c’erano i rumori
della padella, i piatti e le posate.
era la guerra momento dopo momento
contro il cancro:
poche armi convenzionali
molto coraggio
contro tutto l’umano e l’inesplicabile
e su tutto la spietata statistica.

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