yoklux

la morte, è la notte fresca,/la vita, è il giorno afoso.

maschilismo transgenico

quando vieni a casa la sera
alle otto, tutto sei soprattutto
un fascio di nervi e attacchi
urli, ti difendi, offendi, non sembra
ma io lotto: mi dici faccio tutto io,
tu non sei in grado, giornata lunga
stressante di lavoro. anni e anni di ftalati
decenni di femminismo, bombardamento anafettivo
ed il maschio ha perduto l’erezione
che lo faceva creatura d’elezione.

semantica squadrista

nell’azione non tentenno
quanto piuttosto negli arzigogoli
del cervello. quando preme serrata
la luce d’estate ed il torpore.
quel cervello chiamato al raziocinio
alla morale: invece nell’etica sporca
del consumo stretto, ricurvo
attende alla cassa suo scontrino.

in memoria del poeta

il dolore del poeta
è del mondo dolore
quando s’uccide un poeta
la civiltà è più assetata
stralunata e barbara:
si ridesta da un sogno
subito l’incubo: ignari
orde d’uomini
camminano non piú
diritti, in ogni direzione
senza occasione.

esposto uno

piena estate, pochi lettori
tanto sudore, canicola
un sorso d’amor gentile.
mi distraggo con
The good America di Jarrett
le cicale se ne vanno
ed il 15 agosto ne ha 33:
alta gradazione per spiriti
liberi di raccontarlo.

le parole dei poeti

armar le parole
che i lemmi van levigati
ritmati, appuntiti, torniti
come di battaglia detriti
nella guerra perenne
dell’occupazione
dei social nuova alienazione.
farsi incudine resiliente
d’un diabolico martello
che il dilemma
è sempre quello:
comprendersi farsi
a lato, come substrato
d’humus che fa cinguettio
della fantasia al potere.
della casta dover
dei poeti, imbonitori poveri
bistrattati o in cosche
riuniti come poteri
finti, esauriti:
si senton miti poderosi
geni, pluridecorati
élite di guaste colture.

e son umani.

13 agosto 2017

il soffocante caldo
finalmente terminato
adesso posso ricominciar
a pensare prima di parlare:
i lavori di casa, i pannolini
le briciole sotto al tavolo
i giochi col piccolo terremoto
gli scuri da ristrutturare
il menù per stasera
la mosca insistente mi cerca
e mi trova, ne ho la prova:
il tempo arretra quando
sai tutto quello che farai
e non basterà mai
allora non va sprecato
come il cioccolato.

risotto di sotto

alle otto
ti farò il risotto
e di sotto
odoreranno i vicini
pure loro saliranno
col rametto d’alloro
un concerto di Torroba
ed un whisky torbato:
ah, quanto ho desiderato
questo pranzo delicato
di te non mi son dimenticato:
ho solo messo un poco a lato
il tuo rossetto perlato
un gradino sotto il vicinato.

detonare

il dono è un lungo condono
dalla nascita, usciti appena
si piange, lacrime e sangue.
dei peccati capitali il perdono,
smorzare i vizi, detonare le virtù.
per tutti c’è lo spazio
o forse un tempo ci fu: ora
c’è troppa paura, spavento
si procede a rilento

stentato portamento.

civile passeggero

non sono triste
la nostalgia capita
il ripensamento
il lamento, noia:
come elica
d’acido nucleico
mi resta dentro
non coinvolgo
il prossimo
così non appesantisco
questo già pesante traghettamento
chiamatemi
come altri:
civile passeggero.

tuo malgrado

insonne notte di luna forte
e stelle limpide, genitrici
sciolte nell’intollerabile calore
d’un nostrano tropicale inventato,
Africa che cingi, stringi, di gialli
rossi, arancioni, vigorosi colori, infuochi
d’umori e sudori, Africa ti spingi
fino alle nostre antiche paludi
e sudi la cattività del leone
del rinoceronte la grandiosa
possanza, la creanza dei mammiferi
i suoni tribali, riti ancestrali.
notte di città t’abbeveri
del depredato confinante
sei terra sterile di labili confini
al sole, al calore ti scioglierai
flusso ininterrotto ritornerai
di popoli, fiumana di genti
tuo malgrado.

volo acrobatico

nel subitaneo calcolo
è probabile l’ostacolo:
non penso
che tu sia oracolo
piuttosto creatura
d’avanspettacolo
tremebonda in balia
remissiva ed incauta
persa nell’errabondo
incedere che noi
tronfi megalomani
intendiamo incidere.
e ciò fa sorridere.

poesia per gli idealisti e le idealiste

le donne
pensano di essere migliori
degli uomini
gli uomini
pensano di essere migliori
delle donne
quando si saranno
rassegnati
alla mediocrità
alla fine
ne saranno consapevoli
definitivamente
e sapranno
del vacuo nulla
della fine
un nero profondo
addormentato
non letterario
non sognato
indifferente
persino alla media mediocrità
di prima
allora saranno tutti uguali
come lo sono
ora
davanti a Cristo
Maometto
Buddha
Dostoevskij
Mahler
Michelangelo
Borromini
Palladio
davanti a tutto il vuoto
delle parole
e non.

salto con l’asta

prima di scomparire
sopraffatto magari
da un incurabile morbo
permettete che qualcosa
lasci sulla terra altera
cielo statico immoto
dei viali fioriti, delle buone
figure retoriche, delle gloriose fatiche.
lasciate che il silenzio non sia sentenza
che il mare abbia capacità
anche d’insegnare, non solo
di schiumare, sabbia modellando
che la natura non sia matrigna terribile
che sia come la mattina presto
ottusa e temibile, che sappia ascoltare
non troppo irascibile. perchè insegna
il tempo, ma pure bonifica: la cella nostra
temeraria all’asta, che il migliore vinca.

o il peggiore: beati gli ultimi, tali resteranno.

sempre l’uom s’affanna

ad esser più questo, più quello
sempre l’uom s’affanna
tuttavia ogni volta dietro
d’una spanna, s’appanna:
quando ride, piange
e viceversa. ché non ha pace
e quiete non desidera, scuoce
nel tentenno, rabbrividisce
di terrore e gioia, ogni dì
nello spietato, incarnato
presepio: tempo al tempo
verrà immancabilmente il suo
nell’attimo, a stento.

fare il poeta

far il poeta è roba
di muffa, rimpianti
d’aggettivi arcani e distanti
dei lineari diffidate
della moda del racconto
non c`è modello, né rovello
né suono: libero verso senz`eco.

pende la casa

pende la casa nel tetto
ma pur è dritta, sorvolata
d`uccelli e vigilata
cinta di rovi, d’edere filati.
laboriose formiche
nelle fondamenta lievi
e tutte le linee
verticale orizzontali
ed oblique, il perimetro
son dei pianti, delle gioie
delle malinconie, delle diatribe
che non si vive soli mai
nemmeno quando si pretende
solitudine.

la coppia si copia

in silenzio sto
per ascoltarti
e non dici nulla
farfugli
che è meglio o no
sembrare. e
poi dici, non dici:
non è semplice
comprendersi
anche quando ci si dice
t’amo: lontani
come il pesce
e l’amo o troppo
vicini come l’esca
e il danno.

azioni errori

il rumore digitale
una perturbazione pare
astrale, senza stelle, nelle
rientranze minime
della radiografata materia.
se ascoltato nella musica
riprodotta dal compact disc
è un glitch: è il non prevedibile
errore del campione.
ora io so per certo
che abbiamo una sola
infinita interruzione
ed avviene con la tumulazione
mentre è di tutti i giorni
un vischioso liquido
d’azioni: perciò
mi sento di poter dire
con adorabile precisione
che nati per non essere incisi
riprodotti senza buchi neri
ma fluidi negli inciampi
dei nostri drammi e malanni.

versi oggi, domani?

a caso vien voglia
di fare i difficili
facendo versi
come i poeti san
gran ammennicoli
disfarsi dei miti
pone dei limiti
prendersi quei lemmi
del Petrarca, Michelagnolo
che del sonetto
han reso stretto stretto
concentrato ed affilato
strumento.
ma il complicarsi
c’ha reso élite
d’astratti bizzarri e sai
che oggi s’ama
sole cuore amore
ed il per sempre
non ci lasceremo mai
mi ci sono perso
negli occhi tuoi
moglie e buoi
dei paesi tuoi.
nel corso del tutto
buttati e riciclati
fabbricanti ingrati
di pensieri delicati.

respira, di’ trentatré

scrivo quando son felice
ma anche quando son triste
scrivo, di cose differenti
viene il movimento al momento:
l’adrenalina sprizza, l’ormone
dell’ispirata sperata alluvione. e non esco
all’aria aperta quando son felice
a gridarlo ai quattro venti
a due, tre fetenti impotenti:
scrivo di più eppoi stando al chiuso
immalinconirmi voglio, erba
dal vento sferzata e placcata.
come la tigre son finito allo zoo
nella gabbia senza rabbia
con la scabbia del lavoro
senza pensione, col dolor dell’illusione
col sorriso, che bacia il mio viso diviso.

ci devi scrivere dell’amore, baby

l’amore è una carta straccia
un tirare di braccia
una litigata al chiaro di luna
una baggianata, una cretinata
come è banale
come è ingenuo:
mi sono innamorato di un’idea
che conosco io solo
quando resto con lei
sono solo
e lei, presumo
lo stesso.
ci rende migliori?
ci completa
anche se non siamo
mai finiti:
siamo definiti
e non sappiamo come terminare
soli. l’amore
è calibrato al millesimo di millimetro
per renderci ipovedenti
ereditari sconcertanti.
l’amore è un sole
che nella canicola
può bruciarci.
l’amore l’amore
è questo calore
abbiate pietà
per gli innamorati
sono stracci da lavanderia.
l’amore è un canto di Ella
m’è sempre piaciuto
cantare sotto la doccia.
fanatico del canto.

non credo proprio

io non sono bravo
non ho nulla da insegnare
sul piedistallo
non mi sento a mio agio.
difficilmente
mi sento a mio agio:
in silenzio
con una sinfonia di Shostakovich
una birra ghiacciata
in una mano
calma, serenità
nell’altra
sempre a distanza di sicurezza.
l’equilibrismo
del mondo conosciuto
la comprensione schiva
di quello sconosciuto.
il mare non mi interessa
le auto, lo sport.
la bellezza
mi fa sentire
qualcosa di più.
credo nella fantastica
eccitazione dello
stile
della fantasia al potere.
non credo in una missione.
credo nell’abitudine
nella forza dell`acqua
sulla pietra.
sento
che abbiamo l’obbligo
di non essere
troppo tristi
dispersi
e sconosciuti.

casa di riposo

i vecchi stan tutti assieme
a distanza di sicurezza
l’infermiere di colore ci tiene.
ognuno ha una cosa da non fare
giusto giusto: pensare, ricordare
dimenticare, immalinconirsi. i vecchi
leggono degli stupidi giornali di gossip
farsi gli affari degli altri
permette di dimenticarsi le proprie
di sventure. giocano a rubamazzo, scopa
briscola, tresette. una vecchia
chiama la mamma ogni minuto una volta.
la mamma non verrà: già da tempo
è polvere. i vecchi l’han dimenticata
la gioventù e purtroppo
anche per i loro cari,
costretti nel luogo della lunga morte
han dimenticato la vita.
la vita non è sempre bella.
la vecchiaia ha questo da insegnarci.

quanto odio

oggi non son vivo
sono piuma.
la brezza mi porterà lontano
soltanto se vorrò
questa carezza non pagata
che ci dichiara pensanti.
e forse amati. con le pattine
le presine: un tegame caldo
ha in sè i suoi danni,
un pavimento in parquè
la sua maledizione splendida.

giovinezza giovinezza

il suo sguardo piccolo
è gioco. il suo ciuccio
grazia. i suoi ricci
capricci, non vizi.
così si va avanti
si cresce con lentezza
grazia, una dose
d’ingratitudine.
quanto basta
per sentirsi maggiori
e maggiorati
indipendenti e
ancora comandati:
restano i genitali
cambiano i genitori
ci son gli stati
altri padroni.

libretto rosso

a volte voglio esser
poeta di govoni, ciliegi
foglie d’erba, musicale
ingegno, eterno dialogare:
l’infinito, il mare.
altre, se capita, sporco,
cattivo, arrabbiato
grafico frammentario
poco incipriato, meno ancor
legato: sincopi, dirupi
scivoli, pochi ammennicoli.
dualità eterna
nel tutti esser nessuno.

serenità

nell’oscurità quanta luce s’infrange
come sudore segni rilascia
sulla leggera pelle, fina. quando termina
l’immane sforzo per la tranquillità?
dove conquisto la serenità
a chi in eredità lasciarla? questioni
si sommano in nebbia
non basterà la sicurezza della distanza
per salvarti dall’impatto violento.

Elektra

invasata donna, forsennata che danza
la morte. folle termina dissonante
l’amore pensante, estrema
vendetta ed assoluta
come. sappiate che
alla fine tutto via si porta
nel remoto buio dell’oblio
il colore selvaggio anche
degli squarciati ottoni
la selvaggia atonalità
l’urlato apolide strepitio
cigolante cromatismo,

silenzioso gorgo. nero.

non finito vagheggiare

nel distacco mi compiaccio
credo e son soddisfatto
che tutto sia eterno blù .
vedo rosso quando soffro
dal nero trafilato
e se rido giallo, viola, azzurro
di toni tutto un defilar .
eppoi tutti si fondono
mi confondono, ridacchiano
come finito il temporale
i merli: tutti qui saperli
ridanciani mi dovevan
cospargere di terriccio
ed in compagnia del riccio
radicare e alterarmi
di bocciuoli e rami.

cocciniglie

quante volte avrai chiuso gli occhi
non immaginato nemmeno.
per un’offesa sbarrati
una delusione, della palpebra
improvviso tremore. le tue giuste difese
avrai come il mare: maree, pesci pulitori.
è un equilibrio precario, ma pur sempre.
come tra le cocciniglie
e la pianta che le ospita.

io e te te ed io

gl`inganni conosci bene
come le mie tasche buche.
da quei buchi escono
tanto in tanto carezze
opinioni opinabili.
permane quell’irrisolto
quegli sbalzi come
il carro vecchio
sulla sterrata.

trapasso

tutto il dolore non abbraccio
pur sapendo di salpare sempre
sulle rapide che ad impetuose
e tortuose virate costringono.
che mare monstrum l’ammaraggio un dì
dal liquido al gassoso, come lo shock
proseguendo per una via spesso
cervellotica, ostile, dolorosa:
uno cronico doveroso spasso
prima del regolare trapasso.

vecchiaia

sempre stato vecchio
anche con le glabre membra
la stupidità sbarazzina
della fanciullezza. e anche
se ampiamente passata
è quella candida brezza
affermo con imperio
la mia educazione d’autodidatta
al senile: dedizione
non macabra alla serenità
alla sicurezza del maturo
all’imperituro dedicarsi
privo di sgambetti e dietrologie.
giovinezza m’hai bastonato
quando frivola e generosa
potevi essere, vecchiaia
m’hai reso padrone di me stesso
sicuro quanto basta.

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