poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

*

nel 2006 vincemmo il quarto campionato del mondo
già lavoravo da 8 anni e non ne potevo più -stanco stanco
stanco- una mansione ripetitiva e schizofrenica
per ingrassare 2 soci in guerra costante
metà del fatturato in nero
uno dei due girava panzuto, godereccio e puttaniere
tra le spostazioni con rotoli di euro
nelle tasche e clienti africani
certamente disposti a scoparsi una zoccola
della zona, più facilmente
un’ucraina o una rumena
con gli occhi scuri e i lunghi capelli neri
e il viso di una che ti potrebbe leggere la mano in strada
ma ero giovane e forte
ogni tanto s’andava in piazza
cortei e tutta la pantomima
con bella ciao dei modena city ramblers
nessuno si scatenava in balli e frenesie particolari
tutti guardavano avanti con cartelli e fischietti rossi
poi tutto finiva e si tornava a casa o in officina
qualcuno aveva parlato con infinita dote oratoria
ma dopo 5 minuti ti eri già dimenticato quasi tutto
e dovevi tornartene nel tuo inferno personale
con caporeparti e pause di cinque minuti
sennò ti mandano una lettera di richiamo
alla terza sei fottuto e ciao.

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colazione pranzo e cena

il ferrarese con la terza media
non s’è tenuto nemmeno il lavoro part time da portiere
in un lussuoso caseggiato del centro storico
commercialisti notai ed avvocati
forse non gli piaceva arrivare in orario
forse non era adatto a quelle cravatte
perfettamente intonate ed inamidate
forse è un pochino stronzo
ma gli piace assai pippare nei cessi dei bar
farsi ranze con l’occhio sbilenco dilatata narice
e toccarsi il pacco normodotato quando
belle signorine con la borsa zara lo silurano con lo sguardo
il romanticismo non è di questo tempo senza guerre
il lavoro non ha più spinta propulsiva
un posto fisso solo al cimitero
illuminati da intensi fuochi fatui
le idee belle congelate nel frigo turco
il libero mercato non è ben oliato
e la mia pena è finita nel cesso
con la mia cena di ieri sera.

stracciatella

ti preparo ora il pranzo
piccolo mio adorato
un poco di brodo caldo
stracciatella buona come allora
gialla pioggia delicata come fuori
ricordo la mia nonna
immensa e forzuta zdoura
la pasta fresca un cerchio
il tavolo di forchette e cucchiai
e d’altri strani oggetti adornato-
era festa ed abbondanza.
si è spenta piano piano
col mestolo in mano
ma è sempre presente
qui nella vecchia casa
nella brazadela, nei cannelloni
quando è sera e l’appetito
inscena la sua potente lena.

deriva

primavera alla deriva
ci scassano col globale
riscaldamento, a me pare
un po’ lento ad arrivare.
dalla finestra tutto grigio
le case fredde nuovamente
la caldaia che brontola
in soffitta. i tetti scuri
reclamano il sole
ed io chiamo te
per rassettarmi
il cuore, eppure
il cielo s’annebbia
e frena, eppure
s’allunga la mia pena.

amore per te

eri come un alieno
venuto dal caldo
per riscaldarmi
e cedermi il passo.

eri quieta ma non troppo
venivi col cuore in mano
ed io lo prendevo con dedizione.
poi s’allacciarono le arterie
le vene in un complesso

lungo intervento ch’avviluppava
come un tiepido vento -chirurghi
io e te, a tratti invertiti ruoli
divertenti amorevoli equilibristi.

quando l’operazione
termina l’anima è sola
apici gli sguardi – lì forse
l’amore. nel vitreo umore.

transumanesimo

——————————————————ad A.

occultano la verità
romanzano edulcorano
celano confondono
c`avvisano ogni giorno
coi piccoli segni
delle sfumature
dei salotti liberal
col profluvio delle decorazioni
con discrezione
censura ed abiura
i piccoli galilei
scompariranno nell`affanno
della sovraesposizione
nel coro assolato
di un roseo avvenire-
staliniana memoria.
il potere schiaccia il dissenso
soprattutto nelle democrazie
avete notato?
e avete notato che le presunte
libertà elargite (inutili)
ne fanno scomparire
altre ben più essenziali
ed assodate?
e ci diciamo liberali
e ci diciamo democratici primati.
invece siamo solo animali predati.

trio

e se nemmeno un trio
di felix mendellsohn
non ti rallegra
non ti giova
allora devi scendere in giardino
e parlarci coi fiori
dialogando col cielo e le nuvole
panna divina, che nessuno ti veda.
stringere le mani
di persone buone
ce ne sono ancora.
e se nemmeno un trio
può rubarti l’anima
ascolta il canto della cinciallegra
e spogliati di tumori
e cisti d’odio
ma non conformarti
scendi dal piedistallo
ma non impigrirti
ama. ama un animale
una donna, un uomo o una pianta.
e non piangerti più addosso
guarda la tua camicia umida!
e ridi, ridi di gusto. ridi!

cecil taylor

cecil saetta sulla tastiera
sgrana note in grappoli furiosi 
cluster diabolici, accordi furenti.
conduce ad una musica parallela
sghemba, d`un pianeta diverso: 
atomizza e scarica raffiche selvagge
cacofonia alla stato brado
d`una pangea vulcanica.
ritmi barbarici alla sergej
inquetudini popolane alla bela.
un nuovo tellurico cosmo
impervio -cecil le tue dita
innervate di follia m`hanno
estraniato per sempre, m`hanno
popolato d`onde arcaiche e aliene-
suonarla la vita come fai tu
eccentrico birbante collerico.

*

scriviamo per sentirci amati
straniati in queste città d`asfalto
cemento un momento di sosta
nel tormento fra lavoro e obbligo
dissociato nel sociale, tutto nell`invernale
eccezionale normale andamento astrale.

lotta dura senza paura

gli operai son diventati
una masnada di finocchietti senza palle
con mutuo rate debiti
stringono i loro rinsecchiti coglioni infantili
entrano nei capannoni anni ’70 alle 5 del mattino
escono -forse- alle 21 della sera insensata, vuota, scontrosa
leccano culi a destra e a manca
manco fossero lumache
lasciano metri di bava
come se un domani non ci fosse, burattini del sì.
gli operai stanchi ma fieri d’un tempo
sono finiti nel tritacarne delle generazioni facili
che hanno tutto, a cui tutti si deve
i sacrifici son dei padri, non dei figli
non li vedrai più in una piazza a dettare la storia
magari nel cesso d’un marcio bar di perifieria
a cercar la felicità in bianche righe di coca
tagliata 1000 volte dai disperati che affollano le strade disfatte
che tutti vorremmo accogliere perchè siamo cattolici praticanti
e santi al 50 per cento.

?

che cercheranno i poeti della televisione
i sempre stampati, stampati di fresco
in meno d’un lustro? cosa vorranno
questi uomini e queste donne
sembreranno addolorate e maschie
sembreranno mammolette schifate
dalla politica. vedo navi d’oblio accorrere
raggiungeranno il porto che le ha armate
con accondiscendente disarmonia.
non ci sarà lo scintillio, l’elettrolisi
delle parole abbattersi sulla pagina.
è un buio dell’anima che pervade le teste
e un’infrangersi dell’utopia moderna
del verso lungo che non acceca.

*

ancora non è primavera
ma il tordo fa nascondino
nell`edera. allegro il passero
la sera cinguetta.  lavora l`uomo
il ferro qui a due passi
impreca e suda. altri
rinchiusi osservano fuori
mai liberi di viversi nel sole
lieti però di pensare.
e nei pensieri piu tetri
disperdersi e infartuare.
e nei pensieri piu dolci
abdicare a tutto, confidando.

*

la notte di petrolio
copre i viventi
rumori assopiti.
ancora nessun olezzo
dalle putride fogne,
agosto insegnerà.
è l’irreale silenzio
dell’oscurità, la città
convulsa e puzzolente
si placa come virus
placcato dalla penicillina.
le ore dovrebbero
essere quiete, di sonno
ma la mente vaga
e non c’è porto
che accolga, risacca.
il tempo della digestione
dei succhi gastrici
che demoliscono
pian piano il corpo
frenetico, amletico:
essere silenzio
o non essere, più.

malleabile affabile cannibale

m’infervoro nell’attimo
rivolta nell’intimo
son sempre provinciale
minuto ed incalcolabile.
nel confine labile
del confine infallibile
dell’eterno inconoscibile.

apriamo?

dicono che c’è ancora spazio
ma qui è tutto occupato
cementato e occultato
spartito e privatizzato.
è tutta un filo spinato
un divieto d’accesso
una proprietà privata
un sottopasso occultato.
un cartellino per entrare
e uscire, uno speciale
per defecare e pensare.
tutta una telecamera
una privacy d’avanspettacolo.
chi vien qui con occhi nuovi
(per trovar tutto vecchio)
novità non trova che mercato
e caporalato. mastro Darwin
ne sarebbe consolato.
sempre la stessa storia: chi ha
non ha mai abbastanza
chi ha poco fa il loro gioco
massacro generalizzato.
si scopre difettato ad oltranza
eletto ghetto nei ghetti
si scopre spremuto e schiacciato
strumentalizzato dai buoni
sempre più candidi e mielosi
fantasiosi dai balconi
dai cattivi pare così perfidi
da non sembrar vivi.
li disegnano così, speculari.

non arrivare

quanto si corre
per non arrivare.
e le giornate, le notti
mattine, pomeriggi
a ruota come una macchina
che mai arranca.
e come farla franca.

pirosi

la pirosi gastrica
è una sfida dall’interno
il corpo infiammato
sa d’un non so che di calcinato
fiamme del peccato.
niente caffè, peperoncino calabrese
fritto in genere, cioccolato.
tutto diviene così sbiavdo
che pure il colore bianco
nelle pareti par più salato.
la condanna del vizio
è che ad un certo punto
non puoi più neppure
far finta di cedergli vinto.
istinto del gourmet estinto.

*

*

sbiavdo: pallido, insipido, poco invitante.

uomo e solo uomo

ti sei cavato gli occhi
per vedere davvero
ed il tuo stand by
non ha più sapore
d’eremitaggio.
al contatto col mondo
sei ossidato come uno scafo-
il mare non è mai lieve
nemmeno se olio
in una giornata agostana.
è una potenziale burrasca
che arringa e scuote
e sobbalza e spreme:
si resta attoniti
e intonsi d’aggettivi.
quando non ci sarai più
rondini fileranno la tana
e la cinciallegra ricomincerà
becco prensile
con le sue uova
l’eterno via vai.

spartito

quando ti muovi
fai cantare tutti gli uccelli
i popoli salmodiano
in tutte le lingue
moderne e antiche
il pittore
scolpisce la più importante
scultura della storia
le guerre si interrompono
gli ebrei smettono di piangere
e. ma guarda un po’
cosa fa sentirsi
così vicino a qualcuno
sospirargli un sentimento
non esigere un commento
cosa farà, cosa ha fatto:
un esserino
che ha la grazia di un rinoceronte
il viso dolce
la vitalità straripante e sconvolgente
l’attenzione della zanzara
manine e piedini di burro e gioco
provvisto di tutto il futuro
che serve
per sentirsi
padrone della storia a venire
del mondo, dei fiori
delle note: che spartito incantevole
comporrà con sincopi e corone.

ergersi

può darsi che Rebora
centellinasse le rime
assetato di lima e tornio
per scavarsi versi
può darsi che Mandel’štam
rosicchiasse zollette di zucchero
nel gelo e che Mahler
mettesse tutto il suo amore infranto
nella decima sinfonia
e noi? noi cantori con la pancia piena
e la moglie ubriaca dove andremo
a parare? ci chiuderemo nel nostro mondo
con gli occhi chiusi a limonare
con le parole che ci illudono
o scenderemo in strada
come poliziotti accesi di futuro?
ci nasconderemo nelle case
come animali da cortile
o lucideremo i metalli nobili
di una rappresentanza
che sia oltre democratica insicura
noncuranza? le vie sono mobili
hanno tanti nomi
le guerre hanno plasmato i centri
le periferie sono asfittiche
ma abbiamo l’ultima parola
prima di qualunque allontanamento.

sozzume

denti si cariano
lordati di tartaro
water schizzati di feci

in sommaria mira

polvere su pigro mobilio
lanuggine su vesti lise
di peli batuffoli

gatti sui ciotoli
grassi colanti
in cucine imbarazzanti
odori molesti di carni
igiene che viene e va:
il sozzume è padrone già
di questa prigione
non abbisogna di manette
non è corruttibile
è imbattibile
e alla lunga non può
che vincere
senza necessità
di spingere.

caritas

mattina i marciapiedi
si riempiono di stanchi piedi
l’uomo va al lavoro
un lavoro che non vuole
che non l’appaga
ma gli dà quella paga
per costruire la società:
andrà al supermercato
dove gli si farà carità
non per pia pietà
per ragion di sazietà.
abuso del consumo.

tanatoestetica

l’estetica amletica
della selfie generazione
della nazione in maschera
che chiacchiera, nel lento declino
ti rifila un bell’inchino
nel gelido filtro digitale
ch’abbellisce pure l’orinale:
il burattino ha perduto
il bottino -bandiranno
per il paese un futuro
che non sia meno che altalenante.
de visu vanerello.

secreti

si spengono prima o poi
anche i segreti, come talune
formule chimiche s’esauriscono
anticipando del sole il ritiro
dei rami lo spoglio.
non hanno più quell’importanza
capitale che ci fa sentire male:
hanno una data di scadenza
puoi farne sicuramente senza.
la certezza è una lenza
che tiene stretto a sé
il diritto incerto all’appartenenza.

fiori

e giungon i fiori lontani i dolori
tutti i petali incorniciando
terra e cielo. che il cielo
è troppo azzurro
e terso e la terra
troppo fredda ancora
e ferma. ferma all’inverno
sotto il cielo avverso
che credo di non voler tornare
di non arrivare. fermo
consultando i colori
come una biblioteca di splendori.
e giungon i fiori, dopo tanti errori
l’attesa è fulgida sorpresa
corolla d’insetti vorticosi ed uccelli in amore.
e giungon i fiori. giungon i fiori. i fiori.

nigeriano

mani in tasca
bianche cuffiette
visiera di sbieco, loghi
e fragranza di reato
per il nigeriano sbracato
all`angolo sotto il porticato 
arrogante e francamente
non troppo sorridente
denti bianchi d’africa nera
con tasche di 20 euro ciascuna
rotoli di capitalistica compassione
e roba d`ultima, polvere tagliata e ritagliata
nelle calzature sgargianti americane
alla moda, rosse fuoco come fu il partito
delle masse ignorate e incarognite.
è venuto diranno
per far la bella vita
ed un lavoro speciale l’ha trovato
pagato più del manovale.

verso liberaci dal male

il verso libero è controverso
bene e forte esprime il concetto
si comprende e s’arrende immediatamente
non pretende un vocabolario forbito
né la rima che t’arriva tra capo e collo
né il suono consonante del vocalizzo.
il verso libero non è avverso alla poesia
è come la canzone, il lied, l’emozione
puramente un salvagente
all’idiozia, alla necrologia, al simbolico.
o forse è vuoto niente. e libertà.

il tempo non ce l’hanno regalato

un giorno annoiato
un giorno scontato
il tempo non ce l’hanno
regalato, è dilemma sfrontato.
i padroni son sempre padroni
gli operai non più arrabbiati
fan la fila infoiati per l’acquisto
di cellulari d’ultimo grido.
la guerra nuova che verrà
sarà evidentemente sul filo
non sul rasoio.

ore 16:00

cieco il parto della città
non c`è di stelle contraltare.
imbambolati come pesci
senz`acqua i poveri cristi
rimbalzano di marciapiede
in marciapiede in perenne
sobbalzo -terra crepata.
le radici degli alberi fioriti
scoppiano, il catrame
è spappolato. la madre
ed il padre impotente
arrivano alle 16:00.
dall`asilo i bimbi
vanno e vengono.
per andare dove nel sole?

abbiamo necessità di parole

abbiamo necessità di parole
per riempirci la pancia
non affogando nella bilancia
parole confuse e ammaccate
dal vento del progresso
dalla folata della comunione
e disperazione. abbiamo
necessità di parole perché
siamo arti deboli e violenti
attaccati al ramo che seghiamo
dalla parte dell’albero.
e l’albero è felice: è come
un peso in meno, più o più.
abbiamo le parole per far finta
di vivere coi fiori in primavera.
abbiamo necessità di parole
per spiegarci e non grugnire
per armarci e non deflagrare
per amare e starsene zitti zitti
abbracciati nella pelliccia cuore
che tiene calore. o è solo il cervello
che dipinge un quadro espressivo
e c’ancora mani e piedi ad un visivo.
abbiamo parole ed un bisogno.

tramanda tremenda

l’attesa si tramanda di padre
in figlio, un figlio può attendere
una vita intera prima della comprensione
al netto del lavoro la casa l’amore
di tutto il tempo sprecato e laccato
di giustizia, leccato di presunta
immortalità. non viene meno l’assunto
c’è tutta un’indeterminazione muta
che è quanto ci si aspetta asserviti
che è tutta vile da dimostrare
come un campo illimitato d’arare.

Quanto basta...

Riflettere, condividere pensieri. Senza esagerare. Quanto basta...

UNO STRANO POETA

Quando la poesia incontra la vita di un ragazzo

Giuditta Michelangeli (tra versi e prosa)

Scrivo per passione e per noia, scrivo per passione annoiata. Lo pseudonimo è uno strumento ed è confusione, è uno strumento per confondersi. ("Sii sempre un poeta, anche facendo prosa.” - C. Baudelaire)

Unterwegs

In cammino

sovrasenso bisbigliato

"quando ti sono postuma ti ritrai negando il nesso tra suono e pensiero pensato." (Anna62)

Brezza d'essenza

Quando scrivo dimentico che esisto, ma ricordo chi sono.

ilcollomozzo

FU ALL'INIZIO UNO STUDIO. SCRIVEVO SILENZI, NOTTI, SEGNAVO L'INESPRIMIBILE. FISSAVO VERTIGINI. A. R.

Parole & Carriole

Poesie D'Amore e Trucioli Di Libertà

amilgaquasino

A.A.A. Cercasi (un modo vecchio come il mondo per mettersi sul mercato)

Sogno Diurno

(la poesia è sogno diurno)

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"Noi non siamo mai esistiti, la verità sono queste forme nella sommità dei cieli." Pasolini

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Rosa Frullo. Un poeta e un filosofo tra Spleen e Masochismo

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LA DITTATURA PERFETTA AVRA' LA SEMBIANZA DI UNA DEMOCRAZIA, UNA PRIGIONE SENZA MURI NELLA QUALE I PRIGIONIERI NON SOGNERANNO MAI DI FUGGIRE. UN SISTEMA DI SCHIAVITU' DOVE, GRAZIE AL CONSUMO E AL DIVERTIMENTO, GLI SCHIAVI AMERANNO LA LORO SCHIAVITU.

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