scelta

guardi il cielo tagliato
dai bianchi raggi d’aerei
dalla fabbrica chiusa
e dagli uffici di cristallo
il ferro buttato nel cantiere
e le urla dei bambini.
la scuola chiusa
il giardino in disordine
l’ordine dall’alto
è che non sembri perentoria
una scelta. e non è.

nato domani

nato per la carta da scrivere
due pensieri d’estate
e per lavorare
tra una nuvola e l’altra.
i pensieri sono magici e sconfinati
quando il sole alto
convince alla vita.
così son io: smemorato
e affilato. lungo come il fiume
e generoso alla foce.

carnale

la musica non mantiene le distanze mai
oceani dissonanti perdurano la notte
anche quando letterati e architetti
hanno appeso la matita al chiodo

ed io mi lecco le ferite
come l’hanno fatto prima di me
i grandi -i grandi musicisti
hanno frantumato lo schema
hanno eretto l’ego ciclopico
trasparente come pioggia battente.

e mi piace ancora con una bella
sconosciuta il filo dell’ironia
che ricama una strada comune:
sempre stato cervellotico

e poco carnale: spero prima
di scoparle la testa
segue il resto con calma.
o il silenzio delle mani.

e mi detesto

perché non sono di questo mondo.

quotidie

nelle mia astrazione reale
quotidie accentuo gli accenti
e mutuo la disperazione: esce
dai capannoni industriali
i pochi in servizio attivo.

i lavoratori non lavorano più
e i politici non fanno politica
il paese esala gli ultimi respiri
in una bara claustrofobica
d’opposte tifoserie rancide.

servo

quando il tempo
non è comandato d’altri
(bivacco in giardino
osservo le belle figliole
che potrebbero essere figlie
e ingollo birra economica)

quando il tempo non è più
d’altri vedo e sento tutto
meglio.

le giornate lunghe e possenti.

e mi sento quasi un animale:
l’uccello non usa i soldi
e non deve andare al supermercato.

l’animale è libero
e puro. io invece

servo

e ambulante delle parole.

esito

esito nei giorni di pioggia
navigo nel polmone d’acciaio
della libertà concessa. così arido
e frivolo come un defibrillatore scassato
il mio occhio sereno striscia sull’orizzonte
d’aeroporto e aziende. esco di casa
e non c’è neppure un momento d’astensione:
i pensieri indotti dal potere che non vedo
e non voglio -raschiano il fondo dell’anima
tendono i nervi. cavi già a fior di pelle.

ottimista

il mio ottimismo è una gomma da masticare
e si attacca alle suole di uno sconosciuto
cade e si decompone a terra come cenere
oggi piove ed il vento sferza come una mannaia
cadono cose e principi interiori: s’alza il respiro.
parlavo di me un tempo perché dovevo andarmene
parlo ancora di me: resto in piedi sotto le nuvole di solvente.

incanto

l’altezza della vita
pare un riflesso
nell’estate che svanisce
si divincola di nuvole
e vento -tempesta.
sul tetto le gocce
dentro tra cuore
e fegato la condensa:
il richiamo allo zero
il minimale saccheggio
del tempo e della vita
è un incanto.

relazione

stancamente le ore assalgono
la mente, il silenzio dei corpi
e delle cose. qualcuno afferra
un martello e gli uccelli sui rami
cantano indifferenti. il bus
la moto. il vecchio col bastone.
osservo tutto al microscopio
ne faccio la relazione che stai leggendo
proprio ora: gli occhi seguono
la mente collabora. mite il tempo
propone una lunga passeggiata.

belli

un poeta non nasce a primavera
nasce in inverno quando tutti i sensi
giacciono tramortiti e le idee fredde
camminano lentamente come lumache.
quando le finestre chiuse frenano le anime
e i tetti tremano nel contenerle. poi a marzo
tutta quella vitalità trasborda e gli antichi miti
paiono realizzarsi: è sempre una questione
di significati. è sempre una questione di parole
un duello di lettere per farci sembrare belli.

tran tran

il cielo è uno sgarbo zincato
sembra un filtro dell’aria
teso e grigio. immobile.
l’adagio della Settima di Mitja
accompagna con sacralità
il distendersi del traffico
il rombo lontano dell’autostrada:
a settembre tutti tornano
si riprende il malefico tran tran
produci consuma muori.

già deciso

e hanno deciso
così e cosà
ma noi no
siamo stati a guardare
non siamo stati decisivi
né incisivi
consumiamo, sì
siamo nenie da voto periodico
occupati nella marginalità
a guadagnarci il pane
a volte siamo solo a casa
perdiamo il nostro tempo
il tempo dovrebbe essere nostro
guardo gli uccelli
che balzano da un alberello
ad un altro
e sono già vecchio
ma anche vivo
e combattivo.

fune

il lavoro è dei padroni
loro elargiscono la pena
e noi nel tempo restante
disegniamo fiori: la rosa
appuntita e la calla tutto colore.
e se c’è tempo ancora
imbastiamo errori
e a volte una luce dalla finestra
splendida. in equilibrio
precario come funamboli.

sere d’estate

la sera d’estate è un grande bordello
dal parco vicino arrivano urli e schiamazzi
i giovani non vanno mai a dormire
le femmine stridono sul nero con luna piena.
gli operai hanno finito la settimana
bevono birra e toccano cosce
s’inventano l’amore romantico
fantasticano su una vincita al lotto
e vanno nei bagni sporchi e logori
lì pippano e frignano del padrone
delle ore infinite a fare chissà cosa.
la ragazzina è libera così tanto
che spompina il primo venuto:
ha la pelle scura ed è duro come marmo
come il predatore nella savana
del futuro lei ha l’oro in bocca.

a casa nei silenzi

a casa nei silenzi dei primordi
la nonna ed il bisnonno
piatti e ammennicoli su parete
anelli e catene. storie su muro.
nidifica la parola in questi tratti
felici e la storia: si tramanda
una parte nel nuovo tutto.
anamnesi dei pilastri e calcificazione
dei turni. così il nuovo manto tiene
e la parete si può restaurare
contenendo gli schizzi dell’acqua
tuoni e lampi e. astratta memoria
tu spargi sale e campi arati.

gassssssssssssssssssssssssssssss

si tornerà al lume della candela
fuori ad accecarsi di bellezza della sera
osservando il sole morente

si tornerà a fuoco di paglia
alla legna nel camino
al freddo birichino

chissà chissà se tornerà
quell’umanità marcificata
oggi dalle multinazionali
e dall’orrore della musica
nei cessi dei supermercati

dove le scritte volgari
sono l’unica cosa vera.

fiori rossi

il ponte di cemento sgretolato
totem del paese che fu
quarta potenza industriale
suona come un flauto di pan
battuto dal vento tiepido

giovani in gruppo ridono
e piangono: il futuro incerto
è una sciabola affilata
una stanza fredda
un vaso di fiori rossi

appassiscono in coro
intonati come martiri.

tento

tento ogni giorno
di non esserne contorno
acceco la sfortuna
allego piccoli spunti.
uno ad uno.
lavoro di maglia.
epica del tramonto.
magia di un’alba.

paglia

ecco l’uomo di paglia
indifferente alla finestra
vede e non vede
sente e non sente:
vista udito tatto
tutto è preciso e diretto
tutto svanisce nell’insetto:
mosca che voli e atterri
un attimo è una scelta
di vita. ecco l’uomo di paglia
lo vedi alla finestra
assente. scivola via
liquido. l’uomo di paglia.

BWV848

ascolta il preludio
e fuga BWV 848
cuciti la bocca strada
ed eco dei capannoni
industriali – transita
nell’inumano una voce
che dice: sei vivo. vivo.
schivo come un muro a secco.
il contrappunto tiene tutto
e voga nel fiume stretto
degli ossi duri. cantilena
rabdomante. pura. cura.
eternazione.

allunaggio

se mi metterete alla prova
vi stenderò una corolla di sole
o v’incastonerò nella buia
scavata galleria del vento.
se mi metterete alla prova
mi troverete nel fango
o nel cuore dell’albero
coi miei auspici realizzati
ed il corso d’opera della gioia
o l’allunaggio inventato
per continuare a delinquere.
va da sé il furore e l’afflizione
due facce del medesimo sforzo.

la città

la città si contrae
e si dilata come schiuma
da barba -il mio viso
allo specchio nella mattina
scaturita dal temporale.
silenzio assenso: in natura
c’è dolore a sorsi rapidi
nella cattività umana
sono senza pietà
i carnefici. mancano alloggi
cibo e intelligenza.
la bontà è scalza
i piedi scorticati.

venerdì sera

musica brutta viene dalla baracca vicina
bevono fino a notte fonda. assieme  urlano
incomprensibili -fino al venerdì a dire sì
inginocchiandosi al padrone. il tempo
è una visione a senso unico: si strappa
come petali di margherita. diurni
strisciano accondiscendenti: fanno
le scarpe al collega. poi coca libera tutti
pasticche multicolori e alcool: così
in un attimo di tremenda frenesia
svanisce la possibile libertà dei sensi
l’illusa indipendenza dei corpi.

adesso vivo

adesso vivo alla giornata
lontano dall’asprezza della roccia
centellino la furia
in piccole storie di cucina
incollo post-it di te e me
sul frigorifero e sui muri
(l’amore è quest’affollarsi
di messaggi codificati
estranei ai ritmi circadiani)
aspetto che la terra divenga secca
e corro in giardino appena appena:
osservo le gocce ridarci vita.

patto

restiamo in silenzio
ognuno ha la sua paura
ed il suo punto di rottura
meniamo fendenti alla cieca
ma alla fine siamo nel buio
brancolanti. oppure nel mare
alla luce come bagnanti.
la sua verità. la mia -parti uguali
ed il tutto che non si sfalda
mai. si lavorano le rocce
se ne fanno pugnali.
oppure piatti e brocche
per stringersi in eterno.

non vorrei

non vorrei morire dentro
al tornio che macina metallo
non vorrei intorpidirmi
dei brutti sguardi di caporeparto
e macchine instancabili.
io sono carne e un pensiero
io sono d’ossa e fegato
e cuore e cervello. defeco
con regolarità d’artigiano
e l’intestino grugnisce
di stanchezza quando le ore
sotto al capannone diventano
infinite lamiere ammaccate.
fatemi strada e stendete
il panno rosso della pietà
ma nemmeno: donatemi
un’esistenza dignitosa.

poteri forti*

non hanno risposte
i poeti. vagano da un padrone
all’altro. hanno le tasche buche?
giocano coi sensi? emettono bava?
sono ego che crescono nella bottiglia
e a volte trasudano impotenza
oppure battaglieri costringono
alla riflessione: ed io mi specchio
fedele alla mia anarchia
ed essere fuori dalle scuole
intransigente con me stesso
e inesistente per coloro
che si mentono ogni giorno
ad ogni parola leccata
ad ogni misero comando.

*qualcuno afferma che non esistono…

fuga

brilliamo a volte e casualmente
come una fuga di Bach
e confusamente amiamo
strette di mano calde e calibrate
come lavori di tornio.
esteti della forma macchiata
e della psoriasi dei pensieri
armati di calandre evaporate
e dietrologie di fumi -svampiti
e rianimati col pugno serrato
della malinconia. sono stato.
sotto al cielo dei vespri
nel rumore dell’aereo
e in una chitarra jazzata
inseguita dal metronomo
nel contrappunto felice.

travolge

se si strappa la parola
tra un lavoro noioso
e un tramonto rosso
come sangue versato
nella linea di produzione
se si discute di niente
nel furore tipico del giorno
si scava la fossa alla vita
dolcemente come sabbia
di spiaggia -una dolina.
ci sciupa e ci travolge.

caspita

che tu sia manovale
o morto di fame
sotto la pioggia o la neve
c’è poesia che sgorga
tra un amore bruciato
e i calli e i geloni
sono i tuoi punti a capo.
e poi c’è la sera
che tutto ordina
e mette la vita
alle lettere.

scrivere

scrivere è tutta la delicatezza
del mondo nel palmo
e questo silenzio dell’andare
a capo. scrivere è la pausa
del martello che scoppia l’intonaco
o la saldatura fumante che strazia
il respiro. è il mio inguine laborioso
e sudato che cerca di rimanere giovane
lì -impalato. è la sonda discreta che metto
nei sensi per respirarsi da vivo.
o l’affronto dell’alterco con la natura
matrigna. scrivere è tutto questo
il tubo di scolo -il vuoto.

ah ah ah

hai un bel vestito
ma non sai che fare
gira che ti rigira
sei al punto di partenza

non vuoi far da lenza
nemmeno da boccone.
la sera osservi le stelle
il cielo è una coperta corta.

conta da uno a dieci
conta da dieci a uno
pensa prima di aprire
quella bocca. pensa

prima di aprire la bocca:
io sono un cultore del silenzio
al massimo accetto Beethoven
o Frescobaldi. i suoi fiori

o i suoi colossi nel mare.
io sarei l’onda anomala
che circonda quei megaliti.

la sera

la sera si sfalda in un milione
di note metalliche e tu mi vuoi
parlare di lavoro. ti prego, no
son sempre le solite idee
non c’è niente di buono.
io credo al mare senza turisti
e alle piazze vuote: ecco, tutti a casa
vi vorrei, tutti a casa per un mese
e non si paga più nulla
né l’acqua né il pattume
né la benzina né la tassa
forse così si cambiano le cose
e si riscrive la storia
né violenza né boria.

tornano tutti

tornano tutti
da monti e sdrai
ammucchiati in fabbrica
ammucchiati nel dispiacere
per trenta giorni sono stato il re
dell’emaciato quartiere. silenzio
assenso privacy vera coi miei bidoni
intelligenti con tesserina e controllo
da grande fratello. sono un cittadino
di riferimento ma non ho un salario
vivo di tfr e qualche risparmio
con l’olio di semi vari a tre euro. il gas
esploso al metro cubo. il chilowatt per benefattori
demoniaci alla soros. sono stato giovane
mi ricordo che il mondo era migliore
è la nostalgia della giovinezza
e di una certa purezza. m’invaghivo
dell’alimentari ancora italiano all’angolo
odore di pane e parmigiano.
potrei sbagliarmi. o avere ragione
chi lo sa. il futuro urla e sbeffeggia:
ha gli abbaglianti accesi. è dietro l’angolo.

potere e dovere

ci sono giorni
senza nome
nemmeno un pronome
giorni secchi

senza lacrime
senza amore
giorni smembrati
da studenti annoiati

e si vivono lo stesso
senza entusiasmo
solo il miasma
del potere in agguato

sono qui sono qui
dai. prendimi.

disco rotto

dal disco rotto
esce la solita cantilena
sei pigro. hai la pancetta
ti vesti in fretta
con misure abbondanti
l’illusione perora la tua causa
i colori scuri. gli elastici.
vita moderna. la sedia
il computer. privo di nerbo
stai in attesa di una posa
di uno scatto. un matto.
non ti sei arreso: stai sul pezzo
anche se il movimento
ti da un po’ ribrezzo.

moda

e mi piacciono ancora le femmine
di questi tempi la figa non va di moda
sembri retro grado. te lo martellano dietro
h24 in tv in radio nei cartelloni pubblicitari
vicino alle scuole in chiesa ed in certe cupe
manifestazioni pubbliche dove sculettano
come matti per sembrare d’essere matte
te lo martellano dietro tuttavia io indietro
non torno. ora sono a casa tutto il giorno
ho tempo di fare il moralista. caldo. è agosto.
anno duemilaventidue. non c’è moda che tenga.

piano piano

la notte è uno strano pastrano
denso attaccabrighe o sornione
pacifico arbitro che temporeggia.
piano piano si tendono le ore
dolce e drammatico s’ottunde
il mio umore. e mi lego al romanzo
o alla silloge. e non sono più io
sono antico viaggiatore
screanzato viticoltore
una leggenda screziata
in una remota fazenda.
è la notte cinetica e fantastica
come in preda all’alcool
come un disegno che dalla bocca
diviene inchiostro barocco.

ambulanza

la sirena dell’ambulanza
spacca in due il mattino
risuona e arranca nell’inumano
della città calda. e c’è l’aereo
che romba -se ne va ai tropici
dove il salario è un decimo
ma è sempre caldo e la gente
balla. qui si strozza col semolino
e a settant’anni ha il pannolino
oppure in carrozzella guardano
a terra – con la badante ucraina
già qui prima della guerra lasca.
è il progresso baby: s’allunga
la pena mica la gioventù.

seghe mentali

stai sui social
ti fai le seghe
ti senti grande
ed invece sei niente
mischiato con nulla
hai desiderato un riscatto
ma è tutto impreciso ed inesatto

sei uscito nella canicola agostana
ricordi che sei a casa
le otto ore standard
non ti premono sulle tempie
puoi ascoltare dalla mattina
tutta l’opera pianistica di Mozart
o un concerto di Jarrett in Giappone
1978 Osaka o i 24 Preludi e Fughe di Shostakovich
e crogiolarti nella libertà concessa
passa la mano davanti agli occhi
e sposta le goccioline di sudore
e le tue manie
e i tuoi desideri inutili e costosi
non riesci a pensare a nulla
che non ti porti a spendere
dei soldi che non valgono nulla
carta straccia in mano ai banchieri di Pound
hanno fatto carriera
ora fanno volare in alto pure
i loro aquiloni

sei il migliore
sei il più grande
ma lo sai solo tu.

sudato

stanca città di traffico
e pedoni anonimi
in maniche corte
e ciabatte. le auto
girano come blatte
quando s’accende
la luce. il puzzo
dolciastro dell’umido
dei bidoni sfatti.
ci sono interi mobili
e arredamenti vari
abbandonati. caldi
i muri al sole.
segui i sensi unici
gli stop. l’orizzonte
è morto nei quadri
rinascimentali.
senza forze
torno a casa
sudato

sui prati

non ce n’è d’ombra
né più il sole. canta
il gufo solitario e le ragazze
sui prati ad amare
pruriti e poche parole
la luna e tutto il resto
ed io in salotto
a far da testimone lontano.
il parco a due passi
da quell’amore remoto.
l’amore ti scuote
per pochi anni soltanto.

testardo

tenerezza s’è perduta
nelle strade e marciapiedi
scalfiti dalle suole erose.
ed io tento il decanto
che s’è fatta sera
e non c’è altro da fare
tentando l’intentato.

statistica

non si staccano da terra
gli uomini vuoti di periferia
fazenda degli orrori
coi carrelli pieni e sghembi
di paccottiglia industriale.
ed ora coi bidoni intelligenti
ci controllano pure deiezioni
e azioni giornaliere: cartacce
e bottiglie giacciono a terra
sono i desideri i bisogni.
che la società industriale nutre
non come i suoi figli: poveri
salariati col monolocale
affitti e bollette e multe.
ti senti così amato
e infatti hai fatto il mutuo
e hai barattato tutto il tempo
per la fuoriserie del padrone.

torto o ragione

prendi in mano la tua vita
ti dicono dall’alto della cattedra
non vorrai terminarti in fabbrica
otto o dieci ore al giorno
straordinari il sabato
col caporeparto e la noia
che ti scioglie dentro
e ti sradica la gioia
a colpi di saldatura
e martello. ora
guardati attorno
e rischia. ci vuole
strategia e l’ultima voglia
di bellezza che hai provato
ricordi? ma tu hai perso la ragione
forse e non avevi nemmeno torto.

rumori

non c’è più suono d’agosto
la sera. terminano cicale
rombi d’aerei e motori.
né grilli né urla di giovani
alle 22 i vecchi già ronfano
con tv accese come abat-jour.
i cortili sgombri come cimiteri
gonfiano i pensieri di ieri
come pasta di pane. siamo nuovi
di qui oppure siam stati sempre.

vivo

da me volete sangue
violenza e disperazione.
il suicida che fa il salto
il ragazzino che violenta.
ma io vi do miele e sentimento
il barbone che s’innamora
della puttana cancerosa.
strillo ameno e solitario
ma non so d’abbecedario
dietrologie e dolore vero:
in fondo son comparsa
che discreta ammobilia.
e faccio i salti mortali
per restare lucido
e innamorarmi ancora
la pelle d’oca
gli occhi lucidi.

di niente

di niente la nostra presenza
si nutre. caldo torrido
e poi le nuvole. cinque gradi
in meno. un acquazzone
un arcobaleno. un ghiacciolo
le cicale oramai poche.
l’incredibile silenzio
nelle strade e nel parco
dei bipedi svaniti
tutti al mare. tutti al mare.
a non mostrar le idee chiare.

agosto

ti odio agosto
mese di cicale
dei silenzi e degli assensi
di calore vulcanico
del volto rigato
dall’acqua traspirata
la pelle arrossata
dal sole che cuoce
e segna e non spiega
ti odio agosto
mi metti le mani dentro
mi svuoti e mi raccatti
d’ansimi e chiuse
un mese dopo
come un anno dopo
un’era da bagno e balera
(il tempo oblungo
è come pasta di pane)
sfiancato dall’odiarti
mi hai intenerito
mi hai ammansito
mi hai liquidato
nel tempo nel luogo
ti odio agosto.

niente è più di prima

c’era di norma nell’attesa
una strategia discreta del tempo
e dei derivati: non si coglieva
nessuna dietrologia né deriva
s’osservava per incanto
e non distrazione. come fumo
o piuma. estremi del ramo
e della radice. corteccia e tronco
fotosintesi e foglia. incanto
e atmosfera. respiro e ruolo
protagonista. s’era calati nella parte
completamente oppure etere
-giovinezza: eterna verginità.

non la faccio

non faccio poesia
alla mattina con questo caldo
non faccio poesia
perché mi sento bene
e non la faccio se mi sento male
e se è nuvolo e le cicale cantano
e gli operai entrano nelle catena
di montaggio. la poesia
non bisogna farla
è già lì, pronta. bisogna solo
acchiapparla e farne un incidente
frontale. spaccarsi le ossa
lacerarsi la carne. solo così
avrà un senso quel dolore
o quella speciale armonia.
quella malinconia
quella voglia di fare
di martellarsi
di sconfiggersi e riarmarsi
giorno per giorno
e la morte.

perfezione

ci sono tutti questi uomini
e hanno sete e hanno fame
non sono famosi né riconoscibili
da una torre non potresti
avvertirne le differenze
ci sono delle belle fighe
quelle sì mi tengono barzotto
bei culi belle schiene
gambe muscolose e affusolate
carnagioni scure
è ciò che rimane
e resta nei fondi degli occhi
stanchi di cercarsi un lavoro
da schiavo e allacciarsi
le scarpe ogni mattina
col ritratto del padrone in soggiorno
a farti l’acquolina
ci sono quadri che hanno soggetti
splendidi ed altri
che hanno paesaggi ancora più intensi
coi soggetti meno importanti
ed anche se vuoi fare la rivoluzione
resta una idea scarna e scarsa.
l’uomo è solo una via di fuga
l’uomo ha qualche parola in tasca.

stroboscopio

il pomeriggio arso di luglio
nella piazzetta senz’aria
col sole rovente. giocano
pochi bambini con molle
e cunicoli colorati. viene
a me il ricordo: niente
lo spazza via -non c’è
un filo di vento. ammetto:
nostalgico e ferreo
nel mio presente
piantato come olmo
nel mediocre boom:
né musica né letteratura
la poesia vera è sotto terra
nascosta ai baroni
elevata a mistero.
ma il vivere non lo è
è un taglio della mano
stroboscopio di sensi
vette di mistero
e m’accaloro di sudore.

grandangolo

nel grandangolo della pianura
arsa da sole e polveri sottili
stanno gli uomini soli col lavoro
da mattina a sera. obbiettivo
due settimane di vacanza
per dimenticarsi d’essere schiavi
sotto un ombrellone col vicino
di casa a pochi passi. eppure
non si rinasce e non sia va
in un mondo migliore. si scava
qui con le mani e le unghie spezzate.
se c’è pace è qui e pure guerra.
è nei segni d’interpunzione la vita
delle parole e la carne viva
nell’uomo la sua dissipazione.

e poi un miracolo

come son eleganti i quadri
i colletti bianchi in giacca
e cravatta inamidata
o coi tacchi e tailleur
severi e unghie affilate
le donne emancipate.
culi fasciati e aggettanti
tettine floride e profumate
bocche rosse grasse
uomini e donne forse
benestanti. uomini
e donne assenti aspri
egoisti. tu li hai mai visti
pregare? siamo forse pazzi
a vederli insieme a noi tutti
esacerbati e sfrattati?
cosa manca a noi e cosa c’è
in più in loro? la notte
dichiarerà guerra alla differenza
le tasche buche e le obbligazioni
cancellate. dopo la notte
una nuova visione. dopo
la notte ancora notte
eppoi note di pace:
può esser così
che si ricostruisce
e non si marcisce.

temerario

ci son ragioni per amare
questa accozzaglia di famiglie
con l’utilitaria e monolocali
questo formicaio di sconosciuti
che s’odiano e s’affamano.
ci son ragioni per odiarli
questi deambulatori di noie
e dolori o per estinguere
per sempre la malinconia
della città dei servizi e trasporti
non c’è più neppure una fabbrica
per morirci dentro col manifesto
di marx e engels tra le mani
urlando temerario al padrone.

proteggersi

abbiate una fede
proteggete cari e meno
ci sarà un diluvio?
creperà la terra
tutti giù per terra?
pioveranno rane
e noi tutti neoprimitivi
a farci luce con le clave.
tuttavia non è tempo di morire
ci sono ancora i bastioni d’Orione
e le porte di Tannhäuser
da visitare. siam talmente
piccini travolti da un insolito destino
-quello d’un bambino.
io vi dico che c’è comunque
ancora tempo
ammesso che abbia un senso
il nostro frignare
alla luna. la nostra flaccida
persistenza. l’ego
monocratico
da dio in pensione
scienziati ed affiliati.

prato verde

cancellate gli ultimi vent’anni
stateci lontano: non si vive in fabbrica
e non ci si arricchisce. il dovere è insegnato
dall’asilo e poi la famiglia scolpisce l’obbligo.
tutto sul muro del pianto e roccia afasica.
scrivete le ultime volontà e precipitatevi
su un prato verde e grande. prendete la ciucca
non pretendete d’essere sempre lucidi.
e non c’è verità: solo vivere vi renderà liberi
quanto basta per non perdere il senno.
cancellate gli ultimi venti anni. fateli fuori.

questo

il dolore certo
è un ritornello antico
una fiaba sempre verde.
il cielo è il soffitto del mondo
le nuvole svaniscono e ritornano
sul luogo del delitto
piove o non piove
grandina e c’è l’arcobaleno
le montagne cresceranno ancora
tu non mi vedrai più
né io te. il sangue del mio sangue
sarà alto eppoi a terra.
e di nuovo come un déjà vu
un fotogramma bloccato
un bit ripetuto.
la scena si rifilma
il regista non si firma.
nessuno ricorderà
nessuno saprà
di quel giorno
ora minuto secolo
in cui scrissi
questo
per me
per te
per nessuno.

che sento

sento le cicale
mi fanno compagnia
e so che è estate piena
e sento puzza di piscio
nelle strade ed il pattume
fermenta. e la gente è stanca
perché suda o perché non so.
ci sono i negri che spacciano
e ti sussurrano dal marciapiedi
e ti fanno l’occhiolino ma io
preferisco l’alcool della birra
e rutto e bevo. passo dal pakistano
un euro una birretta e mi trascino
tra le lamiere calde delle auto
come se fossi nessuno.
eppure sono passato qui
non molto tempo fa
mi ricordo d’ogni particolare
e i colori accecati dal sole
i ghirigori della street art
e la mia mania per la malinconia.
l’estate è un pezzo di frattaglie
annoiate dal troppo sole.
io odio l’estate. fra poco è agosto
un mese di sessanta giorni
una talea di sentimenti fratturati.