i motori

cosa vedo se guardo fuori
dalla finestra? vedo alberi
e una pianta estesa e forte
che s`è conquistata il muro
foglia dopo foglia e i motori
immobili del condizionatore
il gruppo elettrogeno a gasolio
giallo sporco -arrugginita lamiera.
tu delle macchine non sai niente
ma conosci la corteccia e i fiori
i biccioli e la linfa.
forse li hai visti bene un giorno
quando hai abbandonato i motori
per un secondo almeno
e ti sei introdotto nel germe
senza parole, solo col cuore
la luce degli occhi
manualità antica.
e hai colto il grano
e ne hai fatto pane.

melograno

il melograno oggi ha perduto
tutte le foglie in un colpo
di freddo vento -finalmente
ha abbracciato l’inverno
col cuore tutto ed il cervello
la terra s’è tinta di giallo.
il fico lo stesso e le rose:
restano spuntoni
che graffiano il cielo
sembrano aggrappati
all’ultimo timido sole.
da vecchio così mi vedo
con le unghie insanguinate
infilzate nei giorni
che vengono meno.

freddo

fredda giornata oggi
i cristalli al viso e sui vetri
ti vedo stanca e sciupata
io ho la sciarpa
mi proteggerà forse
quando attraverso la strada
guarderò a sinistra
eppoi a destra.

polvere

l’amore finisce a volte con la malattia
nella vita son cose che capitano
finisce tutto in un battito
finisce tutto nel soffio
una folata di vento nell`angolo
frusciano foglie secche
e cartacce -s’alza lieve la polvere.
certe volte la solitudine
è un grande impostore
che si cela in un amore.
e sia: polvere alla polvere.

meno lucenti

fin dalla notte dei tempi
gli uomini son scontenti
e a fianco dei loro talenti
si scoprono più spesso
impotenti. onnipotenti
gestendo risorse finite
onnipresenti come conigli
gesticolanti come astanti
non bastanti -tanti quanti
le stelle in cielo, meno lucenti.

la rosa

la rosa è monumento neutro
addormentato, giace minuta
nel giardino spine e secchi rami
tranciati dall`aspra potatura.
nessuna la canta più:  inverno
freddo e attesa. per osservare
non c`è tempo -il fiore svanito
non l`idea che partorisce.
il bocciolo par sia arreso.

ars gratia artis

m’hai definito incendiario
e premeditato. io che con gli elementi
gioco a tratti -lo sberleffo
l’intemerata progressione.
mi frangi e mi scateni – sembri
non sapere del comburente
carni tue ed il tuo ammicco.
son fiamma quando mi guardi
e sbuffo di vampate. ardo caliente.

bulldozer

son equilibrato, non mi son mai suicidato
a datori e sfruttatori mi son dato
o alla stessa cosa assieme
donato a capitani coraggiosi
e strani animali asociali
ma solo per salario mendicato
ed un senso del dovere innato
però so di pomeriggi domenicali
sfranti come oggetti dimenticati
il vacuo buio d’impresa solitaria:
giro del mondo senza sfogo e senza sfondo
picchia forte sui vetri come grandine la vita
lo fa con la tenerezza semantica del bulldozer
come dopotutto pur la morte e i suoi tempi.
e della sorte i giochi teneri e contorti.

claque

mai avuto claque ma ho ascoltato molto bach
temperato e temerario a cappella cantavo
sulle note sue. tentavo l’arcano delle armonie
legate dagli intervalli di quinte e dietro
tutta la mia selvaggia passione per le pause
quando la musica cede al silenzio assenzio: è allora
che s’arriva al centro del palco e non servono
yes man né mitomanie o lunghe lingue. è tutta
questione di cuore e di quanto sangue.

chiedile chiedile

chiedile se è felice
se tutti i baci che dà

sottendono gioia
chiedile se i capelli che porta

si sono arricciati
con l’ultima grande umidità

tutta quella pioggia
tutte quelle lacrime

se ogni riccio
è veramente un capriccio

nel caso comunque soprassiedi
e non drammatizzare mai

se le piace la nebbia
ed il clima continentale

chiedile se ha le unghie lunghe
e le mani affusolate

se le colora
e di quale colore s’innamora

prendi tutto, proprio tutto
scecchera e aggiungi un cubetto

di sfrontataggine, passione
e quel qb di timidezza

agita scuoti ancora e ancora:
adesso puoi tenerla vicino al cuore

ed essere migliore.

ehi, son qua

il contenuto della giornata
è una gazza sfrontata

un pandoro artigianale da 22 euro
buono ma non troppo

un vicino che osserva i gatti
con occhi sporgenti oltre la siepe

un ossobuco con cime di rapa
un cartone animato per il figlio

una grigia serenità
di caldaie che scaldano

un pensionato che fuma sconsolato
ehi, son qua mi sentite?

proporrei di fare un pisolino
derubricarsi e appendere l’anima

i pensieri, la metafisica

almeno fino alla sera assonnata e quieta
quando tornerai e voleranno baci.

una manciata

non sono d’accordo con voi
ma vi ascolto e polemizzo certo
non premo -non sottendo
sono trasparente come il vetro
un sorso -un accenno.

m’incanta questo umanesimo
che incarna l’uomo -ancora forse
per un quarto del tempo
l’umanizzare i processori
che ci spremono e serializzano.

siamo gli stessi
di cent’anni fa
con una manciata in più
di solitudine.

spiove

spiove un attimo la sera
il 33 giri della Trota di schubert
accompagna la mia malinconia
nello strato di foglie gialle
là fuori dove il freddo stride.
i gatti sotto le auto da poco ferme
i cani tra le gambe dei padroni
occhi rossi rovistano tra i bidoni
pantegane rognose banchettano
coi nostri rimasugli da finti ricchi
d’aristocrazia decadente che mente.
ho l’impressione che nulla sia cambiato
il tempo immobile come un soprammobile
impolverato: se hai sperato
ti mangerai le unghie per l’ansia
rosicchiando come un nevrotico roditore
se sei affaticato t’assopirai
e sognerai qualcosa sudando
se hai mangiato tornerà la fame.
è un circolo vizioso.
la tempra molle dell’ozioso.

di là vicino allo specchio

fuori osservo e c’è oleosa la nebbia
ha piovuto tutto ieri e tutta notte
s’incolla ai vestiti e alle pareti
l’umidità terribile. in strada
fradicia romba un’automobile
le luci posteriori illuminano
le pozze e le gocce sulle foglie
verdi e residuali in un turbinio
di sghembi riflessi. è riapparsa
inaspettata come un monito
dopo un picco o una nemesi
la macchia scura di muffa
in camera da letto -di là
vicino allo specchio
ha vita propria e corpo.
abbiamo fatto di tutto
perché non ritornasse
abbiamo azzardato
completato le caselle mancanti
con rassegnata compostezza
con zelo manicheo e pazienza.
illusi: tutto ingiallisce
screpola sfibra degrada. eppure
tentare bisogna. imperativo
una volta almeno.

instabile o d’una certa nostalgia – una raccolta per i postumi

“I cammini del senso sono strani
deviano spesso misericordiosi
in altri, e vani, i suoi significati(…)”

P. Bigongiari

“siccome son stanco dei giorni uguali
ne metto insieme un numero incerto
per tentare un riassunto del momento”

l`autore (comunque un assente)

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piante e uomo

chiedono perdono i fiori
gli alberi inanimati
ma liberi ancorati
agli estremi del sole
del terreno immobile
chiedono perdono
ad una creatura
che non è un dono
con aratro macchine
e profitto: l`umanità
in affitto, sotto elenco
estinzione. sarà questa
la buona ragione delle radici
e dei tronchi, questa
la pietas della clorofilla
che non ragiona di meno
non ragiona da alieno.

recita

voglio far lo sciocco
per sentirmi strano al tatto
tutto d’un tratto
recitando bislacco
l’inquieto colore
l’eterno odore indolore
del vivere. t’attendo
attento al cubo
una recita lecita
per gli uomini
tutti.

percorso

il percorso
comunque sia
è corto
sta nel palmo
in un sorso.
ha un’obbligata
direzione
nessuna condizione
se non l’esagerazione
della propria
anonima missione

*

diviene, conviene, sviene
s’appropria della storia
dell’alfa dell’omega
dell’idea dell’azione
delle forme nazione
orrore della coabitazione.
va e viene, rincorre
s’oppone dispone
compone, spirito del tempo.
deforma informa
e contorna la memoria
di un alone opaco
è la confusione
la confusione
non ci rende liberi.

trambusto da reflusso

paracetamolo a gogo
per questi errori di dolori
ch’affettano e gorgogliano
come acque sciroccate
passate come pomodori
rosse come pomodori
e dolori di carne: la testa
vola s’invola irrora
di significati a tutte l’ore
e stona -piegata a metà
sperticato maelstrom
obbrobrioso interiore
stridio di vetro e lamiera
tinge l’intero di sclero
e nevvero vien lo stesso la sera
alla maniera d’un levriero
più e più paracetamolo
paracetamolo a nolo
paracetamolo a gogo
paracetamolo d’oro.