ci son giorni
fatti per crogiolarsi
nella linea del tuo viso
tre quarti d’evasione
da una ripetizione
e distanti e diametralmente.
coi contorni gravidi
di labbra incarnate
quelle contorsioni
di grassi e morbidi.
non ci s’appartiene
né in testa e né nei palmi:
così si cura un amore
non afferrandolo
ci si canta come nei sospiri
nell’infusioni in acqua cheta.
ci s’ama per corrispondenza
con le distanze dovute
e una lunga pausa
un muro maestro
basta una foto
un tempio di sogno.

spesso ho pensato a te
nello spazio della pagina
bianca. come il tuono
allo scadere dell’energia
il plutonio al volgere del millennio
al tremore placido della crosta
faglia amica e nelle strade
perforate dal sole nella periferia
satura di sguardi e aliti
pisciate e cacate di cani
disidratati con lingue
ignifughe di testo e pietas
onore ai fiori sbocciati
nelle crepe e nei terrazzoni
di bitume scocciati e incollati
da uomini più o meno scaltri
con la memoria d’altri
amen amen amen

il mio cazzo
s’erge come acuto
in una stanza mediocre
l’alcool mi sfida
e vince e le mie voglie
sono scavate e vigili
le mie voglie sono ripetitive
sono voglie conformi
di un gregge disossato
come palle da minzione
cazzo e figa da televisione
la dualità in questa nudità
umida e di sudore
si gode e si scivola
come bolle che esplodono:
esce come calore
tepore di te e di me
siamo orche che si massacrano
orchidee che s’impollinano
nemmeno il sacro della nascita
uh, ti prendo da dietro
con piacere.

la carne è una propensione al massacro
giovani donne e giovani uomini
in cerca di un sentimento
una carezza un abbraccio
una recensione d’eterno
una smania d’ipocrita
emancipazione dal tempo
(l’amore si scava la fossa
da solo)

ergo quindi non sono
tu splendida
un poco smorfiosa
ma sei già tutto
quel che hai sognato
ed ancora più:
il tuo sguardo
nel caldo che arrapa
e turgido comprendo
la tua mano mi scava.

giocolieri mimano il progresso
quanto fesso questo anelito
che non risparmia i folli ed i meno
con le mani in tasca al mattino
davanti al capannone e fare il fumo
fumo negli occhi e mani salate
una nebbia a dicembre col sole
addormentato e spento -le formiche
salgono sul palcoscenico estetico
eppoi si trasformano in polvere
ed ombra di nave -il ghiaccio
ha la sua massa critica che afferra
i colori e le forme. ah, che forza
che costanza che palle che.

i più intelligenti
non sono intelligenti
sono venditori d’affetto
ripetitori d’accatto
seguono la via
dell’annullamento
seguono fazione e vento
il partito freme
il partito ordina
cieca l’esecuzione.
sordi e ciechi se ne vanno
a far promozione e sono
sembrano di formiche
un’invasione: la regina
però non fa più uova
la regina è una storia narrata
per una gloria intimorita.
se ne vanno i corpi
in idilli intarsiati
dal frastuono di massa.
sordi e ciechi
sordi e ciechi.
sono corpi buttati
esausti al sole estivo.
un manichino inerte
un cecchino involontario
si copre gli occhi
dal primo immeritato
mattino.

insegna la vita
qualcosa che non sia
parvenza assenza
accondiscendenza
all’assurdo teatro
dei bravi e buoni
cosa insegna la separazione
dei sentimenti -camera alta
gioia e camera bassa
tristezza di tenebra
cosa abbonda e cosa
detiene la ricchezza
agognata dall’inseparabile
morte? oblio oblio oblio
parola d’ordine
per i peccatori
che ancora imparano
dalle fibre dell’albero
e la volta celeste
pulpito d’eterno.

il girone dell`inferno
è questo passo goffo di valzer
tra le mosche e le zanzare
vibra il nonsense totale

amicale il pensiero
si volge al dietro
che dopo viene
come sempre

ha il suo tempo
ogni sgomento malcontento

giocano agli uomini
gli operai le massaie
gli spazzini le puttane
il sesso è un marchingegno
obsoleto -un passato di membri
e fessure oscure

oggi i ragazzini
si sfiorano coi telefonini

i grandi sono saltimbanchi
con le paure più assolute
forgiate dai media.

una vita per induzione.

ci sono amici
che non si vedono mai
e maree che non condivise
spazzano un giardino

i fiori! questi giochi
di colori!
e l`entusiasmo
un miasmo
per menti fragili

malinconia che il tempo
si porta via e fabbrica
ancora. così belli

i viaggi mentali
lontano ti portano
eppur così vicino
come ali.

stanco d’annunci
(il gregge scalpita)
ti metti alla finestra
questa impalcatura
cigolante e flessa
che resta tra occhi
e lontano un accenno
viene e va la retorica
i falsi profeti
e la noia dei poeti:
vedono solo ombre
e non il puzzo delle strade.
poi vengono fratture
acufene e trombi.
s’annunciano appunto
tempi bui per i fermi
per gl’eremiti e i pensanti.
che sia l’inizio -questo
della glaciazione incipiente?

eugenetica

mostri eravate già
in tempi di pace e bene
occulte banderuole
sotto quel trucco da troie
o quei vestiti firmati
cravatta e tattoo da papponi.
lineamenti dei perdenti
che si sentono arrivati
muste chirurgiche
gorgoni di gomma
emorroidali vincenti
così animati di filantropico
televisivo e desideri a richiesta.
mostri educati al comando
soldatini fessi e cattivi
lacchè da marchetta
opportunisti di potere e mancetta
avete voluto la bicicletta
ora pedalate e in fretta
con l’ossessione alla ruga
all’oblio, alla imminente
naturale proteica sconfitta.
perché tutto poi arriva
a dare quella postura
quell’ordine tombale.
quella pulizia universale.

appartarsi è l’unica
occasione per sentirti vivo.
ci sono azioni
e disperazioni: facciamo
che siano le prime di più
più gonfie di cuore
più eccezioni vitali
più. occhi e mani
un lusso che non puoi
permetterti. il cielo domanda
la poesia non esiste più
se non la chiami
col sorriso e l’amore.
poi c’è la seduzione delle parole
ma da sole sono fredde
come sacchi di verdure
nel surgelatore.
sono stanco
ma è una stanchezza buona:
adesso mi metto a leggere
tutte le parole del mondo.

dico ai giovani
amate e non buttate via
che il cielo sgombro
è un’illusione di passaggio
ed il vento un plenilunio
di saggezza. carpite i segni
e identificatevi in un eremo
nelle altezze siderali
dove i fulmini dimorano.
dico ai giovani di vivere
e mostrare i visi
arroganti e benestanti
che il tempo è fardello
che scopre lento lento
le sue carte antiche e piegate.
dico ai giovani: gioite
e scambiatevi regali
e le carezze delle mani
e i temporali che siano lievi
promotori di giustizia
e letizia. e baci. baci.

arriveranno cani
col cuore morto
denti di sangue
sguardi osceni
a masticare e distruggere
arriveranno per il buon senso comune
bocche che deflagrano
di nenie conformi
il bravo cittadino
entra nei forni
è il nero fumo
del servilismo.

diventi vecchio
un tramonto ed un’alba
e via di seguito
coll’ossigeno
e la farsa.
scarica la voce
come il fiume
-la sua foce e addenti
e fendenti e cariche
-scariche di novità
illusioni di carta .
ci sono gli estremi
per soluzioni
quasi quasi la luna
strepita e incanta.

una forza della natura
mia madre che non vide
la guerra ma il boom
il ’68 e gli scioperi
il terrorismo e le bombe
andò in piazza contro il padrone
inalò veleni e le scoppiò
la tiroide e poi si seccò
come una spugna asciutta
agoaspirato noduli
aghi lunghi ed esami
stirava camicie su camicie
mutande e calzini
la forza del mondo
nelle braccia: alzava
mio padre immobile
sul letto a morire.
mi ha insegnato
a ridere e a piangere
a fare ciò che è giusto.

pietas per l’uomo solo
immerso nel mistero
immerso nel liquido
nero della menzogna
che rogna l’uomo nuovo
dormiva da tempo
russava e delegava
russava e s’impauriva
delegava e russava
delegava e s’impauriva
s’è addormentato
davanti alla tivvù
l’uomo democratico
un uomo anchilosato
che non sa più
non sente più
non vede più
crede. crede.

s’ammollano le stelle
nel tritacarne selvaggio
gli uomini cozzano
come atomi di fissione.
eterno il respiro si connette
alla foglie mosse dal vento
ho deciso: sarò freddo
apparentemente ma
non altero -presente
e altrettanto elusivo
come un antico veliero
che sfugge all’anomalo
onde di taglio e maree
cefalee e miraggio.

un paradiso di bonaccia
sull’erba dei prati
contando petali e formiche
censendo gli accenti
le postille. cova nel sole
l’assenza e la lievità
scroscia nel silenzio
il senso di cose vicine
s’alza un velo di pace.
santo il viso santa tu
che alimenti il mondo.

un mondo c’è. ancora.

non hanno più maschera gli uomini
seppur indossata una di pezza
ne vedo scheletro e cranio -paiono
già morti e sepolti gli uomini molli.
non chiedete cosa sono e che rappresentano
non chiedete loro di fare la differenza.
proni e disossati son pronti -nella mandria
agli onori fallaci dell’élite -bacio della medusa
al carnaio satanico dei desideri diritti. che sia

e più non si chiami libertà. né intelletto.

se non avessi illusioni
sarei corpo morto che cade
padre mio che sei polvere
e non vedi le api. restaurate
le pareti: ricordi le crepe
e l’intonaco sbriciolarsi?
ricordi le ore a masticare
oggetti pensati? se le mani tue
sono il tempo e lo spazio
quando ti potresti reincarnare
volarmi negli occhi
fare del tuo cuore il mio?
farmi sentire vivo nel tuo pensiero?
esausti i corpi non scrivono
esausti i corpi convivono
si spogliano di nostalgia.

seduto in un bar
bevo birra per ricordare
sconosciuti fumano
al tramonto poi
il barista mi fa il conto:
tre birre un toast
e una pazienza memorabile.
il cielo è sereno
e la notte sta per calarsi
un’umanità non più gioiosa
sta alla finestra
sulle terrazze
e sui marciapiedi
sono tutti veloci
saettano. cari anni
siete i miei amanti
occasionali.

——————————-a F. B.

 

ti amo l’ho detto
sì e no
cinque o sei volte.
il costo è stato
sbandare cento volte
uscir di strada
svenare la frizione.
ci sono stati giorni
d’un grigiore. persino
la nebbia pareva
un caleidoscopio.
le guardavo negli occhi
le lasciavo andare.

———————————————-a F. N.

la sera è una nostalgia
che sa di mezzanotte
e la città mai lieve
è un poco stanca.
guardi il sole svanire
e le stelle che tornano
coi loro occhi grandi
e una lieve pietas.
prima del mattino
i pochi pensieri
uno in fila all’altro
la bici legata al palo
l’auto oramai fredda
sarebbe da lavare.

«La verità è sempre lì: che la vediamo o no, che scegliamo di vederla o no. Alla verità non interessano i nostri bisogni o ciò che vogliamo. Non le interessano i governi, le ideologie, le religioni. Lei rimarrà lì, in attesa, tutto il tempo. Per ogni menzogna che diciamo, contraiamo un debito con la verità. Presto o tardi quel debito andrà pagato».
-Valerij Legasov-


.



sono matto
sono fuso
sono demente
sono fuori di testa
sono folle
sono pazzo
non vi credo
non vi credo
mi metterete in manicomio
mi getterete nel fuoco
mi sculaccerete
mi colpirete con le parole
e poi con le mani
e con i calci
mi tarperete le ali
mi legherete al letto
mi fracasserete il cranio
i bulbi esploderanno come piselli freschi
fate la guerra alla verità
la verità non ha un bel vestito
non ha un bel sorriso
non sempre paga
mi getterete in una doccia di fosforo
come fate coi popoli poveri e occupati
mi schiaccerete
mi indottrinerete
mi farete il trucco di una donna
mi fotterete
trafiggerete i miei testicoli secchi
con l’abominio della finzione
e con la pancia d’una gestante
mi sculaccerete
mi frusterete
ma io sono pazzo
sono folle
sono bruciato nel cervello
m’incanterò ad osservarvi
nel vostro diabolico furore
con lo sguardo fisso del gufo
è notte è notte è notte
ma poi le mie ossa rotte
piantate nella terra secca
faranno radici e fioriranno
e mio figlio impugnerà la fiaccola
e non sarà più buio
dopo il pianto del vecchio
il giorno bello
e tutte le stronzate
che adesso vi piacciono
finiranno con le flatulenze
dopo un severo dolor di panza

le rose cadono di peso
sotto l’acero in verde
ed io in gazebo osservo
schivo ed antico
gli insetti che scrivono
la corteccia. cicliche vie
d’un moto circadiano
universale onda di forza
avulsa la parola ed il vestito
ricamato da mani povere
che circonda. dolci parole
ed un contenuto di sangue:
scema dappertutto
sostanza di pace
dappertutto una parola
desueta pure consiglia
ma è una svista
è la mano che fonda
è la mano che storicizza.
eppoi la memoria di fiore
torrente e prato
a menar fendenti
a non più suoi credenti
di catrame e cemento.

mastico l’emblema
della sconfitta sotto al sole
alla nuvola al canto del passero
alla brezza macilenta che strega
ero un operaio coscienzioso e franco
una creatura avulsa dalla natura
col mio eremo di clausura
schioccavo dita a comando
un povero pazzo che si logora
con la professione della falsificazione:
i rapporti muoiono di tempo e danaro
come la lotta di classe: oramai
non ha più senso dire sì e sempre sì
ancora sì e vaneggiando di scambio
bisognerebbe chiudere affetti in casa
dirigersi al palazzo di vetro e comando
distruggerlo distruggerlo distruggerlo
farne tabula rasa farne concime per orto

ho paura quasi di scrivere
le parole sono slavine
valanghe che non si smorzano
e alieni che vengono a predare.
sciolgono i ghiacciai -altroché CO2
possono la famosa rivoluzione
quella dei compagni che son divenuti
i padroni di tutto: neppure un movimento
passa inosservato e l’umanità una stupida
setta. chi avrebbe immaginato
un’intolleranza che squama la pelle
e tarpa i visi. ma l’andatura è retta
e i libri aperti. ricorda che l’ideologia
allontana il cielo dall’acqua
e in mezzo tu con le scarpe logore
la fame del profano beffato
la visione educata dalla forza
apolide del potere.

sono nato solo
e solo rimasto
nelle stanze
a lume di candela
nell’indifferenza
ho sgomitato
e urlato.
una guerra di tattica
e mistica sovrabbondanza:
ho celato il cielo
indigesto di stelle
e meditato un suicidio
non delle carni:
teatro dell’assurdo
una censura
una abiura.
masticato il forte
come il piano sonata di nulla.
meno e più
risultato nulla.
ma ho guardato 
l’erba crescere
il gatto asceta
orinare.
alleluja. alleluja.

erba

odore dell’erba tagliata
il mattino è una cascata
non è liquido quel che gronda
ma l’inevitabile extra vitale vita
accarezzala come si fa coi capelli
fai di conto: sottende ogni rumore
un atto una funzione e si ricarica
il tempo in tonde quadre graffe
un’operazione complessa. sempre.

pare strano vivere
attorcigliati al cemento
ed ai filati dei tram
candelabri di semafori folli
scacco matto uomo
la tua gabbia d’acciaio
e catrame stampata a freddo
come industria del pensiero
scacco matto uomo apolide
asintomatico: hai messo sogni
e desideri in tasche buche
dimenticati con la lanugine
(trucioli di metallo fresato
odorosi d’anidride solforosa
e vernici rosse e nere
acidi e cromature)
come si fa con un’utilitaria ammaccata
sverniciata senza ruote
abbandonata nel parcheggio
la periferia stanca che si sopporta
il cielo azzurro la tiene a bada
tutte le mura rosicchiate
il trauma della nascita
il sibilo della morte.

la terra gira su se stessa
e ancora gira attorno al sole
le mani attendono
una stretta e l’aria
è sporca come l’acqua
aspetta un altro attimo
la gente al mattino
si sveglia lentamente
prende un caffè
e vorrebbe guadagnarsi il pane
il fornaio però non ha tanta farina
la farina è razionata
avevano detto che la felicità
sarebbe stata una delle sicurezze
dello slancio privato
uno dei dieci comandamenti
scritti su una lastra di marmo
abbasso lo stato
è pesante e corrotto
manda una lettera scritta a mano
e non sai quando apparterrà
al destinatario
hai l’auto privata
ma la strada è disabitata
ti sei svegliato da poco
non ti ricordi cosa dovevi fare
ma non dovevi andare a guadagnarti il pane?
l’utilitaria è in garage
riposa ed in carica
è una bella auto
ti hanno detto che non inquina
e tu sei fiero e soddisfatto
hai l’acqua calda
un conto in banca
la casa di proprietà
in inverno il gas ti scalda
tutti i diritti in fila
fanno bella mostra di sé
nella società dello spettacolo
le bollette arrivano puntuali
ma ti sei svegliato da poco
e hai dimenticato
cosa dovevi fare
forse dovevi andare al mare
forse.

libertà

———————————(la dedico ad un popolo degno, ad un Risveglio)

risuona nel cielo terso
la parola libertà fianco al sole
plana con le ali dei tordi
vibra magica nei becchi
dei passeri cinguettanti
libertà che s’inganna
in ogni dove
si circuisce e svilisce
mai stati pronti per lei
per le sue semplici vesti
di popolo degno.
noi e la libertà
siamo antipodi
foglie di rami distanti
ma l’ape si posa
pure dove la luce riposa:
è viene il momento
magico e lucente
della torsione: non si spezza
la libertà -la si può rimandare
a data da destinare
come un fiume carsico
lambisce e rosicchia
come un progetto d’anima
e cuore che progredisce.
libertà libertà! dai un segno
e tu uomo doma la tua cieca follia
il tuo dividi et impera
onanismo e desiderio di morte.

per l’operaio la morte
è opzione oltre il poco
stretto necessario.
respira l’operaio
l’ipocrisia melensa
della nuova intellighenzia
la fantascienza dei civili
le giravolte della coscienza.
morire di produzione
come un ingranaggio
un perno un rullo una leva
una pressa: povero operaio
il sangue tuo come lubrificante
la carne tua come relitto
lo spirito tuo defecato.
muore l’operaio
nel silenzioso anonimato
restano alla fabbrica
la falce ed il martello
(nemmeno ricordi)
restano alla fabbrica
l’abilità ed il cartellino
uno sgualcito vissuto
da uno a dieci un numero
minuto d’incoscienza.

la luce ha vomitato
un fresco mattino.
di là -oltre al muro rotto
germoglia il fico turgido
e la lucertola al sole potente
saetta. esprime se stesso
l’uomo occupato nell’odiato
lavoro. ci sarà tempo
per oziare sotto una nuvola?
libero e circadiano colla terra
un nonsense muove i corpi
adagiati su un manto freddo
di cemento e catrame.
ogni mattino rinasce il sole
il suo calore: si scaldano così
le cose e uno sguardo fiero
non s’inietta di sangue nero.

mi piacciono le cose semplici
e i fiori. e le risate tra pochi amici.
mi piacciono le donne e quando ridono
tra i fumi alcolici. mi piace la politica
quando non è ideologia. il bacio
non è secondo a nessuno.
mi piace la fatica quando non è fine
a se stessa e poi gli uccelli cantano
eppoi piove e tutto si scioglie
nelle acque bianche e gorgoglia
con un sorriso. mi piace ancora
qualcosa e ciò che si usa
per identificarlo: le parole
come un coperchio ben assestato
robusto argine alla deriva.

la nuda fabbrica sbriciola al sole
al vento e alla pioggia d’aprile
non c’è nostalgia per il lavoro in serie
per la macchina automatica che non si ferma
e schiaccia l’uomo povero ed il suo sudore spicciolo
tuttavia come ci si guadagnerà il pane
lontano dal padrone e dalla sua ristretta
democrazia impopolare? sbriciola al sole
la felicità e la saggezza abusiva del capitale
l’uomo finisce nel tritacarne del desiderio:
il desiderio non si ferma mai è infinito
come un pezzo di stoffa negli ingranaggi
della macchina che produce. lubrificare la macchina
lubricate la macchina. si sciolgono passioni e dolori
una colla bicomponente che salda e rimprovera.

noto che i cesellatori
sono anche estimatori del vuoto
spinto dal chiarore della notte scura
una notte esausta e silenziosa senza luna.
dominare l’aria con le parole buone
osannare il silenzio come quello pregno del padre
lui non sapeva che avresti tentato la poesia
quell’arte che non è arte
una pennellata una follia.

sono saldatura e truciolo
fumo e stagno -m`invento
professionista con le ali che m`avvolgono
e mi strappano dalla terra straparlante
per un attimo o due. suolo che mi lorda
e inceppa la mia natura gassosa
ramo d`albero diretto sole
tepore di mamma -carezza di merletto
insenatura di mitezza. stringimi
albero e portami su su su
che io diventi aquilone
e non scarburato motore.

credo al mare e alla luce
che si stampa dietro al sorriso.
ho tentato diverse volte
col sole alle spalle e davanti
come una bandiera.
ogni tentativo di pace
o di equilibrio è ben accetto
-al largo le arrugginite lamiere
ed il muco colloso
al largo l`infamante impostura.
e sono qui per il suono d’uccelli
le virgole che salutano l’alba
e gli asterischi. rimandi
che popolano un paesaggio.
mi cresce l’anima come il pane
ed il forno è spento: miracolo
d’esistenza. orto di specie.

nel tuo costato

nel tuo costato c’è terra
e mare e una conclusione.
l’inizio è barricato nei se e ma.
si prosegue in un abbraccio
e si conta uno ad uno un canto
come elica di dna e coraggio.
quanta strada negli occhi
nelle mani calanchi. al termine
un’aureola: quella bontà del pane
l’impasto dei segni piano piano
quel tepore di tenerezza
che in fondo acclama e s’esige
per tempra emancipazione e raggio.

democrazia dell’immagine
non ammette regola
nemmeno un riavvolgere
di spago o fune.
così s’accascia l’uomo
in un furor d’estetica:
nessuna risposta
da un cadavere che pena fa
e transige su ogni cosa
delega munge.
parola atrofizzata
che menomata in risacca
stagni putrescente.
e se i peti dormono?
e gli scrittori temono?
e gli intellettuali baciano culi?
nel cibo soltanto
resta l’illusione
di sembrar se stessi
un cibo di rifiuti
una glassa zuccherosa
che obesa informa
e sforma. così è proprio
questo l’uomo che si serve
delle flaccide carni
per strozzarsi da solo.

un fantasma democratico

————————————oggi son prolifico, vi conosco a menadito/con simpatica comunione d’intenti

‘sti stronzi di poeti mesti
una lega di lecchini
coi tromboni ed i lustrini.
salgono alla ribalta
per una questione di palta
son malta che non asfalta:
s’amano e si sbrodolano
in circoli minimi di fama
hanno fame di ribalta
‘sti stronzi di poetini
son ordinati
eppoi ordinari
amministrazione
statale distrazione
s’amano tra loro
si fanno d’oro
sono un coro
un incesto minimo
smania sensazionalistica
orgia onanistica.

sempre aperta la fabbrica
primavera estate autunno inverno
quattro stagioni di produzione
per un mondo in cui il lavoro
non conviene. la fabbrica
è la chiesa dei poveri nuovi
grandi rosoni fumosi
ventole e comignoli laici
non c’è più fuliggine da perdonare
si sfrutta in eleganza ora
e sangue freddo: se ci sono
i sindacati non servono
quando non ci sono
vengono a tesserarti
col sorriso mellifluo
e gli occhi del politico.
inerme l`operaio
bisognerebbe tornare
alla terra ma non ce n’è più
neanche di quella:
si son comprati tutto
persino ciò che d’intimo e leale
nella nostra testa sopravviveva.

——————————-(dedicata a Matteo Rusconi e al suo libro “Trucioli”)

non dormono di notte le fabbriche
luci spiritate scheggiano
il palcoscenico d’ombre nere
e pompe e tubi vibrano
continui. la zona industriale
ha la forgia rapida che spacca la terra
e le mole arrugginite che roteano come balle
gli operai hanno gli elmetti sporchi
e sudati imprecano: la lastra d’acciaio
rotea e sfugge al controllo
tocca il pavimento di cemento
nel suono sordo come un avvento.
più lontano le negre offrono pompini
a venti euro con preservativo
ma per strada non c’è nessuno:
la notte s’è mangiata tutto
la libido e pure il lavoro.

ho dimestichezza con la feccia
in paradiso sarei errabondo
e inconsolabile: tutto quel bianco
le aureole, l’ipocrisia dei buoni
la latrina dei pentimenti
sul letto di morte
le retromarce incestuose.
le puttane ho preferito
per anni e le storie degli ultimi
quelli inconsolabili e maledetti
con la parola giusta
ma la vita sbagliata
camminanti di questi tempi assurdi
in cui le parole nascondono la guerra
e le persone sono corpi molli
di ribellione sordi e incapaci:
inoculare si fanno come una religione
nei bracci la loro stessa sconfitta.
e allora reclamo la feccia
la malattia ed il terremoto
lo sconquasso dell’esasperato:
ciò che non consola
è la marcescenza da vivi
ciò che non perdono
è questa maledizione della bontà
che distrugge e idolatra
e il dissenso sbrindella.
e c’è una luce lassù
nel tempio dell’uomo
che neppure l’ignavia
e la farsa cancella.

consolatorio

doloroso il manto che non c’è
ed il marchio sulla carne e freddo
consolatorio. assolutorio e mordace
il sentimento ondeggia come vela
la via maestra sgranata e possente
la città statica acuisce: col senno di poi
a favore il vento e la luce del cielo sereno
smuovono la carica e l’occhio -balena
e salta -inumidisce e pecca d’assolutorio
serrano i demoni la presa e l’angelo
l’aureola: così è e così sarà nei secoli
così come il liquido bagna e monda.

mano nella mano
nella notte scura
non c’è luce pare
lo sguardo vaga
tra una tempesta
e un gorgo infame.
raggiunta la fama
si prospetta la fame:
ti costringeranno
all’abiura con la mano dura
che espone le ossa
al pubblico ludibrio:
dittatori insani
e un intelletto rapace
proprietari piccoli
d’enormi trust.
santi resistenti
non verranno dai monti
saranno molti
mano a mano
illuminati sempre più
spazzeranno via
la grande impostura.

le stanze vuote
finiscono a mezzanotte
poi una grande lume s’accorcia
in una fiammella e via via in un torpore.
l’incanto poi: s’aprono gli occhi
alla luce e c’è la torrefazione del caffè
non si sente il suono della macchina
ma l’aroma. è che viene appetito
e un nuovo giorno s’affretta
a pizzicarti la pelle
a pretendere un lancio
una palla imprendibile curva, magari.

normodotati osserviamo
luna sole ed astri persi
nel cielo del pensiero:
ecco il nero nel blu
il nero nella luce anche.
il pensiero è un veliero
offenda la gente
la gente non è divertente
ricordi i sorrisi
sotto al vestito niente
il pensiero è il mio ormeggio
e ci sono le note
le note dei grandi compositori
Mozart avrebbe fatto pernacchie
di questo tremare al sole.

il biopotere emargina
e schiavizza. il dissenso
è castrato su mandato
del popolo schiacciato
per il popolo
e pure dalla parte
di chi lo sostiene con convinzione
con lustrini e parole di ventennio.
come sono buoni i buoni
come sono cattivi i cattivi
eppure non c’è democrazia
dove il vento tira
da una parte sola
e come la marionette
s`infilano nel guado
scalpitando ansimando
con invasata fascinazione.

puntuti scheletri d’acciaio
inferriate scavate dal vento
l’aria fredda d’un aprile di stento.
scacciate i passeri dagli alberi
le auto ferme dei parcheggi
l’aria pulita quasi -solo
i riscaldamenti. fa ancora freddo.
umide del mattino le marsigliesi
un cane scorreggia e un gatto furtivo.
mi ricordo i suoi occhi
in ogni mattino. dei miei
solo paura. rassegnato e schivo.
immolato al mondo mando al posto mio
il mattino -con la ripetizione a lavorare.

il catrame come lava
spazza fiori e felci ardenti
di sole. la spazzatura
carta e plastica incanta
i mulinelli d’aria.
scheletri elefantiaci
di cemento debole
senza le vetrate
picchiate di sassi e testate
di puttane che chiacchierano
e blaterano di macchie e pruriti
la malasanità delle strade taglienti
rasoi silenziosi di messe nere
ed eritemi solari. presto!
una trasfusione d’umanità!

sono spoglio
e marcio e le mie unghie
pece. non v’amo
e mai l’ho fatto.
ora nel guado
apprendo che fratello
non sono e m’ingegno.
come nel purgatorio
sopravviver dignitoso?
domanda complessa
per una risposta appesa
ad un filo o scivolante
su vetro sudicio. rispondo:
son altro ed altro vedo
son mio fino al decesso
dopo regalatemi al becchino
io sono un fortino
mai m’avrete ed io
vi dissanguo e non ricambio
la vostra untuosa attualità
di gregge. l’indistinto
non mi trattiene ed io
tratteggio il dito medio.

la parola del corpo
è monotonia
è sbucciare una cipolla
alle 18 e vedere poi selvaggio
l’olio che sfrigola
e sporca le piastrelle.
la parola del corpo
è un dolore intercostale:
hai avuto paura
che il cuore uscisse
e ti facesse vedere il secreto.
no, no il corpo ride
sì, sì il corpo piange
in una giornata di sole
aprile è ancora un mese
di prostrazione: gli spazzini
non spazzeranno e gli occhi
non vedranno le bocche.
rotoleranno a terra
le idee dei fiori
su una tavola di catrame.
la sera è arrivata
e non ha bussato.
la sera saluta un silenzio.
e tu berrai quella quiete
e non sarai migliore.

il cemento incatenato al tormento
degli uomini privi di storia
e lavoro. l’acciaio arrugginito
degli incidenti del salario
scatenano lacrimevoli
ed inutili orpelli di macelleria
sociale. i santi non sono eroi
ed il pane si guadagna
in luoghi insalubri.
materia di scarto d’intellettuali
vuoti come omelie di un antipapa
moderno. la porpora ed il dollaro
hanno corna e zoccoli.
la secrezione dei corpi
un’anatomia felice
di politici sciatti e teorie
d’ottimizzazione civile:
chi è stanco di vivere
lascerà ad altri morti
un corpo celeste ripulito.
i giovani ammansiti
non si scatenano più
pecorelle smarrite
ma non troppo
inseguono il nuovo giocattolo
di una comunicazione allontanata.
forse nei campi coi crampi un tempo
non ci si riduceva ad amebe sconfitte.

scuro e tetro il rombo
del camion che spazza la strada
fredda la città mortificata
e sgombra di tutto.
i parchi cimiteri di cristiani
zittiti e buoni i figli ammorbati
di conformismo il cancro
della libera società.
ci si consuma alacremente
senza mente -con lo sfascio
del desiderio protratto.
lancia il dado
il gioco è fatto
lancia il dado
il pensiero è contraffatto.

siamo stati e saremo
un groviglio di rovi
un sospiro. un canto
di strada un amuleto.
un selciato di risa e pianto
un cataclisma nella vita
e un’interruzione spinta:
sospira il mondo
tu ed io nel cammino
con un fiore in bocca
del campo sotto casa
rigoglioso e vivo
come una piena.
col tepore ed il cenno
di un qualche amore
se ne vanno i corpi
mano a mano
stretti o laschi
se ne vanno.

scalciano per inerzia
gli umani tristi sotto la pioggia
della propaganda spinta.
scelgono o non scelgono
poco importa: se la tua natura
è storta loro vorranno raddrizzarla
a forza. eroi che combattono
per la libertà diventeranno
poveri stronzi. poveri stronzi
riferimenti attuali
di una gioia democratica posticcia
ed elefantiaca di pompa magna.
neppure l’aria aperta
sollazza questi piccoli dittatori
neppure l’assenza li depura
a misura d’uomo.

la città è un terremoto silente
quiete d’oltretomba
di un’umanità sbiadita
pende dalla grande ciminiera
che non è più lavoro
né industria. un’antica
archeologia di stanchezza
un ammasso di frustrazione
ed impotenza l’uomo
scavalca se stesso
nell’inumano. e se la luna
piange calcestruzzo debole
sgretolato nei cimiteri
e nelle case popolari
di canti muezzin
la notte una maratona di silenzi
il sole spacca pietre e crani
siamo terminali coi tacchi a spillo
ed il trucco da troie.