‘salviamo i nostri alberi’
appeso ai tronchi
leggo mentre il bus sferraglia
e l’aereo vince la gravità
ed il formicaio di gente
sciama d’entropia.
l’ospedale è una coda
e un’apatia: dolore
che trasuda dal cemento
il memento della vita
che trama e trema di sé.
c’era la coscienza civile
e il senso dell’altro
ma il cielo è petrolio
ribolle l’olio di ricino
lo stato padrone
sodomizza. incute
terrore e atrofizza.


m’ascolti e non mi senti
sei vicina e non vedi.
così si stappano bottiglie
vuote ed il canto è una nenia
o poco al di sopra d’un sibilo.
la meccanica stride
e non si lubrifica un tuono.
quasi mai. o forse.
quantità e qualità del suono.

ti lavora ai fianchi
questa spina di sale
che tende e parla di noi.
un rebus di eccitati
e noiosi nodi al pettine.
tendi la mano
e c’è il filo del ragno.
e scrivi e potenzi d’animo:
sondi gli spazi aperti
quel gomitolo di segmenti.
ed è la sera che mi parli
giungono le tue mani.

detenzione

voliamo starnazzanti
per un calice di vino
i turpi suonatori d`odio
t’impoveriscono uomo
che hai ceduto la sovranità
di mente e corpo.
sei a ragione o torto
un estremo da plagio
un erectus senza spina dorsale.

sono morti che camminano
e hanno letto forse Morrison
un tempo che fu un tempo magico
ribellione delle mani di un operaio
sono suoni che si smarriscono
nella congiuntura internazionale
dei nuovi senza midollo. il novello
mondo è l’incarcerazione di ogni stimolo
sentore. l’inoculazione del marchio
la bestia nera che ci sorride
dallo specchio spezzato.

stando così le cose
non mi rimane che la lotta
e la resistenza come tra i monti
e le gallerie. il sotterraneo
esultare dell’azione e del pensiero.
io penso e quindi m’armo
tra un sorriso ed un altro
questo schioppo santo che assale
e può far male.

la notte è un’apparenza di normalità
il gufo ha smesso di contare i secondi
le puttane seguono le stelle cadenti
e poco dopo la loro luce s’interrompre
la lunghezza di un orgasmo libero.

non vanno più di moda
le carezze e per te
che sarebbe una carezza?
una spinta verso il buio
e nel dolore una consapevolezza
come battenti pugni su legno duro.
ecco la carezza tanto desiderata
e tutto l’amore del mondo.

pare che gli uomini non abbiano più
il vento dentro ed il plagio sia l’agio
d’avere casa calda e accogliente.
meno fiduciosi i cuori depredati
ed il sangue avvelenato: la chiesa
morta e lo stato morto. si chiama
deserto questa coperta tiepida
che ci poggiano sugli arti molli.

la città cattiva sputa sui marciapiedi
i barboni non sono colorati
come le bugie della politica
l’urina dei cani e degli uomini
sulle mura antiche
è l’unica testimonianza:
giuro che ho vissuto.

demolisci la terra sotto ai tuoi piedi
uomo. sprigiona l’ossatura sacra del tuo respiro
renditi credibile di fronte a dio e agli innominabili
stringiti all’albero ma non inscenare
il folle ludibrio del potere, uomo.
sei vecchio e sei nuovo, uomo.
sei plastilina e bordello, uomo.
caduco e fallico. io ti chiedo
d’essere pensante comunque.

settembre

settembre non è mai incominciato
cammino per strada e non vedo un uomo
il cielo straziato da un attimo di risa
non sono vere: sono quelle registrate
d’una televisione lontana. lì tutti ridono
ma qua c’è il sale per terra. m`avvelenano
il sangue ed io non posso niente
non posso parlarne né rifiutarmi
dovrò per forza celebrare la mia morte sociale.
oppure mostrarmi a quel lampo di luce
che non chiede e pretende. il cuore
accede all`anima in un unico mantra.
il viso fiero sarà quel bagliore profondo.

oltre

oltre il buio della siepe
c`e la potenza della parola
e l`astrazione del potente
che chirurgo si finge
cardiologo santone e dio.
io da par mio schivo
le pallottole e le forgio
strano discorso, vero?
preda e predatore
statistica e statore.
uomo e bestia.

inattuabile?

demoliscono gli dei
non sono pazzi: sono rei.
cascami dell’ideologie
delle ansie e delle ipocrisie
terrestri senza estro dormono
infeltriti e manomessi.
a comprensione come stiamo
ed un grammo di passione
nelle cose e nella trasformazione
ci toglierebbe dalla schiavitù
dall’intromissione disumana
della burocratica invasione.
dettato dell’inumano
impietoso fronte contro l’uomo:
dove sta quella forza dei libri
dei manuali e degli inattuali?

magra

il popolino necessita
d’evasione frivolezza
ed un pelo di compassione
uno spettacolo serale
ferale rappresentazione
esige un colosseo in mondovisione:
ogni giornata passata
a guadagnarsi il pane
una pacca sulla spalla
forse un orologio
per quelle strambe ore
una magra pensione

dazi e strazi

oltre l`orto di quartiere
la vita di sole
gli scontri di bile
la faccia di sale.
strade imparruccate
di sinistra -i palazzoni
giganti e infiniti
gli anni `70 in uno skyline
di polveri sottili e crepe:
quanti sorrisi da quelle
finestre e odori di minestre
e l`arrotino. ora c`è una troia
che fa l`occhiolino
per un trentello un pompino.
ah, che noia la buona società
che strazio il dazio della cultura.

corda tesa

c’è l’autunno che preme
in quest’aura di pene:
gocciolanti eremiti
in terre di padrone.
stravolgiamo i sensi:
seno e coseno -non solo
calcolo ma nell’osceno
pasteggiare del potere
analoga peripezia del bene
come uomo e donna e figlio.
c’inzuppano nel fiele.
irti d’ipocrisie e ostacoli.
tentacoli dei dovere.

sit-in

tentennano gli origami
della tua follia.
un`estatica combriccola
di nei artefatti: a biglie
giocano imbrigliati
nel magnetismo fossile
di miliardi d`anime
seppellite nei fiori
e le bocche: caverne
carsiche. e le orecchie
e altri organi esterrefatti.
fatti per indire noiosi
sit-in.

irati

si danza sulle macerie
di un tetto infranto
una casa divelta
una direttiva europea.
miliardi di atomi
costituiscono la diga
all`implosione muta.
o ne plagiano l`ira
invereconda.

un memento, please

lui ha 35 anni
ed già morto
non un sussulto
tutta paura

un’estetica dei muscoli
una cura nei dettagli
perdendo il senso
il senso della marcia

e senza ragione
quale azione
tutto è scolorito
tutto ammaccato

c’è la pura sopravvivenza
è un ometto a rilento
è un medio stat virtus
ma la virtus è mancata

tutta una vita
a fare ciò che è giusto
non un momento
per sembrare vivo
oltre il tormento.

ma nemmeno tu
meriti questo memento
e non dovevo conoscerti
né ringraziarti

dovevo sapere
che il conforme
è un abito pesante e leggero
una glassa raggelante.

catene sospese

ci sono tutti questi uomini
che non sanno d`esser liberi
ed infine non lo vogliono
cercano assoluzione
carta sasso forbibi
una semplice soluzione
è staccare la spina
non credersi piuù niente
evitare la media: ma
la cultura servirà a redimerli?
anche intellettuali o simili
cuccioli di carta velina
santoni di lunga lingua
cadono nel calderone:
è un sol leone che acceca
una verità dietro l`altra
accresce una vanità sopra l`altra.
e vogliono un suicidio assistito
e vogliono un nuovo ardito:
asociali ma sociali
due piedi una staffa
due pensieri una catena.

spicciolata

alla spicciolata i demoni
offrono sermoni danteschi
ad operai massaie e badanti
con le mani grosse e callose.
irato il respiro plumbeo
e la notte un’accozzaglia
d`esperimenti: sagome incise
sui cervelli eppoi sulle carni.
la notte di periferia è un acido
calato male. disdicevoli i canti
ed i silenzi -una tomba.
venuto al mondo
per una fiaccola nella tenebra
l’uomo è un sacco d’acini
sotto al sole. i campi lontani
l’odore di marcio. scalzo.

ci sono bambini

ci sono bambini
che crescono come grandi
e nei giardini sembrano gnomi
coi nomi sbarazzini. il maturo
non sceglie l’età: essa viene
come una carie
una calvizie
una idea luminosa.
ci sono bambini che hanno un ingegno
superiore e hanno la grazia
di un ricamo fatato.

ci sono bambini latenti
che non giganteggiano mai:
sono nani che rifuggono
strati bassi che incantano.
origami miniati
che fremono di pinzillacchere
e quisquiglie.

come giorni che non tramontano
dei minori
d’una bibbia apocrifa
ma non per questo agiografica.
ci sono bambini che ridono
d’una risata appartata
che sceglie un cenno
una abrasione di gioia.

assopito

la canicola scemata zittisce la cicala.
il cemento ne è però memoria:
è l’onda notturna dell’energia
e tutto torna -prima o poi
in altra ulteriore forma.
e l’abbaiare del cane, lontano
quando gli uomini non ci sono più
e l’avvenire del sole è vicino.
lo sguardo assopito del mattino.

animali più uguali

(ai sostenitori d’ordini, agli esecutori, ai collaborazionisti, a quelli “ma che vuoi che sia” e ai “non voglio problemi”)

son anni di finti democratici
voli pindarici per olio di ricino
ed estremi che si toccano -anni
d’accatto che si spremono nel ricatto
io son io voi non siete un cazzo.
le democrazie sono fantasmatiche
periferie di stracci e cemento lento
ponti che crollano e muri ch’irridono.
ho le pulci ho la scabbia ho la sabbia
nelle unghie: son diverso ma sono quello
che ti vede al mattino ti saluta e prende il bus
il treno la nave. non sono diverso
sono avverso al soldatino che saluta:
mi ricorda tempi bui ed il sonno della ragione
il terrore d’essere animali che grondano di massacro.

sono nato

io sono nato
con la luna storta
c’erano amici quella sera
affacciati alla finestra
vennero spazzati dall’aria calda:
piazza santo stefano risuonava
di ciottoli e un amore grondava
come romeo con giulietta. ah
che storia quella mano di carta
che giungeva lieta ad arrotar parola
ed azione. che luogo di memoria
è
una luna a falce che osserva lieta
la decomposizione e l’assenza
di opposizione? quale mancamento
rende l’uomo
completo? quale uomo
che rinnega se stesso
e i simil suoi potrebbe esserlo?

nodoso

le radici scampano al sole
s’incuneano nel mondo e così
anche la luce fatua della crosta
genera e compone: è così
e puoi dire forse il contrario?
che la terra non è delizioso giardino
o un’inferno ghiacciato
l’aspetto nodoso e tormentato
vedi di là dalla riva onde maestose
e il richiamo del nulla. il silenzio
t’abbraccia come edera
e va a rasserenarsi la tenebra.
è questo che mi sta a cuore:
la pronuncia nuova e il difetto.

verrà il mare
ed avrà i tuoi occhi
recisi dallo spazio torto
e dipinti poi da maree
e rivoli di schiuma di sale.
e in fondo al catrame
in angolo di cemento
resterà un segno
come il bollore di lava
il carsico dialogare.

astratto

cavalcano messe nere
ciclopi senza mani
peristalsi vigliacche
consumatori di tutto il mondo

siete disuniti e macabri
punzonatori di pensieri
distratti fatti con interesse
le ss dei giorni nostri:

cavernicoli fanatismi.
l’uomo neo primitivo
si sfida cieco davanti
allo specchio crepato

diritto astratto.

tacete

non conoscete l’alba
fra le mani -miserabili
acconciatori di morti
tremano notti calde
in arti nude espiate:
prendete terra e cielo
con l’anima e tacete.
prendete sasso carta
e forbice: c’è un nesso
tra colori e forme salde
e voci che sono state.
c’è un capitolo che serve
e uno sfogliato a lato
come piuma che vola
come afflato che sfiata.
ed il cammino una marcia
con le parole vento e anima.

imposto

sono stato mascherato
per sembrare vero
ma in serra sfiorisco
e medito introversione
la mia abiezione
il colpo di status.
deplorevole l’ignavia
che di stanza in stanza
occorre come polvere
e gli oggetti instaurano
la devozione di una eternità.
ingiusto il mondo
crocifisso per far posto
all’arroganza. all’imposto.
e chi sono lo sa il mare
e non è più terremoto.

formiche

maldestri e pornografici
uomini di poca fede
o una sbagliata
fa lo stesso
(adesso hanno la scienza
che scorre nelle vene
intasate di shit food
nicotina e cocaina)
uomini deboli che cercano
scontro e non la brezza
che placa la tempesta
uomo farcito di cibo e veleno
uomo politico e mefitico
uomo scaltro per fottere
i propri simili -uomo.
fummo fratelli per finta
forse un tempo
quando il sole era alto
e le formiche giganteggiavano.

devo devo devo

devo sopportare i moralisti (che sia)
e gli interventisti del mondo
cloaca in forma di rosa
spenta bella figa
con la mascherina sino agli occhi mezzi
che mi parlano di niente
(sono barzotto là sotto)
improvvisamente scoprono
anche le belle donne
che non pagano mai un drink
scoprono che si muore
ma non d’amore
molto più probabile di tumore
stomaco pancreas cervello girello
emaciati tronchetti di sterco
su un letto lontano d’ospedale
la morte è un oggetto
non identificato (non di angeli)
fatto salvo che per la televisione
e nei film splatter e di Steven Seagal
è tutta finzione per massaie
e stupidini con la funzione reset
nel cervello una poltiglia
dopo 50 anni di trasmissioni
il vero è falso. il falso ghigna
il mio è un hook definitivo.
definitivo. hook.

la norma

la periferia spenta di vita
arenata alla salsedine di sole
scolorita di raggi uva
e non pertinente alla vita

parchi di antiche cerimonie
scontri di bande giovanili
incattiviti e non pervenuti
all’anagrafe. la periferia

che si stanca del mondo
tutti i popoli hanno stesso
respiro e avranno cibo e lingua
universale. una noia conforme

tutto il mondo sarà paese
e tutto l’amore non basterà
a serrare le fila. tutto in uno
schiocco di vita si conforma.

diradato

diradato e sparso di mano
l’inchiostro che è voce
strania il mondo dell’artista
che un poco ancora crede
alla rima spirata e pura

come un saluto tra due amici
lontani e le mani non si congiungono
ma rema accanto il color del cielo
un azzurro sincero prima d’ogni fine.
è nostra parola ed il canto.
il mio essere saldo ed affranto.

aboliamo

aboliamo la vita
nel lavoro e nei dogmi
io credo ma credo
all’opposizione continua
perpetuo mantice
la forza spende e spande
l’ossigeno non sempre
cura. né elevati né saggi
né stanchi né selvaggi.
rette nel giorno
che s’incontra
infinito che alba.

note

nelle note stonate
trovi armonia
come in Berg
concerto per un angelo
dov’è? nel cielo azzurro
nella canicola scarichi
il tuo sospetto e rigetto

eri un sincero democratico
ora scavalchi il sentiero
te ne vai nel bosco
e ritorni con armi e bagagli
che non hai mai posseduto
e mai hai sognato
di far del male a tuo fratello

ti stai chiedendo
cosa ti hanno messo in testa
cosa ti hanno fatto?
circuìto di timori
piegato al nonsense del potere
forse domani
potrebbe essere il giorno esatto
per costringerti
ad una consapevolezza
ad una pancia meno amara
ad una pulsione di vita.
ricorda che sei qui
per la luce trafilata

capovolgi la clessidra.

lontano

stai lontano dal cuore
e dall`amore: usano ceppi
che non saprai strappare.
stai lontano dal fango e dalla lirica
stai lontano dalla farsa
del potere stai lontano.
hai conservato le parole
per stringerti al focolare
con un sentimento di santità
hai conosciuto le porte
il dischiudersi e l`impenetrabile:
quale da più gusto o più sale
non hai compreso. il tempo
è  un agguato vilipeso
e tu forse gli tingi i capelli
come un coglione qualsiasi
che dimentica ago e filo.

non tacere

lentamente il sole
ottiene libertà
ma gl’uomini no
trafitti da uno sterco
che infanga ed è
subito prigione
il grigiore che stempia
e la notte che fa paura.
piove sulla bagna
periferia di fame
e la secca campagna
oddio, il sole m’assale
sarò capace in mia pace
d’un atto di forza
una luce che commuove?
libertà che non taci
e tu uomo medio
sordo che non fiati.

masticare

cresciuto con un’idea
di bene
ora mastichi amaro
& non credi ai tuoi occhi
di miope

sei in calore
ma niente copula:
stai al balcone
ti metti le mani
là in mezzo

& non c’è vita. ops.
sarà il respiro dei tempi
malati & mantecati
sarà il caldo -non si respira.

scrivi?

scrivo e anche troppo
e forse non sono
nemmeno più lettore
un omone, con le mani grandi
e due spalle da contadino
ma sono lontano dalla terra
iscritto al sindacato assente
presente per un 730 da povero
in balia di ogni ricatto
mi riscatto solo da consumatore:
scelgo uno al posto dell’altro
mando sul lastrico altri biliosi simili
e un’idea malsana di capitale
che stritola tutto
anche quel poco di bene
che viene dalla musica colta
e quei folli angeli dei filosofi
anime candide che scrutano i cieli.

onore alle parole
che schivano e fremono
e scartano e lambiscono
onore alle parole
dolci escrescenze di cultura
onore al labiale che cambia espressione
e onore al vocabolario
che straccia ambiguità
e campionamenti ed impressione
onore alla lingua
che così fatica fa
a reggersi sull’azione
d’un uomo imperfetto
a volte odioso e bilioso:
non vedo più i corpi
al centro della scena
vedo uno spettacolo
di quart’ordine
polveroso e periferico
e quella cosa
che chiamano amore
intubata e sfranta
sotto al tappeto del padrone.

bersaglio

drena la tua pena
nasconditi nel bosco
coi tuoi fucili
e le armi bianche
strano pensarti vivo
coperto di foglie
e fiori appassiti.

ti contengo
in una idea semplice
e contrita:
l’appetito ti farà civile
o incivile nei tuoi
scatti d’ira.
hai preso la mira
sbagliato bersaglio.

non posso che provare orrore
e perdonatemi per la franchezza
ma quei corpi che sentenziano
si sgonfieranno al sole
e sotto una pioggia di grandine
espieremo questi occhi di cataratta.
pochi denti cariati non creano
precedente né infangano
un mondo fatto a metà, forse.
forse i comunicati sono nervosi
parossismi di principianti:
il male cola dai lampadari
e trascende ogni luce
e ogni assenza. stringetevi
attorno al fuoco e piangete
sì, con le mani strette
sì, col singhiozzo strozzato
sì, con la rabbia nel cuore.

è tempo fosco
non c`è abbraccio
si stagliano case distrutte
e follie generazionali
con tappi ed esplosioni
improvvise. un tempo
laido con le bandiere
falciate dai dogmi
e i temporali improvvisi
con intrusione di grandine
come pompelmi: ecco
natura e mancanza
di preghiera nuda.

bastardo d’un soliloquio.

i dormitori pullulano
di golem di carne
con in bocca le parole
dei totalitari. nei giardini
di periferia si impiccano
rudimenti di libertà e fanno
parole incrociate con forza
e nervi a fior di pelle-
credere all`uomo buono
ed al capitale che annega.
la magia del mondo termina
con i telegiornali -le news
sono faccende per pochi
ciechi. grigio il cielo
e le interiora d`uomini alati
radono però il terreno
come sorci sperimentali.
la religione sta ancora in parole
sgualcite e urlate di fiele
l`umanità ancora frutto d`odio.
i pochi disuniti -i molti
che replicano la storia.

ci sono giorni
in cui le notti
sono vuote.
la carezza del vento
è un avvento di pace
gli atomi sono fermi
e gli occhi vagano.
non c’è pressione
nei tubi e nelle vene
s’afflosciano corpi
e pensieri di niente.
calcare sulla pagina
aiuterà ad accettarsi
e vendicarsi del tempo.
spingersi nelle parole
odorando l’inchiostro
come un freno motore.

———————————-a quei servi appagati

non hai conosciuto guerra
ma sai quanto sia difficile una pace
coi corvi le iene e i condor
le anime malate in strade
di sospetto. al mittente rigetto
questa puzza di fede cieca
reietto di lavoro sguardi
di fedeltà al potere. odore
di morte e inumano
questa carne sciocca e tremula
che non impara e continua
a gemere di consumo
ed abuso. merda. merda.

scoramento nel veder propri simili
diventar mostri, quelli che allontanano
da sempre dai loro discorsi: son illuminati
di partito, democratici in affitto
libertari del comodo o accessori
si dimenticano così celermente
d`amicizie e affetti. affetti dal morbo
del fascio. quel fascio che solo a parole
aborrono. quel fascio che li permea
rendendoli nemici dell`umano
nemici dell`altro che accolgono
con la retorica e la pompa.
è così che fanno e così pensano.
secondo me non esistono
sono solo brusio dei ferri corti
o percezione del troppo caldo
cuori sbullonati e in affanno
prima o poi svaniranno

nel loro subdolo ricatto.

gli aerei delle 22
mortificano la pace
il silenzio è deceduto
con una parvenza
di normalità.
gli stati dimagriti
vomitano sentenze illiberali:
uomini stupefatti ed altri assopiti
grondano sangue
alcuni se ne accorgono:
finisce l’era rosea ed ipocrita
delle false democrazie.
dopo il 1989 non c’è più seguito
si può stringere cinghia
e catena. si è scampati
alle guerre calde e fredde
per essere servi scemi
e microchippati.

desiderio di quella tua carne
sfacciata animata amata
sono stato per le vie morte
da una politica inumana
e non ho capito se sono solo
o mi par solo di esserlo.
così ho chiesto alle cicale
e ai tordi rotti sui rami
e le auto volteggiavano
come calabroni e senza le puttane
le vie erano più assurde e solitarie.
ho domandato e mi sono ritratto
ho diversificato il mio amore
le mie date la mia pietà
il traffico e la mia ferocia.
sono uomo nuovo adesso
ti desidero ancora più.

—————-ad A.I. 2930

cicale in concerto
lo sconcerto d’uomo conforme
che crede alle fiabe
ha letto di poeti
che si vogliono esteti
e maghi e vati.
diniego del poeta
che si crede guida
ma non è terra
acqua fuoco e terra
è una comparsa:
il poeta è differente
ed è uguale e non è.
segui il poeta
anzi non seguire
il mondo che scompare
e non è. il poeta
dei cataloghi e dei libri
di poche pagine
il poeta se ne frega
il poeta è una puttana
segue la ciurma
che emana la fatua
leggetemi e fate fuga
io sono una spugna e una purga
il poeta è una sega alle nove
del mattino prima della matematica
e della lezione di italiano
quando ti spiegano
cosa devi pensare
cosa devi decidere
la tua vita è un numero.

il confine è un labrador sbudellato
le ciminiere all’orizzonte sono cazzetti mosci
che non fumano più: esplode il terziario
e tutti i sogni son desideri
e tutti i desideri sono diritti.
il rovescio è che l’uomo
è diventato un golem
e si fa rinchiudere come scimmia
in uno zoo per ricchi sfondati
e falsi papi.
dovrei essere maschio
mi piacciono le macchinine
i treni e cucio: non sono un sarto
però me la cavo
e non mi inginocchierei mai
per compiacere l’occulto
mascherato da pecora.
poco fa sono nato come figlio
e dichiaro la mia indipendenza
priva di guarigione.
la mia franchezza d’uomo
e propongo un’erezione maschia
una nascita ad oltranza.
la propulsione della fertilità.

nella notte i giochi s’infittiscono
e le arene diradano: la guerra
del giorno è un focolaio che si spreme
eppoi pus non filtra ma luce.
ad un equilibrio il tempo così conduce:
santo protettore d’anima
tu sia lodato. i fiori richiamano
ad una nascita che spreme
e santifica. la notte può durare
il tempo d’un sogno. buonanotte
vita mia e sogni d’oro.

le strade fomentano il disguido
di una terra incolta con anima fragile
e microfessurazioni d’umanità diffusa
elusa dai sistemi che tracciano e spiano
schiacciano e isolano: terribile l’anima
dei tecnologici alieni del potere
tuttavia c’è l’erezione del singolo
le sue mani costanti e calde
e quindi la sua libertà spicciola:
uomo sei in guerra per un tozzo di pane
e un monolocale monco
senza vista sul mare.
non astenerti: mantieni e lotta
stringi quella mano molle
e fai male dove più fa male.

il tramonto è un serio affronto
alla vita -noi in fuga armata
di stampelle e ruote e ruzzole.
animati dalla certezza dei dubbi
disadorni di plagi e vendette
spogli di io -io io io. chi sono
e dove vado e perché -i fatti
oggettivi la ridda d`aggettivi
i forse: si chiama patria di vuoto
assenza in vita per lavoro
professione dei calli e vita ancora
che batte i pugni -maschi e forti.
un affronto alla vita la statistica
l`anonimato la iattura la malattia
la bramosia dell’etere -menzogna
di potere democratico e demoniaco.

si levano le aree stanche
in un scampanellio di notte
ci si carica della scure
e si scava la fossa
dell’inviluppo

c’è notte e notte
ed un ghiribizzo
uno schizzo di nulla
una vampa che scevra di giorno
conficca unghie e fegato

emorragia di sensi
emorragia di qualcuno
strappa bugie e corpi
infangare il giorno
col terrore ed il buio

i gatti lottano
dopo il tramonto.

ho l’amore dei canti
e della margotta
con l’abito da sera
e la mattina di rugiada.
vago sotto ai ponti
mi spoglio e rido
come folle e ricambio
il riflesso del sole.
della luna il delicato
lirismo. m’ubriaco
e con te non litigo
ti lascio scivolare
come fa la goccia.
poi tormento il telefono
giaccio vinto sul letto
dormo e sogno
sogno e dormo
e non ricordo
non ricordo più.

l’oro è nelle campagne assolate
nei fossi bruti e nel canestro di frutti
ah, quanta nostalgia per la paglia
e gli animali da cortile. ora
si muovono come pachidermi in cristalleria
le creature che consumano
col ghigno in faccia e la legge
stampata negli orifizi e catene.
ora sono maschio alfa beta gamma
colla scure in volto e il maltolto
una sequela di mantra di legge e democrazia
la legge dentro e fuori la nostalgia
a pacchi. a pacchi. che mania
che mania la esterofila pandemia.

non c’è nulla da ascoltare
tutto scritto tutto letto
al bordo dei fiumi
nel greto sotto al cielo
del canto. e all’amore
e l’esistente arido
nell’eremo mondo.
e ti chiederai perché
e ti domanderai cosa.
e s’acquieta la via poi
e gli alberi e le case
e tutto come valanga.
ed il quadro che ne fai
nella rabbia nella quiete

nel torpore nel malore.