poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti.

i suoi primi novant’anni

cazzo se mi preoccupa il dolore
ne ho una paura fottuta
al minimo acciacco
giù d’antidolorifici
ansia e terrore
ho visto le facce stravolte dal dolore
dei miei nonni sul letto di casa
il viso giallo smunto di mio padre
e non vorrei fare la stessa fine
ho un timore ancestrale
e poi sopportare cosa, perché?
non c’é alcuna redenzione
dei peccati espiazione.
io non credo a dio
non mi convertirò a qualche setta
negli ultimi minuti
alla luce in fondo al tunnel.
resta l’illusione
spacciata da media e capitale
che la vecchiaia non incominci mai
che ad ogni anta
si ricominci da capo.
la realtà più diffusa d’ogni baraccone sognante
è il dolore
ed io non l’accetto
e non accetto una vita che non finisce
la demenza, il pisciarsi e cagarsi nei pantaloni
col pannolone come un bambino
e le gambe che non portano più su un prato
a leggere sognante la natura megera
le sue schifose regole.

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*

gli alberi più splendidi
i cipressi
alberi pizzuti
i morti non disturbano
non solleticano i piedi
dei cadaveri
vanno dritti dritti agli inferi
verticali come fusi
ascensori discreti
diretti.
che alberi stupendi
affusolata flora
robusta di vita
splendida di clorofilla
presagio di fine corsa
nel paesaggio d’uomo
sopravvive e giganteggia
quiete e sempreverde
che delimita, cipressi
così vivi fraintesi
nella pace del per sempre.

i senza titolo

a tutto ho dato titoli
mi son sforzato
come il palestrato coi pesi
per un nulla, intessuti
di nonsense, sarcasmo.
ora lascio l`indeterminato
l`asterisco, che credo
mi porterà fortuna
non sviando la lettura.

*

Roma caput mundi
città del marmo candido
di sangue eterno e madido
e dell’incollato scranno
del burocrate santo
pinzimonio der politico
cinica sovraesposizione
di luce scintillante
magistero del clero
cinismo, saggezza, cultura
sapienza. sublimi e popolani
insalubri vicoli di pietra
dove Caravaggio ammazzò
affamato di fama
per ispirazion di quadro
Roma hai conosciuto i millenni
d’apoteosi e saccheggi
bombardamenti, arte
due volte lanzichenecchi
l’assassinio d’un poeta
e la grande bellezza
che tutto attanaglia
libra di luce e china,
reiterato sacco
non ti pose in scacco
ma salasso.
Roma capitale
del mondo in fiamme.

*

questa corona di spine
che dall’alto cade
come un premio non voluto
questo mare d’uomo
che spinge da dietro
per tornarsi a respirare
questa pulsione di quiete
che miete. la stanza
è abitata da troppi
ma inganna il tanto rumore:
una spanna alla volta
sale l’attimo di splendore
io ne ho il sentore
nelle orme dei padri
nel sacrificio delle madri.
nella terra dei santi.

*

l’insorgenza del buio
non cauterizza ma riposa
l’insorgenza della rotazione
genera illusione anche a posteriore
padre che ami tuo figlio
padre che hai amato
nulla il tempo perdona
neppur il cambiamento
dalla luce cieca alla notte orba
e viceversa: si tinge di suono
l’oscurità che discreta conta
anche nella feritoia del cambiamento
a nulla può la lungimiranza
del canto e neppure opacizza
nulla può l’eleganza dell’esperienza
oppure tutto può generosa
rimestando di forza ed imperio
nel refrigerio illuminante
della mente che labora
et ora.

*

invidioso della quiete
degli uccelli in volo
io non ho ali
ma nel caso le trovo
nel turbinio del sentimento
nel facinoroso intelletto:
l’idea di rimaner a terra
tutta una vita, dal parto
alla lapide come fabbricare
e disfare ogni giorno
senza sperare, oppure
troppo. che il troppo bene
fa male e l’aria è neutra
pesante. l’idea infine
di spiccarlo il volo
guardarvi dalle altezze
più lontane dal rumore
della macchine, delle auto.
zampettando nel cielo pulito
fra nuvola e nuvola.

*

imbastiamo il tempo a levare
come il senso trascendere
riprovando e ritentando
come nell’aggiunta delle note
la corona, l’accento.
michelangelo insegna invece
che sta nel levare il sublime
scavando il fondo del marmo
per mistico sopraelevarlo.
ma io scultore non sono
aggiorno alcune parole
alla volontà del mio sogno
e creo illusione ed allusione
pure una profonda delusione
nel tentenno, dubbio profondo.

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