yoklux

la morte, è la notte fresca,/la vita, è il giorno afoso.

la forza

quando ti guardo giovane fanciulla
scopro la forza dei tuoi vent’anni
e non posso che invidiare. temo
che miei doppi (paion tripli)
sian già affaticati e schivi.
come doppio aver vissuto
d’un riassunto l’impressione.
scorger maree e poi forti ritirate
come l’elastico, annullandosi
non per vizio, non per gioco, non per scopo
per giocoforza della biologia in loco.

vola alto

naturalezza del vento di marzo
nel volo bizzarro del pettirosso
schivo e lesto. le mie casette di legno
legate al ramo ripudia ancora
non mi crede di cuore:
alto alto vola sul mio desiderio.

idee

come caramelle vecchie
nel cassetto s’abbandonano
non quagliano le idee.
altre volte già son
pratica ed avvenimento
nemmeno traspirano
dal modulato fiato.
fraintenderle
nella routine, nella noia
nel viso deformato
dell’ubriaco pagliaccio
non mi conosco abbastanza
senza buone idee: non so
da dove vengono, dove vanno.
se le idee non respirano
non hanno direzione, macerano:
in un cristallino senza profondità opacizzano.

il potere logora

impauriti i colleghi guardinghi
sfiorano le pareti della fabbrica, silenti.
passa il capo con jeans, camicia
e i scarp del tennis. un capo illuminato
che la voce non l’alza mai. eppure
son tutti timorati, come nel religioso silenzio
spiani, sussurrano, implorano. non preoccupatevi:
l’universale giudizio
vi preserverà
certamente
dallo scuoio
dalla presa
per i testicoli
e dalle fiamme eterne.
chi perde il lavoro poi
se può mangiare un rosso fiore, un’idea,
nel tempo protratta
tenderà alla felicità maggiore.

cancro

gli ultimi anni ogni santa mattina
mio padre cucinava uova al tegamino
colazione proteica
che il suo stomaco sfatto
poi non assimilava, ma tant’è.
l’odore dell’olio
dell’albume appena bruciacchiato
che s’arricciava in un ricamo barocco
d’una tenda salottiera
poi c’erano i rumori
della padella, i piatti e le posate.
era la guerra momento dopo momento
contro il cancro:
poche armi convenzionali
molto coraggio
contro tutto l’umano e l’inesplicabile
e su tutto la spietata statistica.

che gran pacchia

a che lo paragoni

questo azzurro cielo

terso come il sangue

d’un figlio? c’è bisogno

di tanto spazio per il bene

il male ne reclamerà comunque un pezzo

come quelle nubi laggiù, blù cariche.

mi dici spesso-

per scherzare, penso-

che per te non ho un pensiero:

ieri nel grande negozio

per me soltanto ho comprato

non t’ho portato un dono.

non è esatto: t’ho pensata

ho cercato, non ho trovato

e mi son fatto mille domande

e dietro ad ognuna delle risposte

c’è questo illimitato terso cielo azzurro.

ante litteram

vorrei farmi gli affari di tutti
ed essere capo di un’impresa di demolizioni.
chi immagina tutto può
e non si torna indietro:
demolendo per ricostruire
questo il vero, forte spirito del tempo
una sferzata d’ottimismo e salute mentale:
l’uomo è anche
progettualità ed attuazione.

cosa fa la grande arte

strana la letteratura
strana molto la vita
ci sono queste belle poetesse
che scrivono poesie
belle donne
che scrivono versi delicati, teneri aneliti, fiori, amori, cuori-
donne giovani, forti
determinate, cercatrici di fama affamate
e leggo queste manifestazioni
del crearsi
non sapendo
come togliere loro di dosso
gli occhi:
m’innamoro in un secondo della loro poesia
dei loro occhi puri, profondi
dei loro lineamenti delicati, poetici, lirici, epossidici
e mentre leggo assorbito
non posso non figurarmi
il loro bel faccino
dolce delicato
così carino
e la poesia
è bellezza, lo sai bene
anche questo serve la causa
se causa ci fosse.
sono felice
che belle donne
scrivano versi, c’e una speranza in più
anche se la parola speranza non mi piace
e comincio ad essere vecchio
per le speranze e troppo giovane
per le delusioni, o viceversa, è uguale
non è importante.
chi scrive poesie
potrà essere bello dentro
ma se lo è già fuori, bè…
il mondo non finirà domani
se leggo poesie di belle donne
e tra le gambe
mi viene
bello duro.

il viso della natura

quando mostrerà il suo viso
la natura, non avremo il tempo
di metterci il vestito buono
stupito e stupido l’uomo e la donna
col tavolo imbandito e raffazzonato
nemmeno il trucco del sorriso.
l’infelicità del soliloquio
sarà il definitivo nostro
insindacabile esproprio.

sarcasmo di metà vita

che parabola bislacca vita:
da bimbo sulla carrozzina
sbavante col ciuccio
ben stretto ai morbidi fianchi
il pannolino zuppo.
su una carrozzina vecchio
sdentato, demente
demoralizzato, voce alta
ripetendo: mamma, mamma!
mamma vieni a vedere
cosa son diventato.

regressione amorevole

mangia il bambino
nel colorato piattino.
non è mai attento
come certi adulti
è selvaggiamente dispersivo
come uno sguardo elusivo.
il genitore sa
e abbozza:
scia senza neve
scala senza corde
a volte cade
senza materasso
altre se la ride di gusto
ha capito tutto
nel trambusto:
è tornato bambino
come il suo piccino.

soli

mai di ridere mi rammarico
anche quando alle porte il dramma
spariglia, distrugge e discosta.
magari immediatamente visibile
non sarà, ma inesplicabile apparirà
il sereno nel cielo tonante e tetro.
come una fiaccola, nel mondo malato
e malvagio un faro. che il cammino
è solitario infine, checché se ne dica.

quando scopro la forza

quando scopro la forza
il caso mi fa lontano.
quando sono debole
non mi ritraggo e scemo.
come le foglie delle rose
dopo l’acquazzone.
ma non finisce l’emozione
non termina il cielo
se nella stanza sogno
e quando i colori sono intensi
hai voglia a raschiar la tela:
rimane qualcosa
che è giovane e forte.

la meraviglia del niente

lentezza cronica della bontà
del buon fare. le urla
e le cricche: naturalmente
queste caricano le prime pagine
come molle di bimbi,
ma non sono giochi.
son fuochi
che masticano
e sputano.

parlane piano

l`amore si costruisce, è fatica
certo dolore, sesso quanto basta.
per alcuni è flash, esplosione
raptus di follia. tatoo, bagliore.
nello sguardo, nella chimica del momento.
una foto che spezza le reni, due labbra carnose
sguardo ficcante, trucco delicato,
due occhi contornati da una nera matita,
è l’invasione d’una selvaggia emozione
coacervo di tremore, farfalle e pulsione, amore.
se ne parla, se ne scrive. s`è già dileguato.

luce

m’ubriaca la luce splendente.
e l`anima segue
come il cascame dei barattoli
nello sposalizio
quando l’auto se ne va
al termine della promessa, gli invitati
che non possono seguire,
impalati ed estasiati.
perché pulsante è  la felicità.
come il fulmine.
un cuore al battito
il senso del tuono.

fiori di primavera

——————————————ad A.I.

ho avuto vent’anni, mi pare-
qualcosa di sfumato ricordo
come il satellite distante
che dalla sorella grande
ogni anno, d’alcuni centimetri
s’allontana inesorabile.
ricordo l’impossibilità
di starsene con se stessi
troppo a lungo -il drago
inarcava le sue spine
infilzando nella carne piena
gl’affilati artigli puntuti.
la gioventù va sorseggiata
come il buon vino.
e la solitudine d’un inizio
diluire si può nella serenità
d’un placido caldo proseguire.

quanto riempie il cielo

il cielo non è abbastanza

non è abbastanza il fiore

nemmeno il suo colore

nella spenta periferia.

la città è così silenziosa

la domenica mattina.

le persone parlano a stento

e a volte si salutano.

io sono quelle persone

le comprendo

ma non mi sento

come loro,

sono tutti e nessuno

sono me stesso

e un poco me ne vergogno.

sono sulle nubi

o sulla gru o sulla rotaia:

il treno mi passa sopra

e mi fa sentire

quello che la vita è:

un gran trambusto

ed un attimo dopo

l’assoluto silenzio.

alieni

c’è tanto rumore fuori
anche nella buia notte
la sporca pioggia
i muri sozzi
gli odori malsani
di un’aria malata.
malata d’uomini
non dolci ed incostanti:
oltre si plagiano
alieni d’una natura
quella sì già a noi
aliena, come il pesce

intrappolato nella golena.

che notti

ancora freddo la sera
balla il pettirosso
sul ricordo del ghiaccio.
più brevi le notti via via
non meno buie.
il gioco vale ancora la candela
per ora almeno
nel terrore globale
promessa di guerra.
più prossimi ci si scopre
più di quel che s’e sempre pensato:
s’odora la combustione della polvere
da sparo. e la fratellanza del sangue versato.

così forte sentire

quasi più non posso
così forte sentire,
alito e anelito
battito di libellula
zampa di formica
goccia di pianto
percependo.
non religioso
ma accurato.
scientifico
non superstizioso.
accorto quanto basta
per sentirmi
non tutto e non pari.
particella e sincope

cosciente starnuto.

io resto

non essere vendicativo
e meschino
con una donna. tutto il male
non vien per nuocerti
e ad un’azione volgare
ce ne sarà una uguale
e forse più potente ed infame
che s’oppone
con o senza ragione
quindi lascia scorrer la palla:
la pendenza farà
il resto.

fabbro

il fabbro qui a fianco
è vivo e lotta nell’incudine
nel martello.
suono di ferraglia
la noia sbaraglia, disseta di presenza.
come della palla il tuono dello strike
e una certa nostalgia piange
anche nel sole abbacinante
cresce la torbida
malinconia.

la malattia

strazia la malattia, tu ed attorno
per induzione i tuoi cari.
più maldestro ti fa, vizzo
irriconoscibile corpo opaco.
quando in mente mi sovviene
vivida come il giallo colore
corpo del padre mio terminale
piccolo, emaciato sul letto sfatto,
allora intendo veramente
il passaggio controverso
sulla terra: quanto dolore.
la tempesta, i petali e qualche approdo.

poesia

non ti rincorro
m’accorgo d’esser fermo.
nessuna frenesia nessun colore
il vivo è spento. la mattina
al lavoro. il pomeriggio
è ricordarsi d’una sera
a misura d’uomo.
risalendo il fiume
come il salmone
che dove nato va a morire.

Solounsogno.

Scrivo, perché magari alla fine ti innamori.

chiaramarinoni

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