yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti.

principia l’estate

eruzione delle cicale
voglia d’andarsene
dell’avvertir la movida.
vengono lente lente
nuvole, nel bicchiere
si sciolgono, minuta serra
ferma, pensierosa:
tutto fuori si raccoglie
nel vento mai violento:
principia l’estate
senza sgomento
e senza argomento.

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marmo

quel che marmo
ha del racconto
la carne é oltre:
vilipesa, consunta
secca, disidratata
rugosa e pelosa
carne che vivi
irrorata e sangue
che pompa:
nell’acquitrino
l’anima affonda
che il marmo infinito
eterna, bianco candore
che nulla sa del sudore.

la pendenza quell’accecante luce

lo so, vai cercando il mistero
l’aria esile delle altezze
quelle cime invitanti
ma invivibili. e tutti i segni
lasciati terminare come polvere
lungo il viaggio, non sono
che il corpo tuo, vanno rassegnate
addormentandosi un poco a riposare.
vai cercando tempeste
del sangue vivo partecipe, vitale
protagonista inguaribile
e su prati fioriti finestre
d’una serena visione inestinguibile:
vedi, questi sobbalzi
strapazzi d’estremi insanabili
sono la vita che s’impara loquace
ti scuote d’ammanchi, ti grava di pesi
ti monta di carichi e avvitanti
picchi svettanti. quell’innevate cime
da dove la gioia rischiara scivolando
non ti giudica, t’illumina, brilla vampa
e la pendenza quell’accecante luce.

*

spaventati a tentoni
uomini col lume
della ragione
di qua dal bancone.
di là chi c’è, chi serve?
chi c’ascolta, chi ci consola?
ci comprende o c’asseconda?
ancora non comprendo
il dilemma del mondo
nemmeno se sulla scrivania
ho il mappamondo.

macello

ti vedevo sul letto
emaciata, ai miei occhi
non credevo, quegli attimi
che paion schizzi d’un bozzetto
ma son eterni, fossi una sagoma di cartone
pensavo, appoggiata lì senza motivo
perchè ci mette alla prova il tempo come il vento
le foglie secche. ricordo le nodose nocche tue
con sgomento, violacee, vene in rilievo
come scarichi cavi elettrici filacciosi
sol disegnavano, senza irrorare, fioca luce.
per stanchezza il corpo si sfalda
inedia, pure incredibilmente
per inerzia rotolante, dei grandi romanzi
le parole si sgonfiano in racconti eppoi
singole frasi e finanche balbuzie, sgrammaticati,
cessione del quinto e oltre, della memoria
siam tutti così unanimemente sottostimati,
sul legno del macello frollati costati.

la sintesi spezza

accostato l’orecchio che hai sentito?
avvicinato l’occhio che hai visto?
tesa tutta una postura
come acciaio armonico
hai creduto di toccare
nemmeno hai sfiorato
illuso immoral mortale.

il tempo della gente

il tempo fetente non lascia niente
come smalto coprente
dimentica la gente: la brandisce,
la coccola, la vessa come nella tempesta
restano ossa ed iridi di pace e guerra
scolorite testimoni. stiamo sulle scale
tu a dar colore, densa rossa cera
dietro io con un libro in mano
guardando il tuo danzante deretano
parliamo del meno, parliamo del più
il tempo passa, non torna
a meno che tu non pretenda di più.
io non ho tutte le risposte
anche se sembra il contrario
col libro in mano. la verità
come sempre sta ad un palmo dal naso
sol che non ce ne accorgiamo.

amor gaudio

s’arrovella il fardello
l’amore è anche quello
please: nome e modello
uno qualunque rispondo
importante é il fenomeno
che torce le budella
ti mette le farfalle nello stomaco
ti rifà la casa, l’intonaco.
e tutti i sospiri del cor
avanzano pretese
della vita le magagne
magicamente verran
sospese, parzialmente arrese.

quando m’annoio

quando m’annoio
scrivo. spesso m’annoio,
buttate lì due tre cose
indifferente e testardo
insensibile alle mode
bastardo contrario.
a chi giova se non a me
e a qualche altro svergognato
che ha invertito
gli effetti con le cause
magari pure lui
s’annoia
rivendica quei quindici minuti di celebrità
invidia la spudoratezza
lo spirito naif
e altro
che per pudore non riporto.
ah, sono molto discreto
e schivo
scrivo di nulla
tutte le parole non servono
se non le apprezzate,
che lo sappiate.

trasloco artefatto

ciel sereno, lontana mitezza.
sbuffare, affannarsi, perdita reale
l’innocenza di frivoli pensieri
fanciulli. ahimè, il passo divien senile.

aforistico illuministico

dal buco ti scruto
son caduco
come il bruco
che poi sarà
fantasia al potere:
la farfalla volerà
con gran piacere.

come sta?

il paese non sta tanto bene
i giovani che studiano
se ne vanno, non tornano:
gustano la civiltà ed un buon
stipendio, cosa vogliono di più
se non su tutto quello:
farsi apprezzare, contare
l’indispensabile minimo
per non cadere nell’oblio
del tempo, che del talento
ne vede sino allo svenimento
ma anche dell’oblio lo svilimento
errando nel buio del non senso.

amore e critica

i poeti post-montaliani
sono poeti narratori
delle piccole cose
dell’intimo minuto
dello scrutare infecondo.
ma tante piccole cose
fanno grande la vita
e non ce lo devono dire
certi critici e amici dei critici
e parenti dei critici
perchè sia vero:
una piccola tavola
un pranzo piccolo
un fiorellino
un bacetto
una casina
una macchinetta
un grande amore.

stati uniti d’europa

l’europa si muove
prima sei democratico
poi sei dittatore
paladino dei diritti
poi manganellatore.
così il continente non va più bene
bisogna smembrarlo
per meglio incatenarlo
si bypassano i governi
si nutrono di mercato i servi
come si fa d’oca il patè.
gli stati nazionali
si vogliono balcanizzati
della storia espropriati.
siam cittadini
ben ammaestrati.

la dieta ferrea del poeta

il poeta non è più tra noi
che grande poeta
passata a scrivere tutta una vita
vivendo nel sottobosco
nel silenzio degli addetti
dei concorsetti, nelle consorterie
degli amichetti, quanto puoi
esser vivo quando lo sei
con somma discrezione
ai lati delle nicchie
nella polvere delle soffitte
ma quando sei morto, già
sei il più straordinario animale:
sei sommo immortale.

la fortuna

ore in laboratorio
ce ne stavamo
un semplice, scarno
invisibile garage di periferia in realtà
ma l’impero dei sensi
l’acutizzarsi dell’intelligenza
e della manualità per noi due
di generazioni differenti
sangue dello stesso.
ore veloci
non parevano di 60 minuti
ma pochi atti svelti, decisi, pennellate
sguardi complici di comunione
costruivamo oggetti
per ascoltarci la musica
di Vivaldi Mozart Verdi Mahler in salotto
una scusa pure per stare assieme
come se sapessimo in anticipo
che di tempo per noi due
non ce ne sarebbe stato tanto ancora
come in altre famiglie
più fortunate.
ecco, la fortuna
è una di quelle cose
che proprio non riesco
a spiegarmi: come il vento
viene e va. quando va
sono cazzi amari.

poesia popolare

per forza banale
la poesia popolare
non so come
scherzarne nella bagarre
dell’istante, non so
se conviene esser
crudele: della semplicità
non se ne fa una fiera
perchè il timido e schivo
vuol apparire ciò
che non è: colto e loquace
anche quando tace.
il verso è così sbagliato
un senso unico arretrato
come un risultato
che non s’è bastato.
è la meraviglia straripante
dell’arte: acculturati
senza i dati. abbeverati
senza liquidi. pìngui
senza lipìdi.

dopo la morte

quando morirai
avrai fatto tutto
quel che c’era già di fatto
ma non te ne sarai subito
accorto perchè l’impegno
è sforzo, è manualità
ed il saper fare non è mai pagato
adeguatamente.
ci sono i padroni anche
sulle stelle.

utopistico manieristico

naturalmente l’uomo
possiede tutti gli strumenti
scientifici per andare
baldanzoso contro natura
la sua paura di preda vincere
e non morirne: il sismografo
l’anemometro, il martello
non solo quello: l’incudine
il cacciavite, ma sempre
quell’improvviso tremendo
dolore d’appendicite
per ricordargli puntuale
che il sogno da solo non basta
bisogna stringer i pugni
lottando imprecando masticando
ululando: la tecnica crea l’utopia nuova
già goffa e zoppa ideologia
ma il dubbio non risolve.

sangue del tuo sangue

ideata e concepita la creaturina
nell’attimo pianificato
d’una luce infinita
fil di fresco anela
sul pavimento sciogliendosi di pezza
con orso, osserva imbambolata
la tivi, nulla sente
una cera che non sa niente
non vuole. la studio
discreto con amore, son padre
la sua furia devo controllare
nei suoi occhietti m’incanto
vispi, attoniti e profondi
come la vita tutta
e qualcosa di più, inspiegabile:
quanta potenza in un seguito
di carne assorbente viva palpitante
quanta poesia non di parole.

malcacati

passa tanto tempo
nel tormento:
tormento dei piccoli
bollette e lavoro
tormento dei grandi
confini guerre danari.
il tempo è nave
con scafo violento
come rompighiaccio
abbandona il viaggiatore
all’addiaccio, se ne compiace
con la trascuratezza dell’irrilevanza.

arredatore d’interni

d’amore si muore
come se mancasse
quel bacio, lì in fondo
ad arredare e solo ci fosse
un enorme disimpegno.
l’architetto manca spesso
d’arredamento.

dalla finestra

qui sto con la finestra
spalancata, caldo infernale
gli occhi fissi a puntare.
attendo il ritorno tuo
che poi oggi non è la prima
volta che i ruoli
scambiamo:
gira che ti rigira
trotta e riversa
aumentando e dimunuendo
si torna al punto
che di nuovo é partenza.
sfacciata nostra
assente presenza.

ti vorrei

tutto per me ti vorrei
da qui ai Pirenei
ma non sopporto la domenica
la voce tua, modalità, toni:
riassunto di coabitazione
costrizione ed abusi
di sentimento
ti desidero
come idea
si brama e nell’ideale
tingere pennello dell’astratto
comunione di mondi creando.
non facile
sentirsi vicini
se si è in fondo
estranei, convessi due;
e manco a dirlo
riflessi pure. genuflessi.

la rima

pierluigi dice
che la rima mi piace
ed io la uso certo e assai
perchè celere
mi faccio capire
senza troppo dire:
intendo che alla lettura
il mento va su e giù
come il pensiero in altura.
par così della vita
non aver più quell’orrida
raggelante paura.

*

baro comunque destino
se c’è veramente cammino
e tutto strascico
anticamera, preludio
del dietro le quinte: avanti
avanti dicono  mestieranti
politici preti,
vip ideologi meteorologi:
il sol dell’avvenire
è nelle vostre menti
un poco dormienti
(ultimi e primi giovani son sempre)
bugie, dietrologie
d’una società feroce, capitale
che fa male.

io sono cresciuto in periferia

io sono cresciuto in periferia
la periferia dei giardinetti spelacchiati e bruciati d’agosto
dei bar cinesi coi pachistani baffuti seduti a fumare
e le pantofole di pelle
che ricordano da dove sono venuti
e non hanno capito un cazzo del paese che li ospita
dei negozi cinesi tutto a un euro
dei massaggi lomantici e plostatici cinesi
delle troie nei condomini bene
delle trans che chiudono le tapparelle
e fanno finta d’essere donne intelligenti e premurose e comprensive
delle luci sfarfallanti al neon
degli odi latenti che esplodono la domenica con la partita di pallone
dei movimenti anarchici spuntati e di quelli proletari stanchi
del siamo tutti colletti bianchi a 600 euro al mese
però ci sono ampi margini di miglioramento
delle domeniche agostane tutte vuote e malinconiche ma c’è una crisi!
delle serate miti autunnali di barbabietola dolce
del natale con tutte le lucine colorate, i negozi sfavillanti e fuorvianti
i babbi che salgono dalla finestra come ladruncoli
delle befane e tanto carbone perchè siamo cattivi cattivi spietati inermi indifferenti
di quelli che non vedono non sentono non parlano
non capiscono non fanno non vogliono non votano
la periferia dei rombi lontani, del curry che si mischia col gas di scarico ed il bucato fresco
dei portici pisciati e scrostati
dei parcheggi strapieni
dei ricordi tra le vie invase dalle auto
dei vecchi che camminano soli col cane
dei vecchi che non si ricordano più la strada
per tornarsene a casa
dei bimbi buoni nei cortili degli asili
che ti vedono passare e ti mandano affanculo allegramente
la periferia delle luci neutre e fredde, dei progressisti che non hanno mai faticato
della street art, dei topi che scrutano l’uomo affamati
delle persone depresse col mutuo
che si gettano dalla finestra, del volontariato, del mutuo soccorso, del tollerabile
delle macchine dei carabinieri che si fanno un giro
da un bar all’altro, delle blatte saettanti che conquistano le cucine
dei marciapiedi sfatti con voragini e pericolanti
dei palazzoni tutti uguali, le cantine e sotterranei inesplorati
della gente che non saluta, del vicinato che origlia e spia e nega
che esce dal garage
ed un attimo dopo non sai più dove
è finita e la prossima volta sarà uguale o peggio o nulla
dei supermercati in ogni angolo
tutto in vendita tutto scontato
ma guai se c’e una libreria
dei centri sociali sempre in guerra sempre okkupati
dei capannoni sfitti e sgombri
dopo un ventennio di crisi senza sbocco
della festa di quelli che brandivano falce e martello
ed ora fanno i finocchi col culo degli altri
la periferia delle puttane colorate, sagge, salvatrici di matrimoni
dei marchettari del sesso svilito venduto battuto fantasmi del gigolò
dello ius soli eppoi chi minchia li mantiene
che noi c’abbiamo le pezze al culo
delle urla a mezzanotte e del vomito delle sbornie
dei papponi sulla jaguar
degli stupri, degli scippi
degli spacciatori che aspettano guardinghi nei bar
delle sirene stonate, dei musulmani barbuti che assomigliano tanto a quelli visti in tv
la periferia povera, multietnica razzista e non
dei cani bastardi che abbaiano inascoltati
la periferia dei rumeni che consegnano i pacchi
e fanno il barbecue la domenica, dei kebab, delle pizze egiziane
delle zigane che ti leggono la mano e ti rubano il portafogli
degli africani che ti chiedono un euro col cappello della Nike
e di quelli che vendono le borse alla moda vicino ai centri commerciali
del matto del quartiere che si è spiaccicato col motorino su una auto parcheggiata
la periferia aspra mendicata svenduta depredata sottovalutata
io vivo ancora qui
e non saprei dove altro andare
perchè sono ancora quel bambino coi sogni
in bicicletta energico pieno di cose buone libero
e le ginocchia sbucciate.

la fine è la fine

la chimica crea speranza
spergiurano i grandi santoni
della fattanza con camice bianco
ed aria da superbi creatori,
la dea è bendata
non ti ha mai trovata
così si muore nei corridoi
dell’ospedale o più fortunosamente
nella propria casa, polvere si diventa troppo presto
in un vaso discreto tra un dizionario
un orologio da taschino
un’idea di destino meschino.

deserta

deserta è la città, a tratti
il cuore mio. il silenzio
dei tigli, un tordo caduto
dal nido. già, come i tordi:
a terra, in attesa del salvatore.

*

quando in cielo non c’è, allora
il sole si carica d’emozione:
tornerà quel giorno, quel tepore.
nemmeno possono restare fredde
le ore: quanto luminosa
sulla terra la promessa radiosa
anche nell’inverno che viene.

rosso tramonto

presto vien la sera
gli operai ultimi rimasti
a casa ritornano
la casa che non è loro
forse un giorno lo sarà
la casa dei sogni
ma quali sogni?
al prezzo di mercato
i soldi son rimasti
miraggio dell’unica libertà
superstite. macerie
del proletario
macerie dell’intellettuale.

*

vidi mio padre seccarsi, ingiallire
immobile. altre cose non posso dire
se non che tutti, proprio tutti
dobbiamo soffrire, poi morire.

alba e tramonto

viene il tramonto
coi suoi silenzi
che in città non sono.
poi alba, che quei rumori
nel consumo addormenta.

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