poesia yoklux

Luca Parenti

*

a novembre il soffio si fa rado e leggero
dall’aldilà l`alito di zolfo pesca inquieto.

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comprensivo

la città si spegne
col rantolo del treno.
il boeing mi passa sul cranio
va a letto il vicino
chiuso il gas
il piatto della pasta
sul tavolo in cucina. oggi
sono stato comprensivo
a tratti. fuori la pioggia
ha fatto del suolo uno specchio.
i fanali d’auto sono abissali
fondi senza cuore.
m’addormento
come un bambino.

bicordi

infinitamente lontani siam
pur vicinissimi, costretti
nel digitale, ristretti nei sensi
l’unica piazza che vale
equidistante da una diffusione
ed un horror vacui nel tempo
benessere indeciso del generale
senza esistere. scambiamo
disagi e presagi, piccole frasi-
bicordi, evasioni e quando
saltuariamente la chiave combacia
ognuno per sé, dio per tutti.

*

mi guarda il mio collega
eppoi il vuoto, son le 17
è stanco morto.
anche io lo sono
non ne posso più.
quasi non lo riconosco
eppoi una battuta volgare
solidarietà vetero animale
per tirar su il morale.
le vertebre scricchiolano
un giro a 360 gradi
sono un gufo
ma il gufo sta sull’albero
mi stiro. anche la giornata
è asfittica: ore su ore
come se niente fosse
solo quando sei sereno
sono un schiocco di dita
questa è la vita.

*

del creato l’eroismo
i giovani han scordato
si picchiano con la polizia
per un ideale mancato
fan le barricate
non per occupazione
per reato di finzione.

*

la nebbia compiace gli angoli
rassomigliano. c’è abbandono
(dalle forme, dai corpi)
e il ritrarsi da terra con millimetri
coperti. e c’è la notte presto
che amplifica e deterge.
come una spugna.
un solvente delicato.
l’ammollo delle mani
per ripartire l’indomani.
il rifarsi del bene
tutte le postille
le intese minime
i fremiti dei rapporti.
una volta per campi
i fiumi, i colli
ora tra i mercati, le folle
e le solitudini multiple.
incoraggiate.

*

nella notte che non conosce stelle
la ragazza esce di casa
ed è tutta inzuppata
piove a dirotto.
cerca il suo carnefice
il dio che l’ha fatta debole
l’ha arresa pastello nella gabbia
delle serpi. la ragazza è forte
è intelligente, un poco selvaggia
saprà che fare per domare
il fuoco, saprà conquistarsi
la serenità degli spiriti
liberi. nella notte nera
baldracca malsana
la ragazza forte è luce.
luce di madre-
darà prole.

levare

cercan tutti più parole
quando necessità
è in levare. è quando levi
e fissi il sole, per quel poco.
te lo tieni ancor
sulla retina modico
come un picco ancor più acuto
è questo istante che riempie
quel soliloquio splende.
l’eterno immanente.

*

il mio nuovo dono
si chiama perdono
la tentazione degli occhi
di dichiararsi ed inspessirsi
per vedere il minuto
come lenti dormienti.
sei affranto e perso?
compra un bonsai
dagli acqua dall’alto
ogni santo giorno
con serena delicatezza
fretta cattiva consigliera.
hai annunciato il dono
per cavarti dai guai
ora ogni buon dí
nell’idea ti dichiarerai
del santo gesto dell’abitudine.

buon appetito

il bimbo è pigro
mangia lento
un boccone una boccaccia
eterno gioco
del neofita:
l’infantile
è appunto il non regredire
ma essere.
far le cose con passione
perché son nuove.
tutto illimitato
tutto da provarsi
prima della gabbia
del disfarsi.

dal ’45 ad oggi

il motore sbuffa brontola
s’è ingolfato, s’è rotta
la catena: una marea di tute blu
se ne va forse a pulire i cessi
con un contratto a chiamata.
a casa poi a menarselo
tentando di godere.
il know out è perduto per sempre
i flebili rapporti robotizzati
inceneriti dai social
bullizzati dai media paraculi.
vagheranno spenti con i cani
nelle carrozzine, al posto dei bambini.
la marea anonima si tinge di rosso:
il sangue sgorga per il capitale
il sangue sgorga per il capitale.

*

scendono le puttane
dal bus
come soldati in incognito
nella notte fredda
illuminate a tratti
dai fari come santità.
hanno sacchetti della spesa
qualche lattina ammaccata
un tramezzino -non si porta
l’africa in italia
con la pelle affettata
i rossetti e i trucchi grassi
con le natiche al vento
nemmeno le avventure
e la presunzione di vita
si tengono strette all’aria
legate al vudù, senza meta
si tergono come carni marinate
e bocche, piattole e fighe rotte.

Grazie a Loredana Semantica

https://liminamundi.wordpress.com/2018/11/15/canto-presente-35-luca-parenti/

*

la notte non sempre
dorme
anzi è una macchina
che sbuffa e mugghia
un motore che digerisce
come un frullatore
organi e pensieri
mietitrebbia efferato
macello di maiale che strilla.
avrei voluto spegnermi
e non andare alla deriva
come una foglia d’autunno
nel canale di scolo.
avrei una tonnellata
di caramello fra le ascelle
distanza proletaria
tra la pompa del sangue
e una fetta di materia grigia che sragiona.

*

fa male la libertà
tutti uguali
le stesse cose

impalpabile noia:
stessi vestiti
stesse paure-
la paura di perderla.

eppure il vuoto m’assale
e mi fa male, quando non lavoro
il fine settimana
stento nell’abbandono
giro in tondo
senza baricentro
come un criceto.

tutto chiaro, semplice
evidente: ciò che è stato dato
non ci rende migliori
ma apparenti
sfumati nel paesaggio
ininfluenti copie d’un arcano
d’un paese lontano.

eppure liberi siamo
così c’illuminano
dal telegiornale
(libertà di stampa!).
la libertà fa male.

*

dopo cena pronto
un bel sacco di rusco
ogni giorno così
anche più d`uno.
butto via tutto
sono esperto:
caccio viltà, carta
assorbente, umido.
non sono mai stato buono
a recuperare qualcosa:
una volta raggiunta la data
di scadenze via tutto.
senza rimpianti. che stile.
che bravo. che uomo.

*

giacciono impotenti gli uccelli
come bavose ombre cinesi
su alberi stecchiti
in un autunno estivo.
alle porte l’inverno infartuato.
sussurrano i passanti catarrosi
scherzano sul fuoco nel fuoco.
l’era dell’eterna pubertà.
i panni stessi sono funghi al crepuscolo.
la muffa putrida imbratta i muri
ottusi angoli della sofferenza:
la stanza come metafora del mondo
il disfacimento come ultimo unico atto eroico.

*

ho la carne viva che pulsa
esaltata di santità
come un cuore alternativo
gli occhi spalancati
come un’auto di notte
va a tentoni e le mani sui fianchi
pronto a soggiogare,
il fracasso dal vivo è furente
come un palio o hemingway
davanti al toro furioso: ho le ossa
spezzate dalla superbia, dalla bestia
e tutto il male dei viventi.
il coro del mare, della terra e il fuoco
non sono amici: conosco l’oblio
come uno studente
alle spuntate prime armi.
frastornato. saturo.

*

i piccoli borghesi sbrodolano invischiati e putridi
il fianco forte. nessuna maratona
porta la fiaccola. ho il cuore nero.
cuore non è un organo:
uno sfiato di metano
un muffito grido di merda.
un’eiaculazione sozza.
mi sto masturbando per i benpensanti
il socialismo una chimera
il comunismo un culto
come il cristianesimo
quel poco è poco
è sempre poco
e nulla
mixato con niente
come il mio sguardo miope sulle colline di nebbia.
il diavolo ha zoccoli di medioevo
le meretrici fiaccole redente
tutta la forza rivoluzionaria del passato
è conclusa. io sono
tutti e tutti non son nulla
se non nel notiziario delle venti
nel reality fatiscente.
è uno sfiato d’esaltazione subitanea. uno sfratto.

piccioni e blatte

sentivo puzza di merda
sul davanzale della finestra
della camera da letto
i simpatici vicini indiani
coi baffoni, scure camicie
di fritto e curry in ciabatte
miagolanti allah
alle 4 del mattino
contro ogni regolamento condominiale
preghiere di ascensione
con l’ascensore e mille altre
delizie della società occidentale
che considerano perlopiù una nefandezza
carica d’eresia ed infedeli
ebbene agli indiani piacciono
molto i piccioni e li rimpinzano
di pane e mollica soprattutto
e quindi frotte di volatili saturi d’escrementi
imbrattano terrazze e finestre dei vicini
e a bracceto giungono blatte rosse
veloci come speedy gonzales
che fanno un grasso banchetto
brutte sporche coprofaghe
con quelle antenne sempre in onda
attente, spedite e furbe
un attimo ci siete
un secondo dopo siete sparite
nella prima crepa
nel battiscopa
sotto il mobile.
il terribile coabitare
conflittuale nell’urbe
permanente guerra civile.

cielo nuvole noi

non c’è cielo azzurro senza nuvole
così come occhi senza lacrime
senza sorrisi senza leggere inclinazioni
come dolci perturbazioni. mi chiedo
che ne sarà delle nostre affinità e
dove finirà tutto questo succo
di cuori due stretti assieme
come lacci martiri.

tubi in giardino

c’è tutta una guerra di tubi
in giardino: acqua gas nervino
telefoni metallofoni, idrovori
i suoni telefonici, adsl senza molle
entrano in case come cavalli di troia
la goduria della libera scelta
senza averla. scarichi lordi
acque bianche senza bagordi.
le serpentine strade d’asfalto
tagliuzzate e sbecciate a riguardo
di una civiltà tutta collegata
come una bomba a grappolo
ci farà molto male
penso prima di Natale.
quant’è bello pensare male.

lampadine

mio nonno svitava le lampadine
del lampadario
stile barocco
era di legno dipinto d’oro.
lampadine a fiamma.
dal tavolo
lo guardavo incuriosito
gli chiedevo perché.
e mi strillava
quando in bagno
tiravo troppo l’acqua
le mani immerse.
possibilmente in salotto
niente tende
per sfruttarla tutta
la luce del sole vivo.
altri tempi.
ora ci sono le lampadine a led
l’elettricità
è più cara.
mio nonno aveva il braccino corto
e ora che non c’è più.
nessuno si lamenta più.
restano accese per ore
le lampadine
illuminano il nulla
di fredda luce.
la luce è un diritto
che si paga a prezzo pieno.

*

l’inferno dei cani che latrano
quasi a mezzanotte quando
in giro ubriachi persi vomitano pus
nelle fermate diroccate dei bus
il mondo fatto dalla generazione boom
con echi partigiani se vedessero
come le piante si sono attorcigliate
come l’edera ha conquistato
terrazze e cornicioni scheggiati.
quanto fumano uomini e donne!
quanto piangono sotto le pensiline
e poggiano le teste umide
ai muri insozzati di vernice
ed io più non ne conosco
e non voglio sapere di niente.
nella casa dove sono cresciuto
ci sono installati alieni
sfondando la porta
cambiando serratura
fottendosene di tutto.

a sera

la città di riflessi s’accende
pioggia acida che scivola
e tace. apparecchia la tavola
l’uomo mendace: sera tiepida
sapida cena rapida servita.

Angela Francia

LA DITTATURA PERFETTA AVRA' LA SEMBIANZA DI UNA DEMOCRAZIA, UNA PRIGIONE SENZA MURI NELLA QUALE I PRIGIONIERI NON SOGNERANNO MAI DI FUGGIRE. UN SISTEMA DI SCHIAVITU' DOVE, GRAZIE AL CONSUMO E AL DIVERTIMENTO, GLI SCHIAVI AMERANNO LA LORO SCHIAVITU.

Ad alta voce / En voz alta

...e non più quando è notte alle mie spalle splendono due ali. (Arsenij Aleksandrovic Tarkovskij)

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