poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: dicembre, 2014

tragitto

la luce tremola

tra i passi tramuta

smunta delinea

spunta ammanta

sempre un poco meno.

inseguendo seguitando

ci sarà quel black out

che non tutti cercano

ma inevitabile temono.

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eccedenze gravide

affascinante come la nausea nasconda
vita. è così strano non vederti più bere
e mangiare come prima. nemmeno una dieta
sconvolge tanto l’anima. naturalmente tutto buono.

lucenti

in concreto siamo due spiriti liberi

gli spiriti liberi s’ingannano col cielo alle spalle

s’incocciano a metà strada con gl’occhi lucidi

maniglie dell’amore, pancetta, flatulenze…

con la consapevolezza che l’incontro serva sempre

a non sentirci col cuore ammainato, in fiamme

come un’aurora forte, sacra, sciolti gl’ormeggi.

innamoramento lento lento

la mia fame sei tu

le tue deliranti: tue note

di rosso e gioia verace,

tua maiolica di viso

rossetto forte

rotonde natiche.

il tuo costume che si toglie

a me come un costume

per gl’altri. chi dice

che siamo

separati in casa?

e se tutti

gl’altri fossi io solo

allora soli basteremmo

ad entrambi.

 

procreando

partorire è questo:

estendere l’infinito

nel corso d’opera.

tu m’hai guardato negli occhi

ed hai cercato.

in fondo alla materia

c’era il concreto, l’abbozzo:

io posso esser rozzo

ma animato di vita

a più non posso.

farraginoso

guarda attraverso il vetro

un parziale, ecco

sono diventati come quella finestra

attori d’ombra, gli amici.

non sono mai serviti

se non all’attesa

attesa di che poi?

di uno squillo, di una battuta

d’una mangiata caciarona.

è che si fa prima a dimenticare

che mangiare: troppo amore invano

nell’ignoranza.

quartetto

c’è la sensazione del non ritorno
ciò che è passato è passato
un giorno insipido uno salato
c’è la rima, c’è il gatto e manca il topo.

parabola

non mi pare d’avere tutto questo amore tra le mani

e non mi salverò certo col lavoro:

mangerò, sopravviverò

dormirò e alla sveglia

potrò guardarmi allo specchio,

come De Niro nella fumeria

sorridermi.

 

appassionato

son mercimonio d’apparenze

incongruenze: è sicuro humus

più saturo e sapido, ma è lo strepitio

dei cocci che mi fa sobbalzo.

quindi canto, m’alzo

d’un operaio che sporca le mani

tinge di sudore, col grasso.

immortali a parole

anticipando il male

abbiamo dell’impotenza vera

fatto il verso

nella stretta sarà

maledetto anche il resto.

la nuda coda della lucertola

non abbiamo abbastanza respiro

e fiato

per sentirci tutti figli d’una stessa madre.

è che sembriamo

sbagliati sbagliati sbagliati

anche quando siamo nel giusto.

la congettura del sapiens

è la pace col mondo

quando non c’è serenità

nemmeno nei desideri più elementari.

tentiamo una involuzione:

radichiamo il bene

le foglie seguiranno.

processo

un dedalo di stanze spoglie, corridoi

alcune belle donne con lunghe giacche

borse di pelle.

faldoni di carta, polvere sugli infissi anneriti

dagli scarichi delle automobili

una pulizia sommaria

un brusio di fondo, continuo, immutabile.

l’avvocato gli dice

che non è andata benissimo

ha tenuto un tono arrogante

davanti al giudice, rispondendo con sufficienza

alle domande dei legali. lui è la parte offesa,

qualche punto di invalidità

una piccola pensioncina

beone nei fine settimana al pub

qui piccolo uomo nell’ingranaggio

se la passeggia meccanico

per allontanare il tempo immobile.

testa malridotta, frattura d’una vertebra

tutta una serie di malori di stagione.

è ancora vivo, il lavoro non l’ha sopraffatto

e l’incidente l’ha forse reso più attaccato alla vita.

ma ora dobbiamo fare i conti

anche se questa matematica ci è oscura.

noi i processi li abbiamo visti tante volte

in televisione, li hanno fatti e subiti altri

la giustizia non è uguale per tutti.

noi i processi non li vinciamo

mai, né fuori né dentro il palazzo.

o forse sì.

postura

ho la postura dell’innocenza

del coricarsi per necessità

della smagliatura dolce

e del cammino onesto.

la devianza è affascinante

accidentale: con l’acetone

non si curano malanni

si smacchia una serata storta.

tendere i fili

incessante il filo,

distrazione

anche. resto vigile

e compongo: punto croce

orlo. nodo saltato

futuro improvvisato:

girandola del tessitore

che non possiede

tessuto.

una vecchiaia

la pensione s’allontana

così una vecchiaia serena

e dignitosa come una porta

l’apro, esce storta:

la testa sotto

tra ombra e ombra

il corpo sopra

a non far storia

nemmeno memoria.

anomalia meravigliosa

a volte ci pensiamo cavernicoli

il pensiero è la nostra bestia

una clava. la natura ci fa dubitanti

abitanti, il cervello malvagi:

massacrarci ci rende pensanti.

in periferia stiamo ormeggiati

ci scambiamo i passi

gli allunghi e gli inciampi.

a vederla così

assomigliamo a cani ammaestrati

ma senza un unico padrone: laidi

portatori di statistica.

in realtà

come sempre

nel gorgo

l’atmosfera è più complessa

chiaroscurale-

il grigio non c’appartiene

solo nella vecchiaia.

sembrava ciò che diventerà

visto che è meno

di quel che sembra

accende un falò di fede

ed incomprensione.

ci sarà poi un botto

solo perché fra tanti

decimati avrà un senso

tutto suo e d’altri

comunioni, traduzioni

pulsazioni, immunizzazioni.

assioma

torno a casa pensandoti
lì ti trovo col tuo pensarmi
nei piatti colmi, cucina.
io ti credo, tu credi in me.

svestizione

in un pensiero c’è un tutto
che svanisce nel gesto,
mise en scène.
è che tra il dire ed il fare
c’è di mezzo il banale.

atmosferico

vengon le cinque
ed il silenzio delle nubi.
grigio è il colore. è una notte
io mi chiedo.

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