poesia yoklux

Luca Parenti, poeta a tratti. La poesia non è un museo delle cere e non è un pranzo di gala.

Mese: febbraio, 2019

*

non negarmi vita mia
fra questi muri di cemento
l’istinto del becero guadagno
l’istinto represso nell’ufficio
gl’odori di grasso nero d’officina
sudore ripetuto calli ed inganno
non annegarmi nel nulla vuoto
non so nuotare né avvistare la riva
se nel buio mi poni e la mia volontà
voglio quella luce sullo scoglio
che non mi smarrisca nel mare
io sono un povero vigliacco
da solo il mio male
non saprei mai armare.

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giardinaggio

perché s’uccidono
i poeti? perché s’annegano
s’impiccano, si gasano e si buttano?
hanno la colpa nel cuore
e i capelli arruffati
hanno la camicia macchiata
le mutande sporche.
hanno vissuto il tempo giusto
per indicarti col dito.
sono mutuo dolore
e un fianco che duole.
camminano sugli specchi
e fanno troppe o nessuna
domanda. ho visto
le migliori menti
della mia generazione
fare complesse equazioni
eiaculando sui quaderni
ma troppo poco giardinaggio.

no, non so chi sei

non ti conosco non so chi sei
so che t’amo. non so dei vizi
non so delle tarme né delle armi
non so delle virtù
dei desideri il mattino
dell’espressione del sonno
non so più del mare, del cielo -non so, non so
e nemmeno vorrei che fossi carne
solo fiore o rimpianto -so solo che t’amo
sei sogno, tratto, un desiderio
sei viso truccato, sei tratto di rosso
matita d’occhi, sei invenzione
desiderio. quando ti descrivo
non sei più. svanisci e condensi
sei sul vetro, segno di calore-
basterà un alito per ridisegnarti.

un palpito per sentirti. e ricordare.

si è dimenticata la destra
il lavoro. la povera gente crepa
ancora. io sento che non sarò
la differenza, resto. non so neppure
andare a pesca. non fiuto eternit
sino al tramonto. né leggo marx
al crepuscolo: io sono la luce che cala
e non sa dove riapparirà. le ombre
degli altoforni e delle presse.

torsione

semplici parole
sotto il sole.
non c’è tepore
ancora. cielo terso.
ed io inverso
carico di nubi.
cirrocumuli volubili.
partono i figli
ma senza America.
parte l’aereo
senza elica.
non vedo il fil di fumo.
non vedo tropico
né equatore.
parole e sole.
vedo questo
a mezz’altezza
sospeso in aria.
come esperimento.
come torsione.

arrivan le parole

come saette e tremori
arrivan le parole.
come tuoni o sfumati
arrivan come schegge
di vetri frantumati
non per errore
per delicatezza di soffione.
come il tabacco fumato.
arrivano e vanno
sfanno. e su uno scranno
mi siedo a pensare.
a ricordare quel giorno
in cui s’infilano
le parole come catene.
catene leggere, ai colli.

la primavera 2019

se potessi
rivivrei scalzo
coi passeri
a primavera
cantando stonato.
le colonne di talpe
creatrici di paesi
sotterranei
lo zampettio
delle formiche
in esercito
se potessi
correrei col fiore
sull’orecchio
nel tentativo
di non consumare.
se potessi.

*

ho nostalgia
delle pietre vive
quelle che chiamano
la corrente.
non dirmi del celato
e dell’ingrato –
io vedo la luce
anche riflessa
dai corpi
che per induzione
vogliono del bene
e si stempiano
di pensieri.
bere il creato
e farlo a dovere
per non doversi
perdere
in vuoti.

sole sole sole

cosa ci fai con tutto il sole d’oggi
cosa ci fai col tepore lucente
degli oggetti d’anime avverse
cosa ci fai coi raggi caldi
stendi i panni dei settimanali
affanni, vien giù il sole
per le ore che non nascondono
occultano i dolori. viene il sole
lo ritrovi tra le mani, tagli
e calli e tutta l’intersecazione
delle linee che non saprai interpretare.

scrittori

scrivono tutti per disinnescare
del tempo l’arroganza 
non chiudersi dietro
le tetre tapparelle.
è nell’ombra d’un tempio
che la fantasia sgorga.
e può essere fumo. 
l’arrosto arriverà?
forse col costrutto
e l’anima feroce, occhi chiusi
antenne ben piantate in aria
etere permettendo, captando.

anche “gocciare”

potrà essere attuale.

*

all’orecchio ripeto voce bassa
che non sia arroganza, ma quieto
viversi con maniche arrotolate
per non farsi del male. o poco.
e che giunga al morbido
il taglio e l’interezza del midollo
una ricreazione di creativi
e curiosi. smaniosi d’abbracci
ed il fuori, col cielo intero
malleabile col cuore aperto.
muscolo pensante. avanza 

a piedi felpati la creatività

nella nebbia raggio di sole.

delizia del fondo

ancora ricordo
quando al funerale
(era una donna giovane
morta in pochi mesi
d’un tumore fulminante)

apparve il culo d’una amica
capelli biondi
lunghi pantaloni chiari
come seconda pelle
il merletto delle mutandine
decorava le natiche
ben proporzionate
danzava leggiadro
come una libellula
ma burroso e sinuoso
come una grassa
ed appetitosa leccornia

allora pensai che non c’è verso:
tutta questa vita
da qualche parte si deve palesare
non c’è nulla da fare
anche nel dolore nella morte
ci saranno nuove erezioni
erba negli angoli delle strade
pianti di bimbo
strilla e nevrosi
ed altri infiniti malanni.
ed io barzotto.

gioco reprobo

malevolo malleolo
rotante elemento
dal mento aggettante
emettitore di moti
scomposti e remoti
maltolto avvolto
dalla mano che sterza
avversa alla morale
molare che fa male
ammala di mala sorte
la morte è una supposta
supposizione che non può
che salire (verso il cielo?).

*

sporca città
sei ancora medievale.
la tortura dei gas di scarico
tutto il bluff della civiltà
nell’obbligo della sveglia
mattutina, dell’allacciarsi le scarpe
la resa. e tutte i sogni d’un riscatto
nel gioco delle slot.
imperversano le luci a led
freddi lumini tra vittime
pronte a tagliarti la gola.
ah, la città che vola.

amore ritorto, amore contorto e bellissimo

l’amore mio è un mattatore
lo metterò dietro al ventilatore
tutti dovranno sentirne l’odore
l’ardore dell’amore
vince d’una donna i seni
i capelli, occhi di sonetto
che cosa sarebbe l’amore
senza il profumo del suo sudore
senza quella litigata violenta
ricordi tu, uomo solitario?
sotto il sole, senza vedere altro
l’universo sentimento
che di lei. si tinge.

casus belli

i dubbi rendono impotenti
stantii a vedere stelle
e collassi: nevrosi del temerario
istanti cancerosi
inesistenti inoperosi.
s’amano i calli come i nudi
polpastrelli, casus belli.

pioggia

quanto desidero
una pioggia redentrice
un enorme scroscio
mondatore, una furente
cascata di varechina
dall’alto dei cieli.
vieni urina di dio
spazza via ‘sta merda
di rigurgito immondo
ch’imputridisce, cancrena
d’uomo, sterpaglia blasfema
scroscia e zampilla
ingrossa i canali marci
ingrassa le fogne malsane
che l’esercito di blatte
ed i corpi speciali
di zoccole malariche
infliggano la finale sconfitta
a questo scempio moribondo.
pioggia scendi e disinfetta
pioggia pioggiiiaaaaaaaa!
detergi ‘sta rovina
rimargina ‘sta purulenta latrina.

sentenze musicali

il vicino ascolta house music
io in salotto un trio di Mitja
l’opera sessantasette.
la sua è da mezz’ora
che non cambia una nota
statica come una noia ritmata
una tac spinale di calma piatta.
di qua invece si è passati
dal grottesco al depresso
spinto, eppoi all’elegiaco
al folklore in bollore-
il fuoco d’una armonia
in preda alla calorosa follia.
l’ignorare è una colpa
assai grave, ma non sentire
non ascoltare è ancora
più drammatico -s’ignorano
mondi che stanno in fondo
alle coscienze, fra tormente
strascichi veementi, bagliori
illuminanti, beltà accecanti.
vicino mio, ti stai perdendo
iddio -o chi per lui ne fa le veci.

castana madre

la donna riccia castana
di permanente solo i capelli
curati d’ore di tiraggi
e ritenzioni se ne sta
alla fermata col figlio
di sette otto anni
gli accarezza i capelli.
tirata, leccata e stirata
culetto prominente
sorriso intimo malizioso
deliziosamente, vive rosse
labbra di fuoco come infuocati
canotti, vita di vespa
portamento da ballerina
di flamenco. mi lancerei
fra le molle di quei capelli
eccitato rimbalzando
senza rosa e melodici
pronunciamenti
le alzerei il minimo
le registrerei l’iniezione
le metterei nuove candele
meccanico fuori sede
per un secondo sparirebbero
di madre ineluttabili patimenti.
e i pentimenti d’un fugace
solare e reprobo triangolo.

pomeriggio del sabato

non più timido il sole
il nemico è il vento
così freddo e tagliente
da portar via il mento.
è il mio stupito avvento
tra cosce fasciate di jeans
e le carnali aderenze:
natiche tornite e chiodi
in seni turgidi -starà
arrivando mica primavera
che le femmine esplodono
mordaci in durezze animali?

contenersi nello sguardo

moltitudini a parlar d’amore
a volte persino a farlo
come carne e sangue
non come lezione
come alterazione:
stelle, fiori, buoni
questi lor signori
son i lemmi, grandi
stratagemmi per sentirsi
bene, non per farlo
per conservare nei secoli
l’antico assioma:
l’uomo è fatto
per contenersi
nel suo sguardo.

#

non ho più paura del buio
ma della luce del giorno
di quel che mi viene chiesto di fare
dalle nove alle diciotto
otto ore se va bene
ho terrore del nuovo reality
della musica nei grandi magazzini
dei maschietti che si baciano
e sculettano come fighe mancate
delle ragazze che si tatuano il corpo
capelli fucsia, fanno un figlio, poi si lasciano
e comprano un molossoide d’80 kg
perché si sentono sole davanti alle televisione
ho paura della coca che scorre a fiumi
nei bagni (non si piscia più nei cessi dei locali)
ho paura che tutta questa libertà sia non averne più una
e ho paura del mio sguardo sarcastico, freddo
che vola algido tra le colonne infernali della periferia
di cristallo, cemento, acciaio e azzardo
ma in realtà me ne sbatto il cazzo
che si fottano tutti
ognuno muore non perché lo vuole.

strade

mi piacciono le strade lunghe
libere dal traffico
in estate le vado a cercare
con quelle immense grasse rotonde
quanto amo le strade disabitate
coi bordi mangiati dalle piante
con spine e fiori primordiali
agosto è il mese delle strade solitarie
sotto il sole rovente, tra i cartelli blu
l’asfalto che si carica di plastica
e cartacce, pannolini e preservativi
è il canto del cigno fragile della città
correre sull’asfalto tossico e bollente
e non vedere gente
se non a caso
in un istante
l`uomo solo sul bordo
con le mani nelle mani
un cappello
rivolto al suolo lo sguardo.

opus

la scommessa era avere un salario
con lo sguardo dignitoso
e la postura tranquilla
la scommessa era non illudersi
e non vendersi. parzialmente
riuscita la rima. anche la deriva.
e la prima.
tra uno sguardo che sembra amico
o e solo solidale -finché
non si mette male e
la cassa integrazione è una maledizione.

classe dopo classe

chi l’avrebbe detto
che avremmo avuto l’acqua calda
in casa
e per questo saremmo dovuti stare
zitti e muti.
guardando le strade dal basso
e gli uomini da fuori
con quei pantaloni tutti uguali
e lo stesso modo di pensare.
dissero non fiatare
non accrescere la resilienza
dopotutto sta tutto
nella tua coscienza.

*

follia è restare sani di mente
scavarsi la fossa con parole sommosse
inebriarsi di folli idee sconnesse
di stato confusionale e spararsi in cielo
come razzo futurista: guerra tra sé
e gli altri, guerra tra narrazione
e lezione della storia, tra conforme
e ribollente lava.

costo

un verso non costa
può inabissarsi
o scontrarsi con la roccia della vita
ritornando al sole col sole
o può silenziarsi
in tante tracce come petali
nell`atto del nutrirsi
dell`abbeverarsi
o annichilirsi in un chiostro
nella soffusa bellezza d`arte
mettila da parte
questa poesia non ha prezzo
e non ha valore-
daglielo tu
daglielo tu un volto umano
una quadratura del cerchio
o un terribile pentimento.

a mancare

nati pian piano
per venirsi a mancare.
è un segreto logoro
l’abitudine – le vite
che si sono mancate
in superficie. notti di sogno
e giorni d’implacabile.
è il meccanismo che non s’inceppa
ed esige nuovi muscoli
nervi. e una pelle nuova
ogni attimo distratto
e costrizione. una lunga fila
di morti osserva
vivere come attore il mondo
il vento d’inverno
ricorda la fine.
ma anche sul ramo
un canto. il pettirosso.

temporale lavorativo

nel mezzo del pomeriggio lungo lungo
un memorabile temporale come un litigio furioso:
i lavoratori son però indifferenti
all’infinito non credono,
la fine del turno sol desiderano
tra il m’annoio a morte ed il frastuono del tuono.

ali

dove son finite le ali?
sono bruciate nello smog
sono state spennate dall’economia?
da un’idea di pil? da un’idea maldestra
di gruppo? o son finite nella spazzatura
nella solida castrazione dei desideri?
son tuono o flebile bisbliglio?
inceppate nel motore non lubrificato
spennate e ridotte in poltiglia, bolo.
ricordatevi del volo quando allo specchio
tenterete di liberarvi degli anni.

un caos costante

il caos m’illumina di farfalle e calabroni
e mi scuote di terremoto, magma.

ho amato, amo e forse
lo farò ancora. a modo mio
col degno viso. le mani calde.

lineamenti nella norma, animali.

non voglio insegnarvi
modesto e mite
la mia altezzosa discrezione.

vorrei sentirlo iddio
ma so della solitudine dell’uomo
e dell’incapacità dell’abbraccio
della comprensione.

gli eccessi dell`adorazione.

impugno una scienza
che non sia distruzione e depressione-
non mi schiavizzerò di pastiglie
per il resto dei giorni.
amorevole per difetti
e un sorriso.

nessun’altra ambizione

se non vivere.

*

fu utile parola speranza?
ci fecero religioni
oggi maledizioni
eterno rimanere
si posticipa la vita
sin alla morte.
si guardano negli occhi
vedono la notte
la perversione del diritto.
e non se ne accorsero
neppure, neanche un bagliore

o l’esile schiuma ai bordi.

*

è sera. il mondo si spegne
come un lume. l’acqua
ha vinto la terra, le zolle
sono profondità marina
ma la pianura non chiese
di ritornare fondo.
le piogge si fecero scroscio
e l’abbondanza irruente
campagna inondata.
piccole navi paiono le case
nel paesaggio mutato
specchio d’acqua
marea di fiume, i tetti.
è sera il silenzio dell’acqua.

certe notti

notti che non dormi
il vecchio tossisce nella stanza-
il vicinato insegna la via
con la vita che goccia
come il rubinetto stanco
in cucina. chiudi le persiane
infila due o tre sogni
che non ricorderai.
che tu sia uomo,
ironico nel dramma.

curva

modifica la curva del mondo
coi tuoi accenti, accenna
ma non centrare i significati.
e se saranno insignificanti
cedili rinverdendo come dopo
la potatura -gl’angoli no
che scavano e ledono
ma nemmeno i lati piatti
infiniti di tutt’assieme
come fiere di paese.
è un coro che monta
l’orchestra di solisti, sì
ma l’armonia è d’insieme
consonante e mutua.

cosa manca

è sabato
come tutte le settimane una volta
me ne torno a casa
dopo una lunga bevuta e mangiata
dal centro città
con la mia bici fedele
lungo la pista ciclabile
che il comune ha intessuto
amorevolmente
per eccentrici bipedi come me
una giornata asfissiante
per calore molesto
quaranta gradi all’ombra
un ossigeno addizionato con malsani gas di scarico
la violenza non loquace della periferia
che è solo cicale
e ronzio d’incontentabili condizionatori
i consumi di corrente alle stelle
e l’acqua che potrebbe mancare
ecco
si vive sempre sul filo del rasoio:
manca questo
manca quello
manca il tempo
manca l’acqua
manca un figlio
manca un padre
manca l’amore
manca un mazzo di cinquecento euro
manca un rubinetto
un tampax
e una rotella
io non ho una soluzione
non chiedetemi
di risolvere
le vostre merdose vite inconcludenti.

corrono

corrono le formiche
gli uccelli cercano vermi
i topi scorrazzano fra muri
nelle fogne, blatte scavano
anfratti. stati generali
della vita. la pulsione
della biologia. la società
è una piramide di consapevolezza
ordinaria -qualche punto di sutura:
fra il ribollio esterrefatto
incosciente lume tollerabile
e la superpotenza arrogante
tronfia egemonia sulle specie.

*

nel nebbione ondeggiano meste
le figure. né giorno né notte
il pallido segnale della vita
apparentemente sconfitta.
e l’uomo solo al comando
dietro una fila di bimbi
disordinata disciplina
ferrea ossidazione.
le scuole s’aprono come rifugi
le fabbriche -le ultime-
come celle. s’allontanerà
la volubile nebbia ma non quelle.

insostenibile disciplina.

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